Nel caso di licenziamenti collettivi decisi da un’impresa italiana verso i lavoratori di una filiale all’estero deve essere applicata la legge italiana. Questo perché, grazie al limite dell’ordine pubblico internazionale, vanno salvaguardati i diritti inderogabili dei lavoratori. A rivolgersi alla Suprema Corte è stata una banca che aveva effettuato alcuni licenziamenti di dipendenti italiani impiegati presso la filiale di New York. Una donna licenziata si era rivolta al Tribunale di Torino chiedendo, in virtù delle norme di diritto internazionale privato, l’applicazione della legge italiana tanto più che la legge straniera non conteneva norme a tutela del lavoratore. Così avevano fatto i giudici di merito. La Banca aveva fatto ricorso in cassazione che, però, le ha dato torto. Secondo la Corte di cassazione (sezione lavoro), che si è pronunciata il 22 febbraio 2013 (sentenza n. 4545/13, 4545), chiarito che l’ordine pubblico internazionale non comprende solo i principi fondamentali dell’ordinamento italiano ma anche quelli che provengono dall’ordinamento internazionale e dall’Unione europea, inclusa la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, nel caso di licenziamenti collettivi deve essere applicata la legge italiana n. 223/1991 che, tra l’altro, pone limiti al diritto di deroga delle parti al contratto di lavoro. La Cassazione non ha condiviso la scelta del Tribunale di Torino di applicare la Convenzione di Roma del 1980 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali perché il rapporto di lavoro aveva avuto inizio prima dell’entrata in vigore della stessa Convenzione ma, in ogni caso, applicando l’articolo 25 delle disposizioni preliminari al codice civile ha ritenuto che per il contratto in esame dovesse essere richiamato il criterio della legge nazionale comune dei contraenti e quindi la legge italiana. Respinte poi le eccezioni della banca secondo la quale le parti avevano optato per l’applicazione della legge statunitense.

Scritto in: Diritto internazionale penale | in data: 1 marzo 2013 |
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Sembrava ormai inghiottito in un buco nero. I parenti delle vittime avevano perso la speranza di vedere anche Ratko Mladic, l’ideatore con Radvan Karadzic della strage di Srebrenica, il più atroce massacro commesso dopo la Seconda guerra mondiale nel cuore dell’Europa, alla sbarra. L’arresto dell’ex generale serbo bosniaco avvenuto oggi a due passi da Belgrado e arrivato dopo 15 anni dall’emissione del primo atto di accusa da parte del Tribunale penale internazionale per i crimini commessi nell’ex Iugoslavia(http://www.icty.org/case/mladic/4), ha riacceso anche le aspettative delle madri di Srebrenica che da anni lottano per ottenere giustizia. E anche di chi crede che crimini come quelli commessi da Mladic non debbano mai essere prescritti o dimenticati. Ormai nell’elenco dei latitanti del Tribunale è rimasto solo Goran Hadzic.

E’ certo un successo della giustizia penale internazionale e anche dell’Unione europea che spinta da Belgio e Paesi Bassi in testa, aveva posto un veto all’ingresso della Serbia nell’Unione europea fino all’arresto del latitante Mladic (si veda la dichiarazione del Presidente della Commissione Ue Barroso( barroso), spingendo le autorità di Belgrado e, in particolare, il Presidente Boris Tadic a rafforzare le indagini per individuare Mladic che, nelle prossime ore, sarà consegnato al Tribunale per l’ex Iugoslavia.

L’arresto di Mladic, poi, che, in ogni caso, dall’emissione del mandato di cattura è stato costretto a vivere in clandestinità, mostra il differente livello di effettività tra i Tribunali istituiti dal Consiglio di sicurezza e la Corte penale internazionale. Proprio in questi giorni, il Presidente sudanese al-Bashir, sul quale pende un mandato di cattura dal 2009 per i crimini commessi in Darfur, ha partecipato alle cerimonie per l’insediamento del nuovo Presidente a Djubouti, senza che le autorità di questo Stato facessero nulla per eseguire il mandato di arresto. E questo malgrado si tratti di un Paese che ha ratificato lo Statuto ed è quindi obbligato a cooperare con la Corte. Senza dimenticare, poi, che a otto anni dall’avvio dell’attività della Corte penale internazionale non è stata ancora pronunciata una sentenza sull’accertamento della colpevolezza di qualche imputato. La prima sentenza nei confronti di Lubanga è prevista entro la fine del 2011.

Gheddafi alla sbarra per i crimini commessi contro la popolazione civile in Libia. Lo chiede il Consiglio di sicurezza che, a 15 giorni dall’inizio della rivolta contro il regime dittatoriale di Gheddafi e la strage di civili in Libia, è intervenuto con la risoluzione 1970 adottata all’unanimità il 26 febbraio 2011 (http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N11/245/58/PDF/N1124558.pdf?OpenElement), non solo disponendo l’embargo di armi nei confronti della Libia, ma anche con misure ad hoc verso Gheddaffi e alcuni componenti della sua famiglia. Il piatto forte è in ogni caso la richiesta di intervento della Corte penale internazionale, in base all’articolo 16 dello Statuto della Corte: il Consiglio ha deferito la situazione libica all’Aja e ha chiesto all’organo giurisdizionale penale internazionale di avviare indagini sulla situazione libica e di fare luce  e individuare i responsabili dei crimini nei confronti di cittadini libici commessi a partire dal 15 febbraio. E’ la seconda volta, nella sua storia, che il Consiglio decide il deferimento alla Corte penale internazionale: il primo intervento, che non ha incassato molti successi, risale al 2005 con la risoluzione 1593 (http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N05/292/73/PDF/N0529273.pdf?OpenElement) allorquando l’Onu aveva chiesto indagini sui crimini contro l’umanità in Darfur. In quell’occasione, la Corte, investita della questione, aveva emesso un mandato di cattura (per la verità caduto nel vuoto) nei confronti del Presidente sudanese al-Bashir che è rimasto al suo posto e non ha rinunciato a numerosi spostamenti, senza alcuna cooperazione delle autorità giudiziarie di altri Stati nell’esecuzione dell’arresto.

Da segnalare la svolta dell’amministrazione Usa che si era astenuta al momento dell’adozione della risoluzione su al-Bashir e che ha invece votato a favore della risoluzione 1970, anche se è certo da ricondurre agli Stati Uniti la specificazione che gli Stati non parti allo Statuto non hanno alcun obbligo in base al Trattato istitutivo della Corte e che i costi della Corte non possono essere addebitati alle Nazioni Unite. Dopo la risoluzione del Consiglio, il Procuratore della Corte penale ha avviato un’indagine preliminare sulle vicende libiche (http://www.icc-cpi.int/NR/exeres/C8477489-2441-473F-87AC-B7DBACF31C5C.htm). Prima del Consiglio di sicurezza, anche il Consiglio per i diritti umani era intervenuto con l’adozione di una risoluzione sulla situazione dei diritti umani in Libia, approvata il 25 febbraio 2011 (A/HRC/S-15/2,  http://www2.ohchr.org/english/bodies/hrcouncil/specialsession/15/index.htm).

Il Consiglio di sicurezza ha anche deciso, con la risoluzione 1970, il congelamento dei beni di Gheddafi e dei suoi 5 figli, mentre non è stato raggiunto un accordo sull’istituzione di una no-fly zone. Per monitorare l’attuazione effettiva delle misure, il Consiglio ha predisposto l’istituzione di un Comitato che potrà designare altri destinatari di misure come il congelamento dei beni, da aggiungere a quelle incluse nell’elenco dell’allegato II.

A rimorchio del Consiglio di sicurezza, in grave ritardo, anche l’Unione europea si è decisa a intervenire, dopo giorni di paralisi, di frasi di circostanza e di mancati interventi con misure effettive che mostrano, ancora una volta, l’incapacità dell’Unione europea nell’affrontare crisi internazionali anche quando gli scenari di guerra sono a due passi dai confini degli Stati membri. Nel corso del Consiglio Ue su trasporti, telecomunicazioni ed energia (sic!) del 28 febbraio sono state predisposte sanzioni come il congelamento di beni nei confronti del leader libico, dei suoi familiari e di altri ufficiali (http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_data/docs/pressdata/en/trans/119531.pdf, p. 12).

La Conferenza di revisione sullo Statuto della Corte penale internazionale chiude i battenti, a Kampala (Uganda), con una risoluzione sulla definizione della nozione di aggressione e sulle condizioni in base alla quali la Corte potrà esercitare la propria giurisdizione (http://www.icc-cpi.int/NR/exeres/CF95BB41-B15A-45DA-B8CF-33E873E73829.htm).
Spetta sempre al Consiglio di sicurezza stabilire se un atto può essere qualificato come aggressione con riguardo sia a Stati parti sia a Stati che non hanno ratificato il Trattato di Roma. Tuttavia, durante i lavori della Conferenza, è stato deciso che il procuratore in assenza di una determinazione del Consiglio potrà iniziare indagini di propria iniziativa o su richiesta di uno Stato parte, previa autorizzazione della pre-trial division. In questo caso, la Corte non ha giurisdizione se l’atto è stato compituto sul territorio di uno Stato non parte. Il Consiglio di sicurezza però mantiene il potere di bloccare le indagini.

In pratica, però, tutto è rimandato al 1° gennaio 2017: entro questa data gli Stati dovranno adottare una decisione su quest’emendamento.

Scritto in: Corte penale internazionale, Diritto internazionale penale | in data: 13 giugno 2010 |
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Quindici anni. Tanto c’è voluto per avere giustizia, da quel luglio del 1995 quando l’intero mondo ha assistito inerte alla strage nel cuore dell’ex Iugoslavia. Ieri è arrivato il verdetto: a Srebrenica fu genocidio. Le madri coraggio di un’intera generazione di giovani sterminati nei Balcani il 10 giugno hanno ottenuto giustizia: il Tribunale penale per l’ex-Iugoslavia dell’Aja ha condannato all’ergastolo, per genocidio, due fedelissimi di Mladic, Popovic e Beara. Il processo era iniziato il 21 agosto 2006. Gli altri imputati sono stati condannati, a pene minori, per altri crimini, ma non per genocidio. Il Tribunale ha anche accertato che in quella zona hanno agito due Joint criminal enterprises che hanno pianificato l’uccisione di uomini musulmani e disposto la deportazione della popolazione.

http://www.icty.org/x/cases/popovic/tjug/en/100610summary.pdf

Scritto in: Diritto internazionale penale, Tribunale per l'ex Iugoslavia | in data: 11 giugno 2010 |
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