La richiesta di trascrizione di un atto di nascita del figlio nato da maternità surrogata all’estero non prova la sussistenza del dolo generico necessario per poter contestare il delitto di alterazione di stato civile. Bene hanno fatto i giudici di primo e secondo grado a escludere la colpevolezza di una coppia che aveva fatto ricorso alla pratica dell’utero in affitto in Ucraina e poi chiesto la trascrizione dell’atto di nascita in Italia. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 48696/16 depositata il 17 novembre (48696) con la quale la Suprema Corte ha respinto il ricorso del Procuratore generale presso la Corte di appello di Trieste che aveva impugnato la pronuncia dei giudici di secondo grado. La Corte di appello aveva assolto, perché il fatto non costituisce reato, una coppia che si era avvalsa della maternità surrogata in Ucraina ritenendo che non era stata fornita la prova certa dell’elemento soggettivo del reato di alterazione di stato contestato agli imputati. I due coniugi, tra l’altro, avevano agito in buona fede ritenendo di essere legittimati ad avviare le procedure di trascrizione in Italia dei certificati di nascita. La Cassazione ricorda anche le modifiche dovute  alla sentenza della Corte costituzionale n. 162/2014, con la conseguenza che nell’ordinamento italiano è riconosciuta la genitorialità biologica e legale. Senza dimenticare – osserva la Cassazione – il ruolo della Corte europea dei diritti dell’uomo con le sentenze Mennesson contro Francia e Labassee contro Francia (si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/status-familiari-claudicanti-freno-alloperativita-del-limite-dellordine-pubblico.html). Riguardo al problema della trascrizione, la Suprema Corte ha precisato che se è vero che l’articolo 65 della legge n. 218/95 subordina la trascrizione in Italia di atti stranieri alla non contrarietà all’ordine pubblico, è anche vero che si sono avuti importanti cambiamenti sia grazie ad alcune pronunce della stessa di Cassazione sia della Corte europea. Inoltre, per la Suprema Corte, il certificato di nascita dei bambini nati in Ucraina era perfettamente legittimo in base alla lex loci.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/si-alla-trascrizione-dellatto-di-nascita-del-bimbo-nato-da-maternita-surrogata-allestero-lo-dice-la-cassazione-francese.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/escluso-il-reato-per-chi-ricorre-alla-maternita-surrogata-allestero-se-li-non-e-illecita.html

Scritto in: procreazione assistita | in data: 18 novembre 2016 |
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Maternità surrogata all’estero senza conseguenze penali se lì tale pratica non costituisce reato. Esclusa anche la falsità dell’atto se la coppia di italiani si limita a chiedere in Italia la trascrizione di un documento di nascita validamente costituito all’estero. Con la sentenza n. 13525/16 depositata il 5 aprile, la Cassazione, V sezione penale (13525:16), ha respinto il ricorso del Procuratore della Repubblica di Napoli che aveva impugnato la pronuncia del Tribunale di Napoli il quale aveva assolto una coppia di genitori che aveva fatto ricorso alla maternità surrogata in Ucraina sulla base della circostanza che i coniugi non volevano commettere illecito tant’è che si erano recati in un Paese in cui la maternità surrogata è lecita. La Cassazione ha condiviso la posizione dei giudici di merito secondo i quali non vi era stata alcuna alterazione dello stato civile del minore nell’atto di nascita “perfettamente legittimo alla stregua della normativa nella quale doverosamente è stato redatto” e nessun reato ai sensi dell’articolo 12 della legge n. 40/2004. La coppia – osserva la Cassazione – ha agito conformemente all’articolo 15 del d.P.R. n. 396/2000 in base al quale le dichiarazioni di nascita relative ai cittadini italiani all’estero devono essere rese all’autorità consolare e “devono farsi secondo le norme stabilite dalla legge del luogo alle autorità competenti locali se ciò è imposto dalla legge stessa”, con l’invio della copia dell’atto a cura dell’autorità diplomatica e consolare italiana. Esclusa, quindi, la falsità dell’atto perché i coniugi si sono limitati a chiedere la trascrizione dell’atto costituito in modo legittimo all’estero. Così, non vi è stato alcun atto falso con la semplice richiesta di trascrizione.

Scritto in: procreazione assistita | in data: 5 maggio 2016 |
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Dopo la Corte europea dei diritti dell’uomo, anche la Consulta interviene sul divieto previsto dalla legge italiana sulla destinazione degli embrioni soprannumerari per fini legati alla ricerca scientifica. Con sentenza n. 84/2016 depositata il 13 aprile (84:2016), la Corte, escludendo la possibilità di una pronuncia additiva, ha dichiarato inammissibile il ricorso del Tribunale di Firenze che aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale di taluni articoli della legge n. 40/2004 “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita” (PMA) come il divieto di sperimentazione e di ricerca sugli embrioni, con l’impossibilità di destinare alla ricerca gli embrioni soprannumerari (articolo 13) e il divieto assoluto di revoca al consenso alla PMA dopo l’avvenuta fecondazione dell’ovulo (articolo 6). Prima di tutto, la Consulta ha precisato che, alla luce della giurisprudenza consolidatasi, la dignità dell’embrione non “è suscettibile di affievolimento per la sola circostanza di risultare affetto da malformazioni genetiche”. Detto questo, è evidente che deve essere garantito anche il diritto alla salute della donna e le esigenze legate alla procreazione. Tuttavia, spetta al legislatore nazionale regolare la materia bilanciando, da un lato, il principio del rispetto alla vita e, dall’altro lato, le esigenze della ricerca. In questa direzione, anche la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, nella sentenza del 27 agosto nel caso Parrillo contro Italia, ha stabilito che il divieto di donazione di embrioni per la ricerca scientifica, fissato dall’articolo 13 della legge n. 40, non è contrario all’articolo 8 della Convenzione che assicura il diritto al rispetto della vita privata. Inoltre, sulle questioni sensibili dal punto di vista etico e morale e su aspetti sui quali manca ancora un’uniformità di orientamento degli Stati, i Paesi parti alla Convenzione godono di un ampio margine di apprezzamento (17 Paesi parti alla Convenzione europea ammettono la ricerca sugli embrioni, altri la vietano espressamente o la consentono solo per la protezione della salute dell’embrione). Anche alla luce di questa sentenza, la Corte costituzionale ha chiesto un intervento del legislatore proprio tenendo conto della necessità di ponderare i valori in conflitto: diritto della scienza e diritto dell’embrione “in ragione e in misura del più o meno ampio grado di soggettività e di dignità antropologica che gli venga riconosciuto”.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/cedu-conforme-alla-convenzione-il-no-alla-ricerca-sugli-embrioni-previo-esaurimento-dei-ricorsi-interni-rispettato-anche-senza-il-ricorso-alla-consulta.html

Scritto in: procreazione assistita | in data: 1 maggio 2016 |

La sentenza della Grande Camera depositata il 27 agosto nel caso Parrillo contro Italia presenta due aspetti di particolare rilievo (CASE OF PARRILLO v. ITALY). Il primo, più immediato, quello relativo al riconoscimento dell’ampio margine di apprezzamento concesso agli Stati ai quali è attribuita la possibilità di scegliere, come ha fatto l’Italia, di vietare la ricerca scientifica sugli embrioni e, il secondo, riguardante la possibilità, per gli individui, di ricorrere alla Corte europea senza dover attivare e attendere un’eventuale pronuncia della Corte costituzionale considerando il carattere indiretto del ricorso alla Consulta che non incide, così, sull’obbligo del previo esaurimento dei ricorsi interni.

A rivolgersi alla Corte europea è stata una donna che aveva utilizzato la procreazione assistita in vitro. I cinque embrioni erano stati sottoposti alla crioconservazione. Tuttavia, dopo la morte del proprio compagno, ucciso nella strage di Nassiriya prima dell’impianto degli embrioni, la donna aveva deciso di donarli in modo che potessero essere impiegati nella ricerca. La richiesta, però, era stata respinta in base al divieto di sperimentazione e di ricerca sugli embrioni fissato nella legge n. 40/2004, “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”. E questo anche se gli embrioni erano stati ottenuti prima dell’entrata in vigore della legge. La donna, quindi, sin dal 2011, aveva fatto ricorso a Strasburgo. La Camera ha rinviato il caso alla Grande Camera sia perché si trattava di una questione di particolare rilievo sia perché era il primo caso del genere arrivato a Strasburgo. Due le violazioni contestate dalla donna: la lesione dell’articolo  8 della Convenzione, che assicura il diritto al rispetto della vita privata e quella dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 sul diritto di proprietà.

Prima di tutto, però, la Grande Camera ha risposto alle eccezioni del Governo italiano secondo il quale la ricorrente aveva violato l’obbligo del previo esurimento dei ricorsi interni poiché non aveva promosso un ricorso alla Corte costituzionale. Una posizione respinta da Strasburgo che, per la prima volta, si è occupata del rapporto tra previo esaurimento dei ricorsi interni, condizione di ricevibilità dell’azione a Strasburgo a patto che essi siano effettivi sotto il profilo pratico e non solo teorico, e ricorso dinanzi alla Corte costituzionale. Ed invero, per la Corte europea, il ricorso alla Consulta non può essere considerato effettivo perché, a differenza di quanto accade in altri ordinamenti, non si tratta di un ricorso diretto. E’, infatti, il giudice di merito che deve sollevare la questione di costituzionalità. Inoltre, in aggiunta al fatto che l’Italia non ha fornito alcun esempio di pronunce interne sulla donazione degli embrioni e che non si può contestare alla ricorrente di non aver presentato un ricorso per misure proibite dalla legge, a sostegno della propria conclusione, la Grande Camera si è soffermata sulle sentenze n. 348 e 349 del 2007, con le quali è stato chiarito il diverso ruolo tra le due Corti: Strasburgo interpreta e accerta le violazioni della Convenzione, mentre la Consulta verifica la conformità del diritto interno alle norme convenzionali, come interpretate dai giudici di Strasburgo. A conferma del diverso ruolo, la Grande Camera ricorda che la stessa Corte costituzionale italiana ha sospeso l’esame di un rinvio sugli embrioni, effettuato dal Tribunale di Firenze, in attesa della sentenza della Corte europea. La Grande Camera considera senza dubbio positivo quanto stabilito con le sentenze n. 348 e n. 349 riguardo al ruolo assegnato alla Convenzione nell’ordinamento italiano, mentre traspare qualche perplessità sulla sentenza n. 49/2015 con la quale la Corte costituzionale sembra limitare  gli effetti delle pronunce di Strasburgo, stabilendo che il giudice interno non è tenuto a conformarsi alla giurisprudenza della Corte europea se non nei casi di sentenze pilota o di diritto consolidato.

Respinta anche l’eccezione del mancato rispetto della condizione temporale che impone di presentare il ricorso entro sei mesi dalla definitività del provvedimento interno, la Corte europea è passata all’esame del merito del ricorso. Per la Grande Camera, il divieto di donazione di embrioni per la ricerca scientifica, fissato dall’articolo 13 della legge n. 40, non è contrario all’articolo 8. La Corte ha chiarito che gli embrioni contengono materiale genetico della ricorrente e, quindi, sono una parte costitutiva della sua identità. Questo vuol dire che l’articolo 8, nella parte in cui tutela la vita privata, è applicabile e include il diritto di decidere degli embrioni frutto della fecondazione assistita. Gli embrioni, quindi, sono parte dell’identità personale e del diritto di autodeterminarsi. Questo porta la Corte a ritenere che la legge che vieta la donazione degli embrioni è un’ingerenza nell’articolo 8. Detto questo, però, la Grande Camera ha stabilito che l’ingerenza, alla luce delle eccezioni previste dall’articolo 8, si può considerare “necessaria in una società democratica” anche perché raggiunge un giusto bilanciamento tra interessi dello Stato e diritti individuali. Inoltre, – ed è un aspetto che la Grande Camera considera centrale – sulle questioni sensibili dal punto di vista etico e morale e su aspetti sui quali manca ancora un’uniformità di orientamento degli Stati, i Paesi parti alla Convenzione godono di un ampio margine di apprezzamento. Se 17 Paesi ammettono la ricerca sugli embrioni, altri la vietano espressamente o la consentono solo per la protezione della salute dell’embrione. Non va dimenticato, inoltre, – scrive la Corte – che il partner non aveva espresso la propria volontà sugli embrioni prima della morte, tanto più che ciò non era possibile in base alla legislazione italiana.

In ultimo, la Grande Camera ha escluso la possibilità di invocare l’articolo 1 del Protocollo n. 1. Chiarito che non è necessario esaminare la controversa questione relativa al momento in cui inizia la vita umana ai sensi dell’articolo 2 della Convenzione, che assicura il diritto alla vita, la Corte europea ha escluso la violazione del diritto di proprietà perché gli embrioni non possono essere considerati dei beni nel senso stabilito dalla norma convenzionale che ha un’evidente connotazione patrimoniale.

Scritto in: CEDU, procreazione assistita | in data: 28 agosto 2015 |
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La Corte costituzionale, con la sentenza n. 96/2015, depositata il 5 giugno (sentenza), ha stabilito che il divieto contenuto nella legge n. 40 del 19 febbraio 2004 che impedisce il ricorso alla fecondazione assistita alle coppie che, pur non essendo sterili, corrono il rischio di trasmettere malattie genetiche ai figli, è contrario agli articoli 3 (principio di uguaglianza) e 32 (diritto alla salute) della Costituzione. A sollevare la nuova questione di costituzionalità sulla legge n. 40 «Norme in materia di procreazione medicalmente assistita» è stata una coppia che non aveva potuto fare ricorso alla diagnosi pre-impianto e alla fecondazione assistita per evitare di trasmettere ai figli una grave malattia genetica. Il Tribunale ordinario di Roma, investito dalla questione, si è rivolto alla Corte costituzionale avanzando dubbi sugli articoli 1, 1° e 2° comma e 4, comma 1 della legge che, sostanzialmente, ammettono l’accesso alla fecondazione assistita solo alle coppie sterili o infertili (consentita, poi, con decreto del Ministero della salute dell’11 aprile 2008, anche alle coppie nelle quali l’uomo è affetto da malattie virali trasmissibili per via sessuale, come i soggetti colpiti dal virus dell’HIV e dall’epatite B e C). L’indicato divieto risulterebbe in contrasto con gli articoli 3 e 32, nonché con l’articolo 117 della Costituzione in ragione di quanto disposto dagli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicurano il diritto al rispetto della vita privata e familiare e il divieto di ogni forma di discriminazione. Come è noto, con la sentenza Costa e Pavan contro Italia (ricorso n. 54270/10) del 28 agosto 2012, la Corte di Strasburgo ha bocciato le incongruenze dell’ordinamento italiano sul tema della procreazione assistita, a causa della quale era stato impedito il ricorso alla fecondazione omologa in vitro a una coppia fertile portatrice sana di fibrosi cistica, che non si era potuta avvalere della diagnosi preimpianto. La Corte europea, che ha anche respinto la richiesta del Governo italiano di rinvio alla Grande Camera, ha giudicato contraddittoria la legge italiana che ammette il ricorso alla procreazione assistita solo per le coppie sterili o per quelle in cui l’uomo ha una malattia trasmissibile per via sessuale, trattando così diversamente persone che si trovano in una situazione analoga perché corrono il rischio di trasmettere una malattia ai propri figli. Senza dimenticare che analizzando la normativa di 32 Stati del Consiglio d’Europa, risulta che solo 3, ossia Italia, Svizzera e Austria, vietano il ricorso alla diagnosi preimpianto.

La Consulta ha sottolineato la correttezza della rimessione del Tribunale di Roma in relazione al contrasto con le norme della Convenzione europea anche in ragione dell’impossibilità di disapplicare il diritto interno per contrasto con la CEDU malgrado la sentenza Costa e Pavan, rilevando, però, l’irragionevolezza del divieto come sottolineato dalla Corte di Strasburgo. La Convenzione europea – ha ribadito la Consulta – non crea un ordinamento giuridico sovranazionale, ma costituisce un modello di diritto internazionale pattizio “idoneo a vincolare lo Stato, ma improduttivo di effetti diretti nell’ordinamento interno”. La Consulta segue tuttavia il ragionamento della Corte europea rilevando l’irragionevolezza del divieto contenuto nella legge n. 40. Questo perché – scrivono i giudici costituzionali – “con palese antinomia normativa (sottolineata anche dalla Corte di Strasburgo nella richiamata sentenza Costa e Pavan contro Italia), il nostro ordinamento consente, comunque, a tali coppie di perseguire l’obiettivo di procreare un figlio non affetto dalla specifica patologia ereditaria di cui sono portatrici, attraverso la, innegabilmente più traumatica, modalità della interruzione volontaria (anche reiterata) di gravidanze naturali – quale consentita dall’art. 6, comma 1, lettera b), della legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza) − quando, dalle ormai normali indagini prenatali, siano, appunto accertati processi patologici […] relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”. I citati articoli 1 e 4 della legge n. 40 impediscono così ” (pur essendo scientificamente possibile) di far acquisire “prima” alla donna un’informazione che le permetterebbe di evitare di assumere “dopo” una decisione ben più pregiudizievole per la sua salute”. Di qui la contrarietà agli articoli 3 e 32 della Costituzione con una lesione del diritto alla salute che non ha “un positivo contrappeso, in termini di bilanciamento, in una esigenza di tutela del nascituro, il quale sarebbe comunque esposto all’aborto”.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/bocciata-a-strasburgo-la-legge-sulla-fecondazione-assistita.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/temi-sensibili-e-corte-europea-dei-diritti-delluomo-in-uno-studio-di-strasburgo-un-esame-della-prassi.html.

Scritto in: procreazione assistita | in data: 10 giugno 2015 |
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La Family Court inglese, con sentenza del 13 marzo 2015 [2015] EWFC 22 (22) ha dato il via libera all’adozione di un parental order a vantaggio della coppia ricorrente che aveva avuto due gemelli a seguito di un accordo di maternità surrogata in Ucraina. Malgrado l’assenza di alcuni requisiti richiesti dalla legge inglese, i giudici hanno deciso per il sì all’emissione del certificato tenendo conto dell’interesse e del benessere dei minori. A rivolgersi al tribunale è stata una coppia sposata da 38 anni,  di circa 60 anni che, non avendo avuto figli e dopo i tentativi infruttuosi con vecchie tecniche, ha deciso di ricorrere alla maternità surrogata in Ucraina. Sono nati così due gemelli. La coppia aveva concluso un contratto con la clinica ma era stato impossibile accertare se gli ovuli erano della ricorrente o della madre surrogata. La richiesta del parental order è stata fatta dopo sei mesi a causa del fatto che la donna era irrintracciabile e, quindi, i ricorrenti non avevano potuto ottenere il consenso alla richiesta del parental order così come la rinuncia della madre surrogata a ogni diritto. Malgrado queste lacune e l’impossibilità di notificare il provvedimento, la Family Court ha disposto l’adozione del parental order tenendo conto che, senza un simile provvedimento, i minori non avrebbero avuto una madre visto che la madre biologica si era allontanata facendo perdere ogni traccia. Pertanto, tenendo conto del duraturo benessere dei gemelli, è stato deciso di adottare il parental order a vantaggio dei genitori de facto.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/proseguono-i-lavori-della-conferenza-dellaja-sulla-maternita-surrogata.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/maternita-surrogata-uno-studio-del-parlamento-europeo.html

Scritto in: procreazione assistita | in data: 1 aprile 2015 |
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La Corte di cassazione blocca il riconoscimento dello status di figlio nato a seguito di maternità surrogata all’estero. Con la sentenza n. 24001/14, prima sezione civile, depositata l’11 novembre (maternità surrogata), la Suprema Corte, applicando il limite dell’ordine pubblico, ha confermato la decisione della Corte di appello di Brescia che aveva dichiarato l’adottabilità di un bambino nato in Ucraina a seguito di maternità surrogata, sospendendo l’esercizio della potestà genitoriale dei due coniugi italiani che avevano fatto ricorso a questa tecnica all’estero. Una decisione giusta – osserva la Cassazione – proprio perché il ricorso alla tecnica della madre in affitto è vietato dalla legge italiana (legge 40/2004, articolo 12) ed è contraria all’ordine pubblico. La coppia italiana, che per motivi di salute non poteva avere figli, era andata in Ucraina e aveva fatto ricorso alla tecnica dell’utero in affitto. Tornata in Italia aveva chiesto il riconoscimento del certificato di nascita ucraino. Una richiesta inaccettabile secondo i giudici sia perché l’apostille, invocata dai coniugi, attesta solo l’autenticità del documento ma non la sua efficacia che deve essere valutata in base all’articolo 65 della legge n. 218/95, sia perché il suo riconoscimento è in contrasto con l’ordine pubblico che include non solo i valori condivisi dalla comunità internazionale, ma anche i principi e i valori dell’ordinamento italiano che risultano fondamentali e irrinunciabili. “Il divieto di pratiche di surrogazione di maternità – scrive la Cassazione – è certamente di ordine pubblico, come suggerisce già la previsione della sanzione penale”. La Suprema corte, poi, prende in considerazione la dignità della gestante e la circostanza che la stessa Corte europea dei diritti dell’uomo, in questo settore, ha attribuito un ampio margine di apprezzamento agli Stati. Ciò porta la Cassazione a concludere che il certificato di nascita non poteva essere riconosciuto e che era giusto procedere alla dichiarazione di adottabilità. Non solo. Per la Suprema Corte, in questa decisione, non vi è alcuna contrarietà al principio dell’interesse superiore del minore che è tutelato “proprio attribuendo la maternità a colei che partorisce”.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/maternita-surrogata-e-trascrizione-necessario-assicurare-i-diritti-del-minore.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/maternita-surrogata-uno-studio-del-parlamento-europeo.html

Scritto in: procreazione assistita | in data: 13 novembre 2014 |
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La Corte di cassazione francese, nel parere n. 15010 reso il 22 settembre (Cour de cassation), dice sì alla possibilità di adozione da parte del partner di una coppia dello stesso sesso che ha fatto ricorso alla procreazione assistita all’estero. Nessuna frode alla legge per i giudici della Cassazione, con un via libera all’adozione in tutti i casi in cui vi sia un interesse superiore del minore. Era stato il Tribunale di Avignone a rivolgersi alla Suprema Corte a causa del contrastante quadro normativo. Da un lato, infatti, con la legge 17 maggio 2013 è stata consentita, in Francia, l’adozione a coppie dello stesso sesso ma, dall’altro lato, è rimasta in vigore la legge sulla procreazione assistita che ammette il ricorso a queste tecniche solo per le coppie eterosessuali. E’, quindi, ammissibile – si chiedeva il Tribunale di Avignone – l’adozione da parte della partner di una donna che ha fatto ricorso all’estero alla procreazione assistita? La Corte di cassazione, anche alla luce della giurisprudenza della CEDU, ha ammesso questa possibilità escludendo la configurazione di un caso di frode alla legge.

Si veda il rapporto del consigliere referendario (R1470007 def2_ ANO) e le conclusioni dell’avvocato generale (Conclu_avocatgénéral).

 

Scritto in: procreazione assistita | in data: 25 settembre 2014 |
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Nessuna violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nei casi in cui le autorità nazionali di uno Stato parte impediscano l’accesso di un bambino nato da una maternità surrogata in un altro Stato. E’ quanto ha stabilito la Corte di Strasburgo nella decisione dell’8 luglio diffusa dalla Corte il 9 settembre, relativa al ricorso n. 29176/13 nel caso D. e altri contro Belgio con la quale i giudici internazionali hanno respinto il ricorso di due genitori i quali contestavano al Belgio la violazione dell’articolo 3, relativo al divieto di trattamenti disumani e degradanti, e dell’articolo 8 sul diritto al rispetto della vita privata e familiare per aver impedito, in un primo momento, l’ingresso in Belgio del neonato (D. ET AUTRES c. BELGIQUE). Questo il caso. Una coppia belga aveva stipulato un accordo di maternità surrogata con una donna, in Ucraina. Alla nascita del neonato, la coppia aveva ottenuto il certificato di nascita a Kiev dal quale i due coniugi risultavano come genitori. Avevano chiesto all’ambasciata belga in Ucraina il passaporto per il neonato per rientrare in patria, ma la richiesta era stata respinta. Anche il Tribunale di Bruxelles aveva rigettato l’istanza e aveva negato il riconoscimento del provvedimento ucraino. Questo perché non risultava provato il rapporto di filiazione con i due ricorrenti e, in base alla legge di diritto internazionale privato belga (art. 27), la filiazione non poteva essere stabilita sulla base dell’atto di nascita ucraino. La coppia era così rientrata in Belgio senza il neonato. Di qui il ricorso alla CEDU che, però, ha dato ragione al Belgio che, in base alle regole convenzionali, gode di un ampio margine di discrezionalità. Per la Corte, le autorità nazionali hanno giustamente richiesto prove adeguate volte ad accertare il legame con la coppia dei ricorrenti anche per combattere la tratta degli esseri umani. Un fine legittimo che ha comportato ulteriori accertamenti. Tuttavia, una volta ottenute le prove, il Belgio ha dato il via libera all’emissione del documento d’identità e all’ingresso in Belgio del bambino. Esclusa, quindi, la violazione della Convenzione.

Scritto in: CEDU, procreazione assistita | in data: 12 settembre 2014 |
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Il Tribunale di Roma, con sentenza dell’8 agosto, ha chiuso il primo round di una vicenda complessa che senza dubbio si trascinerà ancora nei tribunali nazionali e poi, forse, in quelli internazionali (fecondazione eterologa). Il Tribunale ha respinto il ricorso di una coppia che aveva fatto ricorso alla procreazione assistita ma, per un errore commesso dagli operatori sanitari, gli embrioni era stati trapiantati a un’altra coppia. Quest’ultima aveva deciso di tenere il bambino. Di qui l’inizio della controversia giudiziaria che ha spinto la coppia geneticamente titolare dell’embrione a ricorrere in sede giudiziaria chiedendo di conoscere la data di nascita del neonato e di ottenerne la consegna. In realtà, il neonato è nato in anticipo e, di conseguenza, la coppia ha chiesto che fosse affidato a una struttura idonea. A queste richieste si è opposta la coppia biologica. Un ginepraio che il giudice ha risolto in modo ineccepibile, tenendo conto degli orientamenti internazionali e riuscendo così a colmare una lacuna del nostro ordinamento. Tra i genitori genetici e quelli biologici, il Tribunale ha dato ragione a questi ultimi, soprattutto tenendo conto che, in assenza di un quadro normativo specifico, è necessario considerare le fonti esistenti, seppure alla luce delle particolarità del caso non ascrivibile sic et simpliciter a un caso di fecondazione eterologa trattandosi di una “fecondazione eterologa da errore”, né a una maternità surrogata. Nell’esame delle fonti, il giudice, in primo luogo è partito dall’articolo 269 c.c. in base alla quale “la maternità è dimostrata provando la identità di colui che pretende di essere figlio e di colui che fu partorito dalla donna, la quale si assume essere madre”. Il principio cardine è, quindi, la maternità naturale legata al fatto storico del parto. A ciò si aggiunga che in tutte le sentenze che, a diverso titolo, hanno visto conflitti tra i diversi interessi in gioco, si è dato rilievo alla responsabilità genitoriale che caratterizza il rapporto di filiazione nonché alla valutazione “del dato concreto del legame affettivo familiare”, con un posto di primo piano per l’interesse del minore (secondo quanto stabilito dalla Convenzione sui diritti dell’Infanzia approvata dalle Nazioni Unite il 20.11.1989 e ratificata in Italia dalla L. n. 176/91), nonché del “principio di “autoresponsabilità” che deve sottendere al rapporto genitoriale”. A ciò si aggiunga che, con la riforma del 2013, il concetto di famiglia si è sganciato dal dato biologico e genetico, “venendo concepita sempre più come luogo degli affetti e della solidarietà reciproca”. In questa direzione anche gli organi giurisdizionali internazionali. Di recente, la Corte europea dei diritti dell’uomo, con una pronuncia del 26 giugno 2014, ha condannato la Francia per non aver trascritto il rapporto di filiazione derivante da una maternità surrogata. Il dato genetico non ha proprio assunto rilievo. Anche in relazione alle nuove norme sul disconoscimento della paternità, si dà rilievo al diritto della personalità “costituito dal diritto all’identità…sganciato dalla verità genetica della procreazione e sempre più legato al mondo degli affetti ed al vissuto della persona cresciuta ed accolta all’interno della famiglia”. Queste valutazioni portano il giudice italiano a concludere che “Non può più ragionevolmente ritenersi che il principio della verità genetica nei rapporti di filiazione sia sovraordinato rispetto agli altri interessi in conflitto”. Tra l’altro se si privilegiasse la madre genetica su quella biologica si avrebbe una soluzione incompatibile con il diritto all’intangibilità del corpo della donna con una soluzione “gravemente lesiva della dignità umana della gestante”.  A ciò si aggiunga che la scienza ha dimostrato che sin dalla gravidanza si crea un legame simbiotico con il nascituro che verrebbe compromesso se il neonato fosse sottratto alla madre biologica. Senza dimenticare che il neonato è già nato e vive con la coppia biologica. Di conseguenza, il tribunale ha ritenuto infondate le questioni di costituzionalità e ha rigettato il ricorso per carenza del fumus boni iuris.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/maternita-surrogata-e-trascrizione-necessario-assicurare-i-diritti-del-minore.html nonché http://www.marinacastellaneta.it/blog/bocciata-a-strasburgo-la-legge-sulla-fecondazione-assistita.html

Per un commento alla pronuncia della Corte di appello di Bari citata nella sentenza del Tribunale di Roma si veda commento maternità surrogata

Scritto in: procreazione assistita | in data: 10 agosto 2014 |
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