La nozione di coniuge deve essere determinata dall’ordinamento straniero in cui il vincolo matrimoniale è stato contratto. Di conseguenza,  il coniuge straniero di un italiano, che hanno contratto un matrimonio in un Paese Ue (nel caso di specie in Spagna)  ha diritto ad ottenere il permesso di soggiorno in quanto familiare. E’ quanto stabilito dalla circolare del Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell’interno n. 8996 del 26 ottobre 2012 (Circolare_Ministero_Interno_n._8996). Nel procedimento si tiene conto degli sviluppi giurisprudenziali in materia e soprattutto della pronuncia della Cassazione n. 1328/2011 relativa alla nozione di coniuge e a quella della Corte costituzionale n. 138 del 2010 in cui la Consulta ha stabilito il diritto di ognuno di vivere liberamente la condizione di coppia. Sulla base di queste premesse, nella circolare si riconosce il diritto di un cittadino straniero sposato con un italiano in Spagna ad ottenere il permesso di soggiorno in quanto familiare di un cittadino Ue in base alla direttiva 2004/38 del 29 aprile 2004 relativa al diritto dei cittadini dell’Unione europea e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, recepita dall’Italia con il Dlgs n. 30/2007, modificato dal Dlgs 32/2008 (che ha abrogato il Testo unico sulle disposizioni in materia di circolazione e soggiorno dei cittadini degli Stati membri contenuto nel Dpr 52/2002). Il recepimento completo è poi avvenuto con la legge 2 agosto 2011 n. 129 “Disposizioni urgenti per il completamento dell’attuazione della direttiva 2004/38/Ce sulla libera circolazione dei cittadini comunitari e per il recepimento della direttiva 2008/115/Ce sul rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi irregolari”.

Si ringrazia Guida al diritto per la circolare.

Scritto in: rapporti familiari | in data: 13 novembre 2012 |
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L’Unione europea ha messo in atto le misure necessarie per favorire i ricongiungimenti familiari ampliando sempre di più il raggio d’azione di questo diritto fino a consentire il ricongiungimento di un cittadino extracomunitario al figlio minorenne cittadino di uno Stato membro. Al tempo stesso, però, si sono diffusi meccanismi fraudolenti come i matrimoni di convenienza che è necessario arginare. Uno studio su questa prassi, il primo nel settore, è stato redatto e diffuso dallo European Migration Network, con una parte relativa alla situazione negli Stati membri, tra i quali l’Italia (matrimoni di convenienza). Non è necessario mettere in discussione i risultati già raggiunti ma è indispensabile favorire la corretta applicazione del diritto Ue, incluse le sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea. Proprio gli interventi di Bruxelles e di Lussemburgo hanno determinato importanti cambiamenti sul piano interno. Basti considerare – si legge nello studio sulla situazione in Italia – che il ricongiungimento familiare è oggi possibile anche per il coniuge poligamo in quanto genitore di un minorenne. Se è ancora troppo presto per arrivare a conclusioni sull’incidenza in Italia delle sentenze Zambrano e McCarthy è possibile segnalare che un effetto più incisivo si è verificato con la sentenza Dereci che consente di far valere nel proprio Stato membro di origine diritti connessi allo status di cittadino Ue.

Scritto in: rapporti familiari | in data: 4 giugno 2012 |
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La nozione di vita familiare non è confinata unicamente alla famiglia basata sul matrimonio e può includere anche le relazioni di fatto tra due persone, ma questo non comporta un obbligo per gli Stati di prevedere identici diritti. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo che, grazie alla Grande Camera, con sentenza di oggi (Van Der Heijden contro Paesi Bassi, n. 42857/05, http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?action=html&documentId=905556&portal=hbkm&source=externalbydocnumber&table=F69A27FD8FB86142BF01C1166DEA398649), presa a maggioranza di 10 giudici contro 7, ha precisato che l’articolo 8, che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare, include anche le unioni di fatto. A patto che da un’insieme di fattori si possa desumere che una relazione presenta elementi equivalenti a quelli di una famiglia. Tra questi fattori, precisa la Corte, vi è la vita insieme, la durata della relazione, l’impegno ad avere figli. Detto questo, però, gli Stati non sono tenuti a far discendere gli stessi diritti a tutte le coppie e possono garantirne alcuni, come il diritto di non testimoniare in un processo penale, solo ai coniugi regolarmente sposati e ai partner di unioni registrate anche per assicurare la piena realizzazione della giustizia.

Alla Corte europea si era rivolta una donna che era stata convocata come testimone in un procedimento penale contro il proprio compagno, accusato di omicidio. La donna era comparsa in tribunale, ma si era rifiutata di testimoniare invocando la possibilità di utilizzare l’articolo 217, comma 3 del codice di procedura penale che consente al coniuge e al partner di un’unione registrata di non testimoniare contro il proprio familiare. Il tribunale olandese aveva respinto tale privilegio e aveva ordinato l’arresto della donna. La Corte suprema aveva confermato l’inesistenza di un diritto di non testimoniare giustificando la portata limitata dell’eccezione prevista nel codice di procedura penale per ragioni di certezza giuiridica. Di qui il ricorso della donna a Strasburgo che, però, ha dato torto alla donna. E’ vero – osserva la Corte – che il rapporto duraturo può rientrare nell’ambito dell’articolo 8, ma ciò non comporta un obbligo per gli Stati di equiparare i diritti di queste coppie a quelli delle coppie regolarmente sposate e che hanno costituito un vincolo formale. D’altra parte, – conclude la Corte – la donna avrebbe potuto sposarsi o registrare la propria unione per avvalersi dell’immunità dalla testimonianza concessa dal codice di procedura penale.

Scritto in: famiglia, rapporti familiari | in data: 3 aprile 2012 |

La questione dell’adozione da parte di coppie omosessuali arriva all’attenzione della Corte europea dei diritti dell’uomo che, il 30 agosto 2010 (Gas e Dubois contro Francia, ricorso n. 25951/07 http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?item=1&portal=hbkm&action=html&highlight=&sessionid=59287499&skin=hudoc-fr), ha dichiarato ammissibile un ricorso contro la Francia presentato da due cittadine francesi conviventi dal 1989. Una donna aveva avuto un figlio ricorrendo alla fecondazione assistita, con un donatore anonimo, in Belgio e l’altra donna aveva presentato un’istanza di adozione che le autorità francesi avevano respinto. Di qui il ricorso a Strasburgo che ha dichiarato ammissibile il ricorso, riservandosi di decidere nel merito. Respinte le eccezioni di irricevibilità del Governo d’oltralpe: per la Corte, è vero che la coppia non aveva presentato un ricorso in cassazione dopo il verdetto negativo sull’adozione della Corte d’appello, ma poiché dalla prassi interna si desume che non vi era alcuna possibilità di successo si può ritenere che è stata rispettata la regola del previo esaurimento dei ricorsi interni. Giusto poi il ricorso in base all’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo che riconosce il diritto al rispetto alla vita privata e familiare. Per la Corte, infatti, la nozione di famiglia inclusa in tale norma non si riferisce soltanto a quella fondata sul matrimonio, ma comprende anche i legami familiari de facto e quindi il ricorso delle donne, anche sotto il profilo della violazione dell’articolo 14 che vieta ogni discriminazione, è ricevibile

Scritto in: CEDU, rapporti familiari | in data: 16 settembre 2010 |
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