E’ una violazione del diritto alla vita garantito dall’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo il ritardo da parte di uno Stato nella somministrazione di cure mediche e farmaci gratuiti per curare un paziente malato di cancro. E’ la conclusione raggiunta dalla Corte europea nella sentenza del 10 aprile 2012 (Panaitescu contro Romania, ricorso n. 30909/06, http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?item=5&portal=hbkm&action=html&highlight=&sessionid=92038519&skin=hudoc-en) con la quale Strasburgo ha precisato gli obblighi che gravano sugli Stati in materia di tutela della salute. Alla Corte si era rivolto il figlio di un individuo malato di cancro che non aveva ottenuto tempestivamente alcuni farmaci utili per bloccare la sua malattia, malgrado la decisione di un tribunale nazionale. Le autorità amministrative avevano frapposto diversi ostacoli burocratici con la conseguenza che il paziente era stato curato con ritardo. Chiara la posizione della Corte europea: il diritto alla vita garantito dall’articolo 2 obbliga gli Stati ad adottare misure positive per proteggere le persone che si trovano sotto la propria giurisdizione. Di conseguenza, nel caso in esame, vi è stata una violazione della disposizione convenzionale perché malgrado i giudici nazionali avessero imposto la somministrazione a titolo gratuito di farmaci specifici per il paziente, le autorità sanitarie, per ragioni burocratiche, avevano ritardato la corresponsione dei farmaci. Di nessun valore poi le scuse addotte dallo Stato che si è appigliato all’assenza di fondi per non eseguire la sentenza. Di qui la condanna della Romania per violazione dell’articolo 2 con un obbligo di indennizzo al figlio del paziente morto di cancro pari a 20mila euro.

Scritto in: CEDU, diritto alla vita | in data: 16 aprile 2012 |
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La Russia non ha violato l’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo per aver ordinato l’uso di gas per liberare gli ostaggi del teatro Dubrovka, ma lo ha fatto non prevedendo adeguate misure di soccorso per i feriti  e per non aver compiuto indagini effettive sulle presunte negligenze compiute dalle forze antiterrorismo nel corso dell’attacco. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza del 20 dicembre 2011 (ricorso n. 18299/03 3 e n. 27311/03, Finogenov e altri contro Russia, http://www.echr.coe.int/ECHR/EN/Header/Case-Law/Decisions+and+judgments/HUDOC+database/) con la quale Strasburgo ha condannato la Russia per aver violato il diritto alla vita riconosciuto dall’articolo 2 della Convenzione europea. Ai giudici internazionali si erano rivolti alcuni ostaggi e parenti di vittime che erano state prese in ostaggio da terroristi ceceni durante l’assalto al teatro Dubrovka nel 2002. Le autorità russe avevano prima iniziato un negoziato ottenendo la liberazione di alcuni ostaggi e poi avevano deciso l’utilizzo di un gas misterioso che aveva causato vittime tra gli stessi ostaggi. Per la Corte europea, le autorità russe, che pure hanno usato un gas dagli effetti sconosciuti, non hanno però agito con mezzi sproporzionati e, ordinando l’attacco ai terroristi, non hanno violato l’articolo 2. Detto questo, però i giudici internazionali hanno ritenuto che il comportamento delle autorità di Mosca nella fase successiva alla liberazione degli ostaggi fosse stato condotto in violazione dell’articolo 2. Per la Corte, infatti, non poteva essere una sorpresa per le autorità di Mosca che molti ostaggi avrebbero avuto bisogno di cure mediche. Di conseguenza, doveva essere predisposto un adeguato piano di assistenza, mentre le autorità nazionali non hanno adottato alcuna misura per minimizzare gli effetti sulla salute degli ostaggi, trasgredendo così gli obblighi positivi derivanti dall’articolo 2 della Convenzione europea. Di qui la decisione di Strasburgo di concedere anche un indennizzo complessivo di 1,254.000 euro per i 64 ricorrenti.

Scritto in: diritto alla vita | in data: 28 dicembre 2011 |

Il diritto alla vita include anche il diritto di scegliere di morire in caso di grave malattia e lunghe sofferenze? E’ il quesito a cui dovrà rispondere la Corte europea dei diritti dell’uomo che, con una decisione del 10 giugno (ricorso n. 497/09, Koch contro Germania, http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?action=html&documentId=886317&portal=hbkm&source=externalbydocnumber&table=F69A27FD8FB86142BF01C1166DEA398649) ha dichiarato ricevibile il ricorso presentato dal marito di una donna tedesca che, paralizzata e immobile a seguito di una caduta, aveva chiesto alle autorità tedesche di avere una dose letale di una sostanza narcotizzante per porre fine alle sue sofferenze. A seguito del no opposto dall’istituto federale competente, la donna si era suicidata in Svizzera, con l’assistenza dell’associazione Dignitas. Dopo alcuni ricorsi interni, il marito della donna si è rivolto alla Corte europea adducendo la violazione dell’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) e, in particolare, il diritto a morire con dignità. Vinta una prima tappa: la Corte,infatti, ha respinto le richieste del Governo tedesco di dichiarare il ricorso irricevibile e quindi i giudici internazionali si pronunceranno a breve sul merito.

Scritto in: CEDU, diritto alla vita | in data: 11 giugno 2011 |
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