“Better Protecting Refugees in the EU and Globally”: è il titolo del documento presentato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati funzionale a indicare le strade da seguire per una riforma del sistema di protezione dei rifugiati in cui gli Stati Ue mettano un maggiore impegno per l’integrazione di chi fugge dalla guerra e dalle persecuzioni, assicurando abitazioni, lavoro e formazione linguistica. Nell’anno appena trascorso milioni di persone hanno lasciato tutto per cercare un futuro in Europa. La risposta dei Paesi membri è stata frammentata, con pochi Stati chiamati a dare supporto e molti che continuano a girare le spalle. Di qui la necessità che vi sia una maggiore condivisione, con un miglioramento delle condizioni di vita dei migranti. Indispensabile – si legge nel documento – la costituzione di corridoi umanitari funzionali ad evitare che i migranti mettano a repentaglio la propria vita e un piano di ricollocamento che sia in linea con quello adottato dall’UNHCR a giugno 2016. Nel documento sono fornite talune proposte per l’utilizzo di modelli di registrazione che siano in grado di assicurare il ricongiungimento familiare, con procedure accelerate per l’asilo alle quali devono dare un maggiore supporto le Agenzie Ue. Una sezione ad hoc è dedicata ai minori non accompagnati.

Scritto in: asilo | in data: 17 gennaio 2017 |
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Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti ha divulgato, il 15 dicembre, il rapporto sull’Italia all’esito della visita che si è svolta nel dicembre 2015 (CPT/Inf(2016)33 2016-33-inf-eng). Per il Comitato sono evidenti alcune violazioni soprattutto con riguardo a un volo con rotta Roma-Lagos (Nigeria) conseguenza di un’immediata espulsione di alcuni cittadini nigeriani che erano ancora in attesa del responso dei giudici di appello sulla richiesta di asilo. Un iter seguito in base a un accordo di riammissione tra Italia e Nigeria. In primo piano, le violazioni dell’Italia con riguardo agli obblighi informativi alle persone trattenute, il cui rispetto è invece indispensabile per assicurare che l’espulsione avvenga in linea con gli standard internazionali. Nel caso analizzato dal Comitato, invece, i destinatari del provvedimento erano stati informati solo il giorno prima della partenza (le donne la mattina stessa), non erano stati sottoposti a visite mediche e non avevano beneficiato dell’effetto sospensivo del provvedimento relativo all’espulsione in attesa del giudizio di appello. Dubbi, poi, anche sul pieno rispetto delle regole in materia di accesso a un legale. Un insieme di fattori negativi che fa dire al Comitato che ci sono rischi di violazione del principio di non refoulement. Di qui la richiesta di prevedere, nel caso di attuazione degli accordi di riammissione, un’attività di monitoraggio da affidare ad organismi internazionali come lo stesso Comitato. L’Italia ha tre mesi di tempo per mettere in atto le raccomandazioni del Comitato e assicurare, così, il rispetto della Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti.

Qui le osservazioni del Governo italiano 2016-34-inf-eng

Scritto in: asilo, tortura | in data: 21 dicembre 2016 |
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L’Ungheria non è un Paese sicuro. Di conseguenza, deve essere bloccato il trasferimento verso Budapest di un cittadino extra Ue che fa richiesta di asilo in Italia. Lo dice, per la prima volta con riguardo all’Ungheria, il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 4004 del 27 settembre (40042016), con la quale i giudici amministrativi non hanno fatto altro che constatare le misure di stampo xenofobe del Governo di Orban, dai trattamenti inumani e degradanti, passando per il prolungamento della detenzione dei richiedenti asilo per arrivare al “muro anti-immigrati” in costruzione sotto gli occhi dell’Unione europea. Per arrivare alla conclusione che troppi elementi fanno “ritenere fondato il rischio che il provvedimento impugnato esponga il ricorrente alla possibilità di subire trattamenti in contrasto con i principi umanitari e con l’art. 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE”.

La questione dinanzi al Consiglio di Stato verteva sul provvedimento della Direzione centrale dei servizi civili per l’immigrazione e l’asilo – Unità di Dublino che aveva deciso il trasferimento in Ungheria del ricorrente perché lì era stata presentata la domanda di asilo. Arrivato in Italia, l’uomo aveva avanzato una nuova istanza ma le autorità italiane avevano chiesto a quelle ungheresi di riprendere in carico l’interessato secondo l’articolo 18 del regolamento n. 604/2013 (Dublino). Il Tribunale amministrativo del Lazio aveva ritenuto legittima la decisione e dato, in pratica, il via libera al rientro in Ungheria. Diversa la posizione del Consiglio di Stato che ha annullato la sentenza del Tar. Per arrivare a questa conclusione i giudici amministrativi di ultimo grado hanno compiuto un’attenta valutazione dello stato dei diritti dell’uomo in Ungheria con riferimento ai richiedenti asilo. Sono proprio le carenze sistemiche nella procedura di protezione internazionale e le condizioni di accoglienza a far decidere i giudici amministrativi nel senso di impedire il trasferimento, in linea con quanto previsto dall’articolo 3 del regolamento Dublino. E’ fondato – osserva il Consiglio di Stato – il rischio che lo straniero richiedente sia sottoposto a trattamenti inumani e degradanti in Ungheria. A sostegno di questa conclusione i giudici citano le dichiarazioni dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati, di Human Rights Watch e di Amnesty International. Ma a ben guardare parlano da sole le scelte del Governo e del Parlamento ungherese. Quest’ultimo ha approvato a luglio 2015 una legge sull’immigrazione che calpesta i diritti dei migranti, ha previsto una procedura accelerata per le espulsioni e una stretta sulla concessione dell’asilo, inclusa la cancellazione delle istanze se i richiedenti lasciano la residenza in Ungheria per più di 48 ore. Fino ad arrivare alla vergogna d’Europa ossia il “muro anti-immigrati”.“Una barriera – scrive il Consiglio di Stato – che “ben rappresenta il clima culturale e politico di avversione al fenomeno dell’immigrazione e della richiesta di protezione dei rifugiati”. Bocciato, così, il trasferimento con la conseguenza che la decisione sull’asilo spetta all’Italia.

 

Scritto in: asilo | in data: 4 ottobre 2016 |
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EASOs-logoIl numero più elevato di domande di protezione internazionale mai presentato dal 2008 ad oggi. Nel 2015, infatti, le domande sono state quasi 1,4 milioni con la maggior parte delle istanze provenienti dalla Siria, dai Balcani occidentali e dall’Afghanistan. Sono stati la Germania, l’Ungheria, la Svezia, l’Austria e l’Italia i principali paesi di accoglienza. E’ quanto risulta dalla relazione annuale 2015 dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo presentato il 12 luglio (EN_ Annual Report 2015_1). Il rapporto contiene i dati dei 28 Stati membri più Norvegia e Svizzera. Allarmante l’arretrato con oltre 1 milione di richieste per le quali non vi è stata ancora una decisione, con la conseguenza che “il volume delle domande pendenti è quasi raddoppiato rispetto all’anno scorso”. In dettaglio, le domande presentate dai siriani sono state 380mila (triplicate rispetto al 2014) e 196.170 quelle degli afgani con un incremento record del 359% e la quota più alta di minori non accompagnati richiedenti protezione internazionale. Il rapporto analizza anche l’applicazione del programma di ricollocazione per sostenere gli Stati in prima linea ossia Italia e Grecia.

Per quanto riguarda i minori non accompagnati, nel 2015 le richieste di protezione internazionale sono state 95.985 e hanno coinvolto soprattutto Svezia, Germania, Ungheria e Austria. Stabili le domande di protezione sussidiaria.

Scritto in: asilo | in data: 18 luglio 2016 |
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Mentre l’Unione europea si avvia a riformare il sistema di asilo, incasellando intanto un errore dopo l’altro nell’affrontare la crisi umanitaria dei migranti, concludendo una sorta di patto con il diavolo con la Turchia di Erdogan (http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3409), l’Agenzia europea per i diritti fondamentali ha adottato il parere n. 1/2016 sull’adozione di un elenco comune sui Paesi di origine da considerare sicuri (fra-2016-opinion-safe-country-of-origin-01-2016_en). La richiesta di parere è arrivata dal Parlamento europeo in vista dell’adozione della proposta della Commissione sull’adozione di un regolamento su un elenco comune in tutta l’Unione europea (COM(2015)452). L’Agenzia riconosce che una classificazione comune di Paesi di origine sicuri può servire a rendere più rapide le decisioni sulle procedure di asilo, ma mette in guardia sul rispetto degli obblighi che incombono su tutte le autorità nazionali tenute ad assicurare un accertamento sulla situazione individuale dei richiedenti asilo.

Il diritto di asilo, infatti, non rientra tra quelli negoziabili e, quindi, l’elenco, non può essere l’unico strumento disponibile per accelerare le domande di asilo. In particolare, l’Agenzia Ue chiede il rispetto di alcuni diritti inviolabili: la garanzia nell’attuazione del principio di non refoulement, la protezione dalle espulsioni collettive, la piena applicazione del diritto al ricorso giurisdizionale, la tutela dei minori non accompagnati e il diritto a non essere discriminati.

Il 6 aprile, intanto, la Commissione europea ha presentato una proposta di regolamento per riformare il sistema europeo comune di asilo (reform), con modifiche in cinque aree prioritarie: al regolamento di Dublino con un nuovo sistema di ripartizione; ulteriore armonizzazione delle procedure di asilo per garantire un trattamento più umano in tutta l’Unione ed evitare fenomeni di asylum shopping, modifiche al mandato dell’ufficio europeo di sostegno per l’asilo, rafforzamento del sistema Eurodac.

Scritto in: asilo | in data: 21 aprile 2016 |
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Via libera all’attuazione della direttiva 2013/33/Ue recante norme relative al’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale, nonché della direttiva 2013/32/Ue sulle procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale. E’ stato infatti pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 15 settembre, n. 214, il decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142 (protezione internazionale) la cui adozione era stata prevista nella legge di delegazione europea 2013. Con le nuove regole sulle procedure e sull’accoglienza, il trattenimento non può essere disposto con il solo obiettivo di consentire l’esame della richiesta di protezione internazionale. In ogni caso, lo Stato deve migliorare le condizioni di trattenimento per garantire l’assistenza necessaria. Nel segno del rispetto della dignità umana. E’ inoltre imposta la preservazione dell’unità familiare con regole ad hoc per assicurare la piena realizzazione dell’interesse superiore dei minori e adeguate garanzie per i minori non accompagnati che dovrebbero essere accolti in famiglie o centri appositi. Rafforzata anche l’assistenza alle categorie vulnerabili.

Se da un lato è consentito l’accesso nei centri ad avvocati e a personale dell’ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati, dall’altro lato è prevista la possibilità, per le autorità nazionali, di limitare l’accesso per motivi di sicurezza pubblica e ordine pubblico. E’ già disciplinata l’ipotesi dell’eccezionalità ossia che i centri non siano in grado di ospitare altri individui con la possibilità di indirizzarli verso strutture temporanee. Revoca immediata per chi si allontana ingiustificatamente dai centri. Il richiedente, che ha formalizzato la domanda e che non dispone di mezzi sufficienti, ha accesso alle misure di accoglienza del Sistema di protezione per i richiedenti asilo e per i rifugiati (SPRAR). Resta da vedere quali cambiamenti effettivi si realizzeranno nelle condizioni di vita dei richiedenti asilo e protezione internazionale.

Scritto in: asilo | in data: 17 settembre 2015 |
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Le autorità nazionali sono obbligate a informare gli stranieri, che entrano illegalmente sul territorio italiano, della possibilità di richiedere la protezione internazionale. Se non lo fanno, il respingimento è illegittimo così come il provvedimento di trattenimento. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sesta sezione civile – 1, con la sentenza n. 5926/15 depositata il 25 marzo (5926). La Suprema Corte ha accolto il ricorso di un cittadino nigeriano che era stato trattenuto nel centro di identificazione e di espulsione in vista dell’esecuzione del decreto di respingimento. Lo straniero aveva impugnato il decreto sostenendo di non aver ricevuto alcuna informazione sulla possibilità di richiedere asilo malgrado quanto previsto dalla direttiva 2013/32 recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale, che impone di informare gli stranieri giunti in modo irregolare sul territorio Ue delle procedure di protezione internazionale. La Cassazione, chiarito che la direttiva in esame non è stata ancora recepita e che il termine per l’attuazione non è ancora scaduto, ha però precisato che sussiste l’obbligo di informare gli stranieri malgrado ciò non sia previsto dalle norme nazionali. Questo perché è necessario procedere all’interpretazione conforme e costituzionalmente orientata al rispetto delle norme interposte della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Tra l’altro – osserva la Cassazione – proprio nel caso Hirsi contro Italia, Strasburgo ha precisato che l’obbligo di fornire informazioni, la cui assenza è spesso un ostacolo all’acceso alle procedure di asilo, è sancito dalla Convenzione. Così, la Cassazione ha ritenuto il respingimento illegittimo in assenza del preventivo dovere d’informazione che ostacola l’esercizio tempestivo del diritto di richiedere la protezione internazionale, illegittimità che si riverbera anche sul provvedimento di trattenimento.

Scritto in: asilo | in data: 1 aprile 2015 |

Dal 20 marzo scattano le nuove regole sulle procedure per il riconoscimento della protezione internazionale a seguito dell’entrata in vigore del Decreto del Presidente della Repubblica 12 gennaio 2015 n. 1 (protezione internazionale) “Regolamento relativo alle procedure e la revoca della protezione internazionale a norma dell’articolo 38, comma 1, del decreto legislativo 28 gennaio 2008  n. 25”, atto che ha consentito il recepimento della direttiva 2005/85/Ce sulle norme minime per le procedure applicate ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato (cosiddetta direttiva procedure).

Il testo, che abroga il dPR del 16 settembre 2004 n. 303, contiene le regole riguardanti l’iter per la domanda di protezione internazionale che potrà essere presentata anche in forma orale. Chiarimenti sull’istruttoria e sui compiti della Commissione territoriale a cui compete l’esame dell’istanza di protezione internazionale. In caso di rigetto della domanda spazio ai ricorsi giurisdizionali. Il dPR introduce nuove norme sui Centri di accoglienza dei richiedenti asilo (CARA), anche con riguardo a coloro che hanno diritto ad entrare, nonché le disposizioni relative alla cessazione e alla revoca dello status.

Scritto in: asilo | in data: 17 marzo 2015 |
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Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale il numero di rifugiati, di richiedenti asilo e di profughi ha superato i 50 milioni. Aumentano, poi, di molto, i casi di migranti vittime dei trafficanti di esseri umani e che trovano la morte su barconi, attraversando il Mediterraneo, come nel caso di Lampedusa. Pertanto, l’Agenzia europea dei diritti fondamentali prova a spingere gli Stati membri dell’Unione europea a rafforzare i canali di entrata legali per coloro che hanno bisogno di protezione e che provengono, nella maggior parte dei casi, dall’Afghanistan, dall’Eritrea, dalla Somalia, dal Sudan e dalla Siria, Paese nel quale è in corso una catastrofe umanitaria. L’Agenzia ha diffuso un documento  (fra-focus_02-2015) che indica i passi da seguire per incentivare l’impiego di canali legali prima che gli individui rischino la vita sui barconi e finiscano vittime della tratta di esseri umani. Tra gli strumenti, i programmi umanitari nei Paesi in cui sono in corso crisi umanitarie e il ricollocamento in Paesi diversi da quelli di ingresso, sulla base di accordi predefiniti. L’Agenzia chiede alla Commissione di attivarsi per proporre un atto che tenga conto dei principi indicati.

Scritto in: asilo | in data: 10 marzo 2015 |
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La Corte di giustizia dell’Unione europea, nella sentenza Shepherd del 26 febbraio (causa C-472/13, shepherd), ha chiarito a quali condizioni gli Stati membri sono tenuti a concedere l’asilo ai cittadini di Paesi terzi che disertano per  il rischio di essere coinvolti in crimini di guerra, risolvendo alcuni quesiti interpretativi posti dal Tribunale amministrativo di Monaco di Baviera. La vicenda riguardava un soldato americano che aveva chiesto asilo in Germania. Il militare, di stanza in Germania, aveva ricevuto un ordine di missione per l’Iraq ma, essendo già stato in missione a Tikrit nel 2004, aveva deciso di non partire e aveva presentato domanda di asilo in ragione del fatto che la diserzione costituiva un reato molto grave negli Stati Uniti. L’Ufficio federale tedesco competente in materia di immigrazione e rifugiati aveva respinto la richiesta. Il Tribunale amministrativo di Monaco ha chiesto alla Corte di giustizia di chiarire la portata di alcune disposizioni della direttiva 2004/83/Ce del 29 aprile 2004 sulla qualifica di rifugiato (recepita in Italia con Dlgs 251/2007) e, in particolare, dell’art. 9 che considera come atti di persecuzione, tra gli altri, le “e) azioni giudiziarie o sanzioni penali in conseguenza al rifiuto di prestare servizio militare in un conflitto, quando questo comporterebbe la commissione di crimini, reati o atti che rientrano nelle clausole di esclusione di cui all’articolo 12, paragrafo 2”. Chiarito che la direttiva deve essere interpretata nel rispetto della Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951 sullo status di rifugiato (ratificata dall’Italia con legge 24 luglio 1954 n. 722) e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, la Corte di giustizia ha precisato che, affinché si possa ipotizzare la sussistenza di una persecuzione, è necessario che venga raggiunto un determinato livello di gravità che va accertato nel momento in cui viene adottata la decisione, tenendo conto di tutti i fatti pertinenti relativi al Paese di origine.

Sotto il profilo soggettivo, la Corte Ue esclude un’interpretazione restrittiva precisando che la norma indicata si estende a tutto il personale militare “incluso quello di sostegno logistico o tecnico”. Né, ai fini dell’esclusione della protezione di cui all’art. 9, rileva che, sulla base dei criteri rilevanti per la Corte penale internazionale, in ragione della partecipazione indiretta alle ostilità, il disertore non potrebbe essere considerato autore dei crimini.

Detto questo, però, non va dimenticato che l’obiettivo della direttiva è tutelare coloro che hanno effettivamente bisogno di protezione internazionale, con la conseguenza che la qualità di personale militare è una condizione necessaria ma non sufficiente per potersi avvalere dell’art. 9, par. 2, lettera e). La situazione, quindi, va verificata con specifico riferimento a un determinato conflitto, senza che assuma rango primario la circostanza che, in passato, l’unità del richiedente o altri membri siano stati ritenuti autori di crimini, malgrado – osserva la Corte di Lussemburgo – ciò possa costituire uno degli indizi. La Corte passa poi a indicare gli elementi che i giudizi nazionali devono prendere in considerazione al fine di verificare se la realizzazione dei crimini sia plausibile o no. Per i giudici Ue, la circostanza che l’intervento militare avvenga sotto la bandiera Onu o con il consenso internazionale prova, ”in linea di principio”, che sussistono garanzie che non saranno commessi crimini di guerra, anche se – osserva la Corte – non può essere escluso “che nell’ambito delle operazioni di guerra siano commessi atti contrari ai principi stessi della Carta delle Nazioni Unite”. Rilevante, altresì, che nell’ordinamento dello Stato di origine del richiedente sia prevista la punizione per gli autori di crimini di guerra.

Ultima considerazione il comportamento del richiedente che, nel caso di specie, dopo essere andato in Iraq la prima volta, aveva prorogato il servizio. Questo spinge la Corte a concludere che se il richiedente lo status di rifugiato non ricorre alla procedura per avvalersi dell’obiezione di coscienza non può godere della protezione di cui all’art. 9, a meno che non dimostri “di non aver potuto disporre, nella sua situazione concreta, di nessuna procedura siffatta”.

Per quanto riguarda le misure delle quali il richiedente sarebbe destinatario, la Corte precisa che, per ottenere la protezione internazionale, è necessario un determinato livello di gravità e che, quindi, si verifichi una violazione dei diritti fondamentali tale da essere valutata come una persecuzione ai sensi della Convenzione di Ginevra. Pertanto, il giudice nazionale deve verificare se le azioni giudiziarie e le sanzioni in cui potrebbe incorrere il ricorrente siano sproporzionate, cosa che alla Corte non sembra.

 

 

Scritto in: asilo | in data: 3 marzo 2015 |
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