Sull’applicazione dell’ingiunzione europea di pagamento intervengono le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione. Con la sentenza n. 7075/17 depositata il 20 marzo (ingiunzione europea) relativa al regolamento n. 1896/2006 che istituisce un procedimento europeo d’ingiunzione di pagamento, modificato dal n. 2015/2421 del 2015 che entrerà in vigore il 14 luglio 2017, la Suprema Corte ha detto una parola definitiva sui termini da rispettare nel caso di richiesta di riesame in casi eccezionali. E’ la prima pronuncia su tale questione, arrivata alla Cassazione su ricorso di una società che aveva presentato una richiesta di riesame di un’ingiunzione europea di pagamento emessa nei suoi confronti, riguardante una somma dovuta a un professionista che non aveva ottenuto il pagamento di una prestazione d’opera professionale relativa alla costruzione di un edificio in Austria. La Corte di appello di Trieste aveva dichiarato l’istanza inammissibile.  Il riesame in casi eccezionali, in base al regolamento, è possibile se una notificazione dell’ingiunzione europea è avvenuta senza prova del ricevimento da parte del convenuto che non ha potuto presentare un’opposizione ordinaria per ragioni a lui non imputabili o se si realizzano casi di forza maggiore o altre circostanze eccezionali. Nel caso arrivato in Cassazione, la richiesta della società ricorrente era motivata da vizi nel procedimento di notificazione. In questa ipotesi, va applicata la disciplina sul riesame e non sull’opposizione. Solo in quest’ultimo caso, il regolamento fissa il termine in 30 giorni, senza rinvio agli ordinamenti interni, mentre nulla dice per il riesame e, lo stesso articolo 20 non fissa un termine. Di conseguenza, ad avviso della Cassazione, è indispensabile rifarsi all’ordinamento nazionale. In questa direzione, la Corte ricorda l’articolo 26 del regolamento che disciplina il rapporto con le norme processuali nazionali e che, d’altra parte, precisa che “tutte le questioni procedurali non trattate specificamente dal presente regolamento sono disciplinate dal diritto nazionale”. Di conseguenza, poiché il termine di proposizione del riesame è una questione procedurale, per stabilire le scadenze è necessario applicare l’articolo 650 del codice di procedura civile. Tanto più che nella comunicazione effettuata dall’Italia alla Commissione europea sul procedimento di riesame, è stata stabilita la competenza dello stesso giudice che ha messo l’ingiunzione e si è fatto riferimento all’articolo 650 e, quindi, al termine di dieci giorni stabilito nella norma richiamata.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 22 marzo 2017 |
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I notai chiamati a svolgere un’attività nei procedimenti di esecuzione forzata in attuazione del regolamento Ue sul titolo esecutivo europeo non possono essere qualificati come giudici o come autorità giurisdizionali nazionali se non è rispettato il principiio del contraddittorio. Di conseguenza, i mandati di esecuzione non sono assimilati ai titoli esecutivi europei e non godono, quindi, della libertà di circolazione fissata nel regolamento Ue n. 805/2004.

E’ la Corte di giustizia dell’Unione europea a stabilirlo con la sentenza depositata il 9 marzo relativa a due cause riunite, C-484/15 (C-484:15) e C-551/15 (C-551:15). Gli eurogiudici hanno ribaltato le conclusioni depositate l’8 settembre 2016 dell’Avvocato generale Bot, raggiungendo un verdetto che certo limita la competenza dei notai nell’applicazione del regolamento (CE) n. 805/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 aprile 2004, che istituisce il titolo esecutivo europeo per i crediti non contestati.

A rivolgersi alla Corte, i giudici croati. Nel primo caso, un avvocato aveva chiesto al notaio un mandato di esecuzione forzata nei confronti di un suo cliente che non aveva versato la parcella dovuta. Il notaio, però, si era rifiutato di emettere la certificazione del mandato come titolo esecutivo europeo perché, a suo avviso, non erano soddisfatti i requisiti previsti dall’atto Ue. Così, la documentazione era stata inviata al Giudice del distretto municipale di Novi Zagreb che ha sollevato alcuni quesiti pregiudiziali d’interpretazione a Lussemburgo. Nell’altra causa (C-551/15) un notaio aveva emesso un mandato di esecuzione nei confronti di un cittadino tedesco che non aveva pagato l’importo dovuto a una società di parcheggi in Croazia, ma a causa dell’opposizione del debitore, il giudice distrettuale di Pola ha ugualmente chiamato in aiuto la Corte Ue.

Punto centrale è se le funzioni di notaio possano essere assimilabili a quelle di un giudice ai fini del regolamento 805/2004. E questo in particolare nei casi in cui nei procedimenti di esecuzione forzata sia adottato un atto autentico. Prima di tutto, gli eurogiudici hanno chiarito che le nozioni del regolamento Ue sono da interpretare in modo autonomo e uniforme, tenendo conto del contesto della norma e dello scopo perseguito dalla normativa. Escluso, quindi, il rinvio al diritto interno anche per evitare applicazioni a macchia di leopardo dell’atto Ue. Per la Corte, anche se il regolamento non indica le caratteristiche necessarie per qualificare un soggetto come giudice e per classificare un procedimento come giudiziario, da un confronto con altri atti Ue si desume che la nozione di organo giurisdizionale formulata nel regolamento n. 805 si riferisce unicamente alle autorità giudiziarie. Se il legislatore Ue avesse voluto comprendere una nozione più ampia avrebbe fatto una scelta analoga al regolamento n. 650/2012 sulle successioni in cui è chiarito che il termine organo giurisdizionale comprende non solo le autorità giudiziarie ma anche le altre autorità competenti che esercitano funzioni giudiziarie. Non solo. Per la Corte il contesto della libera circolazione delle decisioni, che è alla base del funzionamento del titolo esecutivo europeo, impone un’interpretazione restrittiva “degli elementi che definiscono la nozione di giudice”. Questo – osserva la Corte – proprio per consentire alle autorità nazionali “di individuare le decisioni emesse da giudici di altri Stati membri” che devono rispettare garanzie di indipendenza, di imparzialità e il principio del contraddittorio. Se, quindi, il notaio emette un mandato di esecuzione sulla base di un atto autentico notificato al debitore dopo la sua adozione, il principio del contraddittorio non è rispettato.

La Corte ha poi concluso che l’atto pubblico non può essere certificato come titolo esecutivo europeo se il debitore non riconosce espressamente il credito.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 14 marzo 2017 |
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E’ stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea L 57 del 3 marzo 2017 il nuovo regolamento n. 2017/353 del 15 febbraio 2017 che sostituisce gli allegati A e B del regolamento (UE) 2015/848 relativo alle procedure di insolvenza in vigore dal 26 giugno 2017. Gli allegati elencano le denominazioni date nel diritto nazionale degli Stati membri alle procedure di insolvenza e agli amministratori delle procedure di insolvenza cui si applica tale regolamento. L’allegato A elenca le procedure di insolvenza di cui all’articolo 2, punto 4, del medesimo regolamento e l’allegato B elenca gli amministratori delle procedure di insolvenza di cui al punto 5 del medesimo articolo.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/pubblicato-il-regolamento-ue-sulle-procedure-dinsolvenza.html

 

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 7 marzo 2017 |
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Prosegue il corso organizzato dall’Ordine degli Avvocati di Trani, commissione di diritto internazionale e dell’Unione europea, dal titolo “Il processo civile italiano: l’incidenza delle norme dell’Unione europea”, che punta a diffondere la corretta applicazione dei regolamenti Ue in materia di cooperazione giudiziaria civile. Dopo le prime due lezioni dedicate alle notificazioni (prof. Bruno Barel) e alle decisioni in materia matrimoniale e responsabilità genitoriale (prof.ssa Emilia Maria Magrone), si prosegue il 2 marzo con il cd. decreto ingiuntivo europeo. Lezione conclusiva del prof. Antonio Leandro il 24 marzo sulle procedure di insolvenza transfrontaliere.

Le lezioni si terranno presso l’Ordine degli Avvocati di Trani (P.zza Sacra Regia Udienza n. 9) alle ore 15.30. Sono attribuiti 3 crediti formativi per ogni incontro.

Qui il programma completo Incontri Dir Internaz e UE Trani.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 18 febbraio 2017 |
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Individuare gli strumenti più efficaci per realizzare la cooperazione transfrontaliera in materia d’insolvenza. In questa direzione, nell’ambito del Progetto Europeo SaveComp sull’insolvenza transfrontaliera, le Università di Genova, Valencia, Amsterdam, Glasgow, Magonza, la Biznesa augstskola Turība, la Charles University di Praga, l’Istituto di diritto internazionale privato di Sofia e la casa editrice IPR Verlag di Monaco di Baviera stanno procedendo a raccogliere e a sviluppare le best practices di diritto internazionale privato e processuale in materia di insolvenza e pre-insolvenza transfrontaliera. Il Progetto SaveComp, co-finanziato dall’Unione europea (Action grants to support judicial cooperation in civil and criminal matters JUST/2014/JCOO/AG/CIVI/7693), prevede la partecipazione di pratici ed accademici che hanno la possibilità di contribuire alla razionalizzazione dello stato dell’arte rispondendo al questionario sviluppato dai Partners del progetto. Obiettivo: offrire ai pratici i possibili strumenti per implementare la cooperazione transfrontaliera. Sul sito ufficiale del Progetto sono disponibili diverse versioni linguistiche del questionario, tra cui quella italiana. Rispondere al questionario richiede circa 15-20 minuti e la consultazione è aperta fino alla fine del mese di gennaio 2017. Le risposte sono anonime e richiedono solo l’indicazione della professione svolta. Le risposte non verranno pubblicate. In ogni versione linguistica è indicato l’indirizzo mail cui inviare le risposte. Cliccare qui per accedere alla pagina del questionario (http://savecomp.eu/questionnaire/).

 

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 17 novembre 2016 |
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20161024pht48492_width_600In vista del restyling al regolamento Ue n. 2201/2003 relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e di responsabilità genitoriale, la Commissione giuridica del Parlamento europeo ha proceduto a diffondere uno studio “Recasting the BrusselsIIa Regulation” (ipol_stu2016571383_en) per fare il punto sulle modifiche necessarie alla proposta presentata dalla Commissione europea (COM(2016)411, brussels2_regulation_en). Il volume, che sarà discusso nel workshop dell’8 novembre a Bruxelles, spazia dalle problematiche relative alla sottrazione dei minori alle procedure di ritorno, dall’utilizzo della mediazione in materia familiare alla cooperazione tra autorità nazionali. Tra gli autori Ilaria Pretelli che ha curato la parte relativa alla sottrazione dei minori e le procedure di ritorno e Alegria Borrás che si è occupata della materia matrimoniale sulla quale la proposta di modifica interviene in modo limitato. Il Bureau della Conferenza dell’Aja di diritto internazionale privato ha curato gli aspetti relativi al rapporto tra il regolamento, gli strumenti internazionali e i Paesi terzi.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/la-commissione-presenta-la-proposta-di-regolamento-di-modifica-del-bruxelles-ii-bis.html

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 2 novembre 2016 |
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Ultimo passo per rendere pienamente operativo il sistema Ue di sequestro sui conti bancari. E’ stato pubblicato, infatti, sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea del 19 ottobre, L 283, il regolamento di esecuzione n. 2016/1823 (sequestro-conservativo) del 10 ottobre 2016 che istituisce i moduli di cui al regolamento (UE) n. 655/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce una procedura per l’ordinanza europea di sequestro conservativo su conti bancari al fine di facilitare il recupero transfrontaliero dei crediti in materia civile e commerciale. L’atto comprende i moduli da utilizzare per le diverse domande, da quella di ordinanza europea di sequestro all’impugnazione di una decisione fino alla richiesta di dissequestro degli importi eccedenti a quelli fissati nell’ordinanza, nonché l’ipotesi della revoca. Il testo, al pari del regolamento n. 655/2014, entrerà in vigore il 18 gennaio 2017. Va ricordato che non partecipano al sistema il Regno Unito e la Danimarca.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/in-gazzetta-il-regolamento-sullordinanza-europea-sul-sequestro-conservativo.html

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 20 ottobre 2016 |
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“Le successioni internazionali in Europa”: è il titolo del Convegno che si terrà il 13 ottobre presso l’Università La Sapienza (Roma, Sala Calasso, Facoltà di giurisprudenza). La conferenza, che prenderà il via alle 9.15 e si concluderà alle 18.30, permetterà di approfondire il contenuto del regolamento Ue n. 650/2012 relativo alla competenza, alla legge applicabile, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni e degli atti pubblici in materia di successioni e alla creazione di un certificato successorio europeo, entrato in vigore il 17 ottobre 2015. Si partirà dall’analisi della residenza abituale e la clausola di eccezione, passando alle questioni relative alla scelta di legge e poi al coordinamento tra le giurisdizioni sino ad arrivare ad affrontare temi di forte impatto pratico come i patti successori e il certificato successorio europeo. Parteciperanno i più noti studiosi ed esperti nel campo del diritto internazionale privato. Nel corso dell’incontro sarà anche presentato il volume “The European Succession Regulation: a Commentary” a cura di Alfonso-Luis Calvo Caravaca, Angelo Davì e Heinz-Peter Mansel, edito dalla Cambridge University Press.

Qui il programma completo del Convegno programma

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 2 ottobre 2016 |
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Un groviglio normativo sciolto dalla Corte di giustizia dell’Unione europea. Con la sentenza del 28 luglio (C-191/15, C-191:15) Lussemburgo ha stabilito la legge da applicare all’azione inibitoria conseguenza di un utilizzo di clausole abusive contrattuali nel commercio elettronico che va determinata in base al regolamento n. 864/2007 sulla legge applicabile alle obbligazioni extracontrattuali (Roma II). A rivolgersi agli eurogiudici è stata la Corte suprema austriaca alle prese con una controversia tra la società Amazon EU e l’associazione per l’informazione dei consumatori austriaca. Amazon Eu, stabilita in Lussemburgo e attiva anche in Austria con un sito internet con un dominio con estensione “.de”, aveva inserito in modo sistematico nelle condizioni generali contrattuali clausole non negoziate con le quali affermava di non riconoscere clausole “difformi apposte dal cliente” e di procedere per i pagamenti vista fattura a utilizzare i calcoli probabilistici per la valutazione del rischio di inadempimento raccolti da una società tedesca. I giudici di primo grado avevano emesso l’ingiunzione a non utilizzare queste clausole come richiesto dall’associazione per i consumatori, ma i giudici di appello avevano annullato la decisione. Così, la Corte suprema, prima di pronunciarsi ha chiesto chiarimenti alla Corte Ue. Stabilito che alla luce della direttiva 93/13 sulle clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori una clausola non negoziata individualmente è abusiva se induce in errore il consumatore medio, la Corte ha qualificato come tale la clausola che fa intendere al consumatore che, per regolare gli acquisti via web, si applica la legge in cui ha sede il professionista/venditore senza chiarire che vanno applicate anche altre norme a tutela del consumatore e, in particolare, le disposizioni imperative della legge che risulterebbe applicabile in caso di mancata attuazione della clausola imposta dal venditore secondo quanto previsto dal regolamento n. 593/2008 2008 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali (Roma I). Tuttavia, per le azioni inibitorie, poiché l’impiego delle indicate clausole provoca una violazione dell’ordinamento giuridico e una responsabilità extracontrattuale derivante da fatto illecito, la Corte ha stabilito la necessità di applicare il regolamento Ue n. 864/2007 e, in particolare, le disposizioni sulla concorrenza sleale (articolo 6) che comportano il richiamo della legge del Paese in cui sono lesi o rischiano di essere lesi i rapporti di concorrenza o gli interessi collettivi dei consumatori. Il principio della lex loci damni determina così che, nel caso di offerte rivolte da una società di commercio elettronico direttamente a un mercato – in questo caso quello austriaco – deve essere applicata la legge del Paese in cui sono lesi gli interessi collettivi dei consumatori. Bocciato, quindi, l’utilizzo della legge dello Stato in cui ha sede la società, malgrado l’inserimento di una clausola di questo genere nelle condizioni generali.  Per le questioni relative al trattamento dei dati, va applicato l’articolo 4 della direttiva 95/46 sulla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, con la conseguenza che la disciplina richiamata è quella dello Stato membro verso il quale l’impresa dirige le proprie attività se il trattamento è affidato allo stabilimento situato in detto Stato membro.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 22 settembre 2016 |
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Le domande relative alla responsabilità genitoriale con al centro l’affidamento del figlio vanno devolute al giudice del luogo in cui il minore risiede abitualmente. E questo anche quando sulla separazione giudiziale è attribuita la competenza al giudice di un altro Stato membro. Sono le sezioni unite civili della Cassazione a stabilirlo con la pronuncia n. 17676/16 depositata il 7 settembre (17676). E’ stato un cittadino italiano a rivolgersi alla Cassazione a seguito della decisione della Corte di appello di Napoli con la quale era stata attribuita la giurisdizione al giudice inglese per la domanda di separazione con addebito e di affidamento e mantenimento del figlio. La controversia vedeva al centro una coppia, il marito cittadino italiano e la moglie inglese, che si era sposata in Italia. Dopo il matrimonio, la donna era andata a vivere nel Regno Unito, dove era nato il figlio. L’uomo aveva presentato istanza di separazione al Tribunale di Torre Annunziata. I giudici, in forza del regolamento Ue n. 2001/2003 relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e di responsabilità genitoriale, avevano dichiarato la giurisdizione del giudice italiano in base all’articolo 3 per le questioni attinenti alla separazione e, per connessione, anche sulle domande relative al figlio malgrado la sua residenza in Inghilterra. La donna aveva adito il Tribunale di Dartford per l’affidamento del figlio e aveva impugnato la pronuncia del Tribunale di Torre Annunziata. La Corte di appello le aveva dato ragione riconoscendo la competenza del giudice inglese per ogni questione. Una posizione non condivisa dalla Suprema Corte. Per la Cassazione – che ha respinto le richieste di formulare un quesito pregiudiziale alla Corte di giustizia Ue – l’applicazione corretta del regolamento porta all’attribuzione di competenza, sulla separazione, al giudice italiano e, sulla responsabilità genitoriale, al giudice inglese tenendo conto, per di più, della necessità di mettere in primo piano il preminente interesse del minore e il criterio della vicinanza. Ed invero – osserva la Cassazione – la giurisdizione sull’affidamento del figlio può essere assorbita dal giudice competente per la separazione solo se c’è l’accordo dei coniugi e se ciò è corrispondente a un interesse superiore del minore. Situazioni che non si erano verificate nel caso di specie. Di qui la conclusione circa l’attribuzione di competenza, per la separazione, al giudice italiano in base all’articolo 3 del regolamento n. 2201, senza che si possa “fondatamente reputarsi che essa possa essere poi venuta meno per vis attrattiva della diversa causa di responsabilità genitoriale”, introdotta dinanzi al giudice inglese. A ragionare diversamente – prosegue la Suprema Corte – sarebbe leso il principio della perpetuatio jurisdictionis e della prevenzione che “precludono lo spostamento di competenza in favore del procedimento (anche se connesso) avviato all’estero successivamente al primo”. Sull’affidamento del figlio, invece, la Cassazione nega la giurisdizione del giudice italiano perché essa è devoluta in via esclusiva, in forza dell’articolo 8, alla competenza del giudice del Regno Unito.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 16 settembre 2016 |
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