Non solo un boom di produttività della Corte di giustizia dell’Unione europea, ma anche un’attività di Lussemburgo che vede sempre più al centro i diritti fondamentali. E’ quanto risulta dal rapporto annuale sull’attività della Corte Ue relativa al 2016 (ra_jur_2016_en_web).

Nel complesso, nel 2016, sono state definite ben 1.628 cause: 704 quelle di competenza della Corte di giustizia con un +14% rispetto al 2015 (erano 692 quelle chiuse nell’anno precedente) e 974 (+17%) le cause definite dinanzi al Tribunale (statistiche giudiziarie, si veda, per dettagli, il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/statistiche-giudiziarie-della-corte-ue-record-di-rinvii-pregiudiziali-e-stretta-sui-tempi.html).

Per quanto riguarda gli aspetti contenutistici, di particolare rilievo la sentenza del 6 ottobre 2016  con la quale la Corte ha chiarito che il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è applicabile anche se l’ingresso illegale riguarda cittadini extra Ue all’epoca dei fatti e che, successivamente, hanno acquisito la cittadinanza europea per l’ingresso del proprio Stato nell’Unione (C-218/15), stabilendo, inoltre, che ciò non costituisce una violazione del principio di retroattività della legge penale più favorevole agli imputati assicurato dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri. La relazione annuale raccoglie le sentenze più significative in tutti i settori, dai diritti dei cittadini alla libera circolazione, passando per la cooperazione giudiziaria civile e penale. La parte finale del documento è dedicata all’attività del Tribunale.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 4 aprile 2017 |
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Le attività di forze armate durante un conflitto armato possono essere classificate, in base al diritto dell’Unione, come atti terroristici. Di conseguenza, il Consiglio può includere i componenti dell’entità “Tigri per la liberazione della patria Tamil (LTTE)” tra i destinatari di misure come il congelamento di capitali in regolamenti che prevedono azioni per fronteggiare il terrorismo. Lo ha chiarito la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza del 14 marzo (causa C-158/14, C-158:14). La Corte, a seguito del rinvio pregiudiziale dei giudici olandesi, ha colto l’occasione per precisare che la semplice circostanza che un’entità e i suoi componenti siano impegnati in un conflitto armato non obbliga l’Unione ad escludere la qualificazione degli atti compiuti come atti terroristici.

In primo luogo, Lussemburgo ha precisato che l’Unione non è parte a convenzioni internazionali come quelle di Ginevra del 1949 e che il diritto internazionale umanitario “persegue scopi diversi da quelli della posizione comune 2001/931 nonché del regolamento n. 2580/2001”. Non solo. Il diritto internazionale umanitario non vieta l’adozione “al di fuori dell’ambito definito da tale diritto” di misure preventive come quelle indirizzate ai componenti delle Tigri del Tamil. Ed invero, – osservano gli eurogiudici – malgrado alcune convenzioni di diritto internazionale umanitario escludano dal proprio ambito di applicazione le attività delle forze armate in periodo di conflitto armato, “esse non vietano nondimeno agli Stati parti di qualificare come atti terroristici alcune di tali attività o di prevenire la commissione degli atti suddetti”. Tanto più – prosegue la Corte Ue – che sia la posizione comune 2001/931 sia il regolamento n. 2580/2001 non mirano a sanzionare gli atti terroristici, ma a lottare contro il terrorismo. Di qui la conclusione che le attività delle forze armate durante un conflitto armato possono essere qualificate come atti terroristici in base al diritto Ue. Confermate, di conseguenza, le misure restrittive specifiche decise nei confronti di alcuni membri delle Tigri del Tamil.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 31 marzo 2017 |
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La decisione del datore di lavoro di vietare alle proprie dipendenti l’utilizzo del velo islamico in azienda non è contrario al diritto Ue se il no a mostrare segni religiosi è applicato in modo generale e indiscriminato. Questo perché la politica di neutralità della società rispetto al credo religioso, se applicata verso tutti i lavoratori senza discriminazioni, legittima il divieto e non provoca una violazione della libertà di credo. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza depositata il 14 marzo (causa C-157/15, Achbita, C-157:15). La questione pregiudiziale è stata sollevata dalla Corte di cassazione belga alle prese con una controversia tra un’impresa, che forniva servizi di sicurezza e di vigilanza e una dipendente, licenziata perché si era rifiutata di lavorare priva del velo islamico. La società belga aveva vietato ai dipendenti di indossare sul luogo di lavoro “segni visibili delle convinzioni politiche, filosofiche o religiosi”, ma la donna aveva comunicato ai superiori di voler indossare il velo durante l’orario di lavoro, malgrado l’introduzione di una modifica al regolamento interno con la quale era vietato l’utilizzo di segni visibili. La donna era stata licenziata, ma i giudici nazionali avevano ritenuto legittimo il provvedimento La Cassazione, prima di decidere, ha chiamato in aiuto la Corte Ue che, di fatto, ha dato ragione all’azienda.

Prima di tutto, gli eurogiudici hanno delineato il perimetro della nozione di religione fissata nella direttiva 2000/78 sulla parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro (recepita in Italia con Dlgs n. 216/2003) che va interpretata – osserva Lussemburgo – tenendo conto dell’articolo 9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, delle tradizioni costituzionali comuni e della Carta dei diritti fondamentali. Di conseguenza, la nozione di religione, che ha un’accezione ampia, include il diritto di manifestare il proprio credo proprio perché l’articolo 1 della direttiva include il forum internum e quello externum, ossia la manifestazione pubblica della fede. Detto questo, però, la Corte Ue ammette il diritto di porre limitazioni alla manifestazione del credo sul posto di lavoro se l’azienda persegue un obiettivo legittimo come l’affermazione di una politica di neutralità politica, filosofica o religiosa. Si tratta – scrive la Corte – di una finalità legittima che può giustificare alcune limitazioni all’esternazione del credo. A patto, però, che le limitazioni riguardino tutti i dipendenti, “imponendo loro, in maniera generale ed indiscriminata, segnatamente una neutralità di abbigliamento”, che può portare al divieto di indossare segni religiosi. Se il principio di parità di trattamento è rispettato, il datore di lavoro non commette una discriminazione diretta e, quindi, agisce in modo conforme al diritto Ue. Se, invece, la regola interna che fissa il divieto di indossare segni visibili vale solo con riferimento ad alcuni dipendenti il datore di lavoro incorre in una violazione del diritto dell’Unione. Nel caso arrivato a Lussemburgo, però, il divieto riguardava tutti i dipendenti e quindi, la norma trattava in modo identico i lavoratori ai quali era imposto il rispetto del principio di neutralità. La Corte, in ogni caso, lascia un margine di intervento ai giudici nazionali chiamati a verificare se una norma apparentemente neutra non comporti, nell’applicazione concreta, una situazione di particolare svantaggio per coloro che aderiscono a una determinata religione o ideologia. Esclusa l’esistenza di una discriminazione diretta, Lussemburgo ha ammesso che, anche azioni che in sé possono costituire una disparità di trattamento, possono essere consentite se giustificate in modo oggettivo da una finalità legittima e se i mezzi impiegati sono appropriati e necessari. E proprio tra le finalità legittime, la Corte mette in primo piano l’esigenza, per un datore di lavoro, di adottare “una politica di neutralità politica, filosofica o religiosa”, per dare ai propri clienti un segno della libertà di impresa garantita anche dall’articolo 16 della Carta dei diritti fondamentali. Un’esigenza che Lussemburgo tutela soprattutto quando il datore di lavoro agisce con misure proporzionali, ad esempio ponendo limiti all’utilizzo di segni visibili quando si tratta di dipendenti che entrano in contatto con i clienti dell’azienda. In linea, sul punto, con quanto stabilito in passato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che ha anche dato il via libera alle legislazioni nazionali che vietano di indossare il velo islamico in luoghi di lavoro pubblico.

Sempre il 14 marzo, nella causa C-188/15 (C-188:15), la Corte Ue ha invece bocciato il comportamento di un datore di lavoro che aveva licenziato una dipendente per assecondare un cliente il quale non voleva che i servizi dell’azienda fossero forniti da una lavoratrice che indossava il velo islamico. In questo caso, infatti, non è stato dimostrato che l’assenza del velo era un requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell’attività lavorativa perché sono state incluse considerazioni soggettive “quali la volontà del datore di lavoro di tener conto dei desideri particolari del cliente”.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/velo-islamico-principio-di-neutralita-da-garantire-nello-spazio-ue.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/divieto-di-velo-islamico-sdoganato-a-strasburgo.html

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 17 marzo 2017 |
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Non è un aiuto di Stato incompatibile con il diritto Ue l’esenzione fiscale sull’imposta su costruzioni concessa da uno Stato alla chiesa cattolica per le opere realizzate all’interno di un edificio scolastico. A patto, però, che la struttura sia utilizzata per fini educativi e sociali e non per motivi commerciali, anche quando le prestazioni di insegnamento non perseguono un obiettivo strettamente religioso. E’ l’Avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Kokott, a stabilirlo nelle conclusioni depositate il 17 febbraio nella causa C-74/16 (C-74:16). La controversia nazionale vedeva al centro un istituto della Chiesa cattolica e il comune di Getafe (Madrid). L’ente, dopo l’ampliamento di un edificio utilizzato dalla scuola come sala conferenze, aveva presentato domanda di rimborso delle imposte in base a una Convenzione del 1979 tra Spagna e Santa Sede. Il Comune aveva respinto la richiesta perché l’attività, a suo dire, non era collegata agli obiettivi religiosi della Chiesa cattolica. I giudici amministrativi spagnoli, prima di decidere a seguito dell’impugnazione del diniego all’esenzione, hanno chiamato in aiuto i giudici Ue per alcune questioni interpretative in materia di aiuti di Stato. Prima di tutto, l’Avvocato generale della Corte ha chiarito che anche se al centro dell’attività della chiesa vi sono compiti religiosi, pastorali e sociali non può essere escluso che singole attività possano essere considerate di carattere economico. Pertanto, per verificare l’applicazione dell’articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea che si occupa degli aiuti di Stato, è necessario analizzare le singole attività dell’ente. Se l’ente religioso – osserva Kokott – gestisce i propri istituti con un approccio commerciale “ed eroga le attività didattiche ivi tenute essenzialmente quale controprestazione per i contributi economici e le altre prestazioni pecuniariamente quantificabili degli scolari e dei loro genitori” vuol dire che l’ente eroga servizi e, quindi, svolge un’attività economica. Lo scenario cambia se l’ente religioso gestisce l’istituto scolastico non con modalità commerciali ma nell’ambito sociale, culturale ed educativo “non ricorrendo o ricorrendo solo marginalmente per il finanziamento delle lezioni ai contributi degli scolari o dei loro genitori”. In quest’ultima ipotesi, manca l’attività economica e, quindi, la normativa Ue sulla libera concorrenza non va applicata. Di conseguenza, l’esenzione fiscale non è un aiuto di Stato e può essere concessa all’ente ecclesiastico. E questo anche quando l’attività svolta negli edifici non persegua un obiettivo strettamente religioso, proprio perché è sufficiente che con i servizi didattici l’ente persegua realmente un obiettivo sociale, culturale ed educativo. Per l’Avvocato generale, spetta poi ai giudici nazionali verificare, per l’ente che svolge una pluralità di servizi didattici, quale attività è realizzata senza motivi commerciali nell’edificio per il quale è chiesta l’esenzione, tenendo conto del numero di classi e di ore di lezione, del numero di scolari e di insegnanti impegnati nelle diverse attività, nonché del budget medio annuale che la scuola destina alle diverse attività didattiche. Se l’attività imprenditoriale è marginale è giusto negare che si tratti di attività economica lasciando spazio alle esenzioni.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 22 febbraio 2017 |
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Boom di produttività della Corte di giustizia dell’Unione europea. Con un dialogo con i giudici nazionali sempre più intenso. E’ quanto risulta dal documento sulle statistiche giudiziarie diffuso da Lussemburgo il 17 febbraio (statistiche giudiziarie). Nel complesso, nel 2016, sono state definite ben 1.628 cause: 704 quelle di competenza della Corte di giustizia con un +14% rispetto al 2015 (erano 692 quelle chiuse nell’anno precedente) e 974 (+17%) le cause definite dinanzi al Tribunale.

Per quanto riguarda la Corte di giustizia, il numero più elevato di procedimenti ha visto al centro rinvii pregiudiziali (470). Un record – scrive Lussemburgo – segno della “fiducia riposta dai giudici nazionali in questa forma di cooperazione giudiziaria ai fini dell’interpretazione e dell’applicazione uniformi” del diritto dell’Unione. Elemento sicuramente positivo, poi, la diminuzione dei tempi dei procedimenti che si assesta a 15 mesi, la durata più breve da oltre trent’anni. Dati positivi anche dal Tribunale che vede un aumento del numero delle cause promosse con un +17% che significa 976 cause promosse nel 2016 a fronte delle 831 nel 2015, aumento dovuto anche alle nuove competenze derivanti dalla cessazione dell’attività del Tribunale per la funzione pubblica. Incremento per le cause pendenti che arrivano a 1.486 nel 2016 (erano 1.267 nel 2015). Il Tribunale ha il migliore risultato per cause definite tra gli organi giurisdizionali di Lussemburgo e segna una diminuzione anche per la durata dei procedimenti con una media di 18,7 mesi ossia un calo di 1,9 mesi rispetto al 2015. Sul fronte dei contenuti, in primo piano le cause sulla proprietà intellettuale (+11%), sugli aiuti di Stato (76 cause) e il nuovo contenzioso sulle regole di vigilanza prudenziale nei confronti degli enti creditizi.

Tra le novità del 2016 anche la cessazione dell’attività del Tribunale della funzione pubblica, organo sciolto il 1° settembre 2016 con il trasferimento di competenze al Tribunale Ue.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 20 febbraio 2017 |
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Per la prima volta nella sua storia, il Tribunale Ue, nella sua composizione allargata, condanna l’Unione europea a causa della durata eccessiva di un procedimento giurisdizionale svoltosi in passato dinanzi al Tribunale. Con la sentenza depositata 10 gennaio (T-577/14, T-577:14) il Tribunale ha accolto il ricorso di due società ricorrenti che, in precedenza, avevano impugnato una decisione per violazione della normativa antitrust imposta dalla Commissione Ue. Il Tribunale, in quella vicenda, aveva dato torto alle società, ma il processo era durato troppo e di qui la decisione di rivolgersi al Tribunale Ue per l’accertamento della responsabilità extracontrattuale dell’Unione. Secondo le due società sarebbe stato violato l’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che assicura la durata ragionevole del processo. Il Tribunale, constatata la presenza delle tre condizioni, richieste cumulativamente, che consentono di azionare il ricorso per responsabilità extracontrattuale in base all’articolo 340 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (illiceità del comportamento contestato, effettività del danno e presenza di un nesso di causalità), ha dato ragione alle ricorrenti.

E’ evidente – osservano gli eurogiudici – che far passare 46 mesi tra la fine della fase scritta e l’apertura di quella orale non è giustificabile, malgrado la complessità delle cause sulla concorrenza. A ciò si aggiunga che, malgrado le parti avessero chiesto la riapertura della fase scritta, il ritardo non è loro imputabile. Di qui la violazione dell’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali, vincolante in base al Trattato di Lisbona. Tra l’altro, aggiunge il Tribunale, i ricorsi riguardavano la concorrenza, essenziale per il buon funzionamento del mercato interno e per la sicurezza giuridica di cui devono beneficiare non solo i diretti interessati ma anche i terzi. Per quanto riguarda il danno, chiarito che tocca al ricorrente provarne l’esistenza, il Tribunale ha accolto le doglianze delle società che hanno provato il danno materiale effettivo dovuto alle spese per la costituzione di una garanzia bancaria per il pagamento dell’ammenda alla Commissione, calcolando, però, unicamente il periodo che è andato al di là di quello ragionevole. Respinta, invece, la richiesta legata all’impossibilità di trovare subito un investitore a causa del ritardo nella pronuncia e la liquidazione dell’indennizzo per perdita di chance perché il danno non è certo né reale e la parte non ha provato il nesso di causalità tra comportamento illecito (durata irragionevole del processo) e danno. L’Unione è stata condannata a pagare alle due società 47.064, (a cui aggiungere gli interessi) per il danno materiale e 5mila euro a ciascuna società per il danno non patrimoniale causato dall’incertezza prolungata

 

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 11 gennaio 2017 |
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La nozione di figlio, nel contesto della libera circolazione dei lavoratori, deve essere legata ad aspetti economici, come il mantenimento e non al mero dato formale. E’ quanto risulta dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea depositata il 15 dicembre (cause riunite da C-401/05 a C-403/05, C-401). A rivolgersi agli eurogiudici, la Corte amministrativa del Lussemburgo che era alle prese con una controversia tra alcuni studenti, figli del coniuge o del partner registrato di un lavoratore frontaliero cittadino Ue che lavorava in Lussemburgo, e il  Ministero dell’Istruzione. Quest’ultimo aveva negato un sussidio finanziario statale per la frequenza di studi superiori. In base alle regole interne, gli studenti non residenti in Lussemburgo possono beneficiare di un sussidio economico se figli di un lavoratore subordinato o autonomo di un cittadino dell’Unione o dello Spazio economico europeo, ma il ministero aveva escluso questo beneficio perché il cittadino dell’Unione era lavoratore frontaliero e padre acquisito. Per le autorità amministrative, in sostanza, i richiedenti non potevano essere qualificati come figli. La Corte di giustizia Ue, partendo dall’interpretazione dell’articolo 45 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea che assicura la libera circolazione dei lavoratori e dal regolamento n. 492/2011, tenendo conto che il finanziamento degli studi dei figli è un vantaggio sociale, ha stabilito che esso va attribuito sia al lavoratore migrante sia a quello transfrontaliero, nonché ai beneficiari indiretti ossia i familiari del lavoratore migrante. In caso contrario, sarebbe compromesso il principio in base al quale un lavoratore di uno Stato membro deve godere degli stessi benefici dei lavoratori cittadini dello Stato. Già in passato, la Corte ha avuto modo di chiarire che il diritto di stabilimento dei discendenti spetta sia ai discendenti del lavoratore sia a quelli del coniuge, proprio per non intaccare l’obiettivo del regolamento n. 1612/68 e poi della direttiva 2004/38 relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, che ha stabilito in modo espresso l’inclusione dei discendenti a carico del coniuge o del partner. Con riguardo alla nozione di figlio ai fini dell’applicazione delle regole contenute negli indicati atti, la Corte ha considerato centrale il mantenimento garantito dal lavoratore frontaliero ai figli acquisiti, passando la parola ai giudici nazionali che devono procedere a un esame basato su elementi oggettivi senza, però, che sia necessario “stabilire le ragioni del sostegno”, né quantificare l’entità in modo preciso. Così, la Corte Ue ha concluso che il cittadino Ue, lavoratore frontaliero, che provvede al mantenimento del figlio del coniuge o del partner registrato, nato da un’altra un’unione, ha diritto ad ottenere tutti i vantaggi sociali previsti dall’ordinamento nel caso di discendenti diretti.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 22 dicembre 2016 |
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Sono state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea del 25 novembre, C-439, le raccomandazioni indirizzate ai giudici nazionali per la presentazione delle domande di pronuncia pregiudiziale (raccomandazioni). Il testo aggiorna le raccomandazioni adottate all’indomani dell’entrata in vigore, il 1o novembre 2012, del nuovo regolamento di procedura della Corte di giustizia. Tra le indicazioni pratiche da seguire, l’individuazione del momento in cui è opportuno effettuare il rinvio pregiudiziale, la forma e il contenuto della domanda, l’interazione tra rinvio pregiudiziale e procedimento nazionale, le questioni relative alle spese e al gratuito patrocinio. Indicate anche le questioni per presentare la richiesta di procedimento accelerato e di urgenza, con l’allegato sugli elementi essenziali del rinvio pregiudiziale.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/pubblicate-le-raccomandazioni-ai-giudici-nazionali-per-i-rinvii-pregiudiziali.html

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 30 novembre 2016 |
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Limiti di età nei concorsi per l’accesso alle attività operative della polizia compatibili, in alcune circostanze, con il diritto Ue. Per la Corte di giustizia dell’Unione europea, che si è pronunciata il 15 novembre (C-258/15, c-25815), la fissazione di un’età massima per accedere ai concorsi in settori che richiedono lo svolgimento di attività esecutive e non amministrative non è in contrasto con la direttiva 2000/78 che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro (recepita in Italia con Dlgs n. 216/2003). Al centro della vicenda approdata a Lussemburgo, l’impugnazione dinanzi ai giudici nazionali di un bando di concorso per agenti di polizia della Comunità autonoma dei Paesi Baschi, che sbarrava l’accesso ai candidati con più di 35 anni. Un requisito considerato dal ricorrente contrario al divieto di discriminazione in base all’età. La Corte superiore di giustizia spagnola prima di decidere ha passato la parola agli eurogiudici chiamati a interpretare la direttiva, in un procedimento in cui sono intervenuti altri Stati inclusa l’Italia. E’ vero – scrive la Corte – che la direttiva mira a eliminare le discriminazioni sull’età per rendere effettivo in tutti gli Stati membri il principio della parità di trattamento, ma per alcune attività possono essere richieste caratteristiche essenziali per le funzioni che un candidato è poi chiamato a svolgere. L’attività operativa di un agente di polizia è strettamente legata a un’attitudine fisica, richiesta, nel bando al centro della controversia, per proteggere persone e beni, assicurare l’esercizio dei diritti e delle libertà individuali e garantire la sicurezza dei cittadini. Così, tenendo conto che i nuovi assunti sono chiamati a svolgere “i compiti più gravosi dal punto di vista fisico durante un periodo relativamente lungo della carriera”, l’obiettivo perseguito nell’imporre un limite di età è giudicato da Lussemburgo legittimo. Proprio la circostanza che i nuovi assunti sono destinati ai compiti più impegnativi sul piano fisico e che un’assunzione in età più avanzata potrebbe compromettere il risultato di destinare alcuni agenti per un periodo lungo ai compiti più significativi sul piano operativo fa dire alla Corte che la condizione dell’età persegue un fine compatibile con la direttiva. Via libera anche sotto il profilo della proporzionalità della misura. Per Lussemburgo, infatti, non è necessario ricorrere ad altri strumenti come prove fisiche impegnative ed eliminatorie.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 24 novembre 2016 |
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Appuntamento a Milano per approfondire il funzionamento della Corte di giustizia dell’Unione europea, tra regole processuali e ruolo della Corte nel futuro dell’Unione. Si terrà il 16 dicembre 2016, nell’Aula Crociera Alta di Giurisprudenza (Via Festa del Perdono 7, Università degli Studi di Milano) il convegno dal titolo “La riforma delle regole processuali del giudice dell’Unione europea” (qui il programma completo, programma-16-dicembre-2016, inizio alle 8.30), organizzato dal Dipartimento di diritto pubblico italiano e sovranazionale e dal Centro di eccellenza Jean Monnet dell’Università di Milano. Parteciperanno, tra gli altri, il vicepresidente della Corte di giustizia dell’Unione europea, Antonio Tizzano, il Presidente emerito della Corte Costituzionale, Giuseppe Tesauro, il prof. Fabrice Picod, Université Paris II su “La justice dans l’avenir de l’Union européenne”, il prof. Massimo Condinanzi, dell’Università degli studi di Milano con una relazione su “La refonte delle regole di procedura della Corte di giustizia tra continuità e innovazione”. Le conclusioni sono affidate al Prof. Bruno Nascimbene. Tra i tanti aspetti, saranno scandagliate le questioni relative al ruolo delle parti diverse da quelle principali nel processo dinanzi alla Corte, gli interventi dei terzi, la durata ragionevole del processo, le nuove pratiche, le azioni positive nella riforma del Tribunale UE, la responsabilità extracontrattuale delle agenzie.

Sono stati attribuiti 4 crediti formativi da parte dell’Ordine degli Avvocati di Milano. 

 

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 16 novembre 2016 |
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