La frase sarà stata pure offensiva, ma la valutazione circa la diffamazione va effettuata tenendo conto dell’intero articolo e del contesto. Senza dimenticare che ogni provvedimento di natura penale posto a carico di un giornalista ha un sicuro effetto deterrente sulla libertà di stampa. E’ ancora una volta la Corte europea dei diritti dell’uomo a intervenire a tutela dei giornalisti con la sentenza Milisavljević contro Serbia (ricorso n. 50123/06, depositata il 4 aprile (CASE OF MILISAVLJEVIC v. SERBIA) con la quale Strasburgo ha condannato la Serbia per violazione della libertà di espressione garantita dall’articolo 10 della Convenzione europea dei dritti dell’uomo. Questi i fatti. Una giornalista del principale quotidiano serbo aveva pubblicato un articolo su un tema caldo, come la cooperazione delle autorità serbe con il Tribunale penale internazionale per i crimini commessi nell’ex Iugoslavia. In particolare, l’articolo era critico nei confronti di un’attivista dei diritti umani. Nell’articolo era ripresa un’espressione contenuta in un altro articolo, non scritto dalla giornalista, che definiva l’attivista come “prostituta, venduta agli interessi degli stranieri”. Tuttavia, tale espressione non era riportata tra virgolette. Così la giornalista era stata condannata, seppure solo con un ammonimento, per non aver riportato il contenuto dell’indicata espressione tra virgolette, mostrando di condividere quell’espressione. Di diverso avviso la Corte europea che, prima di tutto, ha precisato che anche senza che fossero riprodotte le virgolette, la frase riportata non costituiva un’opinione della giornalista ma una comunicazione sul come la donna era percepita da altri. D’altra parte – scrive Strasburgo – non si può chiedere a un giornalista di prendere le distanze sistematicamente e formalmente in un articolo dalle opinioni di altri. Non solo. I tribunali nazionali non hanno effettuato un bilanciamento tra i diversi diritti in gioco: da un lato il diritto alla tutela della reputazione dell’attivista e, dall’altro lato, il diritto, ma anche il dovere, del giornalista di fornire informazioni di interesse generale. E’ mancato, così, un giusto bilanciamento tra i diritti in gioco, non valutando che nell’articolo erano anche riportati diversi giudizi positivi sulla donna e che non vi era alcun attacco personale gratuito. Senza dimenticare che la donna era una figura pubblica più esposta alle critiche e che una condanna penale a danno di una giornalista ha un effetto deterrente anche su altri giornalisti, a prescindere dalla severità della pena. Di qui la condanna della Serbia per violazione dell’articolo 10 e l’obbligo di corrispondere alla cronista 500 euro per i danni non patrimoniali e 386 euro per i costi e le spese.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 6 aprile 2017 |
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Un editoriale dal titolo emblematico “la strategia del ragno”, con la descrizione del giudice neo-eletto alla Presidenza della Corte suprema portoghese come persona simbolo del corporativismo, conservatore, manipolatore, in grado di tessere una rete per scalare il potere e “simbolo del lato oscuro del sistema giudiziario”. In pratica un esemplare “di ciò che è sbagliato nel sistema giudiziario portoghese”. Parole dure, quelle scritte da un giornalista che per la Corte europea dei diritti dell’uomo non giustificano, però, in alcun modo il risarcimento danni imposto dai giudici nazionali portoghesi al giornalista citato in giudizio, in sede civile, per diffamazione. E questo anche perché l’importo imposto per il risarcimento è stato sproporzionato. Con la sentenza depositata ieri, nel ricorso n. 31566/13 (CASE OF TAVARES DE ALMEIDA FERNANDES AND ALMEIDA FERNANDES v. PORTUGAL), la Corte di Strasburgo procede, così, nella sua opera di protezione della libertà di stampa e non esita a condannare il Portogallo per violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura la libertà di espressione. Questi i fatti. Un giornalista di un quotidiano nazionale aveva scritto un editoriale nel quale criticava aspramente il neo Presidente della Corte suprema, eletto il giorno prima, classificandolo come simbolo del lato oscuro del sistema giudiziario. Il giudice lo aveva querelato in sede civile con una richiesta di 150mila euro. Il Tribunale e la Corte di appello avevano accolto l’istanza ritenendo il giornalista responsabile per diffamazione perché l’articolo era un attacco al giudice e lo avevano così condannato a versare la somma di 60mila euro (in base al diritto portoghese anche la moglie, in comunione legale, era tenuta al risarcimento). Così, il reporter ha fatto ricorso alla Corte europea che gli ha dato ragione su tutta la linea. Strasburgo riconosce che il giornalista ha usato un linguaggio aspro, ma è diritto del cronista ricorrere a un certo grado di esagerazione e provocazione. La vicenda al centro dell’articolo, poi, era di interesse pubblico e l’articolo 10, in questi casi, lascia poco spazio a restrizioni al diritto della stampa di informare. L’articolo – osserva la Corte – riguardava un ambito “nel quale le limitazioni alla libertà di espressione devono essere interpretate in modo restrittivo”. Non solo. Lo scritto al centro dell’azione giudiziaria concerneva un giudice e, quindi, un individuo che è sottoposto a critiche più ampie rispetto al cittadino comune. Certo, scrive la Corte, c’è da proteggere la fiducia verso la giustizia rispetto ad attacchi distruttivi ma, nel caso di specie, le critiche non erano legate all’attività professionale del giudice, ma alla rete politica che il Presidente si era costruito. Il giornalista poi ha espresso un giudizio di valore con una base fattuale sufficiente raccogliendo informazioni non solo da fonti la cui identità era confidenziale, ma anche da colleghi del giudice. Tra l’altro, i tribunali nazionali, nel dichiarare la responsabilità per diffamazione del giornalista, si sono distaccati dai parametri imposti dalla Corte europea perché non hanno valutato l’articolo nel suo insieme, estrapolando, invece, singole frasi, e non hanno considerato che faceva parte dello stile del giornalista, ugualmente protetto dall’articolo 10 della Convenzione, l’uso delle metafore. Chiaro, quindi, il giudizio negativo sull’operato dei giudici nazionali che non hanno applicato i criteri stabiliti dalla Corte europea nelle tante sentenze sulla libertà di stampa. La Corte bacchetta l’operato dei tribunali nazionali anche per l’importo imposto, come risarcimento, al giornalista, pari a 60mila euro. Una cifra estremamente alta che mostra un chiaro intento punitivo. A ciò si aggiunga che l’articolo non aveva avuto alcun impatto sul futuro professionale del Presidente della Corte Suprema, ma i giudici nazionali hanno agito come se ciò si fosse verificato, aumentando l’importo della sanzione. La Corte europea non ha liquidato alcuna cifra per i danni non patrimoniali al giornalista solo perché quest’ultimo non li aveva richiesti. Rispetto ai danni patrimoniali, la Corte non ha concesso un indennizzo al giornalista unicamente perché era stato l’editore a versare i 60mila euro. Liquidati, invece, 9400 euro per le spese processuali.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 18 gennaio 2017 |
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Gli standard applicati dai giudici nazionali nei casi di azioni civili per diffamazione, non conformi a quelli individuati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e ormai consolidati, portano in modo sicuro a una condanna dello Stato per violazione della libertà di stampa. Questa volta sotto la scure di Strasburgo è finita la Russia condannata, con sentenza del 13 dicembre 2016 (ricorso n. 9406/05, CASE OF KUNITSYNA v-2. RUSSIA), per violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea che assicura il diritto alla libertà di espressione. A rivolgersi alla Corte europea una giornalista freelance russa condannata a versare 258 euro (poi ridotti a 158) nel corso di un procedimento civile per diffamazione. A citare in giudizio la giornalista erano stati alcuni familiari, incluso un ex deputato della Duma, che si erano ritenuti diffamati dall’articolo della giornalista sulle condizioni di vita in una casa di riposo in cui soggiornava la madre del politico. Nell’articolo si denunciavano le difficoltà della casa di riposo, il poco personale presente e la circostanza che alcuni residenti erano di fatto abbandonati dai familiari. Un medico aveva parlato apertamente di mancanza di compassione dei familiari che avevano collocato i parenti nella casa di riposo. Citata in giudizio in sede civile, la giornalista era stata ritenuta responsabile di diffamazione. Di qui l’azione a Strasburgo che ha dato ragione alla reporter. La Corte europea parte compiendo un test sulla necessità dell’ingerenza per verificare se era giustificata da un bisogno sociale imperativo, se le giustificazioni che hanno portato alla restrizione della libertà di stampa erano rilevanti e sufficienti e se dette limitazioni erano proporzionate al fine legittimo. E’ evidente la violazione della Convenzione – osserva la Corte – perché il sistema russo non distingue tra giudizio di fatto e di valore. Non solo. I giudici nazionali non hanno agito in modo conforme alla Convenzione perché non hanno valutato la buona fede del giornalista, non hanno considerato l’obiettivo perseguito e non hanno tenuto conto dell’interesse generale del contenuto dell’articolo. Strasburgo giunge così alla conclusione che i giudici nazionali russi, non prendendo in considerazione e non applicando i parametri stabiliti dalla Corte europea, hanno commesso una violazione dell’articolo 10. Lo Stato è stato tenuto a risarcire la cronista per il danno materiale quantificato in 330 euro più 1.000 euro per le spese processuali.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 4 gennaio 2017 |
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Libertà di stampa in caduta libera in Europa. Negli ultimi 10 anni, tra diminuzione del pluralismo a vantaggio della concentrazione proprietaria dei media e normative restrittive per il lavoro dei giornalisti, gli Stati membri dell’Unione europea mostrano un volto poco rassicurante sul fronte di un diritto che è essenziale per la democrazia. Aumentano poi le minacce e le pressioni sui giornalisti. Episodi gravi che, però, quasi ovunque rimangono impuniti. Un vero e proprio grido di allarme quello lanciato dall’Agenzia Ue per i diritti fondamentali in un rapporto su “Violenza, minacce e pressioni nei confronti dei giornalisti e di altri soggetti dei media nell’Unione europea”, presentato il 17 novembre nel corso della seconda conferenza annuale sui diritti fondamentali (fra-2016-threats-and-pressures-journalists_en). Grave la situazione italiana che, nella classifica relativa ai casi di minacce e pressioni subite da giornalisti dal 1° gennaio 2014 al 1° settembre 2016, passa da 58 casi di giornalisti minacciati nel 2014 a 92 nel 2016. Il numero più alto in assoluto nello spazio Ue. Segue la Francia a quota 55 e la Polonia a 29. D”altra parte, anche in base al World Press Freedom Index Ranking, l’Italia è piombata dal 57esimo posto del 2012 al 77esimo nel 2016. In via generale, è aumentata l’ingerenza della politica, con progetti di legge, dalla Francia al Regno Unito, volti a intaccare il principio della segretezza delle fonti. Una reazione, forse, ai casi come Luxleaks e Panama Papers che hanno colpito molti potenti. Sulla concentrazione della proprietà, preoccupazione per Italia e Francia.

Diffuso anche il sondaggio di Eurobarometro sui temi del pluralismo dei media e della democrazia (ebs_452_en).

Scritto in: libertà di stampa | in data: 5 dicembre 2016 |
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La libertà di stampa va rafforzata nei periodi elettorali. Non solo le eccezioni alla libertà di espressione devono essere interpretate restrittivamente, ma è necessario garantire una libertà ancora più ampia, che include satira e parodia, nel caso di discorsi politici e di questioni di interesse per la collettività. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Grebneva e Alisimchik contro Russia (ricorso n. 8918/05, case-of-grebneva-and-alisimchik-v-russia) depositata il 22 novembre con la quale Strasburgo ha condannato la Russia per violazione della libertà di stampa garantita dall’articolo 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo. A rivolgersi alla Corte, l’editrice e la giornalista di un settimanale che, durante il periodo delle elezioni alla Duma, avevano pubblicato un’intervista satirica e un’immagine che ritraeva il corpo di una donna avvolta in una banconota e il volto di un candidato, procuratore della regione di Primorskiy. La giornalista e l’editrice erano state condannate in sede penale a una multa di 820 euro per ingiuria aggravata. Una condanna che non ha convinto affatto Strasburgo, che ha respinto le obiezioni del Governo secondo il quale andava tutelata la morale pubblica colpita anche dalle espressioni offensive e dall’uso dello slang. Chiarito che le limitazioni alla libertà di stampa vanno interpretate restrittivamente a maggior ragione nel caso di pubblicazioni che hanno al centro la politica, la Corte ha precisato che se certo il linguaggio offensivo non è protetto dall’articolo 10 della Convenzione quando raggiunge un livello di gratuita e volontaria denigrazione e quando ha il solo fine di insultare, l’uso di frasi volgari, in sé, non è decisivo, però, per ritenere che un articolo sia offensivo perché talune frasi possono essere necessarie per motivi stilistici. D’altra parte, osserva la Corte, lo stile è un componente della comunicazione perché è una forma di espressione e va protetto allo stesso modo del contenuto. La libertà di stampa, poi, copre anche il ricorso a un certo grado di esagerazione e provocazione, con la conseguenza che quando è in gioco la libertà di stampa il margine di intervento e di apprezzamento degli Stati va limitato. Senza dimenticare, poi, che la libertà di stampa è “particolarmente importante nel periodo che precede le elezioni” ed è così necessario che “le opinioni e le informazioni di ogni genere circolino liberamente”. E’ vero che nell’immagine e nell’intervista a un autore di satira si faceva un parallelismo tra il procuratore regionale e una prostituta, ma era evidente il carattere provocatorio che non era certo equiparabile a un attacco gratuito, tanto più che non si richiamava alcun aspetto della vita privata. Al contrario, l’intervento satirico e la distorsione della realtà – che è un elemento essenziale della satira e della parodia – si inserivano in un contesto generale in cui si discuteva del sostegno economico e politico ad alcuni candidati piuttosto che ad altri. E la Corte bacchetta le autorità nazionali che non hanno tenuto conto del contesto, estrapolando l’immagine e le singole espressioni, senza valutare l’interesse della collettività e il fatto che si trattava di argomenti di interesse generale. Così, le autorità nazionali hanno sbagliato perché non hanno preso in considerazione la circostanza che si trattava di una figura pubblica (seppure non un politico), con la conseguenza che la persona al centro dell’articolo doveva mostrare una maggiore tolleranza. I giudici nazionali, poi, non hanno effettuato alcun bilanciamento tra i diversi interessi in gioco e non hanno considerato che la libertà di espressione è essenziale per una società democratica. Così, accertata la violazione della Convenzione, la Corte, ribadito che una condanna in sede penale è in sé un deterrente per la libertà di stampa, ha imposto allo Stato in casusa di versare 920 euro per i danni patrimoniali e 3mila euro a ciascun ricorrente per i danni non patrimoniali.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 1 dicembre 2016 |
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In una sentenza sul rapporto tra media e trial, in una vicenda che vedeva contrapposti libertà di stampa e diritti delle persone coinvolte in uno scandalo bancario, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha chiarito che, se si tratta di una questione di interesse generale, il giornalista ha diritto di svelare l’identità di una persona che potrebbe essere coinvolta in un procedimento giudiziario. Con la sentenza depositata il 25 ottobre, Verlagsgruppe New GmbH contro Austria (ricorso n. 60818/10, case-of-verlagsgruppe-news-gmbh-v-austria), Strasburgo ha così condannato l’Austria per violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea che assicura il diritto alla libertà di espressione. E’ stato l’editore di un magazine con sede a Vienna a rivolgersi alla Corte dopo che i giudici nazionali avevano deciso una sanzione nei suoi confronti perché in un articolo pubblicato sul giornale era stata svelata l’identità di un dirigente di una banca che aveva subito gravi perdite a causa di manovre speculative rischiose. Secondo la Corte suprema austriaca, il giudice di appello, nel decidere la sanzione, aveva effettuato un giusto bilanciamento tra articolo 8 della Convenzione che assicura il diritto alla vita privata e articolo 10 che garantisce la libertà di espressione, tutelando il dirigente. Di diverso avviso la Corte europea che ha dato ragione all’editore, nel segno della libertà di stampa. La Corte riconosce che, nelle questioni giudiziarie, va evitato il cosiddetto “trial by the media” e garantito il diritto alla presunzione d’innocenza, ma la stampa ha l’obbligo di divulgare questioni di interesse generale e contribuire a informare la collettività. In questi casi – osserva Strasburgo – il margine di apprezzamento degli Stati e, quindi, l’ingerenza nel diritto alla libertà di di stampa è ridotto, con la conseguenza che i giornalisti hanno un ampio margine di azione. La Corte europea sembra poi entrare nel merito degli accertamenti compiuti dai giudici nazionali ritenendo che il dirigente della banca non appariva affatto in una posizione subordinata (come sostenuto nei giudizi nazionali), anche se non era membro del consiglio di amministrazione, poiché autorizzava la conclusione di contratti e transazioni. Certo, non si trattava di un personaggio pubblico ma questo è solo uno degli elementi da prendere in considerazione per valutare se vi è stata un’ingerenza nella vita privata di un individuo. Tra l’altro, nel caso in esame, non è stato utilizzato un linguaggio offensivo o provocatorio e non si può dire che l’articolo ha avuto conseguenze negative sulla carriera del dirigente tenendo conto che la questione, nel cerchio professionale dell’uomo, era già ben nota prima della pubblicazione dell’articolo. Irrilevante, poi, – precisa la Corte – la chiusura del procedimento penale a suo carico. Sul fronte delle sanzioni disposte a carico dell’editore, la Corte europea giudica eccessiva la sanzione (3mila euro), che non è stata simbolica. Di qui la constatazione che i tribunali nazionali sono andati al di là del margine di apprezzamento concesso agli Stati su questioni di interesse generale e l’obbligo per l’Austria di versare all’editore 7.873 euro per i danni patrimoniali e 2.750 euro per le spese processuali.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 15 novembre 2016 |

Allarme Onu sulla libertà di stampa, soprattutto per l’impunità diffusa verso coloro che colpiscono giornalisti e blogger. A lanciarlo è David Kaye, Relatore speciale dell’Onu sulla promozione del diritto alla libertà di opinione e di espressione che, nel rapporto diffuso il 20 ottobre (report) e discusso dinanzi all’Assemblea generale il 6 settembre (A/71/373), punta il dito contro i Governi che troppo spesso, anche con leggi imprecise e vaghe, permettono un’ampia discrezionalità negli interventi delle autorità nazionali colpendo così chi esercita il diritto alla libertà di espressione. Primi tra tutti i giornalisti che indagano sui casi di corruzione che coinvolgono politici.

Ricostruito il quadro normativo, il Relatore speciale si è soffermato sulla necessità che, nei casi in cui vengano poste restrizioni, in via eccezionale, alla libertà di espressione, sia l’autorità nazionale a fornire la prova circa l’esigenza di tali limitazioni. E’ necessario, inoltre, che lo spettro del terrorismo non sia usato come grimaldello per limitare libertà fondamentali come la libertà di espressione. Sotto scacco anche la comunicazione via web che è minacciata da nuove forme di repressione e di censura. Proprio nel 2016, d’altra parte, si è verificato un incremento dei casi di blocco all’accesso al web. Restano poi diffusi gli attacchi ai giornalisti, con molti Governi che brandiscono lo strumento della censura e lasciano spazio a punizioni penali nei confronti dei reporter, mentre accade troppo di frequente che chi minaccia i giornalisti resti impunito.

Un quadro allarmante, quindi, anche perché troppe limitazioni sono basate su obiettivi non legittimi dal punto di vista del diritto internazionale e non sono in linea con il principio di proporzionalità e necessità. Pertanto, il Relatore ha chiesto, in via generale, una revisione delle regole interne non conformi al diritto internazionale e un particolare supporto per rafforzare la libertà di espressione dei media indipendenti. Gli Stati – conclude il Relatore – devono evitare sanzioni eccessive nei casi di diffamazione e ogni altra misura in grado di interferire con la libertà dei media, ponendo particolare attenzione a internet.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/liberta-di-stampa-riflettori-accesi-sul-disegno-di-legge-sulla-diffamazione.html

Scritto in: libertà di stampa | in data: 26 ottobre 2016 |
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L’Italia sotto i riflettori della Corte europea dei diritti dell’uomo per la libertà di stampa. A settembre sono stati comunicati al Governo ben due casi su ricorsi presentati da giornalisti italiani condannati per diffamazione a mezzo stampa. In particolare, nel caso Sallusti contro Italia (ricorso n. 22350/13, sallusti-v-1-italy), che vede al centro la condanna del giornalista, quando era direttore del quotidiano “Libero”, per diffamazione a mezzo stampa e per omesso controllo, in qualità di direttore, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha chiesto all’Italia di chiarire lo stato del disegno di legge n. 1119B che contiene “Modifiche alla legge 8 febbraio 1948, n. 47, al codice penale, al codice di procedura penale, al codice di procedura civile e al codice civile in materia di diffamazione, di diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione, di ingiuria e di condanna del querelante nonché di segreto professionale”. E’ chiaro che la normativa interna, che prevede il carcere per i giornalisti in caso di diffamazione e che impone sanzioni sproporzionate anche sul piano pecuniario, non è conforme, in via generale, all’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura la libertà di espressione. Proprio nella comunicazione al Governo italiano, la Corte richiama le sentenze Cumpănă e Mazăre c. Romania e Fatullayev c. Azerbaijan con le quali è stato stabilito che la sanzione del carcere per i giornalisti è incompatibile con la Convenzione europea, salvo in casi eccezionali come l’incitamento all’odio, così come le sanzioni pecuniarie eccessive. Il disegno di legge giace in parlamento e, d’altra parte, da diversi anni, l’Italia non riesce a modificare un quadro normativo che è in contrasto con gli standard internazionali in materia di libertà di stampa.

L’altro caso comunicato al Governo italiano, il 1° settembre, è il ricorso Magosso e Brindani contro Italia depositato sin dal 2011 a Strasburgo (ricorso n. 59347/11, magosso-et-brindani-c-italie). Anche in questo caso, l’Italia è stata chiamata a presentare le proprie osservazioni.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/liberta-di-stampa-sotto-scacco-tra-i-paesi-parti-alla-cedu-inclusa-litalia.html

Scritto in: libertà di stampa | in data: 13 ottobre 2016 |
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L’impatto potenziale di una pubblicazione attraverso internet, suscettibile di ledere il diritto alla reputazione, è di più ampia portata rispetto alla diffusione tramite i mezzi tradizionali come la stampa ed è, quindi, giustificato un intervento delle autorità nazionali più incisivo. Un principio che arriva dalla Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza depositata il 7 giugno nel caso CICAD contro Svizzera (AFFAIRE CICAD c. SUISSE). A rivolgersi a Strasburgo un’associazione svizzera, che combatte l’antisemitismo, la quale aveva pubblicato sul proprio sito internet e in una newsletter un articolo in cui accusava di antisemitismo un professore che aveva pubblicato, nel 2005, con il supporto dell’Università di Ginevra, un libro dal titolo “Israël et l’autre”. Il curatore del volume aveva agito dinanzi ai tribunali nazionali sostenendo che era stato violato il proprio diritto alla reputazione. I giudici svizzeri gli avevano dato ragione e avevano ordinato la rimozione dell’articolo dal sito dell’Associazione. Quest’ultima si è così rivolta alla Corte europea che le ha dato torto. Per Strasburgo, non vi è stata alcuna violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea che assicura il diritto alla libertà di espressione. E’ vero che l’articolo pubblicato sul sito conteneva un giudizio di valore, ma anche in questo caso è necessario che vi sia una base fattuale sufficiente. L’articolo riguardava questioni di interesse generale, ma era particolarmente aggressivo, definendo il testo antisemita senza che, però, vi fossero dati concreti per giustificare questo giudizio. Strasburgo, poi, nell’effettuare il bilanciamento tra i diversi diritti in gioco, mette in primo piano anche il mezzo con il quale è stato disseminato l’articolo. Il web – osservano i giudici internazionali – permette una maggiore accessibilità della collettività, ha una capacità enorme di conservazione e di diffusione di dati, facilitando l’accesso al pubblico. Basti pensare, infatti, alla possibilità, introducendo unicamente il cognome del professore nel motore di ricerca, di arrivare all’articolo. E’ evidente, quindi, che internet presenta più rischi rispetto alla stampa con riguardo alla possibilità di intaccare diritti fondamentali come il rispetto della vita privata e quello alla reputazione. Di conseguenza, l’impatto potenziale dell’accusa di antisemitismo era molto più grande rispetto a quello che poteva derivare da un articolo di stampa. Inoltre, per accertare se vi sia stata una violazione della Convenzione europea, la Corte è passata a valutare l’entità della sanzione che è stata proporzionata tenendo conto che ha avuto natura civile e non penale e che l’Associazione ricorrente è stata tenuta unicamente a rimuovere l’articolo. Senza dimenticare – prosegue la Corte – che l’Associazione ricorrente aveva pubblicato una lettera di precisazioni del docente, ma il giorno dopo aveva ribadito, in un articolo, le accuse. Considerata l’esistenza di motivi pertinenti e sufficienti, idonei a giustificare l’ingerenza nel diritto alla libertà di espressione, la Corte ha respinto il ricorso, dando così ragione all’autore del libro.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 14 settembre 2016 |
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Politici obbligati a una più ampia tolleranza per le critiche che arrivano dalla stampa. Lo dice la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Nadtoka contro Russia depositata il 31 maggio (ricorso n. 38010/05, AFFAIRE NADTOKA c. RUSSIE) con la quale Strasburgo ha condannato le autorità nazionali per aver comminato una sanzione penale nei confronti di una giornalista, redattrice capo di un settimanale russo. La donna aveva pubblicato un articolo critico nei confronti del sindaco di una cittadina russa ed era stata denunciata per ingiuria e condannata. Questo perché una frase dell’articolo che accusava il sindaco di essere sospettato di corruzione e aver ottenuto numerosi vantaggi era stata considerata offensiva. Di qui il ricorso della giornalista a Strasburgo che le ha dato ragione, bocciando, ancora una volta, l’operato dei giudici nazionali che non si attengono ai parametri fissati dalla Corte europea. La Corte, verificato che la restrizione alla libertà di espressione era prevista dalla legge seppure in una norma penale sull’ingiuria troppo generica, ma non vaga e imprecisa, è passata a verificare se la restrizione fosse necessaria per la tutela di un bisogno sociale imperativo. E su questo punto la Corte dà torto alla Russia. Prima di tutto perché i giudici nazionali si sono limitati a considerare unicamente l’espressione utilizzata dalla giornalista senza accertare se la notizia fosse di interesse pubblico. E’ evidente – osserva Strasburgo – che riportare dei giudizi su un uomo politico sospettato di comportamenti illegali è una notizia di interesse generale. Poco importa, tra l’altro, che il sindaco non era stato condannato in sede penale perché la mancata condanna non esclude necessariamente la realtà dei fatti denunciati. Tra l’altro, l’articolo riportava un giudizio di valore e se è vero che è necessario che vi sia una base fattuale sufficiente è anche vero che i giudici nazionali non hanno effettuato alcuna verifica limitandosi a considerare la singola espressione utilizzata dal giornalista. Eppure il grado di esagerazione di un’espressione non è di per sé decisivo tanto più che rientra in scelte stilistiche del cronista, parte integrante del diritto alla libertà di espressione. Senza dimenticare che il giornalista ha diritto a un certo grado di esagerazione e che oggetto dell’articolo era un uomo politico tenuto a una maggiore tolleranza rispetto alle critiche. I limiti della critica ammissibile, infatti, sono più ampi verso un uomo politico rispetto ai privati perché sono i politici a scegliere volontariamente di scendere nell’arena pubblica sottoponendosi a un controllo della collettività. Sul fronte della tenuità della sanzione, la Corte ha respinto la tesi del Governo ribadendo che la pena pecuniaria non deve essere considerata in sé ma rapportata al reddito annuale e chiarendo che, anche nei casi in cui una sanzione penale è tenue, non si può dimenticare che comunque si tratta di una misura penale. La Corte ha così disposto un indennizzo morale per la giornalista pari a 4mila euro e 1.900 euro per le spese processuali.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 19 giugno 2016 |
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