Con una sentenza che, almeno a prima vista, può non apparire sulla stessa scia di una protezione rafforzata a vantaggio dei giornalisti, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha chiarito i limiti alla pubblicazione di atti coperti da segreto istruttorio. Nella pronuncia Y. contro Svizzera (ricorso n. 22998/13, AFFAIRE Y c. SUISSE) Strasburgo, infatti, ha dato ragione allo Stato in causa ritenendo che la sanzione pecuniaria disposta contro un giornalista che aveva pubblicato atti coperti da segreto istruttorio non era incompatibile con l’articolo 10 della Convenzione che assicura la libertà di espressione, individuando, però, i parametri da rispettare per ottenere, nei casi di divulgazione di atti giudiziari, una tutela da Strasburgo. Ed invero, dalla pronuncia risulta chiara la posizione della Corte europea che non ritiene conforme alla Convenzione un divieto assoluto circa la pubblicazione di atti coperti da segreto laddove vi sia un interesse pubblico per la notizia, ma considera compatibile con il diritto convenzionale un intervento delle autorità nazionali che sanzionano la violazione del segreto istruttorio solo se manca l’interesse della collettività e se il giornalista compromette la privacy di vittime minorenni. Alla Corte europea si era rivolto il reporter di un settimanale svizzero che, in un articolo su un’inchiesta sulla pedofilia, aveva riprodotto passi relativi al fascicolo processuale relativi al ricorso del pubblico ministero contro la decisione del giudice istruttore che aveva deciso la scarcerazione. Di qui l’apertura di un’azione penale che aveva condotto alla condanna del giornalista al pagamento di una sanzione pecuniaria pari a 3.850 euro. Strasburgo ha ripreso i parametri utilizzati nella sentenza della Grande Camera del 29 marzo 2016 Bédat contro Svizzzera (n. 56925/08) per stabilire se l’ingerenza delle autorità nazionali era legittima. Pertanto, i giudici internazionali hanno preso in considerazione le modalità con le quali il giornalista ha ottenuto le informazioni, il tenore dell’articolo, il contributo a un dibattito di interesse generale, l’influenza dell’articolo sullo svolgimento del procedimento penale, la violazione della vita privata dell’indagato o di una delle parti al procedimento (parametro aggiunto nella sentenza Y. contro Svizzera) e la proporzionalità della sanzione. Ed invero, nel caso di specie il giornalista non aveva acquisito gli atti illegalmente perché consegnati dal genitore di una vittima, ma li aveva pubblicati sapendo di commettere un reato. Ma la giustificazione della condanna disposta nei confronti del giornalista deriva dal fatto che il reporter aveva divulgato troppi dettagli inutili, non necessari a soddisfare alcun interesse pubblico, puntando al sensazionalismo e suggerendo la colpevolezza del soggetto coinvolto nelle indagini. Inoltre, l’indagato non era un personaggio conosciuto al grande pubblico. Questo vuol dire la Corte non legittima alcun divieto assoluto di pubblicazione di atti coperti da segreto istruttorio, ma ritiene compatibile la restrizione alla libertà di stampa nei casi in cui sono diffuse informazioni dettagliate non necessarie a un dibattito pubblico sul funzionamento della giustizia o su eventuali omissioni commesse nel corso delle indagini. “Né le numerose informazioni dettagliate sugli atti dei quali l’indagato era accusato, né gli estratti delle dichiarazioni della vittima dinanzi alla polizia – osserva la Corte europea – erano suscettibili di animare un dibattito pubblico sul funzionamento della giustizia”. A ciò si aggiunga che erano stati forniti troppi dettagli tratti dal fascicolo d’indagine che potevano condurre a un’identificazione delle vittime minorenni. Sul punto, la Corte europea ritiene che il giornalista avrebbe dovuto applicare e rispettare gli obblighi deontologici che non vengono meno anche se il familiare di una delle vittime fornisce particolari. Di conseguenza, il fatto che non è stato tenuto in conto l’interesse e la tutela del minore porta la Corte a non proteggere il giornalista nella divulgazione di atti coperti da segreto. A ciò si aggiunga che, sul fronte delle sanzioni comminate, esse non erano particolarmente gravose e, quindi, non erano in grado di avere un  effetto dissuasivo né sul giornalista colpito dalla sanzione né su altri reporter che intendono informare la collettività sui procedimenti penali in corso.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 15 giugno 2017 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo ha comunicato al Governo di Ankara, l’8 giugno, un ricorso presentato da dieci giornalisti del quotidiano turco Cumhuriyet (“Repubblica”) sottoposti a custodia cautelare in carcere per propaganda a vantaggio di un’organizzazione terroristica (SABUNCU ET AUTRES c. TURQUIE). I giornalisti, che avevano subito perquisizioni e sequestro di materiale informatico, avevano chiesto al giudice di pace di rimuovere il provvedimento di carcerazione ma l”istanza era stata respinta. La vicenda pende dinanzi alla Corte costituzionale, ma i cronisti si sono rivolti alla Corte europea denunciando una violazione dell’articolo 5 che assicura il diritto al rispetto alla libertà personale e dell’articolo 10 che tutela la libertà di espressione e, quindi, di stampa, nonché dell’articolo 18 in base al quale le restrizioni ai diritti, previste dalla stessa Convenzione, non possono essere applicate se non per gli scopi per le quali sono state previste. A seguito di un esame preliminare sulla ricevibilità, la Corte ha comunicato il ricorso al Governo turco chiedendo di presentare le proprie osservazioni scritte entro il 2 ottobre 2017.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 13 giugno 2017 |
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Nuova pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo a tutela della libertà di stampa, garantita dall’articolo 1o della Convenzione europea. Con la sentenza depositata il 4 maggio, nel caso Traustason e altri contro Islanda (ricorso n. 44081/13, TRAUSTASON AND OTHERS v. ICELAND), la Corte di Strasburgo ha stabilito che un singolo errore in un articolo di stampa non giustifica l’adozione di una sentenza che, pur non avendo natura penale e pur non imponendo un indennizzo elevato, presenta sempre il rischio, proprio perché non conforme ai parametri di Strasburgo, di porre un freno alla libertà di stampa, con un effetto deterrente sulla copertura mediatica di fatti di interesse generale.

Il ricorso era stato presentato da un giornalista e due componenti del comitato editoriale di un quotidiano islandese. Al centro della vicenda la bancarotta di una società e la nomina di un revisore che aveva indicato alcune condotte penalmente rilevanti di alcuni membri del consiglio di amministrazione. Il quotidiano aveva pubblicato un articolo mettendo in rilievo, come risultava dal rapporto dell’esperto, il ruolo del Presidente, anche docente universitario. Quest’ultimo aveva citato in giudizio in sede civile il giornalista, ritenuto responsabile di diffamazione e tenuto a versare un indennizzo pecuniario di 1.600 euro per i danni non patrimoniali e 4.200 euro per i costi dovuti alla pubblicazione della sentenza e alle spese processuali. Di qui il ricorso del giornalista e degli editori a Strasburgo, con pieno riconoscimento delle ragioni dei giornalisti e della violazione della libertà di stampa commessa dal Governo islandese. Per la Corte, se è vero che i media non sono esonerati dall’obbligo di verificare i fatti  che possono essere diffamatori nei confronti di individui, è anche vero che, nei procedimenti giudiziari a danno dei giornalisti, l’articolo va considerato nel suo complesso. Nel caso di specie il cronista si era basato su un rapporto affidabile redatto dal revisore indipendente chiamato ad accertare i fatti che avevano portato alla bancarotta. E’ vero che il giornalista aveva scritto che gli inquirenti stavano indagando sul rapporto mentre – come contestato dal presidente del consiglio di amministrazione – lo stavano “esaminando”, come risultava da una mail inviata al professore, con la conseguenza che la dichiarazione “la polizia indaga sul docente” era sbagliata, ma  – osserva la Corte europea – “non si può chiedere ai giornalisti, quando scrivono su documenti ricevuti dalla polizia, che essi conoscano la differenza del significato giuridico tra “indagine” ed “esame”. D’altra parte, prosegue Strasburgo, non si può richiedere che in una pubblicazione rivolta al grande pubblico sia indicato con assoluta precisione un dettaglio relativo ai procedimenti giudiziari. L’articolo, quindi, aveva una base fattuale sufficiente tanto più che il giornalista non era a conoscenza della mail scritta direttamente dagli inquirenti al componente del consiglio di amministrazione. L’essenza degli avvenimenti, inoltre, era corretta perché era riportato il contenuto del revisore e la trasmissione del documento alla procura senza che fosse indicato che il docente era indagato o colpevole. Nessuna possibilità poi di trincerarsi dietro il fatto che si trattava di una persona privata, che gode di una protezione maggiore, perché il presunto diffamato rivestiva un ruolo in un consiglio di amministrazione ed era un docente noto al pubblico. L’articolo di stampa, d’altra parte, riguardava la sua attività professionale.

Comportamento contrario alla Convenzione anche sul fronte delle sanzioni. E’ vero che non è stata applicata una sanzione penale e che l’entità del risarcimento non era particolarmente gravosa ma, per Strasburgo, ciò che conta, per verificare il profilo della proporzionalità, è che è stata adottata una sentenza contro il giornalista, che costituisce un’indebita restrizione alla libertà di espressione. Che, d’altra parte, osserva la Corte, procura il rischio di ostruire o paralizzare la copertura mediatica futura su questioni simili.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 26 maggio 2017 |
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I giornalisti sono esposti, troppo di frequente, a ingerenze ingiustificate nello svolgimento della propria professione. E’ quanto risulta da uno studio del Consiglio d’Europa, presentato il 20 aprile, effettuato su un campione di 940 giornalisti in 47 Paesi membri del Consiglio e in Bielorussia (journalists). L’ingerenza più frequente – si legge nel rapporto – è la violenza psicologica costituita da un mix di intimidazioni, minacce e calunnie. Seguono poi le campagne di diffamazione a danno dei giornalisti, minacce fisiche, sorveglianza, intimidazioni della polizia. La metà dei giornalisti intervistati ha poi dichiarato “di non essere in grado di proteggere totalmente le proprie fonti”. Ben il 21% dei cronisti intervistati ha subito furti, confische o distruzione di beni legati all’attività professionale e il 19% è stato vittima di intrusioni nel sistema informatico e il 13% di molestie sessuali. Grave problema quello delle intimidazioni giudiziarie provocate molto spesso dalle leggi sulla diffamazione, evidentemente non in linea con gli standard internazionali.

Dallo studio, realizzato da Marilyn Clark e Anna Grech dell’Università di Malta con l’Associazione dei giornalisti europei, la Federazione europea dei giornalisti e dalle organizzazioni Index on Censorship, International News Safety Institute e Reporter senza frontiere, risulta che le minacce fisiche hanno colpito soprattutto i giornalisti che lavorano in Turchia e nel Caucaso meridionale.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 12 maggio 2017 |
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Se i giudici nazionali non applicano gli standard fissati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo a tutela della libertà di stampa è certa la violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea che assicura la libertà di espressione. In particolare, ha chiarito la Corte di Strasburgo nella sentenza di condanna alla Russia depositata il 25 aprile (CASE OF OOO IZDATELSKIY TSENTR KVARTIRNYY RYAD v. RUSSIA), i giudici nazionali devono verificare se l’articolo ritenuto diffamatorio raggiunge un certo livello di gravità, se procura un effettivo pregiudizio al godimento del diritto alla vita privata e personale e se l’articolo in discussione è di interesse generale. Senza dimenticare che certo non si può chiedere al giornalista o all’editore di fornire la prova di un giudizio di valore e che chi riveste un ruolo pubblico, anche quando agisce nella sua attività privata, è sottoposto a uno scrutinio di più ampia portata rispetto al privato cittadino. A rivolgersi alla Corte europea è stata una società editoriale con sede a Mosca che pubblicava un quotidiano sul mercato immobiliare nella zona di Mosca. In un articolo un giornalista aveva criticato l’amministrazione di un’associazione di comproprietari, contestando al presidente dell’associazione il contemporaneo svolgimento di un’attività pubblica nella circoscrizione municipale. Di qui l’azione civile per diffamazione, con i tribunali nazionali che avevano dato torto all’editore imponendogli di versare un risarcimento di 270 euro. L’editore ha così fatto ricorso a Strasburgo che ha ritenuto che la Russia avesse violato la Convenzione perché i giudici nazionali hanno trascurato del tutto i criteri di Strasburgo e dato peso unicamente alla reputazione del protagonista dell’articolo, senza considerare l’interesse pubblico della notizia e che il giornalista aveva agito in buona fede e nel rispetto delle regole deontologiche. Per di più, è evidente che la decisione nazionale è contraria alla Convenzione perché è stata affermata la responsabilità dell’editore senza valutare che un personaggio pubblico deve essere sottoposto a critiche più dure rispetto a un privato. A ciò si aggiunga – osserva la Corte – che i giudici nazionali hanno chiesto al giornalista di provare la verità di quanto scritto rispetto a quello che era un giudizio di valore, in modo del tutto contrario alla Convenzione europea.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 3 maggio 2017 |
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La frase sarà stata pure offensiva, ma la valutazione circa la diffamazione va effettuata tenendo conto dell’intero articolo e del contesto. Senza dimenticare che ogni provvedimento di natura penale posto a carico di un giornalista ha un sicuro effetto deterrente sulla libertà di stampa. E’ ancora una volta la Corte europea dei diritti dell’uomo a intervenire a tutela dei giornalisti con la sentenza Milisavljević contro Serbia (ricorso n. 50123/06, depositata il 4 aprile (CASE OF MILISAVLJEVIC v. SERBIA) con la quale Strasburgo ha condannato la Serbia per violazione della libertà di espressione garantita dall’articolo 10 della Convenzione europea dei dritti dell’uomo. Questi i fatti. Una giornalista del principale quotidiano serbo aveva pubblicato un articolo su un tema caldo, come la cooperazione delle autorità serbe con il Tribunale penale internazionale per i crimini commessi nell’ex Iugoslavia. In particolare, l’articolo era critico nei confronti di un’attivista dei diritti umani. Nell’articolo era ripresa un’espressione contenuta in un altro articolo, non scritto dalla giornalista, che definiva l’attivista come “prostituta, venduta agli interessi degli stranieri”. Tuttavia, tale espressione non era riportata tra virgolette. Così la giornalista era stata condannata, seppure solo con un ammonimento, per non aver riportato il contenuto dell’indicata espressione tra virgolette, mostrando di condividere quell’espressione. Di diverso avviso la Corte europea che, prima di tutto, ha precisato che anche senza che fossero riprodotte le virgolette, la frase riportata non costituiva un’opinione della giornalista ma una comunicazione sul come la donna era percepita da altri. D’altra parte – scrive Strasburgo – non si può chiedere a un giornalista di prendere le distanze sistematicamente e formalmente in un articolo dalle opinioni di altri. Non solo. I tribunali nazionali non hanno effettuato un bilanciamento tra i diversi diritti in gioco: da un lato il diritto alla tutela della reputazione dell’attivista e, dall’altro lato, il diritto, ma anche il dovere, del giornalista di fornire informazioni di interesse generale. E’ mancato, così, un giusto bilanciamento tra i diritti in gioco, non valutando che nell’articolo erano anche riportati diversi giudizi positivi sulla donna e che non vi era alcun attacco personale gratuito. Senza dimenticare che la donna era una figura pubblica più esposta alle critiche e che una condanna penale a danno di una giornalista ha un effetto deterrente anche su altri giornalisti, a prescindere dalla severità della pena. Di qui la condanna della Serbia per violazione dell’articolo 10 e l’obbligo di corrispondere alla cronista 500 euro per i danni non patrimoniali e 386 euro per i costi e le spese.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 6 aprile 2017 |
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Un editoriale dal titolo emblematico “la strategia del ragno”, con la descrizione del giudice neo-eletto alla Presidenza della Corte suprema portoghese come persona simbolo del corporativismo, conservatore, manipolatore, in grado di tessere una rete per scalare il potere e “simbolo del lato oscuro del sistema giudiziario”. In pratica un esemplare “di ciò che è sbagliato nel sistema giudiziario portoghese”. Parole dure, quelle scritte da un giornalista che per la Corte europea dei diritti dell’uomo non giustificano, però, in alcun modo il risarcimento danni imposto dai giudici nazionali portoghesi al giornalista citato in giudizio, in sede civile, per diffamazione. E questo anche perché l’importo imposto per il risarcimento è stato sproporzionato. Con la sentenza depositata ieri, nel ricorso n. 31566/13 (CASE OF TAVARES DE ALMEIDA FERNANDES AND ALMEIDA FERNANDES v. PORTUGAL), la Corte di Strasburgo procede, così, nella sua opera di protezione della libertà di stampa e non esita a condannare il Portogallo per violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura la libertà di espressione. Questi i fatti. Un giornalista di un quotidiano nazionale aveva scritto un editoriale nel quale criticava aspramente il neo Presidente della Corte suprema, eletto il giorno prima, classificandolo come simbolo del lato oscuro del sistema giudiziario. Il giudice lo aveva querelato in sede civile con una richiesta di 150mila euro. Il Tribunale e la Corte di appello avevano accolto l’istanza ritenendo il giornalista responsabile per diffamazione perché l’articolo era un attacco al giudice e lo avevano così condannato a versare la somma di 60mila euro (in base al diritto portoghese anche la moglie, in comunione legale, era tenuta al risarcimento). Così, il reporter ha fatto ricorso alla Corte europea che gli ha dato ragione su tutta la linea. Strasburgo riconosce che il giornalista ha usato un linguaggio aspro, ma è diritto del cronista ricorrere a un certo grado di esagerazione e provocazione. La vicenda al centro dell’articolo, poi, era di interesse pubblico e l’articolo 10, in questi casi, lascia poco spazio a restrizioni al diritto della stampa di informare. L’articolo – osserva la Corte – riguardava un ambito “nel quale le limitazioni alla libertà di espressione devono essere interpretate in modo restrittivo”. Non solo. Lo scritto al centro dell’azione giudiziaria concerneva un giudice e, quindi, un individuo che è sottoposto a critiche più ampie rispetto al cittadino comune. Certo, scrive la Corte, c’è da proteggere la fiducia verso la giustizia rispetto ad attacchi distruttivi ma, nel caso di specie, le critiche non erano legate all’attività professionale del giudice, ma alla rete politica che il Presidente si era costruito. Il giornalista poi ha espresso un giudizio di valore con una base fattuale sufficiente raccogliendo informazioni non solo da fonti la cui identità era confidenziale, ma anche da colleghi del giudice. Tra l’altro, i tribunali nazionali, nel dichiarare la responsabilità per diffamazione del giornalista, si sono distaccati dai parametri imposti dalla Corte europea perché non hanno valutato l’articolo nel suo insieme, estrapolando, invece, singole frasi, e non hanno considerato che faceva parte dello stile del giornalista, ugualmente protetto dall’articolo 10 della Convenzione, l’uso delle metafore. Chiaro, quindi, il giudizio negativo sull’operato dei giudici nazionali che non hanno applicato i criteri stabiliti dalla Corte europea nelle tante sentenze sulla libertà di stampa. La Corte bacchetta l’operato dei tribunali nazionali anche per l’importo imposto, come risarcimento, al giornalista, pari a 60mila euro. Una cifra estremamente alta che mostra un chiaro intento punitivo. A ciò si aggiunga che l’articolo non aveva avuto alcun impatto sul futuro professionale del Presidente della Corte Suprema, ma i giudici nazionali hanno agito come se ciò si fosse verificato, aumentando l’importo della sanzione. La Corte europea non ha liquidato alcuna cifra per i danni non patrimoniali al giornalista solo perché quest’ultimo non li aveva richiesti. Rispetto ai danni patrimoniali, la Corte non ha concesso un indennizzo al giornalista unicamente perché era stato l’editore a versare i 60mila euro. Liquidati, invece, 9400 euro per le spese processuali.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 18 gennaio 2017 |
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Gli standard applicati dai giudici nazionali nei casi di azioni civili per diffamazione, non conformi a quelli individuati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e ormai consolidati, portano in modo sicuro a una condanna dello Stato per violazione della libertà di stampa. Questa volta sotto la scure di Strasburgo è finita la Russia condannata, con sentenza del 13 dicembre 2016 (ricorso n. 9406/05, CASE OF KUNITSYNA v-2. RUSSIA), per violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea che assicura il diritto alla libertà di espressione. A rivolgersi alla Corte europea una giornalista freelance russa condannata a versare 258 euro (poi ridotti a 158) nel corso di un procedimento civile per diffamazione. A citare in giudizio la giornalista erano stati alcuni familiari, incluso un ex deputato della Duma, che si erano ritenuti diffamati dall’articolo della giornalista sulle condizioni di vita in una casa di riposo in cui soggiornava la madre del politico. Nell’articolo si denunciavano le difficoltà della casa di riposo, il poco personale presente e la circostanza che alcuni residenti erano di fatto abbandonati dai familiari. Un medico aveva parlato apertamente di mancanza di compassione dei familiari che avevano collocato i parenti nella casa di riposo. Citata in giudizio in sede civile, la giornalista era stata ritenuta responsabile di diffamazione. Di qui l’azione a Strasburgo che ha dato ragione alla reporter. La Corte europea parte compiendo un test sulla necessità dell’ingerenza per verificare se era giustificata da un bisogno sociale imperativo, se le giustificazioni che hanno portato alla restrizione della libertà di stampa erano rilevanti e sufficienti e se dette limitazioni erano proporzionate al fine legittimo. E’ evidente la violazione della Convenzione – osserva la Corte – perché il sistema russo non distingue tra giudizio di fatto e di valore. Non solo. I giudici nazionali non hanno agito in modo conforme alla Convenzione perché non hanno valutato la buona fede del giornalista, non hanno considerato l’obiettivo perseguito e non hanno tenuto conto dell’interesse generale del contenuto dell’articolo. Strasburgo giunge così alla conclusione che i giudici nazionali russi, non prendendo in considerazione e non applicando i parametri stabiliti dalla Corte europea, hanno commesso una violazione dell’articolo 10. Lo Stato è stato tenuto a risarcire la cronista per il danno materiale quantificato in 330 euro più 1.000 euro per le spese processuali.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 4 gennaio 2017 |
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Libertà di stampa in caduta libera in Europa. Negli ultimi 10 anni, tra diminuzione del pluralismo a vantaggio della concentrazione proprietaria dei media e normative restrittive per il lavoro dei giornalisti, gli Stati membri dell’Unione europea mostrano un volto poco rassicurante sul fronte di un diritto che è essenziale per la democrazia. Aumentano poi le minacce e le pressioni sui giornalisti. Episodi gravi che, però, quasi ovunque rimangono impuniti. Un vero e proprio grido di allarme quello lanciato dall’Agenzia Ue per i diritti fondamentali in un rapporto su “Violenza, minacce e pressioni nei confronti dei giornalisti e di altri soggetti dei media nell’Unione europea”, presentato il 17 novembre nel corso della seconda conferenza annuale sui diritti fondamentali (fra-2016-threats-and-pressures-journalists_en). Grave la situazione italiana che, nella classifica relativa ai casi di minacce e pressioni subite da giornalisti dal 1° gennaio 2014 al 1° settembre 2016, passa da 58 casi di giornalisti minacciati nel 2014 a 92 nel 2016. Il numero più alto in assoluto nello spazio Ue. Segue la Francia a quota 55 e la Polonia a 29. D”altra parte, anche in base al World Press Freedom Index Ranking, l’Italia è piombata dal 57esimo posto del 2012 al 77esimo nel 2016. In via generale, è aumentata l’ingerenza della politica, con progetti di legge, dalla Francia al Regno Unito, volti a intaccare il principio della segretezza delle fonti. Una reazione, forse, ai casi come Luxleaks e Panama Papers che hanno colpito molti potenti. Sulla concentrazione della proprietà, preoccupazione per Italia e Francia.

Diffuso anche il sondaggio di Eurobarometro sui temi del pluralismo dei media e della democrazia (ebs_452_en).

Scritto in: libertà di stampa | in data: 5 dicembre 2016 |
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La libertà di stampa va rafforzata nei periodi elettorali. Non solo le eccezioni alla libertà di espressione devono essere interpretate restrittivamente, ma è necessario garantire una libertà ancora più ampia, che include satira e parodia, nel caso di discorsi politici e di questioni di interesse per la collettività. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Grebneva e Alisimchik contro Russia (ricorso n. 8918/05, case-of-grebneva-and-alisimchik-v-russia) depositata il 22 novembre con la quale Strasburgo ha condannato la Russia per violazione della libertà di stampa garantita dall’articolo 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo. A rivolgersi alla Corte, l’editrice e la giornalista di un settimanale che, durante il periodo delle elezioni alla Duma, avevano pubblicato un’intervista satirica e un’immagine che ritraeva il corpo di una donna avvolta in una banconota e il volto di un candidato, procuratore della regione di Primorskiy. La giornalista e l’editrice erano state condannate in sede penale a una multa di 820 euro per ingiuria aggravata. Una condanna che non ha convinto affatto Strasburgo, che ha respinto le obiezioni del Governo secondo il quale andava tutelata la morale pubblica colpita anche dalle espressioni offensive e dall’uso dello slang. Chiarito che le limitazioni alla libertà di stampa vanno interpretate restrittivamente a maggior ragione nel caso di pubblicazioni che hanno al centro la politica, la Corte ha precisato che se certo il linguaggio offensivo non è protetto dall’articolo 10 della Convenzione quando raggiunge un livello di gratuita e volontaria denigrazione e quando ha il solo fine di insultare, l’uso di frasi volgari, in sé, non è decisivo, però, per ritenere che un articolo sia offensivo perché talune frasi possono essere necessarie per motivi stilistici. D’altra parte, osserva la Corte, lo stile è un componente della comunicazione perché è una forma di espressione e va protetto allo stesso modo del contenuto. La libertà di stampa, poi, copre anche il ricorso a un certo grado di esagerazione e provocazione, con la conseguenza che quando è in gioco la libertà di stampa il margine di intervento e di apprezzamento degli Stati va limitato. Senza dimenticare, poi, che la libertà di stampa è “particolarmente importante nel periodo che precede le elezioni” ed è così necessario che “le opinioni e le informazioni di ogni genere circolino liberamente”. E’ vero che nell’immagine e nell’intervista a un autore di satira si faceva un parallelismo tra il procuratore regionale e una prostituta, ma era evidente il carattere provocatorio che non era certo equiparabile a un attacco gratuito, tanto più che non si richiamava alcun aspetto della vita privata. Al contrario, l’intervento satirico e la distorsione della realtà – che è un elemento essenziale della satira e della parodia – si inserivano in un contesto generale in cui si discuteva del sostegno economico e politico ad alcuni candidati piuttosto che ad altri. E la Corte bacchetta le autorità nazionali che non hanno tenuto conto del contesto, estrapolando l’immagine e le singole espressioni, senza valutare l’interesse della collettività e il fatto che si trattava di argomenti di interesse generale. Così, le autorità nazionali hanno sbagliato perché non hanno preso in considerazione la circostanza che si trattava di una figura pubblica (seppure non un politico), con la conseguenza che la persona al centro dell’articolo doveva mostrare una maggiore tolleranza. I giudici nazionali, poi, non hanno effettuato alcun bilanciamento tra i diversi interessi in gioco e non hanno considerato che la libertà di espressione è essenziale per una società democratica. Così, accertata la violazione della Convenzione, la Corte, ribadito che una condanna in sede penale è in sé un deterrente per la libertà di stampa, ha imposto allo Stato in casusa di versare 920 euro per i danni patrimoniali e 3mila euro a ciascun ricorrente per i danni non patrimoniali.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 1 dicembre 2016 |
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