Il 3 dicembre la Corte europea dei diritti dell’uomo ha comunicato al Governo italiano i ricorsi arrivati da cittadini italiani che cercano da Strasburgo una condanna dell’Italia per violazione, tra gli altri, del diritto al rispetto della vita privata e familiare (articolo 8 della Convenzione). Questo o perché è stato impedito il riconoscimento di matrimoni tra partner dello stesso sesso avvenuti all’estero ma che le coppie non hanno potuto trascrivere in Italia (ORLANDI AND OTHERS v. ITALY) o perché non è stato eliminato il divieto di matrimonio per coppie dello stesso sesso (OLIARI AND LONGHI v. ITALY). Questo malgrado le coppie avessero una coabitazione stabile e registrata, conti bancari comuni e, in un caso, nominato il partner come amministratore di sostegno. Adesso il Governo dovrà rispondere agli interrogativi formulati da Strasburgo e chiarire se anche l’assenza di una legislazione sulle unioni civili registrate possa comportare una violazione dei diritti convenzionali.

Scritto in: famiglia | in data: 3 gennaio 2014 |
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Per estendere le regole interne in materia di immigrazione relative all’ingresso di un minore che deve ricongiungersi con il genitore che ha ottenuto asilo anche ai casi di kafala è necessaria una modifica legislativa. Anche perché, non sussistono obblighi di diritto internazionale generale che impongano agli Stati un particolare trattamento e un’equiparazione ai minori adottati rispetto a quelli che usufruiscono della kafala, fatta salva la necessità di assicurare la piena realizzazione dell’interesse superiore del minore. Lo ha stabilito la Corte suprema inglese nella sentenza del 18 dicembre 2013 [2013] UKSC81 (UKSC_2012_0181_Judgment) con la quale è stata stabilita la necessità di una modifica legislativa prima di poter equiparare in ogni caso un minore adottato a uno che è sottoposto a un legame con il genitore in base alla kafala. La vicenda riguardava una minore che, alla perdita dei suoi genitori in Somalia, era stata legata tramite kafala al cognato. Quest’ultimo era arrivato nel Regno Unito e dopo un po’ di tempo aveva ottenuto il permesso anche per le sue due figlie ma non per la ricorrente che non risultava regolarmente adottata. Con la conseguenza che non si poteva applicare la norma in materia di immigrazione che permette l’ingresso anche ai figli adottati se uno dei genitori beneficia dell’asilo, ma non espressamente per la kafala. Tuttavia, iI giudici nazionali avevano successivamente concesso l’ingresso in quanto la ricorrente aveva avuto un’inclusione nella famiglia e risultava nel suo interesse superiore ricongiungersi con il resto della famiglia. Bene hanno fatto – precisa la Corte suprema – i giudici nazionali a seguire un approccio flessibile, fermo restando però che non esiste alcun obbligo di equiparare la kafala all’adozione sotto ogni profilo giuridico.

Scritto in: famiglia | in data: 19 dicembre 2013 |
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Nuova condanna all’Italia da Strasburgo per la mancata esecuzione dei provvedimenti che dispongono il diritto di visita al proprio figlio. La Corte europea dei diritti dell’uomo, con sentenza del 17 dicembre 2013 (ricorso n. 51930/10, AFFAIRE NICOLO SANTILLI c. ITALIE) ha accertato la violazione dell’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare. All’attenzione della Corte il ricorso presentato da un padre che, dopo la separazione dalla moglie, non aveva potuto attuare in modo effettivo il diritto di visita riconosciuto dai tribunali nazionali che avevano affidato il figlio alla madre. Di fatto, a causa degli ostacoli frapposti dalla madre, il padre aveva potuto vedere raramente il figlio. Di qui il ricorso a Strasburgo che ha dato ragione al padre, riconoscendogli anche un indennizzo per i danni non patrimoniali subiti. La Corte europea ha bacchettato i tribunali nazionali competenti che, malgrado i segnali di preoccupazione del padre e dei servizi sociali si sono limitati a prendere nota della situazione a a ordinare alle parti l’esecuzione della pronuncia. Sono mancate del tutto – osserva la Corte – misure pratiche e adeguate che sono tali se adottate rapidamente. E’ vero che nei casi che coinvolgono minori è opportuno non ricorrere a misure coercitive ma sarebbe stato necessario adottare sanzioni nei confronti della madre che non aveva cooperato. I tribunali competenti, invece, si sono limitati a prevedere misure automatiche e stereotipate, lasciando consolidare una situazione di fatto e provocando una violazione della Convenzione europea.

Scritto in: famiglia | in data: 17 dicembre 2013 |
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E’ contraria all’articolo 2, par. b, della direttiva 2000/78 del 27 novembre 2000 che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro il contratto collettivo che nega al lavoratore che ha stipulato un Pacs con una persona dello stesso sesso diritti e benefici concessi invece a coloro che contraggono matrimonio, in particolare quando il diritto interno non prevede alle coppie dello stesso sesso la possibilità di sposarsi. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza del 12 dicembre 2013 (C-267/12, Hay, C-267:12), nella quale la Corte, pur riconoscendo la libertà degli Stati nell’adozione delle legislazioni nazionali in materia di stato civile, afferma che laddove un Paese membro introduce nel proprio ordinamento i patti civili di solidarietà tra partner dello stesso sesso non può negare a coloro che stipulano questi accordi l’attribuzione di benefici, come il congedo straordinario o un premio stipendiale, se questi vantaggi sono concessi ai dipendenti in occasione del matrimonio.

La Corte di giustizia, nell’arrivare a questa conclusione, si distacca anche dalla pronuncia della Corte costituzione francese che, con decisione n. 2011-155, aveva affermato che le coppie sposate e quelle che hanno stipulato un Pacs non si trovano in una situazione analoga. Per Lussemburgo, invece, poiché coloro che concludono i Pacs scelgono di organizzare una vita in comune in modo analogo a coloro che contraggono matrimonio, è evidente che le rispettive coppie si trovano in una situazione analoga. Con la conseguenza che, sul posto di lavoro, chi conclude un Pacs non può essere discriminato rispetto ai coniugi sul posto di lavoro.

 

Scritto in: famiglia | in data: 17 dicembre 2013 |
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L’8 marzo a Bologna si terrà l’incontro di studio “Coppia e minori. Questioni di attualità nel diritto internazionale privato”, organizzato dall’International Law Meeting Association e dalle Università di Bologna e Ferrara (Locandina_ILMA_08_03_13). Il convegno si svolgerà a partire dalle 9.15 nell’Hotel Savoia Regency di Bologna e sarà articolato in due sessioni: una mattutina sui minori e una pomeridiana sulla coppia. Si parlerà di violenza domestica, di matrimoni tra partner dello stesso sesso, di sottrazione internazionale di minori, dell’assunzione di prove, di divorzio, di obbligazioni alimentari, di minori e di responsabilità genitoriale. Necessaria l’iscrizione.

Scritto in: famiglia | in data: 24 febbraio 2013 |
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Il partner di una coppia dello stesso sesso ha diritto ad adottare il figlio del proprio compagno se questa possibilità è concessa, dall’ordinamento interno, alle coppie eterosessuali non sposate. E’ la conclusione raggiunta dalla Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza X e altri contro Austria (ricorso n. 19010/07, CASE OF X AND OTHERS v. AUSTRIA ) depositata ieri che chiarisce il margine di discrezionalità concesso agli Stati nell’adozione della legislazione interna laddove siano in gioco diritti familiari di coppie dello stesso sesso. A una donna era stato impedito, dalle autorità austriache, la possibilità di adottare il figlio della propria partner, possibilità invece concessa a coppie eterosessuali. I tribunali nazionali non avevano accolto i ricorsi della coppia che alla fine si è rivolta a Strasburgo. Chiara la posizione della Corte: gli Stati hanno un margine di discrezionalità nelle scelte dei diritti da riconoscere a coppie non sposate. Se però assicurano taluni diritti alle coppie eterosessuali, come quello all’adozione,  sono tenuti a farlo anche con riguardo a coppie dello stesso sesso. In caso contrario, certa la violazione dell’articolo 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che sancisce il divieto di discriminazione e dell’articolo 8 che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare perché coppie delle stesso che convivono in modo stabile sono titolari del diritto alla vita familiare.  La Grande Camera ha anche precisato che l’articolo 8 della Convenzione deve essere letto tenendo conto dei cambiamenti nella società: oggi, infatti, precisa la Corte, non esiste più un unico modello familiare. Questo comporta una restrizione nel margine di discrezionalità concesso agli Stati che devono dimostrare non solo che il fine perseguito nell’eventuale predisposizione di limitazioni al godimento di un diritto sia legittimo ma anche che esso sia necessario. Una dimostrazione – osserva la Corte – che grava sullo Stato sul quale, quindi, ricade l’onere della prova.

E’ vero che sul punto dell’adozione da parte di coppie dello stesso sesso non esiste uniformità tra gli Stati parti alla Convenzione europea ma se uno Stato introduce una legislazione che riconosce diritti a coppie eterosessuali deve estenderli anche alle coppie dello stesso sesso a meno che lo Stato non provi che il divieto persegua un fine legittimo e sia proporzionato al raggiungimento di quest’obiettivo. L’Austria aveva invocato il diritto di proteggere la famiglia tradizionale, ma non ha provato quale effetto negativo potrebbe derivare dal riconoscimento di diritti a coppie dello stesso sesso quando questi diritti sono concessi a quelle eterosessuali. Così come l’Austria non ha fornito alcuna prova sull’eventuale danno al bambino e sulla compromissione dell’interesse superiore del minore derivante dall’adozione da parte di coppie dello stesso sesso. Tanto più che, in base al diritto austriaco, un single anche omosessuale, può procedere all’adozione. Di conseguenza i divieti imposti dalla legislazione austriaca non sono proporzionati e comportano una violazione della Convenzione. Sette giudici hanno allegato un’opinione dissidente.

Si veda il post del 16 marzo 2012 http://www.marinacastellaneta.it/blog/nessuna-discriminazione-se-gli-stati-vietano-alle-coppie-dello-stesso-sesso-ladozione-lo-dice-la-cedu-per-la-cassazione-il-legislatore-nazionale-deve-intervenire-a-garantire-il-diritto-a-una-vita.html

Scritto in: famiglia | in data: 20 febbraio 2013 |
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I ritardi nell’attuazione effettiva dei provvedimenti in materia familiare costituiscono una violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e, in particolare, del diritto al rispetto della vita familiare (articolo 8). Lo ha deciso la Corte europea di Strasburgo nella sentenza depositata oggi (ricorso Lombardo contro Italia, n. 25704/11, AFFAIRE LOMBARDO c. ITALIE) che ha condannato l’Italia per non aver garantito il diritto di visita a un padre che per ben dieci anni aveva potuto vedere solo sporadicamente la figlia, malgrado un tribunale avesse riconosciuto il diritto del padre a visite regolari. Gli ostacoli frapposti dalla madre avevano impedito lo svolgimento delle visite. Le autorità nazionali, inclusi i servizi sociali, poco avevano fatto per assicurare effettività alla pronuncia del tribunale con gravi danni nel rapporto tra genitore e figlio. Solo dopo molti anni era stato disposto un programma di sostegno psicologico per la madre e poi per la figlia. Per la Corte europea, inoltre, le misure disposte erano state automatiche e stereotipate senza una valutazione attenta del caso e senza tener conto che il decorso del tempo provoca, in materia familiare, gravi danni anche per il minore. Constatato che sul piano interno era stato fatto davvero poco e che non erano state adottate misure in grado di eseguire i provvedimenti del Tribunale, la Corte ha accertato la violazione dell’articolo 8 e ha condannato lo Stato a versare al padre un indennizzo per danni non patrimoniali  pari a 15mila euro più 10mila per le spese processuali sostenute.

Scritto in: famiglia | in data: 29 gennaio 2013 |
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Una piaga in continua crescita. Alla ricerca di nuovi strumenti per fronteggiare l’incremento dei casi di sottrazione internazionale dei minori, la Conferenza dell’Aja di diritto internazionale privato ha diffuso, nei giorni scorsi, una guida sulle buone prassi utilizzabili per provare a risolvere i casi di sottrazione senza il ricorso alla via giudiziaria. Nella Guida (guide28mediation_en), che si sofferma anche su esempi pratici, è evidenziata l’importanza di questo strumento che può consentire una soluzione rapida nei casi di sottrazione internazionale regolati dalla Convenzione dell’Aja sugli aspetti civili della sottrazione internazionale dei minori del 25 ottobre 1980. Utile – si sottolinea nella Guida – un elenco di mediatori specializzati nel settore con una supervisione dell’Autorità centrale designata dagli Stati e con un ruolo di primo piano affidato agli avvocati specializzati. Nei casi di sottrazione internazionale, la mediazione deve essere incentrata sull’interesse superiore del minore del quale deve essere acquisita l’opinione tenendo conto dell’età e del grado di maturità del minore sottratto.

La Guida si propone di migliorare l’attuazione dell’articolo 7 della Convenzione che punta alla consegna volontaria del minore agevolando una composizione amichevole della questione.

Scritto in: famiglia, sottrazione internazionale di minori | in data: 20 novembre 2012 |
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Il Bureau permanente della Conferenza dell’Aja di diritto internazionale privato ha divulgato i risultati conseguiti nel corso del Meeting sulla Convenzione del 25 ottobre 1980 sugli aspetti civili della sottrazione internazionale dei minori e della Convenzione sulla protezione del fanciullo del 1996 (ifl-hcch2012_02). Durante i lavori è emersa la necessità di affrontare la questione relativa alla circolazione degli accordi sul ritorno del minore raggiunti attraverso la mediazione o altri sistemi di conciliazione. La Convenzione dell’Aja non si occupa di questi aspetti e quindi è necessario intervenire per consentire la loro efficacia transfrontaliera. La Conferenza poi è al lavoro sull’adozione di una Guida sulle buone prassi nei casi di applicazione dell’articolo 13  dell’Aja, che consente alle autorità giudiziarie dello Stato richiesto di non eseguire il provvedimento se sussiste un fondato rischio per il minore di pericoli fisici e psichici collegati al ritorno. Particolare attenzione ai casi di violenza domestica.

Aperto anche un call for paper in vista della Conferenza di Heidelberg dal titolo “Recovery of Maintenance in the European Union and Worldwide” (5-8 marzo 2013 http://www.heidelberg-conference2013.de/project-en.html).

 

 

Scritto in: famiglia | in data: 22 luglio 2012 |
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La Commissione europea deve procedere alla presentazione di misure per far sì che gli Stati riconoscano reciprocamente gli effetti dei documenti di stato civile in base al principio del riconoscimento reciproco. Il Parlamento europeo torna sulle esigenze legate al riconoscimento degli status anche per coppie dello stesso sesso e lo fa nell’ambito della risoluzione approvata oggi sulla lotta all’omofobia in Europa (2012/2657(RSP), P7). Gli eurodeputati ribadiscono “il proprio impegno a favore dell’uguaglianza e della non discriminazione in base all’orientamento sessuale e all’identità di genere nell’UE, in particolare per quanto concerne l’approvazione della direttiva del Consiglio recante applicazione del principio di parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale, il cui avanzamento è stato bloccato a causa delle obiezioni di alcuni Stati membri” e considera centrale il ruolo della Commissione che deve attivarsi per presentare “proposte per il riconoscimento reciproco degli effetti dei documenti di stato civile”.

Si veda il post del 14 marzo 2012 Gli eurodeputati chiedono agli Stati membri una nozione non restrittiva di famiglia

Scritto in: famiglia, Unione europea | in data: 24 maggio 2012 |