La Croazia e la Serbia non hanno commesso genocidio. E’ il verdetto della Corte internazionale di giustizia che, con la sentenza depositata oggi, chiude una controversia lunga 15 anni (18422). La Corte ha respinto il ricorso della Croazia che accusava la Serbia e le sue forze paramilitari di genocidio, tra il 1991 e il 1995, dopo la dichiarazione di indipendenza di Zagabria. Dopo la riconquista del territorio, secondo la Serbia, sarebbe stata la Croazia a macchiarsi di genocidio. 02-03-2015International_CourtIn entrambi i casi, accuse non fondate per la Corte internazionale di giustizia che ha analizzato gli atti commessi alla luce della Convenzione sul genocidio del 1948 ed è giunta alla conclusione che nei diversi comportamenti posti in essere è mancato il dolus specialis ossia l’intento specifico di eliminare un determinato gruppo etnico, razziale  o religioso.

La Corte, che è arrivata a sentenza dopo un processo lunghissimo, durato 15 anni (il ricorso della Croazia era stato depositato il 2 luglio 1999), ha evidenziato che è mancato l’intento genocidario e che le parti non hanno fornite prove volte a dimostrare l’esistenza dell’intenzionalità di distruggere in tutto o in parte un gruppo. Sul punto, la Corte ha ribadito di dover essere pienamente convinta per poter pronunciarsi in ordine all’esistenza del genocidio.

Scritto in: Corte internazionale di giustizia | in data: 3 febbraio 2015 |
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sendthumb_square.aspLa Corte internazionale di giustizia ha diffuso la sesta edizione dell’Handbook of the International Court of Justice, curato dalla cancelleria dell’organo giurisdizionale internazionale (manuel_en).

Dopo aver ripercorso la storia della Corte, il volume, che è alla sesta edizione (la prima è apparsa nel 1976), passa in rassegna la prassi della stessa Corte sino al 31 ottobre 2013. Nel testo sono prese in esame sia le sentenze della Corte, con una breve sintesi delle vicende, sia i pareri consultivi. Un capitolo ad hoc è dedicato all’analisi dei casi che hanno contribuito allo sviluppo del diritto internazionale. Il testo, nel quale è inclusa la documentazione relativa al funzionamento della Corte, si conclude con un indice analitico e una bibliografia.

Scritto in: Corte internazionale di giustizia | in data: 17 dicembre 2014 |
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L’Argentina ha depositato, presso la Corte internazionale di giustizia, un ricorso contro gli Stati Uniti (18354). In particolare, il Paese sudamericano sostiene che, a seguito della decisione della Corte suprema Usa del 16 giugno 2014 (12-842_g3bi) che ha imposto all’Argentina di non effettuare pagamenti del debito ristrutturato dopo il default del 2001 se non procede in via preliminare al rimborso degli hedge fund che hanno rifiutato intese con il Governo, gli Stati Uniti hanno violato la sovranità argentina e l’immunità degli Stati, agendo così in modo contrario al diritto internazionale (qui il comunicato della Presidenza argentina, pres_haya). La Corte suprema ha stabilito che gli hedge fund titolari di bond, che non hanno aderito ai piani di ristrutturazione argentina, hanno diritto di ottenere, nel complesso, 1,3 miliardi di dollari e hanno ottenuto di poter agire dinanzi ai tribunali Usa per ottenere l’esecuzione effettiva dei pagamenti. Nella pronuncia, la Corte suprema ha escluso che sussistesse l’immunità dell’Argentina sia perché in alcuni contratti lo stesso Stato vi aveva rinunciato sia perché si trattava di un’attività commerciale.

udges of the International Court of Justice during the sitting held on 31 March 2014 (Delivery of the Court’s Judgment). Les juges de la de la Cour internationale de Justice lors de la session du 31 mars 2014 (lecture de l'arrêt de la Cour).Una situazione che ha spinto l’Argentina, per la seconda volta in 13 anni,  a dichiarare default. Ora il ricorso alla Corte internazionale di giustizia in base all’articolo 38, par. 5 del Regolamento della Corte dell’Aja. Adesso, mancando altre basi per attribuire la giurisdizione alla Corte, la parola passa agli Stati Uniti che potranno decidere di rendere una dichiarazione di accettazione di competenza della Corte internazionale di giustizia o, con più probabilità, di non accettarla. In questo caso la Corte non potrà pronunciarsi.

Scritto in: Corte internazionale di giustizia, immunità Stati esteri | in data: 8 agosto 2014 |
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Arriva all’Aja un nuovo ricorso sulla controversa questione dell’immunità degli organi dello Stato dalla giurisdizione. Il 26 settembre, la Repubblica di Guinea ha presentato un ricorso contro la Francia che ha avviato indagini nei confronti del Presidente della Repubblica Mbasogo e il ministro degli esteri Mangue. Nel suo ricorso, la Guinea chiede l’annullamento del mandato di arresto emesso nei confronti del ministro e di tutti gli atti d’indagine compiuti dalle autorità francesi considerate in contrasto con il principio di sovranità degli Stati e con la regola consuetudinaria relativa all’immunità dalla giurisdizione di organi di uno Stato estero. Adesso, la parola passa alla Francia alla quale spetta manifestare la propria accettazione di competenza della Corte. Poi, se arriverà il sì francese, la questione sarà analizzata dalla Corte.

La Corte di Cassazione, prima sezione penale, con sentenza n. 32139 depositata il 9 agosto (2012_32139) dà esecuzione, suo malgrado, alla sentenza della Corte internazionale di giustizia del 3 febbraio 2012 nella controversia Germania contro Italia. La Corte dell’Aja aveva ritenuto che l’Italia, negando l’immunità dalla giurisdizione alla Germania nelle azioni avviate contro Berlino da parenti delle vittime di deportazioni durante la Seconda guerra mondiale e dichiarando l’esecutività di una sentenza greca su beni tedeschi in Italia avesse violato il diritto internazionale e, in particolare, la regola dell’immunità degli Stati dalla giurisdizione. La Corte internazionale ha imposto all’Italia di adottare una legge per rimediare alla violazione o di scegliere un altro mezzo idoneo a rispettare il dispositivo. La Cassazione, con la sentenza del 9 agosto, pur nutrendo non pochi dubbi sulla sentenza della Corte internazionale di giustizia che ha confinato “alla sua sola portata sostanziale” la norma di ius cogens che vieta le gravi violazioni dei diritti dell’uomo, privandola di effettività concreta, inizia ad adeguarsi. Pertanto la Cassazione ha annullato la sentenza della Corte  militare di Appello del 10 maggio 2011 con la quale si riconosceva la responsabilità penale di militari tedeschi e civile dello Stato per l’eccidio di 350 civili in Italia.  Tuttavia, per la Suprema Corte, la decisione dei giudici internazionali, che hanno rilevato una differenza tra norme sostanziali e procedurali, provoca un sicuro effetto negativo come  l’impunità degli autori dei crimini, escludendo inoltre che le norme di ius cogens possano incidere sull’immunità. In ogni caso, la sentenza va rispettata e la Cassazione si adegua e rende inefficace la pronuncia escludendo la giurisdizione italiana. In ultimo, però, la Corte di cassazione ci tiene a sottolineare la propria autonomia nella funzione giurisdizionale “da vincoli diretti e immediati scaturenti dal dictum della Corte internazionale di giustizia”.

Si veda il post del 6 febbraio http://www.marinacastellaneta.it/litalia-sconfitta-allaja.html

Scritto in: Corte internazionale di giustizia, immunità Stati esteri | in data: 10 agosto 2012 |

La Corte internationale di giustizia, con la sentenza del 20 luglio, ha stabilito, nella controversia tra Belgio e Senegal (http://www.icj-cij.org/docket/files/144/17064.pdf), che quest’ultimo Stato è tenuto a estradare verso il Belgio o a processare l’ex presidente del Ciad Habré. Alla Corte si era rivolto il Belgio che aveva avviato un’azione penale su denuncia di alcuni parenti e associazioni di vittime dei crimini commessi dall’ex Presidente del Ciad. Il Belgio, in forza della giurisdizione universale, aveva trasmesso un mandato di arresto internazionale al Senegal dove si era rifugiato il criminale, ma Dakar non aveva estradato Habré. Di qui la sottoposizione della controversia alla Corte internazionale di giustizia che, dopo quattro anni, ha concluso che il Senegal ha violato la Convenzione contro la tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti del 10 dicembre 1984 non svolgendo inchieste sui crimini perpretati da Habré in violazione degli articoli 6 e 7, norma che dispone l’obbligo aut dedere aut iudicare. La Corte, invece, non ha accolto la richiesta del Belgio il quale chiedeva ai giudici internazionali di dichiarare che il Senegal aveva violato un obbligo di diritto internazionale consuetudinario in base al quale il Senegal era tenuto ad avviare un’azione penale nei confronti di Habré per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Per la Corte, infatti, nel momento in cui è stato presentato il ricorso la controversia tra i due Stati non riguardava la violazione di un obbligo consuetudinario (posizione non condivisa dal giudice Cançado Trindade che ha allegato la sua opinione individuale.): un’occasione persa per chiarire la portata della giurisdizione universale in relazione ai crimini.

Intanto, però, sulla base del dispositivo della Corte il Senegal ha l’obbligo di cessare dall’illecito commesso in violazione della Convenzione contro la tortura e di adottare le misure per processare Habré, se sceglie di non estradarlo.

Scritto in: Corte internazionale di giustizia, tortura | in data: 25 luglio 2012 |
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Con sentenza depositata il 19 giugno (http://www.icj-cij.org/docket/files/103/17045.pdf), la Corte internazionale di giustizia chiude la controversia tra Congo e Guinea ordinando al primo Stato di versare 95mila dollari alla Guinea per i danni morali e patrimoniali subiti da Diallo, l’uomo d’affari della Guinea arrestato in modo arbitrario in Congo e poi espulso. La pronuncia sulla riparazione dei danni che – precisa la Corte – è concessa alla Guinea che ha agito in protezione diplomatica per la riparazione dei danni subiti da Diallo,  segue la sentenza del 30 novembre 2010 (http://www.icj-cij.org/docket/files/103/16244.pdf) con la quale la Corte aveva stabilito che il Congo aveva violato il diritto internazionale a seguito della decisione di espellere Diallo, individuando diverse violazioni del diritto internazionale.  In quell’occasione la Corte si era riservata di decidere sulla questione dell’indennizzo che il Congo doveva versare alla Guinea.

La Corte, a fronte della richiesta della Guinea che aspirava a un indennizzo di oltre 11 milioni di dollari, ha liquidato solo 95mila dollari richiamando, per la quantificazione dell’indennizzo, la prassi di commissioni internazionali e di altre giurisdizioni internazionali, tra le quali quella della Corte interamericana dei diritti dell’uomo, della Corte europea dei diritti dell’uomo, della United Nations Compensation Commission, del Tribunale per il diritto del mare, del Tribunale Iran- Stati Uniti e dalla Commissione per i reclami Etiopia-Eritrea. L’importo più alto (85mila dollari) comprende i danni non patrimoniali, mentre per quelli patrimoniali la Corte ha ritenuto che la Guinea non avesse fornito prove sufficienti a dimostrare i danni derivanti dal mancato guadagno di Diallo e che non fossero state fornite adeguate prove su altri danni materiali, salvo per i beni presenti nell’appartamento dell’uomo d’affari.

Di particolare interesse l’opinione individuale del giudice Cançado Trindade che ha approfondito, alla luce della pronuncia, la posizione dell’individuo nel diritto internazionale e la questione della titolarità del diritto alla riparazione dei danni (http://www.icj-cij.org/docket/files/103/17046.pdf).

Si veva il post del 30 novembre 2010 http://www.marinacastellaneta.it/il-congo-ha-violato-le-regole-sul-trattamento-degli-stranieri.html.

L’Italia ha violato il diritto internazionale negando l’immunità dalla giurisdizione alla Germania nelle azioni avviate contro Berlino da parenti delle vittime di deportazioni durante la seconda guerra mondiale e dichiarando l’esecutività di una sentenza greca su beni tedeschi in Italia. E’ la conclusione della Corte internazionale di giustizia che, con sentenza depositata oggi (http://www.icj-cij.org/docket/files/143/16883.pdf), ha chiarito l’operatività della regola consuetudinaria dell’immunità degli Stati dalla giurisdizione anche nei casi in cui organi dello Stato agiscano violando norme di ius cogens.

La Germania si era rivolta alla Corte depositando un ricorso il 23 dicembre 2008 poiché sosteneva che l’Italia non aveva rispettato la regola di diritto internazionale in materia di immunità degli Stati dalla giurisdizione a causa di una prassi giurisprudenziale, avviata con il caso Ferrini e proseguita con la sentenza della Corte di cassazione n. 1072 del 21 ottobre 2008 con la quale era stata affermata la responsabilità civile della Germania, condannata altresì al risarcimento dei danni ad alcune vittime deportate durante la seconda guerra mondiale.  Dopo il ricorso della Germania, l’Italia aveva presentato la domanda riconvenzionale alla Corte dell’Aja che era stata giudicata irricevibile (2o luglio 2010, ordinanza n. 15977). Oggi la sentenza. Per la Corte, è da respingere la tesi sostenuta dalla difesa italiana secondo la quale alla Germania non andava concessa l’immunità dalla giurisdizione nei procedimenti relativi ai risarcimenti del danno per morte o lesione alla persona (articolo 12 della Convenzione delle Nazioni Unite sull’immunità giurisdizionale degli Stati). Sia la prassi internazionale che quella interna – precisa la Corte – dimostrano che il diritto consuetudinario continua ad accordare l’immunità agli Stati per illeciti commessi sul territorio dello Stato del foro da forze armate o da altri organi dello Stato durante conflitti armati, come confermato anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. La stessa prassi, poi, prova che lo Stato non è privato dell’immunità per atti iure imperii anche se detti atti costituiscono violazioni gravi dei diritti dell’uomo e del diritto internazionale umanitario. Senza dimenticare – prosegue la Corte – che, anche presumendo che i procedimenti interni riguardavano la violazione di norme di ius cogens da parte della Germania, la regola dell’immunità non deve essere limitata. Spetta adesso all’Italia adottare norme interne o scegliere metodi in grado di assicurare che le decisioni rese dai tribunali nazionali in contrasto con il diritto internazionale cessino di avere effetto. Con buona pace per le vittime.

Per la Corte internazionale di giustizia la sentenza del Tribunale amministrativo dell’organizzazione internazionale del lavoro depositata il 3 febbraio 2010, n. 2867 è valida. Con il parere consultivo reso il 1° febbraio 2012 (http://www.icj-cij.org/docket/files/146/16871.pdf), i giudici della Corte dell’Aja hanno riconosciuto la validità della pronuncia nella quale non vi erano errori essenziali, dopo aver accertato la propria competenza a pronunciarsi in base all’articolo XII dell’allegato allo Statuto del Tribunale amministrativo, dell’articolo 96 della Carta dell’Onu e dell’articolo 65 dello Statuto.

Alla Corte si era rivolto il Fondo internazionale sullo sviluppo agricolo alle prese con una controversia tra una dipendente a tempo determinato e i vertici del Fondo secondo i quali il contratto lavorativo era cessato e nulla era più dovuto alla dipendente. La donna si era rivolta al Tribunale amministrativo che, di fatto, con sentenza del 2010, le aveva dato ragione, condannando il Fondo al pagamento di alcune somme. Di qui la richiesta di parere alla Corte che ha ritenuto valido il giudizio del Tribunale amministrativo.

Scritto in: Corte internazionale di giustizia | in data: 2 febbraio 2012 |
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Per impedire danni irreparabili la Corte internazionale di giustizia ha intimato a Cambogia e Thailandia di ritirare la presenza di propri militari dalla zona del tempio di Preah Vihear e di sospendere ogni atto armato. Con ordinanza depositata oggi (http://www3.icj-cij.org/docket/files/151/16564.pdf), la Corte internazionale di giustizia ha di fatto accolto l’istanza della Cambogia che  si era rivolta alla Corte dell’Aja chiedendo l’interpretazione della sentenza resa il 15 giugno 1962 con la quale i giudici internazionali avevano riconosciuto la sovranità della Cambogia sul tempio situato al confine con la Thailandia e l’adozione di misure provvisorie per impedire un aggravamento della situazione. La Corte ha accolto l’istanza sulle misure provvisorie dopo aver respinto la richiesta della Thailandia di cancellare la causa dal ruolo. Nei prossimi mesi la pronuncia sul merito.

Si veda il post del 3 maggio.

Scritto in: Controversie internazionali, Corte internazionale di giustizia | in data: 18 luglio 2011 |
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