La parola a Lussemburgo. La Corte di cassazione, IV sezione lavoro, con ordinanza n. 6101 del 9 marzo 2017 ha deciso di sospendere il procedimento e di chiamare in aiuto gli eurogiudici (6101_03_2017).

La vicenda dinanzi ai giudici nazionali riguardava alcune ballerine della Fondazione Teatro Pubblico di Roma che erano state licenziate per il raggiungimento del limite di età. Le donne si erano opposte sostenendo che la legge n. 100/2010 era in contrasto con l’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che sancisce il principio della parità di trattamento uomo donna, con l’articolo 157 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e con la direttiva 2006/54 riguardante l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego, recepita in Italia con il Dlgs n. 5/2010. La Suprema Corte, prima di pronunciarsi, ha chiesto agli eurogiudici di chiarire se le diverse regole per l’esercizio dell’opzione in rapporto alla pensione sia compatibile con il diritto Ue e questo in particolare nella parte in cui l’articolo 3, comma 7, del d.l. n. 64 del 2010, convertito con modifiche, dalla l. n. 100 del 2000, fissa il limite massimo per l’esercizio dell’opzione di permanenza in servizio, oltre l’età pensionabile fissata a quarantacinque anni, in quarantasette anni per le donne e cinquantadue per gli uomini.

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 12 aprile 2017 |
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Per sbrogliare la matassa del ne bis in idem nel caso di doppio procedimento penale e amministrativo la parola passa a Lussemburgo. La Corte di Cassazione, seconda sezione civile, con ordinanza interlocutoria n. 23232 depositata il 15 novembre (23232_11_2016pdf), ha sospeso il procedimento nazionale e sottoposto alla Corte di giustizia dell’Unione europea alcuni quesiti interpretativi. Nodo centrale è l’incidenza dell’articolo 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, vincolante in base al Trattato di Lisbona e relativo al principio del ne bis in idem, sull’apparato sanzionatorio interno disposto con il recepimento della direttiva 2003/6 sul divieto di market abuse, modificata dalla 2014/57.

A rivolgersi alla Cassazione, un amministratore assolto in sede penale ma destinatario, successivamente, per decisione della Consob, di sanzioni amministrative pecuniarie per abuso di informazioni privilegiate. Sanzioni ad alto tasso di afflittività – a suo dire – tali da renderle simili a quelle penali secondo i criteri formulati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo a partire dal caso Engel. Di qui l’impugnazione del provvedimento sanzionatorio pecuniario disposto in base all’articolo 187 bis del Dlgs n. 58/1998 contenente il “Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria” (modificato varie volte). Tra i diversi motivi di impugnazione, anche la circostanza dell’assoluzione in sede penale che avrebbe dovuto bloccare ogni altro procedimento in grado di portare a sanzioni che, nella sostanza, per il loro carattere particolarmente afflittivo, hanno natura penale. E ciò in violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione europea, norma che vieta un doppio procedimento per uno stesso reato per il quale un individuo sia stato già assolto o condannato, e della sentenza Grande Stevens. La Cassazione aderisce alla nozione di medesimo fatto prospettata sia dalla Corte di Strasburgo sia da quella di Lussemburgo, facendo riferimento non alla qualificazione giuridica, ma al dato fattuale della stessa condotta. Nel caso in esame, si era formato, con la pronuncia di assoluzione, il giudicato in sede penale e certo le sanzioni amministrative erano particolarmente afflittive, tanto più che alla misura pecuniaria si era aggiunta quella interdittiva. Così, la Cassazione, prima di decidere, ha chiesto agli eurogiudici di chiarire la portata dell’articolo 50 della Carta dei diritti fondamentali che deve essere applicato visto che la normativa interna deriva dal recepimento del diritto Ue. Di conseguenza, la Cassazione ha scelto di anteporre alla questione di costituzionalità il rinvio a Lussemburgo, che potrebbe portare all’immediata disapplicazione del diritto interno.

La Cassazione, tra l’altro, mettendo a confronto le sentenze di Strasburgo con quelle di Lussemburgo, evidenzia che non si può “affermare che la giurisprudenza euro-unitaria escluda la duplicazione del procedimento con la stessa nettezza con cui si è espressa la sentenza della Corte Edu Grande Stevens”. Questo ha spinto la Cassazione a decidere di passare la questione agli eurogiudici che dovranno chiarire se l’articolo 50 precluda, in caso di assoluzione definitiva, “senza alcun apprezzamento da parte del giudice nazionale, di avviare altri procedimenti che portino all’applicazione di sanzioni che per natura e gravità sono qualificabili come penali”. Da chiarire, poi, se nel valutare l’applicazione del principio del ne bis in idem, il giudice deve tenere conto dei limiti di pena della direttiva 2014/57.

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 4 dicembre 2016 |
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“Brexit means Brexit”, aveva dichiarato il Primo Ministro inglese Theresa May appena arrivato al Governo, ma le modalità di attuazione dell’uscita dall’Unione europea non sono quelle ipotizzate dal Governo inglese che ha cercato, dal 23 giugno, giorno dell’esito shock del referendum che ha segnato la vittoria del “leave” sul remain”, di scavalcare il Parlamento. L’Alta Corte inglese, nella sentenza depositata ieri nel caso R (Miller) contro Segretario di Stato ([2016]EWHC 2768 judgment-r-miller-v-secretary-of-state-for-exiting-the-eu-20161103), ha infatti ricordato al Governo che nel Regno Unito esiste un Parlamento il quale ha poteri sanciti dalla Costituzione, che non possono essere calpestati. Per l’Alta Corte e, salvo cambiamenti dinanzi alla Corte Suprema che dovrebbe pronunciarsi il 7 dicembre, per attivare la procedura di recesso fissata dall’articolo 50 del Trattato Ue, il Primo Ministro ha prima bisogno del via libera del Parlamento. L’Alta Corte, chiarito che non si occupa della questione politica della decisione circa l’uscita dall’Unione europea, ha stabilito che, dal punto di vista dei principi costituzionali interni, è necessaria la preliminare decisione di Westminster prima di dare il via alla procedura stabilita dall’articolo 50 del Trattato Ue. Tale questione – ha chiarito l’Alta Corte – non riguarda unicamente aspetti legati alle relazioni internazionali, sulle quali il Governo ha un potere autonomo ma, a seguito dello European Communities Act del 1972, con il quale è stato sancito l’ingresso del Regno Unito nell’allora Comunità economica europea, anche questioni legate all’ordinamento interno e ai diritti dei cittadini britannici che non possono essere spazzati via dal Governo senza prima il voto del Parlamento. Così, la notifica ex articolo 50 TUE può essere effettuata solo dopo il voto del Parlamento che è sovrano in base alla Costituzione. La conclusione dell’Alta Corte, se difficilmente cambierà il percorso di uscita del Regno Unito anche perché non è stata messa in discussione la possibilità di attivare l’articolo 50, ma solo le modalità di esercizio del recesso, certo contribuirà a rallentare l’iter e anche a indebolire il Governo nella fase di negoziazione con l’Unione europea.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/brexit-come-applicare-larticolo-50-nella-visione-dellhouse-of-lords.html

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 4 novembre 2016 |
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In vigore, dal 3 ottobre 2016, il decreto legislativo 15 settembre 2016, n. 184 “Attuazione della direttiva 2013/48/UE, relativa al diritto di avvalersi di un difensore nel procedimento penale e nel procedimento di esecuzione del mandato d’arresto europeo, al diritto di informare un terzo al momento della privazione della libertà personale e al diritto delle persone private della libertà personale di comunicare con terzi e con le Autorità consolari”(dlgs).

Rispettati così i tempi di recepimento della direttiva che aveva fissato come deadline il 27 novembre di quest’anno. Il decreto legislativo si occupa solo di alcune disposizioni della direttiva perché diverse garanzie in essa formulate sono già presenti nell’ordinamento italiano che, in alcuni casi, assicura una tutela di più ampia portata. In questo senso, ad esempio, non è stata riprodotta la norma che prevede la rinuncia al difensore inserita nella direttiva ma incompatibile con i principi fondamentali dell’ordinamento italiano. Novità per il quadro difensivo del destinatario di un mandato di arresto europeo nel caso di procedura attiva di consegna. L’articolo 4 del Dlgs ha aggiunto un comma, il 5-bis, all’articolo 9 della legge 22 aprile 2005 n. 59 di recepimento della decisione quadro 2002/584 sul mandato di arresto europeo e sulle procedure di consegna tra Stati membri, con un allargamento delle garanzie. E’ così previsto che la persona destinataria del provvedimento di consegna possa nominare un difensore non solo nello Stato di esecuzione ma anche in quello di emissione. Se l’interessato esprime la volontà di avvalersi di un difensore in quello Stato, il Presidente della Corte di appello competente comunica immediatamente questa richiesta all’autorità dello Stato membro di emissione.

L’Italia svetta nella classifica per le procedure d’infrazione avviate dalla Commissione europea nel 2015  come risulta dalla relazione annuale sullo stato di attuazione del diritto Ue nel 2015, divulgata dalla Commissione europea il 15 luglio (com_2016_463_en). In totale, tra recepimenti non corretti e attuazione tardiva, l’Italia conta 89 procedure, tallonata dalla Germania a quota 88, dalla Spagna (83), dalla Grecia (82) e dalla Francia (79). Seguono gli altri, con la Croazia che fa meglio di tutti (21). In via generale, con riguardo all’insieme dei 28 Stati membri, le procedure d’infrazione avviate dalla Commissione europea nel 2015 sono state 1.368 a fronte delle 1.775 nel 2011, seppure in leggero aumento rispetto al 2014 (1.347). La sostanziale diminuzione rispetto al 2011 è dovuta all’introduzione di nuovi sistemi di dialogo che permettono una soluzione – come ha scritto la Commissione Ue – “in fase precoce” attraverso la procedura EU Pilot che, in effetti, anche in Italia porta a rimedi più immediati nell’ambito della legge europea.

Per l’Italia, in ogni caso, malgrado il primato in classifica, il dato è identico al 2014, con un miglioramento della situazione per i ritardi di recepimento che nel 2015, con riferimento ai nuovi casi, arrivano a quota 18 a fronte dei 22 del 2014 e ai 73 del 2011. Una tendenza che si riscontra anche per gli altri Stati: la stessa Commissione europea ha segnalato un trend generale nel miglioramento dei tempi di attuazione. Ma tempestività non vuol dire qualità e correttezza nel recepimento. Ed infatti, scomponendo il dato italiano riferito al complesso dei casi di infrazione, 20 hanno al centro il recepimento tardivo (qui l’Italia fa meglio della Germania a quota 24) e 69 le infrazioni per il recepimento non corretto o applicazione errata di norme Ue. Cartellino rosso per l’Italia, quindi, soprattutto per la qualità del recepimento: la Commissione Ue, infatti, ha valutato l’applicazione effettiva individuando, malgrado la formale attuazione, lacune e mancata corrispondenza alle direttive. Proprio per valutare la qualità del recepimento nel campo strategico del mercato interno e il livello di ottemperanza nel sostegno a cittadini e imprese sugli strumenti Ue, la Commissione ha adottato, per monitorare la performance degli Stati membri, un sistema di cartellini verdi (buono), gialli (medio) e rossi (inferiori alla media dei 28). L’Italia ha 2 cartellini rossi per il settore degli appalti e delle qualifiche professionali, 4 gialli nel commercio di beni e servizi, nel sistema Solvit, nell’IMI (internal market information). Verde per il progetto la “tua Europa” e gli investimenti esteri diretti.

Per le procedure EU-Pilot, nel 2015, in totale, Bruxelles ha aperto 881 nuovi dossier (1.208 nel 2014), con l’Italia a quota 68 per i nuovi casi (128 nel 2014) e con un miglioramento della percentuale di soluzione pari al 76% (media europea 75%). Per quanto riguarda le segnalazioni, sono state 3.450 (3.715 nel 2014), con l’Italia destinataria del numero più alto di segnalazioni (637, erano 475 nel 2014), seguita dalla Spagna (342) e dalla Germania (274).

Dal punto di vista oggettivo, nel complesso, le procedure di infrazione hanno colpito soprattutto nel settore dell’ambiente (276) e dei trasporti (241). Segue il campo della stabilità finanziaria, servizi finanziari e capitali (172), mercato interno (129), migrazione e affari interni (109), fiscalità e dogane (108), giustizia e consumatori (80), occupazione (75), energia (73), reti di comunicazione (31), salute e sicurezza alimentare (5) e poi il resto (49). La Commissione, inoltre, grazie al nuovo sistema di sanzioni introdotto con il Trattato di Lisbona ha iniziato un’azione di “tolleranza zero” verso i recepimenti tardivi chiedendo alla Corte Ue, in sei casi, l’immediata applicazione di sanzioni nei confronti di Germania, Grecia, Lussemburgo, Slovenia e Polonia, senza attendere la prima pronuncia di Lussemburgo. Sul fronte dell’esecuzione delle sentenze della Corte Ue, l’Italia nel 2015 è stata condannata (causa C-653/13, 16 luglio 2015) per non aver attuato una sentenza del 2010 sui rifiuti in Campania (C-297/08), con una consequenziale penalità di 120mila euro per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione della pronuncia e una somma forfettaria di 20 milioni di euro. Stesso copione per il mancato recupero degli aiuti di Stato concessi tra il 1995 e il 1997 ad aziende di Venezia e Chioggia, malgrado una sentenza del 2011. Di qui una nuova condanna (C-367/14) e l’obbligo di versare una somma forfettaria di 30 milioni di euro e una penalità di 12 milioni per ogni sei mesi di ritardo.

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 13 settembre 2016 |
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La Corte di cassazione, terza sezione penale, con la sentenza n. 35879/16 depositata il 31 agosto (35879) è intervenuta a chiarire che il mandato di arresto europeo può essere emesso anche per l’esecuzione degli arresti domiciliari e che il no automatico all’emissione è contrario alla decisione quadro 2002/584 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri. La Cassazione ha anche delineato i contorni del  “vademecum per l’emissione del mandato di arresto europeo” del ministero della giustizia giudicandolo privo di valenza normativa. E’ stato il Procuratore della Repubblica di Brindisi a impugnare l’ordinanza del giudice per le indagini preliminari che aveva respinto la richiesta di emissione di un mandato di arresto europeo avanzata dal pubblico ministero perché per la destinataria, indagata per concorso in reclutamento e favoreggiamento aggravati della prostituzione, era stata prevista ma non eseguita la misura cautelare degli arresti domiciliari. Il Gip aveva giustificato il no perché nel Vademecum redatto dal Ministero della giustizia si suggerivano “particolari cautele nell’emanare un mandato di arresto europeo per l’esecuzione della misura domiciliare”.

La Cassazione ha annullato con rinvio l’ordinanza considerata come abnorme perché adottata “al di là di qualsiasi previsione processuale”, risultando così avulsa dal sistema. In particolare – osserva la Suprema Corte – la decisione sull’emissione di un mandato di arresto europeo non può essere legata a una valutazione da parte dell’autorità politica perché ha una connotazione esclusivamente giudiziaria. A ciò si aggiunga che la decisione quadro 2002/584 prevede, senza possibilità di fraintendimento, l’emissione di un mandato di arresto non solo nei casi di esecuzione della pena, ma anche per le misure di sicurezza privative della libertà, incluse, quindi, le misure cautelari. Inoltre, l’ordinanza non può basarsi sul Vademecum che è un atto amministrativo senza valenza normativa. Niente di più di una raccomandazione, funzionale a “circoscrivere possibili problematiche in fase di emissione”. La Cassazione poi ritiene errata la stessa interpretazione del vademecum che non preclude l’emissione del mandato di arresto processuale per la misura degli arresti domiciliari, “limitandosi a sensibilizzare il giudice alla massima cautela” se nel Paese di esecuzione non sono previste misure come gli arresti domiciliari, ma solo atti più afflittivi come la custodia in carcere. Nel caso in esame, però, era mancata la verifica e, secondo la Cassazione, era stata adottata “un’inammissibile decisione estremamente ‘prudenziale’, fondata su un atto non vincolante e quindi estraneo al sistema processuale”. Così, l’annullamento dell’ordinanza con rinvio.

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 12 settembre 2016 |
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In vigore dal 23 luglio la legge 7 luglio 2016 n. 122 “Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea. Legge europea 2015-2016”, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 158 dell’8 luglio (legge europea). Obiettivo principale chiudere le 16 procedure d’infrazione avviate dalla Commissione europea e andare avanti con l’attuazione di 3 direttive e una decisione quadro. Diverse le novità in materia di cooperazione giudiziaria civile e penale. Sotto il primo profilo, con l’articolo 7 è previsto che il Dipartimento per la giustizia minorile  e  di  comunità  del Ministero della giustizia, designato quale autorità centrale a norma dell’articolo 49 del regolamento (CE) n. 4/2009 del Consiglio, del 18 dicembre 2008, dell’articolo 53 del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, e dell’articolo 4 della Convenzione dell’Aia del 23 novembre 2007, nello svolgimento dei suoi compiti si avvalga dei servizi  minorili dell’Amministrazione della giustizia e acceda alle informazioni contenute in banche dati pubbliche relative alla situazione economica dei soggetti obbligati al pagamento di alimenti. Sul fronte del funzionamento del titolo esecutivo europeo, via libera all’immediata applicazione dell’atto pubblico certificato come titolo esecutivo europeo nello Stato di origine senza ulteriori adempimenti. In materia di immigrazione, disposto il rilascio del permesso di soggiorno autonomo ai minori stranieri anche prima del 14esimo anno di età.

La sezione II è interamente dedicata alla disciplina a tutela delle vittime di reati intenzionali violenti che vede l’Italia già oggetto della procedura d’infrazione 2011/4147. Con la nuova legge si dispone l’estensione del Fondo di rotazione per la solidarietà alla vittime di reati di tipo mafioso anche alle altre vittime.

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 15 luglio 2016 |
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La Corte di cassazione, I sezione penale, con la sentenza n. 22120/16 depositata il 26 maggio fa il punto sugli effetti della sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea nel caso El Dridi e chiarisce che la “sostanziale valutazione di incompatibilità della norma incriminatrice interna con la disciplina Ue produce effetti simili alla abolitio criminis” (2_22120_2016). La Suprema Corte, proprio grazie alla pronuncia di Lussemburgo (28 aprile 2011, si veda il post del 28 aprile), ha accolto il ricorso del Procuratore generale della Repubblica di Perugia il quale chiedeva l’annullamento della condanna di un cittadino del Marocco condannato a un anno di reclusione per aver violato l’obbligo di lasciare il territorio dello Stato dopo l’adozione di un decreto di espulsione. L’annullamento è stato richiesto perché il fatto per il quale l’uomo era stato condannato, proprio a seguito della pronuncia El Dridi, non si può più considerare come previsto dalla legge come reato. In particolare, l’indicata sentenza ha prodotto effetti sull’articolo 14, comma 5-ter del Dlgs n. 286/98 che puniva con la sanzione detentiva la condotta di ingiustificata inosservanza dell’ordine di allontanamento, di fatto portando all’abolizione del reato. L’indicata abolizione è stata poi confermata con il decreto legge n. 89/2011 e il recepimento della direttiva 2008/115.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/la-cassazione-applica-il-decreto-legge-sul-recepimento-della-direttiva-rimpatri.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/recepita-la-direttiva-rimpatri.html

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 24 giugno 2016 |
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Modellato in modo simile alla legge n. 69 sul mandato di arresto europeo, è stato adottato il decreto legislativo n. 36 del 15 febbraio 2015 con il quale è stata recepita la decisione quadro n. 2009/829/GAI sull’applicazione tra gli Stati membri dell’Unione europea del principio del reciproco riconoscimento alle decisioni sulle misure alternative alla detenzione cautelare, che è entrato in vigore il 26 marzo (n. 36). L’ambito di applicazione riguarda i provvedimenti emessi durante un procedimento penale “dall’autorità giudiziaria con cui si impongono alla persona fisica, in alternativa alla detenzione cautelare, uno o più obblighi o prescrizioni”. Pertanto, gli Stati, in assenza di un’armonizzazione delle misure cautelari, sono liberi nell’individuazione delle misure alternative e nella individuazione dei reati per i quali esse sono applicabili. L’articolo 4 del Dlgs indica, in un elenco che appare tassativo e che non riproduce pedissequamente quelle indicate nell’articolo 8 della decisione quadro, le misure cautelari interessate dal nuovo sistema quali: l’obbligo di comunicare ogni cambiamento di residenza, il divieto di frequentare determinati luoghi, posti o zone del territorio dello Stato di emissione o dello Stato di esecuzione, l’obbligo di rimanere in un determinato luogo, talvolta anche in ore stabilite, il divieto o le restrizioni del diritto di lasciare il territorio, l’obbligo di presentarsi all’autorità indicata nel provvedimento impositivo, il divieto di avere contatti con persone coinvolte nel reato, il divieto di esercitare determinate attività professionali. Va segnalato che, in ogni caso, ci sembra che in base all’articolo 8 della decisione quadro, per quanto non espressamente previsto nel decreto legislativo, l’Italia possa avvalersi del diritto di comunicare al segretario generale del Consiglio altre misure cautelari che è disposta a sorvegliare e che sono indicate, in modo non tassativo, dalla stessa decisione quadro. In ogni caso, tale eventualità avrà, se nella prassi troverà attuazione, carattere eccezionale tenendo conto che il legislatore non ha riprodotto l’articolo 13 della decisione quadro che attribuisce allo Stato di esecuzione la possibilità di adattare le misure cautelari adottate nello Stato di emissione e non previste nell’ordinamento del Paese di esecuzione. Nel funzionamento di questo strumento, è centrale il ruolo delle autorità competenti che, in base all’articolo 3 del Dlgs n. 36, sono il Ministero della giustizia e l’autorità giudiziaria. Il primo provvede alla trasmissione e alla ricezione delle decisioni sulle misure cautelari, nonché all’invio del certificato predisposto in base alla decisione quadro e riprodotto nell’allegato I del decreto. Sempre il Ministero è competente per le richieste di integrazione la cui pertinenza non è attribuita all’autorità giudiziaria. In via residuale e, quindi, solo nei limiti in cui è previsto dal decreto, è autorizzato il dialogo diretto tra autorità giudiziarie con l’obbligo, però, per quella italiana, di informare il Ministro della giustizia della trasmissione o della ricezione di una decisione sulle misure cautelari.

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 8 maggio 2016 |
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Il giudice nazionale, nei procedimenti in cui è messo in discussione il principio generale di non discriminazione in base all’età, riconosciuto dalla Carta dei diritti fondamentali Ue, deve garantirne la piena efficacia e disapplicare il diritto interno anche nel caso di controversie tra privati e se ciò incide sui principi di certezza del diritto e di legittimo affidamento. E’ la Corte di giustizia dell’Unione europea a stabilirlo con la sentenza depositata il 19 aprile (C-441/14, C-441:14) su rinvio pregiudiziale della Corte suprema danese. Al centro del quesito pregiudiziale, la direttiva 2000/78 che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, recepita in Italia con Dlgs n. 216/2003. Un sindacato aveva chiesto ai tribunali nazionali di corrispondere a un lavoratore l’indennità di licenziamento. La richiesta era stata respinta dall’azienda perché, con il raggiungimento dell’età per la pensione di vecchiaia, l’indennità non gli spettava, malgrado avesse continuato a lavorare per un’altra azienda. Per la Corte Ue, l’esclusione automatica dalla corresponsione dell’indennità per la sola circostanza che si è raggiunta una determinata età, con la conseguente titolarità alla pensione di vecchiaia, determina una discriminazione in ragione dell’età privando un lavoratore subordinato del diritto di beneficiare dell’indennità di licenziamento, senza valutare se il dipendente resti o no nel mercato del lavoro. Lussemburgo è poi chiaro nell’affermare che, nei casi in cui il diritto interno con il quale è stata recepita la direttiva produce un effetto contrario all’atto Ue, i tribunali nazionali devono garantire piena efficacia al diritto dell’Unione anche nel caso di controversie tra privati. E questo malgrado la direttiva non crei obblighi a carico di un privato e, quindi, non possa essere fatta valere nei suoi confronti. Le autorità giurisdizionali nazionali, infatti, devono interpretare il diritto interno “alla luce della lettera e dello scopo della direttiva, onde conseguire il risultato fissato da quest’ultima”. Un risultato da perseguire anche ribaltando una giurisprudenza nazionale consolidata basata su un’interpretazione del diritto interno contrastante con la direttiva e finanche se la diversa interpretazione incide sul legittimo affidamento del datore di lavoro.

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 3 maggio 2016 |
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