Sono stati pubblicati due regolamenti delegati per adeguare la modulistica alle modifiche di alcuni atti in materia di cooperazione giudiziaria civile. Si tratta del regolamento delegato n. 2017/1259 del 19 giugno 2017 che sostituisce gli allegati I, II, III e IV del regolamento (CE) n. 861/2007 del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un procedimento europeo per le controversie di modesta entità (2017:1259) e del n. 2017/1260 che sostituisce l’allegato I del regolamento (CE) n. 1896/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio sul procedimento europeo d’ingiunzione di pagamento (1260). I due atti adottati dalla Commissione tengono conto di alcune novità: in particolare, il 1260 prevede che in caso di opposizione a un’ingiunzione di pagamento europea, il ricorrente possa chiedere che il procedimento prosegua conformemente alle norme del procedimento europeo per le controversie di modesta entità di cui al regolamento (CE) n. 861/2007. Di qui la necessità di alcune modifiche in vigore da oggi.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 14 luglio 2017 |
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La Commissione giuridica (JURI) del Parlamento europeo ha presentato uno studio dal titolo “Private International Law in a Context of Increasing International Mobility: Challenges and Potental” (PE583.157, IPOL_STU(2017)583157_EN), con l’obiettivo di approfondire i rapporti tra immigrazione e diritto internazionale privato. L’incremento dei flussi migratori porta con sé nuove questioni di diritto internazionale privato anche attinenti al riconoscimento degli status acquisiti all’estero. A questo tema è dedicata un’intera sezione. Spazio anche ai sistemi di family tracing in diversi Stati membri, inclusa l’Italia e agli effetti della kafala. Lo studio segue un filo conduttore unico ossia fornire strumenti a giudici, operatori del diritto e autorità amministrative che incontrano, di frequente, difficoltà nell’applicazione del diritto internazionale privato nel contesto delle migrazioni. Di particolare interesse il capitolo 3 che analizza l’articolo 12 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951. La norma, dedicata agli status personali, si occupa della legge applicabile allo status personale di ogni rifugiato, con l’obbligo per gli Stati contraenti di rispettare i diritti precedentemente acquisiti e una riserva nell’applicazione del limite dell’ordine pubblico al fine di garantire i diritti acquisiti dal rifugiato nel proprio Paese.

Il volume è stato curato da Sabine Corneloup (Università Paris II Panthéon-Assas), Bettina Heiderhoff (Università di Münster), Costanza Honorati (Università di Milano-Bicocca), Fabienne Jault-Seseke (Università di Versailles Saint-Quentin), Thalia Kruger (Università di Anversa), Caroline Rupp (Università di Würzburg), Hans van Loon (ex Segretario generale della Conferenza dell’Aja di diritto internazionale privato), Jinske Verhellen (Università di Ghent).

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 13 luglio 2017 |
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Dal 26 giugno, in vigore il regolamento n. 2015/848 relativo alle procedure d’insolvenza e che abroga il 1346/2000 (insolvenza). Con le nuove regole sarà più semplice procedere alla ristrutturazione delle imprese e, per i creditori, recuperare il proprio denaro. Almeno nelle intenzioni, poi, dovrebbe arrivare un freno al fenomeno del turismo dei fallimenti, anche grazie alla codificazione di principi fissati dalla Corte di giustizia Ue nel corso degli anni. Le nuove norme – scrive la Commissione – permetteranno di evitare l’apertura di procedure secondarie con una maggiore semplicità nella ristrutturazione delle imprese in contesti transfrontalieri. Tra gli aspetti più qualificanti, poi, l’introduzione di norme ad hoc per le procedure di insolvenza dei gruppi di imprese, con maggiori possibilità di salvataggio generale.

Per l’istituzione dei registri fallimentari disciplinati dall’articolo 24, paragrafo 1, e accessibili a creditori e giudici anche se domiciliati in altri Stati membri, l’applicazione è prevista dal 26 giugno 2018, mentre entro il 2019 sarà operativo il collegamento dei registri degli Stati membri. 

E’ opportuno segnalare che con il regolamento n. 2017/353 del 15 febbraio 2017 sono stati sostituiti gli allegati A e B del regolamento 2015/848.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/pubblicato-il-regolamento-ue-sulle-procedure-dinsolvenza.html

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 27 giugno 2017 |
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Il giudice italiano non ha giurisdizione se il minore ha residenza abituale negli Stati Uniti. Lo ha chiarito, il 5 giugno, la Corte di Cassazione, sezioni unite civili, con ordinanza n. 13912/17 (13912).

Questi i fatti. Il padre di una bambina aveva chiesto al Tribunale di Roma di modificare le condizioni della separazione consensuale dalla moglie in particolare con riferimento all’affidamento della figlia minorenne. La ex moglie aveva eccepito il difetto di giurisdizione perché la bimba risiedeva con lei da due anni negli Stati Uniti. Il tribunale aveva respinto l’eccezione perché riteneva l’istanza come integrativa del provvedimento di separazione per la quale la donna aveva accettato la giurisdizione del giudice italiano. La donna, però, aveva sollevato, ex articolo 41 c..p.c., la questione della giurisdizione dinanzi alla Cassazione che si è così pronunciata sul regolamento di giurisdizione. Prima di tutto, la Suprema Corte ha ribadito l’autonomia tra il giudizio di separazione e il successivo procedimento sulla revisione per la parte relativa all’affidamento del minore in linea con l’articolo 12, paragrafo 2, lett. a del regolamento 2201/2003 relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e di responsabilità genitoriale. Questo anche perché il criterio di attribuzione della giurisdizione fondato sulla vicinanza, che è incentrato sul principio dell’interesse superiore del minore, “assume una pregnanza tale da comportare anche l’esclusione della validità del consenso del genitore sulla proroga della giurisdizione”. Nel caso in esame, la minore aveva doppia cittadinanza, italiana e statunitense, con residenza abituale negli Stati Uniti. Ed invero, il provvedimento richiesto, secondo la Cassazione,  persegue l’obiettivo di proteggere la minore e, quindi, rientra nell’ambito di applicazione dell’articolo 42 della legge n. 218/1995 che rinvia alla Convenzione dell’Aja del 5 ottobre 1961 sulla competenza delle autorità e sulla legge applicabile in materia di protezione dei minori resa esecutiva con legge 24 ottobre 1980 n. 742. Questo ha come conseguenza che, trattandosi di minore con doppia cittadinanza, non si può applicare l’articolo 4 della Convenzione che sancisce la prevalenza “delle misure adottate dal giudice del luogo di cui il minore è cittadino su quelle adottate nel luogo di residenza abituale”. A ciò si aggiunga che – scrive la Cassazione – l’Italia non si è avvalsa della possibilità “di creare una competenza speciale per le misure attinenti ai minori”, come previsto dall’articolo 15 della citata Convenzione. D’altra parte, va anche considerato che il parametro della residenza abituale garantisce la tutela della continuità affettiva e valorizza, così, la preminenza dell’interesse superiore del minore. Pertanto, per la Cassazione, il giudice italiano non è competente in forza della residenza abituale della minore negli Stati Uniti.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 9 giugno 2017 |
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L’Avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea Bot, il 17 maggio, ha depositato le conclusioni sul primo caso arrivato a Lussemburgo sull’applicazione del regolamento n. 650/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 luglio 2012, relativo alla competenza, alla legge applicabile, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni e all’accettazione e all’esecuzione degli atti pubblici in materia di successioni e alla creazione di un certificato successorio europeo, relative alla causa C-218/16 (C-218:16).

A rivolgersi alla Corte di giustizia, i giudici polacchi alle prese con una controversia tra uno studio notarile polacco e una cittadina polacca, madre di due bambini nati dal matrimonio con un cittadino tedesco con il quale la donna era comproprietaria di un immobile situato in Germania, luogo di residenza della famiglia. La donna, nel redigere un testamento, aveva chiesto di predisporre un trasferimento del diritto di proprietà sull’immobile in Germania a seguito della sua morte attraverso un legato per rivendicazione. Un impiegato del notaio si era rifiutato di redigerlo perché non previsto dalla legge tedesca e questo malgrado la donna avesse scelto come legge da applicare alla successione quella polacca. Il Tribunale polacco al quale la donna si era rivolta ha chiesto alla Corte di giustizia dell’Unione europea  un chiarimento sugli articoli 1, paragrafo 2, lettera k), 1, paragrafo 2, lettera l), o 31 del regolamento n. 650/2012 e, in particolare se possano essere negati gli effetti reali di un legato per rivendicazione (legatum per vindicationem), previsto dalla legge applicabile alla successione, “qualora tale legato concerna il diritto di proprietà di un bene immobile situato in uno Stato membro la cui legislazione non conosce l’istituto del legato per rivendicazione ad effetti reali diretti”. Per l’Avvocato generale Bot, alla luce dell’obiettivo del regolamento, il notaio di uno Stato membro non è autorizzato a rifiutarsi di riconoscere gli effetti reali del legato per rivendicazione previsto dallo statuto successorio di un Paese Ue quando i legati conducono alla costituzione di un diritto di proprietà di un immobile situato in uno Stato membro del quale la legge non conosceva l’istituto del legato con effetti reali. Sul punto, l’Avvocato generale ricorda che alcuni Stati, come i Paesi Bassi, che non prevedevano il legato per rivendicazione hanno modificato le disposizioni in materia di iscrizione per consentire la registrazione del diritto di proprietà previsto in un certificato successorio europeo e dare effettiva attuazione alla legge scelta. Adesso la parola alla Corte di giustizia.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 2 giugno 2017 |
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L’azione revocatoria ordinaria proposta dal curatore è strettamente connessa alla procedura d’insolvenza. Di conseguenza va applicato il regolamento 1346/2000 (sostituito dal regolamento 2015/848, applicabile dal 26 giugno 2017) in linea con la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea e affermata la giurisdizione del giudice italiano. E’ la Corte di cassazione, sezioni unite civile, a stabilirlo con l’ordinanza n. 10233/17 depositata il 26 aprile (10233). Una società aveva presentato un ricorso per regolamento di giurisdizione nei confronti di una banca maltese e di un’altra società costituita da soci che avevano costituito trust con capitale sociale di una società con sede in Portogallo. Il Tribunale di Torre Annunziata aveva dichiarato il fallimento della società e il curatore del fallimento, in base all’articolo 66 della legge fallimentare, aveva chiesto di dichiarare l’inefficacia degli atti di conferimento in trust nei confronti dei creditori. La Bank of Valletta aveva eccepito il difetto di giurisdizione del giudice italiano. Per la Cassazione, che ha anche respinto la richiesta di effettuare un rinvio pregiudiziale d’interpretazione alla Corte di giustizia dell’Unione europea “in ragione dell’evidenza dell’interpretazione anche alla luce delle precedenti, sia pur non specifiche, pronunce della Corte di giustizia”, i giudici di uno Stato membro nel cui territorio è stata avviata una procedura d’insolvenza “hanno giurisdizione anche sui convenuti aventi sede o domicilio in un altro Stato membro qualora l’azione contro di essi proposta sia qualificabile come direttamente derivante dalla procedura d’insolvenza e ad essa strettamente connessa”. Se l’azione, anche se attivabile in assenza di una procedura d’insolvenza, è fondata o tragga titolo dalla procedura d’insolvenza, essa rientra in quest’ambito. Ed invero, tenendo conto che il curatore ha agito come organo della procedura non in sostituzione dei falliti “ma contro di essi, al fine di recuperare beni asseritamente costituiti in trust” è certa l’applicazione della disciplina sul fallimento. Con connessa inquadrabilità nell’area del regolamento n. 1346/2001 ed esclusione – osserva la Cassazione – “dell’operatività del regolamento n. 44/2001”.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 5 maggio 2017 |
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Sull’applicazione dell’ingiunzione europea di pagamento intervengono le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione. Con la sentenza n. 7075/17 depositata il 20 marzo (ingiunzione europea) relativa al regolamento n. 1896/2006 che istituisce un procedimento europeo d’ingiunzione di pagamento, modificato dal n. 2015/2421 del 2015 che entrerà in vigore il 14 luglio 2017, la Suprema Corte ha detto una parola definitiva sui termini da rispettare nel caso di richiesta di riesame in casi eccezionali. E’ la prima pronuncia su tale questione, arrivata alla Cassazione su ricorso di una società che aveva presentato una richiesta di riesame di un’ingiunzione europea di pagamento emessa nei suoi confronti, riguardante una somma dovuta a un professionista che non aveva ottenuto il pagamento di una prestazione d’opera professionale relativa alla costruzione di un edificio in Austria. La Corte di appello di Trieste aveva dichiarato l’istanza inammissibile.  Il riesame in casi eccezionali, in base al regolamento, è possibile se una notificazione dell’ingiunzione europea è avvenuta senza prova del ricevimento da parte del convenuto che non ha potuto presentare un’opposizione ordinaria per ragioni a lui non imputabili o se si realizzano casi di forza maggiore o altre circostanze eccezionali. Nel caso arrivato in Cassazione, la richiesta della società ricorrente era motivata da vizi nel procedimento di notificazione. In questa ipotesi, va applicata la disciplina sul riesame e non sull’opposizione. Solo in quest’ultimo caso, il regolamento fissa il termine in 30 giorni, senza rinvio agli ordinamenti interni, mentre nulla dice per il riesame e, lo stesso articolo 20 non fissa un termine. Di conseguenza, ad avviso della Cassazione, è indispensabile rifarsi all’ordinamento nazionale. In questa direzione, la Corte ricorda l’articolo 26 del regolamento che disciplina il rapporto con le norme processuali nazionali e che, d’altra parte, precisa che “tutte le questioni procedurali non trattate specificamente dal presente regolamento sono disciplinate dal diritto nazionale”. Di conseguenza, poiché il termine di proposizione del riesame è una questione procedurale, per stabilire le scadenze è necessario applicare l’articolo 650 del codice di procedura civile. Tanto più che nella comunicazione effettuata dall’Italia alla Commissione europea sul procedimento di riesame, è stata stabilita la competenza dello stesso giudice che ha messo l’ingiunzione e si è fatto riferimento all’articolo 650 e, quindi, al termine di dieci giorni stabilito nella norma richiamata.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 22 marzo 2017 |
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I notai chiamati a svolgere un’attività nei procedimenti di esecuzione forzata in attuazione del regolamento Ue sul titolo esecutivo europeo non possono essere qualificati come giudici o come autorità giurisdizionali nazionali se non è rispettato il principiio del contraddittorio. Di conseguenza, i mandati di esecuzione non sono assimilati ai titoli esecutivi europei e non godono, quindi, della libertà di circolazione fissata nel regolamento Ue n. 805/2004.

E’ la Corte di giustizia dell’Unione europea a stabilirlo con la sentenza depositata il 9 marzo relativa a due cause riunite, C-484/15 (C-484:15) e C-551/15 (C-551:15). Gli eurogiudici hanno ribaltato le conclusioni depositate l’8 settembre 2016 dell’Avvocato generale Bot, raggiungendo un verdetto che certo limita la competenza dei notai nell’applicazione del regolamento (CE) n. 805/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 aprile 2004, che istituisce il titolo esecutivo europeo per i crediti non contestati.

A rivolgersi alla Corte, i giudici croati. Nel primo caso, un avvocato aveva chiesto al notaio un mandato di esecuzione forzata nei confronti di un suo cliente che non aveva versato la parcella dovuta. Il notaio, però, si era rifiutato di emettere la certificazione del mandato come titolo esecutivo europeo perché, a suo avviso, non erano soddisfatti i requisiti previsti dall’atto Ue. Così, la documentazione era stata inviata al Giudice del distretto municipale di Novi Zagreb che ha sollevato alcuni quesiti pregiudiziali d’interpretazione a Lussemburgo. Nell’altra causa (C-551/15) un notaio aveva emesso un mandato di esecuzione nei confronti di un cittadino tedesco che non aveva pagato l’importo dovuto a una società di parcheggi in Croazia, ma a causa dell’opposizione del debitore, il giudice distrettuale di Pola ha ugualmente chiamato in aiuto la Corte Ue.

Punto centrale è se le funzioni di notaio possano essere assimilabili a quelle di un giudice ai fini del regolamento 805/2004. E questo in particolare nei casi in cui nei procedimenti di esecuzione forzata sia adottato un atto autentico. Prima di tutto, gli eurogiudici hanno chiarito che le nozioni del regolamento Ue sono da interpretare in modo autonomo e uniforme, tenendo conto del contesto della norma e dello scopo perseguito dalla normativa. Escluso, quindi, il rinvio al diritto interno anche per evitare applicazioni a macchia di leopardo dell’atto Ue. Per la Corte, anche se il regolamento non indica le caratteristiche necessarie per qualificare un soggetto come giudice e per classificare un procedimento come giudiziario, da un confronto con altri atti Ue si desume che la nozione di organo giurisdizionale formulata nel regolamento n. 805 si riferisce unicamente alle autorità giudiziarie. Se il legislatore Ue avesse voluto comprendere una nozione più ampia avrebbe fatto una scelta analoga al regolamento n. 650/2012 sulle successioni in cui è chiarito che il termine organo giurisdizionale comprende non solo le autorità giudiziarie ma anche le altre autorità competenti che esercitano funzioni giudiziarie. Non solo. Per la Corte il contesto della libera circolazione delle decisioni, che è alla base del funzionamento del titolo esecutivo europeo, impone un’interpretazione restrittiva “degli elementi che definiscono la nozione di giudice”. Questo – osserva la Corte – proprio per consentire alle autorità nazionali “di individuare le decisioni emesse da giudici di altri Stati membri” che devono rispettare garanzie di indipendenza, di imparzialità e il principio del contraddittorio. Se, quindi, il notaio emette un mandato di esecuzione sulla base di un atto autentico notificato al debitore dopo la sua adozione, il principio del contraddittorio non è rispettato.

La Corte ha poi concluso che l’atto pubblico non può essere certificato come titolo esecutivo europeo se il debitore non riconosce espressamente il credito.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 14 marzo 2017 |
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E’ stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea L 57 del 3 marzo 2017 il nuovo regolamento n. 2017/353 del 15 febbraio 2017 che sostituisce gli allegati A e B del regolamento (UE) 2015/848 relativo alle procedure di insolvenza in vigore dal 26 giugno 2017. Gli allegati elencano le denominazioni date nel diritto nazionale degli Stati membri alle procedure di insolvenza e agli amministratori delle procedure di insolvenza cui si applica tale regolamento. L’allegato A elenca le procedure di insolvenza di cui all’articolo 2, punto 4, del medesimo regolamento e l’allegato B elenca gli amministratori delle procedure di insolvenza di cui al punto 5 del medesimo articolo.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/pubblicato-il-regolamento-ue-sulle-procedure-dinsolvenza.html

 

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 7 marzo 2017 |
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Prosegue il corso organizzato dall’Ordine degli Avvocati di Trani, commissione di diritto internazionale e dell’Unione europea, dal titolo “Il processo civile italiano: l’incidenza delle norme dell’Unione europea”, che punta a diffondere la corretta applicazione dei regolamenti Ue in materia di cooperazione giudiziaria civile. Dopo le prime due lezioni dedicate alle notificazioni (prof. Bruno Barel) e alle decisioni in materia matrimoniale e responsabilità genitoriale (prof.ssa Emilia Maria Magrone), si prosegue il 2 marzo con il cd. decreto ingiuntivo europeo. Lezione conclusiva del prof. Antonio Leandro il 24 marzo sulle procedure di insolvenza transfrontaliere.

Le lezioni si terranno presso l’Ordine degli Avvocati di Trani (P.zza Sacra Regia Udienza n. 9) alle ore 15.30. Sono attribuiti 3 crediti formativi per ogni incontro.

Qui il programma completo Incontri Dir Internaz e UE Trani.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 18 febbraio 2017 |
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