Parte la raccolta di firme per una nuova iniziativa dei cittadini Ue. Con decisione 2017/599 del 22 marzo (iniziativa), la Commissione ha dato il via alla registrazione della proposta di iniziativa dei cittadini dal titolo «Cittadinanza UE per gli europei: uniti nella diversità nonostante lo jus soli e lo jus sanguinis». La raccolta di firme è disciplinata dal regolamento Ue n. 211/2011 e dal n. 268/2012 del 25 gennaio 2012. La scelta di partire con quest’iniziativa è sicuramente motivata dalla procedura di recesso avviata dal Regno Unito il 29 marzo e punta a tutelare i cittadini Ue che perderanno la cittadinanza dell’Unione. In questa direzione, l‘iniziativa chiede alla Commissione di prevedere una proposta legislativa “finalizzata all’applicazione dei trattati in relazione ai diritti di cittadini di Paesi terzi residenti legalmente in uno Stato membro, anche per quanto riguarda le condizioni che ne disciplinano la libertà di movimento e residenza in altri Stati membri dell’UE, e mira a conferire in particolare determinati diritti simili a quelli connessi con la cittadinanza dell’Unione a cittadini di uno Stato che abbia deciso di recedere dall’Unione a norma dell’articolo 50 del TUE”. 

E’ necessario che l’iniziativa sia sostenuta da almeno un milione di cittadini europei, di almeno 7 dei 28 Stati membri (per ciascuno dei 7 Paesi è inoltre richiesto un numero minimo di firme). Il termine ultimo per la raccolta di firme è fissato al 27 marzo 2018 (qui il collegamento diretto all’iniziativa sulla Cittadinanza http://ec.europa.eu/citizens-initiative/public/initiatives/open/details/2017/000003).

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/nozione-di-matrimonio-targata-ue-registrata-uniniziativa-dei-cittadini-europei.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/perfezionato-liter-per-i-controlli-sulle-firme-necessarie-ad-attuare-liniziativa-dei-cittadini-ue.html

Scritto in: cittadinanza | in data: 14 aprile 2017 |
Parole Chiave: //

La Corte di Cassazione, prima sezione civile, ha respinto, con la sentenza n. 969 depositata il 17 gennaio, il ricorso del Ministero dell’interno che contestava l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte di una straniera che l’aveva ottenuta a seguito del matrimonio con un italiano (969). La Corte di appello aveva ritenuto sussistenti le condizioni previste dall’articolo 5 della legge n. 91/1992, alla luce delle modifiche introdotte con la legge n. 94/1999: poiché nei sei mesi successivi al matrimonio non era intervenuto annullamento, separazione o divorzio, la cittadinanza si doveva considerare acquisita. Un ragionamento condiviso dalla Cassazione secondo la quale ha rilievo, in base al dato normativo, la separazione personale e non quella di fatto. Ed invero, la Suprema Corte richiama l’attenzione sulla circostanza che, quando il legislatore ha voluto considerare anche la separazione di fatto, ha provveduto in questo senso. Ad esempio, la legge n. 184/1983 prevede che i coniugi che intendono procedere all’adozione non si trovino in regime di separazione personale neppure di fatto. Quest’ulteriore criterio non è stato inserito per l’acquisizione della cittadinanza e, quindi, va presa in esame unicamente la separazione legale.

Scritto in: cittadinanza | in data: 27 gennaio 2017 |
Parole Chiave: // //

La previsione del requisito della cittadinanza per l’accesso al pubblico impiego e l’esclusione di cittadini extra-Ue da alcuni concorsi pubblici sono legittimi. Il legislatore può decidere di mantenere la condizione della cittadinanza italiana o di uno Stato membro dell’Unione per il pubblico impiego senza che ciò costituisca una violazione della normativa sopranazionale, delle regole Ue e dei principi costituzionali. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, sezione lavoro, con la sentenza n. 18523/14 depositata il 2 settembre (concorsi pubblici) che ha escluso l’esistenza di un principio generale di ammissione dello straniero non comunitario al lavoro pubblico. A rivolgersi alla Suprema Corte è stata una cittadina albanese, regolarmente soggiornante in Italia e invalida civile. Il Ministero dell’economia aveva indetto un concorso per l’assunzione di lavoratori invalidi a tempo indeterminato riservando, però, la partecipazione ai cittadini italiani e comunitari. La donna aveva presentato ricorso, che era stato respinto. Di qui l’azione in Cassazione che le ha dato torto. Prima di tutto, osserva la Cassazione, malgrado l’evoluzione sociale e “l’omogeneizzazione ai fini giuridici delle etnie e cittadinanze”, il legislatore italiano ha introdotto e mantenuto nel corso degli anni il requisito della cittadinanza italiana o di un Paese Ue (con limitate esclusioni) per l’accesso al pubblico impiego. Una scelta politica, quella di mantenere il requisito della cittadinanza, mai abrogata e conforme alla Costituzione. Non solo. Per la Cassazione è da escludere anche un contrasto con norme Ue e con il diritto internazionale. Sotto il primo profilo, in linea con le direttive 2004/38, 2004/83 e 2003/109, l’Italia, nel corso degli anni, ha ampliato l’accesso al pubblico impiego per determinate categorie di cittadini extracomunitari come i rifugiati, i titolari del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo o della protezione sussidiaria. La normativa Ue stabilisce l’obbligo di equiparazione con i cittadini dell’Unione solo per specifiche categorie, confermando così la possibilità di escludere altri cittadini extra Ue. Senza dimenticare le specificità dell’accesso al pubblico impiego in ragione della “particolarità e delicatezza della funzione svolta alle dipendenze dello Stato”, presa in considerazione anche nell’Unione europea che ne riconosce, a determinate condizioni, le peculiarità.

Escluso il contrasto anche con le fonti internazionali come la Convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro n. 143 del 1975, ratificata dall’Italia con legge n. 158 del 1981. E’ vero che è assicurata parità di trattamento e piena uguaglianza tra lavoratori stranieri regolarmente soggiornanti sul territorio ma, indicando in modo espresso i lavoratori  e quindi soggetti già occupati, la regola non è estesa alle questioni relative alle condizioni di accesso al lavoro. In ultimo, la Cassazione ha escluso anche il contrasto con il divieto di trattamenti discriminatori e con la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità del 13 dicembre 2006, ratificata dall’Italia con legge 3 marzo 2009 n. 18 perché l’esclusione della ricorrente non è stata basata sulla sua disabilità, che era per di più requisito di ammissione, ma sulla mancanza della cittadinanza italiana o di un Paese Ue.

Scritto in: cittadinanza | in data: 6 settembre 2014 |
Parole Chiave: //

Un volume per scandagliare i diritti derivanti dalla cittadinanza europea che incidono in modo effettivo sulla vita degli individui nello spazio Ue. Articolato in cinque capitoli il libro “Diritti di cittadinanza e libertà di circolazione nell’Unione europea” dei professori di diritto dell’Unione europea Bruno Nascimbene e Francesco Rossi Dal Pozzo, appena pubblicato dalla Cedam (cittadinanza), approfondisce, alla luce della giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, le origini della cittadinanza Ue con particolare riguardo alle conseguenze pratiche determinate dall’introduzione della cittadinanza, dall’incidenza in materia di diritto al nome alla libertà di circolazione dei familiari dei cittadini dell’Unione. Il testo è articolato in cinque capitoli e analizza approfonditamente i singoli diritti curando le conseguenze dell’attribuzione della cittadinanza sulla libertà di circolazione e di soggiorno, con una specifica attenzione ai lavoratori migranti e ai familiari dei cittadini Ue.

Scritto in: cittadinanza | in data: 20 novembre 2012 |

Aumentano i matrimoni con cittadini stranieri e le consequenziali richieste di cittadinanza italiana. Per far fronte a un incremento del carico di lavoro, con una direttiva del 7 marzo, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 24 aprile, in vigore dal 1° giugno 2012 (0981_direttiva_7_marzo_2012) la competenza sulle richieste del coniuge straniero che vuole acquisire la cittadinanza in ragione del matrimonio passano al Prefetto che diventa competente al posto del Ministero dell’interno, mentre rimangono invariati i motivi di diniego di concessione della cittadinanza previsti dalla legge n. 91 del 5 febbraio 1992.

Scritto in: cittadinanza | in data: 25 aprile 2012 |