imagesL’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha adottato, il 2 dicembre, le Linee guida n. 12 sulla protezione internazionale (guidelines) con riguardo a coloro che fuggono da conflitti armati e da violenza secondo quanto previsto dall’articolo 1, lett. a (2) della Convenzione sulla protezione internazionale dei rifugiati del 1951 e nel Protocollo del 1967. Una Guida necessaria al fine di favorire un’applicazione armonizzata e utile a governi, operatori giuridici, staff dell’UNHCR e giudici chiamati a decidere sullo status di rifugiato. Come chiarito nel documento, le autorità nazionali competenti devono riconoscere lo status di rifugiato a ogni persona che fugge da zone di guerra, senza che sia necessario un esame particolare perché è evidente che chi si trova in luoghi devastati dalla guerra non ha bisogno di provare di essere stato oggetto di una specifica persecuzione. L’obiettivo è così rafforzare il regime di protezione assicurato dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e garantire che, in un’epoca in cui i conflitti proliferano, gli Stati non limitino il riconoscimento dello status e non adottino un approccio restrittivo chiedendo una verifica sui singoli casi. Il documento analizza anche il rapporto tra la definizione fornita nella Convenzione del 1951 e nel Protocollo del 1967 e gli atti regionali inclusa la direttiva qualifiche. A tale riguardo, al fine di evitare sovrapposizioni, l’UNHCR ricorda che la protezione sussidiaria si applica solo a coloro che non sono qualificati come rifugiati. Centrali, per una qualificazione corretta, i dati quantitativi e qualitativi che provengono dal Paese di origine. Sotto il profilo dell’onere della prova, se in via generale esso grava sulla persona che avanza la richiesta, l’obbligo di raccogliere e analizzare tutti i fatti rilevanti va condiviso tra il richiedente e l’organo chiamato a decidere sull’istanza, fermo restando che in caso di zone di conflitto e di violenza bisogna concedere al richiedente, in caso di dubbio, la protezione.

Scritto in: diritto di asilo | in data: 7 dicembre 2016 |
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La Corte di giustizia Ue spiana la strada a un’applicazione più limitata della protezione sussidiaria e all’ammissibilità di condizioni procedurali apposte dagli Stati. Con la sentenza depositata l’8 maggio (C-604:12), la Corte Ue ha chiarito che è del tutto compatibile con il diritto dell’Unione l’individuazione di un obbligo procedurale che imponga al richiedente la protezione sussidiaria di presentare prima un’istanza relativa allo status di rifugiato. Per la Corte, che è stata chiamata a pronunciarsi dalla Corte suprema inglese sull’interpretazione della direttiva 2004/83/CE del Consiglio, del 29 aprile 2004, recante norme minime sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta, recepita in Italia con al Decreto legislativo 19 novembre 2007 n. 251, è possibile subordinare l’esame dell’istanza di protezione sussidiaria al previo rigetto della domanda per ottenere lo status di rifugiato. A patto però che le domande possano essere presentate contemporaneamente e che la domanda sulla protezione sussidiaria sia esaminata in un tempo ragionevole.

Un cittadino pachistano, entrato in Irlanda per motivi di studio, si era sposato con un’irlandese, ottenendo il permesso di soggiorno. Dopo la separazione le autorità irlandesi gli avevano comunicato che il permesso di soggiorno non sarebbe stato rinnovato. Pertanto, il cittadino pachistano aveva presentato una domanda per la protezione sussidiaria temendo di andare incontro a un “danno grave” nel momento del rientro in Patria. La domanda non era stata analizzata perché secondo il diritto irlandese l’analisi dell’istanza sulla protezione sussidiaria era subordinata al previo esame della domanda per ottenere lo status di rifugiato.

Chiarito che le norme della direttiva devono essere intepretate alla luce dell’impianto sistemico della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, la Corte di giustizia precisa che la protezione sussidiaria è un complemento alla protezione dei rifugiati e che la direttiva non impedisce agli Stati di prevedere nella normativa di recepimento che l’esame delle condizioni per lo status di rifugiato avvenga prima di quello relativo alle condizioni sulla protezione sussidiaria. Tuttavia, se gli Stati impongono talune condizioni procedurali come la circostanza che vi sia il preliminare rigetto della domanda per ottenere lo status di rifugiato, lo devono fare garantendo ai richiedenti la protezione sussidiaria un “accesso effettivo ai diritti loro conferiti dalla direttiva 2004/83”, assicurando la piena attuazione dell’articolo 41 della Carta dei diritti fondamentali che assicura il diritto alla buona amministrazione.

Scritto in: diritto di asilo | in data: 9 maggio 2014 |
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La Corte di appello di Bari, con sentenza n. 842/2013 (132850000), ha precisato i contorni della concessione della protezione umanitaria rispetto alla protezione sussidiaria. La vicenda arrivata alla Corte di appello riguardava un cittadino di Burkina Faso che aveva chiesto al Tribunale di Bari il ricoscimento dello status di rifugiato. I giudici avevano deciso di non accogliere la richiesta ma di concedere la protezione sussidiaria. Avverso la decisione, il Ministero dell’interno e la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale avevano presentato appello anche in base al racconto poco convincente del richiedente. Una posizione condivisa dai giudici di appello che hanno negato la protezione sussidiaria, ma concesso quella umanitaria alla luce di alcuni rapporti di organizzazioni internazionali non governative come Amnesty international sulla difficile situazione nel Paese sul fronte dei diritti fondamentali e dell’ormai avvenuto inserimento nella società italiana dell’istante considerato che il richiedente aveva un lavoro qualificato come orafo.

Scritto in: diritto di asilo, protezione umanitaria | in data: 15 ottobre 2013 |

La Corte di giustizia dell’Unione europea interviene sull’applicazione dei criteri di competenza fissati nel regolamento n. 343 del Consiglio, del 18 febbraio 2003, che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d’asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo (cosiddetto regolamento Dublino II), nei casi in cui vi siano dubbi che in uno Stato membro possa essere assicurato il pieno rispetto dei diritti fondamentali e adeguate garanzie per i richiedenti asilo. Con sentenza depositata il 21 dicembre 2011 (cause riunite C-411/10 e C-493/10, http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?text=&docid=117187&pageIndex=0&doclang=IT&mode=lst&dir=&occ=first&part=1&cid=153653) i giudici Ue dicono no a forme di presunzione assoluta che permettono a uno Stato membro di trasferire i richiedenti asilo in un altro Paese Ue presumendo che quest’ultimo assicuri il pieno rispetto dei diritti fondamentali. Il regolamento Dublino II, in linea con l’obiettivo di affidare la competenza a conoscere delle domande di asilo a un unico Stato membro, individua, in via generale, le autorità dello Stato di primo ingresso come competenti a decidere sull’asilo per evitare fenomeni di asylum shopping. Di conseguenza, se il cittadino di uno Stato terzo si trasferisce e chiede asilo in un altro Stato membro, quest’ultimo dovrà trasferire la questione al primo Stato. Nella vicenda che ha portato al rinvio pregiudiziale alla Corte Ue, alcuni cittadini afgani, iraniani e algerini erano approdati in Grecia e poi nel Regno Unito e in Irlanda. Prima di decidere il rinvio alle autorità greche, tenendo conto dei numerosi rapporti che evidenziavano dubbi sul corretto trattamento dei richiedenti asilo in Grecia, i giudici inglesi e irlandesi si sono rivolti alla Corte Ue per alcuni chiarimenti sul regolamento Dublino II. Chiara la posizione della Corte: i giudici nazionali non possono trasferire i richiedenti asilo allo Stato membro competente in base al regolamento se vi sono comprovati rischi di trattamenti disumani e degradanti. D’altra parte – osserva la Corte Ue – anche la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza del 21 gennaio 2011 nel caso M.S.S. contro Belgio aveva evidenziato le carenze nelle procedure di asilo in Grecia.

Esclusa, quindi, la possibilità di far decidere alla Grecia sulle domande di asilo dei richiedenti, per la Corte Ue, le autorità inglesi devono anche evitare un aggravamento della situazione decidendo in tempi rapidi sulle istanze.

Sulla sentenza della CEDU si veda il post del 21 gennaio 2011.

Scritto in: diritto di asilo | in data: 27 dicembre 2011 |
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Maggiore tutela per i rifugiati e per coloro che usufruiscono della protezione sussidiaria, con l’eliminazione di ogni forma di automatismo nel respingimento delle domande e con un ampliamento della nozione di familiare tenendo conto delle situazioni particolari di dipendenza. E’ quanto risulta dalla direttiva 2011/95 del 13 dicembre 2011 recante norme sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di beneficiario di protezione internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi titolo a beneficiare della protezione sussidiaria, nonché sul contenuto della protezione riconosciuta (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2011:337:0009:0026:IT:PDF) che abroga la 2004/83 recepita in Italia con Dlgs 19 novembre 2007 n. 251. La nuova direttiva, che mette in primo piano l’interesse superiore del minore e il riconoscimento di diritti come quello all’accesso all’istruzione e all’alloggio, dovrà essere recepita entro il 21 dicembre 2013.

Scritto in: diritto di asilo | in data: 20 dicembre 2011 |
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Discorsi pubblici a sfondo razzista. Materiale elettorale che crea allarme sulla presenza dei rom. Mancanza di politiche di inclusione sociale. Il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Thomas Hammarberg lo mette nero su bianco nel rapporto divulgato il 7 settembre con il quale fa il punto sulla visita in Italia del 26-27 maggio 2011 per verificare la situazione dei rom e dei richiedenti asilo nel Paese (https://wcd.coe.int/wcd/ViewDoc.jsp?id=1826921). Prima di tutto – osserva Hammarberg – le misure coercitive come allontanamenti forzati e smantellamento dei campi nomadi vanno sostituite da azioni  che puntano all’inclusione sociale. Grande preoccupazione, poi, per i discorsi pubblici a sfondo razzista e xenofobo pronunciati da uomini politici e per le scarse misure di reazione nel punire gli atti di violenza basati sulla discriminazione razziale. L’Italia, poi, non risolve la situazione di almeno 15mila apolidi che sono nati da rom in Italia senza poter avere la cittadinanza italiana. Per quanto riguarda le misure di asilo, sono da migliorare i sistemi di accoglienza e vanno tagliati i tempi per l’accertamento dello status dei richiedenti.

Scritto in: Consiglio d'europa, diritto di asilo | in data: 8 settembre 2011 |
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La Corte suprema australiana impone al Governo il rispetto delle norme di diritto internazionale a tutela dei rifugiati. E lo fa con la sentenza depositata il 31 agosto con la quale blocca ogni forma di effetto all’intesa tra Australia e Malesia conclusa il 25 luglio 2011 con la quale i due governi avevano stabilito che le autorità australiane avrebbero potuto disporre la consegna dei richiedenti asilo approdati nel dicembre 2010 in Australia alla Malesia a cui sarebbe poi spettato il compito di accertare la sussistenza delle condizioni per l’attribuzione dell’asilo (M70/2011 v. Minister for Immigration and citizenship, http://www.austlii.edu.au/au/cases/cth/HCA/2011/32.html). Per la Corte spetta alle autorità australiane verificare se gli individui arrivati sul territorio via mare (boat people) hanno diritto allo status di rifugiati e spetta al Governo assicurare che fino al momento della decisione sia accordata adeguata protezione ai richiedenti. La consegna a un Paese che non è, tra l’altro, parte al Patto sui diritti civili e politici del 1966, è contraria al diritto internazionale. A ciò si aggiunga che non è ammissibile la consegna di minori o l’allontanamento di altri individui senza il loro consenso e senza che prima le autorità nazionali dello Stato in cui sono arrivati i richiedenti asilo accerti le condizioni per la concessione dello status, assicurando un’adeguata protezione fino alla determinazione.

Scritto in: diritto di asilo, immigrazione | in data: 5 settembre 2011 |
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Il regolamento Ue n. 343 del Consiglio, del 18 febbraio 2003, che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d’asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo (regolamento Dublino) consente agli Stati, in alcuni casi, proprio per assicurare la tutela dei diritti umani, di derogare all’applicazione dei tradizionali criteri di competenza nell’individuazione del Paese che deve decidere sulla richiesta di asilo. E’ stato il Belgio, quindi, a violare la Convenzione dei diritti dell’uomo e non può trincerarsi dietro il rispetto di obblighi internazionali come l’attuazione del regolamento Dublino proprio perché, avendo dati certi sulla situazione dei richiedenti asilo in Grecia, non avrebbe dovuto procedere all’espulsione di un cittadino afgano ad Atene. Lo ha deciso la Grande Camera della Corte di Strasburgo che si è pronunciata con sentenza del 21 gennaio 2011 (M.S.S. contro Belgio e Grecia, 30696/09, (http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?item=1&portal=hbkm&action=html&highlight=&sessionid=65497901&skin=hudoc-en), precisando che lo stesso regolamento impone il rispetto della Convenzione di Ginevra e inserisce eccezioni all’applicazione dei criteri di competenza per l’esame della domanda di asilo se nel Paese che sarebbe competente è a rischio la tutela dei diritti umani del richiedente.La Corte, quindi, che ha modificato il precedente orientamento seguito nell caso K.R.S. contro Regno Unito, ha ritenuto che, in questo caso, il Belgio, decidendo di consegnare un cittadino afgano entrato in Europa dalla Grecia al Paese ellenico ha violato l’articolo 3 della Convenzione che vieta i trattamenti disumani e degradanti, nonché gli articoli 13 e 46. La Corte ha anche condannato la Grecia per le gravi violazioni relative al trattamento dei richiedenti asilo e ha imposto misure individuali e generali oltre a obbligare gli Stati a un indennizzo nei confronti del cittadino afgano.

Dinanzi alla CEDU pendono oltre 1.000 casi riguardanti l’applicazione del regolamento di Dublino, soprattutto contro Belgio, Paesi Bassi, Finlandia e Francia.

Scritto in: CEDU, diritto di asilo | in data: 21 gennaio 2011 |