L’immunità ristretta impone ai giudici nazionali di affermare la giurisdizione del giudice italiano nel caso di dipendenti di un’ambasciata straniera che si trova sul territorio italiano per le questioni di tipo retributivo, non legate all’esercizio di potestà d’imperio. Di conseguenza, nel negare in modo generale la giurisdizione del giudice italiano, sia per la domanda di reintegrazione sia per le questioni retributive, la Corte di appello di Roma non ha rispettato quanto stabilito dall’articolo 11 della Convenzione di New York del 2004 sull’immunità giurisdizionale degli Stati e dei loro beni, resa esecutiva con legge 14 gennaio 2013 n. 5. E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, sezioni unite civili, con ordinanza n. 13980 depositata il 6 giugno (13980). La vicenda riguarda una cittadina italiana, dipendente dell’Ambasciata dello Zambia a Roma. La donna, rientrata dal lavoro dopo il parto, era stata licenziata. Aveva agito, così, dinanzi ai giudici nazionali e se il Tribunale di Roma le aveva dato ragione, la Corte di appello aveva accolto il ricorso dell’Ambasciata ritenendo sussistente l’immunità dalla giurisdizione. Di qui il ricorso in Cassazione che ha stabilito la giurisdizione del giudice italiano seppure esclusivamente per le domande retributive, conseguenza del licenziamento illegittimo. In base al principio dell’immunità ristretta, consolidatosi nel diritto consuetudinario e nella Convenzione delle Nazioni Unite del 2004, il giudice italiano non ha competenza nei casi in cui lavoratore abbia mansioni correlate all’attività pubblicistica dell’Ambasciata. Così non era nel caso di specie dato che la donna non svolgeva alcuna mansione legata a funzioni pubbliche. Pertanto, non era da escludere la giurisdizione del giudice italiano per le controversie relative al rapporto di lavoro subordinato. Tuttavia, secondo la Cassazione il giudice italiano non ha giurisdizione sulla reintegrazione nel posto di lavoro in quanto detta pretesa “investe in via diretta l’esercizio dei poteri pubblicistici dell’ente straniero”, mentre ha la giurisdizione per gli aspetti patrimoniali della controversia “che non sono, di per sé, idonei ad incidere sull’autonomia e sulle potestà pubblicistiche dell’ente straniero, sempre che non ricorrano le ragioni di sicurezza ex art.2, lettera d), della stessa Convenzione ONU del 2 dicembre 2004”. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la pronuncia della Corte di appello di Roma chiedendo ai giudici di merito di pronunciarsi sulle questoni patrimoniali.

Scritto in: immunità Stati esteri | in data: 23 giugno 2017 |
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Sulla richiesta di reintegra del lavoratore di un istituto di cultura, organismo di uno Stato estero, il giudice italiano non ha giurisdizione in forza della regola consuetudinaria sull’immunità degli Stati. E questo anche perché la richiesta di reintegra del lavoratore a seguito del licenziamento richiede accertamenti che interferiscono sul potere sovrano dello Stato. E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, sezioni unite civili, con ordinanza n. 26661/16 depositata il 22 dicembre (26661:16). A rivolgersi alla Suprema Corte, l’Accademia reale di belle arti spagnola, con sede a Roma, che aveva licenziato un proprio dipendente. Quest’ultimo si era rivolto ai giudici italiani sostenendo che il licenziamento era discriminatorio. Dal canto suo, l’Accademia aveva proposto istanza di regolamento preventivo di giurisdizione. La Cassazione ha dato ragione all’Accademia reale, qualificata come organismo del Ministro degli esteri spagnolo e rappresentata in Italia dall’Ambasciatore. Per la Suprema Corte, la domanda funzionale ad ottenere la reintegra “postula apprezzamenti, indagini o statuizioni idonee ad incidere o interferire sugli atti o comportamenti dello Stato estero espressione dei suoi poteri sovrani di autorganizzazione”. Di conseguenza – prosegue la Cassazione – va riconosciuta l’immunità. La Corte ha precisato che non è possibile una diversa soluzione in base all’articolo 11 della Convenzione delle Nazioni Unite del 2004 sull’immunità giurisdizionale degli Stati e dei loro beni ratificata dall’Italia con legge 14 gennaio 2013 n. 5. Di qui la conclusione della Cassazione che ha sancito il difetto di giurisdizione del giudice italiano limitatamente alla domanda di reintegrazione nel posto di lavoro – anche in linea con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha ricostruito il diritto consuetudinario in materia – ma non sull’accertamento della nullità del patto di prova e del licenziamento.

Scritto in: immunità Stati esteri | in data: 23 dicembre 2016 |
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Il principio dell’immunità degli Stati esteri dalla giurisdizione di un altro Paese persegue un fine legittimo come assicurare buone relazioni tra Stati, ma i limiti di accesso ai tribunali nazionali in materie di controversie di lavoro tra un cittadino dello Stato sul cui territorio si trova un’ambasciata di uno Stato estero e quest’ultimo devono essere proporzionali e in grado di garantire l’applicazione dell’articolo 6 della Convenzione europea, che assicura il diritto di accesso al giudice. E’ la Corte dei diritti dell’uomo a stabilirlo con la sentenza Naku contro Lituania e Svezia depositata l’8 novembre (ricorso n. 26126/07, naku). Questi i fatti. Una donna, cittadina lituana, aveva lavorato per diversi anni alle dipendenze dell’ambasciata svedese a Vilnius. La donna si era occupata del settore della cultura e dell’informazione. Entrata in conflitto con il nuovo consigliere per gli affari culturali era stata licenziata. La donna aveva cercato di far valere le proprie ragioni dinanzi ai giudici lituani ma le sue istanze erano state respinte perché i tribunali nazionali hanno escluso la propria giurisdizione in ragione dell’immunità della Svezia. Di qui il ricorso a Strasburgo. La Corte ha prima di tutto respinto il ricorso contro la Svezia tanto più che la donna non aveva presentato alcuna azione dinanzi ai giudici svedesi i quali, inoltre, sulla base del contratto firmato tra le parti avrebbero dovuto applicare il diritto lituano. Per quanto riguarda l’azione contro la Lituania, la Corte ha tracciato il perimetro in cui si muove la regola dell’immunità degli Stati in materia di controversie di lavoro. Strasburgo prende atto che sul piano internazionale c’è una tendenza volta a delimitare lo spazio dell’immunità, con eccezione, però, ai casi di reclutamento dello staff nelle ambasciate. Preso atto che l’immunità è stata erosa con il passare degli anni, la Corte richiama la Convenzione Onu sull’immunità giurisdizionale degli Stati e dei loro beni del 2 dicembre 2004 che parte dal principio che non sussiste l’immunità nel caso di controversie di lavoro, enunciando delle eccezioni a tale principio. Ed invero – osserva la Corte – nel caso in esame non sussistono le eccezioni indicate nella Convenzione perché la ricorrente non era cittadina svedese, né era un agente diplomatico o consolare. Non solo. La Svezia non ha mai sostenuto, dinanzi ai tribunali lituani, che sussistevano, per giustificare l’immunità, ragioni di sicurezza nazionale. Il caso in esame, inoltre, va distinto dalla pronuncia Fogarty che riguardava una discriminazione nel reclutamento perché, invece, la ricorrente, in questa vicenda, aveva lavorato per ben 14 anni e, quindi, erano in discussione i diritti legati a un contratto di lavoro. Quello che poi proprio non convince la Corte europea è il mancato accertamento da parte dei giudici nazionali circa la partecipazione della donna a funzioni sovrane dello Stato. I giudici interni – prima di dichiararsi incompetenti – avrebbero dovuto verificare se le funzioni della donna erano collegate all’esercizio di poteri sovrani. Proprio questo mancato accertamento fa dire alla Corte che è stato violato il diritto di accesso al giudice e, quindi, l’articolo 6, par. 1 della Convenzione dei diritti dell’uomo. Strasburgo ha disposto un indennizzo di 8mila euro per i danni non patrimoniali e 17mila per le spese processuali chiarendo che, però, in un caso come questo, il rimedio migliore sarebbe la riapertura del processo nazionale.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/immunita-degli-stati-limitata-nelle-controversie-di-lavoro.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/si-dalla-cedu-allimmunita-delle-organizzazioni-internazionali-per-controversie-di-lavoro.html

Scritto in: CEDU, immunità Stati esteri | in data: 11 novembre 2016 |
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Poche pagine che puntano a colpire gli Stati esteri che supportano, direttamente o indirettamente, organizzazioni o individui che compiono attività terroristiche contro gli Stati Uniti, con effetti su larga scala, in grado di incidere in modo rilevante sul principio dell’immunità degli Stati dalla giurisdizione nel caso di crimini come il terrorismo internazionale. Con la decisione presa dal Senato (con 97 sì, 2 astensioni e un solo voto contrario) e dalla Camera (348 voti a favore e 77 astensioni) con la quale è stato bocciato, il 28 settembre, il veto apposto dal Presidente degli Stati Uniti Obama sul Progetto di legge “Justice Against Sponsors of Terrorism Act” (bills-114s2040enr), gli Stati Uniti, pur con le dovute differenze, vanno nel senso di un ridimensionamento dell’immunità già prospettata dalla Corte di cassazione italiana prima (si veda, tra gli altri, il caso Ferrini) e dalla Corte costituzionale poi, con la sentenza n. 238 del 2014. La scelta del Congresso, oltre ad essere un segno di una democrazia funzionante, in cui i controlli e i passaggi tra poteri in vista dell’adozione di una legge non sono uno stanco rituale ma un modo per rafforzare i principi democratici grazie al bilanciamento di poteri, può essere il preludio a un cambiamento anche sul piano internazionale, incidendo sulla norma consuetudinaria in materia di immunità di Stati esteri e organi dello Stato dalla giurisdizione civile. Con un possibile effetto a cascata ossia che anche altri Paesi seguano la strada tracciata da Washington.

Con l’entrata in vigore del testo, dando spazio a una deroga all’immunità degli Stati, i tribunali civili Usa sono autorizzati a pronunciarsi su azioni in cui sono coinvolti Stati stranieri, per i danni causati da atti terroristici all’interno degli Stati Uniti (in pratica l’Arabia Saudita per la strage dell’11 settembre 2001). Questo porta a modifiche al codice penale e alla legge del 1976 “Foreign Sovereign Immunities Act”. Un limite è che le azioni coperte sono circoscritte, dal punto di vista soggettivo, agli atti contro cittadini Usa. Forte contrarietà sulla nuova legge è stata espressa dal Direttore della CIA (statement).

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/immunita-dalla-giurisdizione-per-crimini-nuova-pronuncia-delle-sezioni-unite.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/limmunita-di-stati-esteri-dalla-giurisdizione-per-atti-terroristici-va-negata-la-sentenza-straniera-non-puo-pero-essere-delibata-se-non-e-rispettato-il-principio-della-competenza-internazionale.html

Scritto in: immunità organi dello Stato, immunità Stati esteri | in data: 29 settembre 2016 |
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Sì alla giurisdizione del giudice italiano per le azioni di risarcimento avviate dai parenti delle vittime di crimini di guerra o contro l’umanità compiuti dalla Germania durante la Seconda guerra mondiale. E’ la Corte di cassazione, sezioni unite civili, con la sentenza depositata il 29 luglio 2016 n. 15812 (29094387), a stabilirlo, dando attuazione alla pronuncia della Consulta n. 238 del 2014. “Cancellato dall’ordinamento l’articolo 3 della legge n. 5/2013; venuto meno l’obbligo del giudice italiano di adeguarsi alla pronuncia della Corte internazionale di giustizia del 3 febbraio 2012, – osserva la Suprema Corte – non resta che affermare la giurisdizione del giudice italiano a conoscere delle domande risarcitorie proposte dai ricorrenti”. A rivolgersi alla Cassazione i parenti di alcune vittime di deportazione per lavori forzati e, quindi, di crimini di guerra commessi dalla Germania durante il conflitto mondiale. Il Tribunale di Bergamo, con sentenza del 21 settembre 2012, confermata in appello, aveva dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice italiano per l’azione contro Germania. Di qui il ricorso in Cassazione. Quest’ultima, ricostruita la prassi, dal caso Ferrini alla sentenza della Corte internazionale di giustizia fino ad arrivare alla pronuncia della Corte costituzionale n. 238/2014, è giunta alla conclusione di annullare la decisione dei giudici di appello e di dichiarare la giurisdizione del giudice italiano per le azioni nei confronti della Germania alla quale viene così negata l’immunità.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/il-parlamento-prova-a-dribblare-gli-effetti-della-sentenza-della-corte-costituzionale-n-238.html

 

Scritto in: immunità Stati esteri | in data: 2 settembre 2016 |
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La Corte di cassazione, I sezione civile, con la sentenza n. 11027/16 depositata il 27 maggio (11027) ha confermato la giurisdizione italiana in relazione a una controversia che vedeva contrapposte alcune società italiane all’Iraq, ribadendo il no all’immunità dalla giurisdizione dello Stato estero in ragione della circostanza che al centro del procedimento vi era un atto iure gestionis. E’ stata la Repubblica irachena a chiedere alla Suprema Corte di annullare la pronuncia della Corte di appello di Milano del 27 dicembre 2012 con la quale era stata affermata la competenza dei giudici italiani e imposto all’Iraq un risarcimento del danno a favore di Finmeccanica. Quest’ultima aveva incorporato la società Agusta ed era così subentrata nel processo avviato dall’azienda produttrice di elicotteri dopo che l’Iraq non aveva corrisposto il dovuto a seguito dell’acquisto di 5 velivoli che, però, non erano stati consegnati a causa dell’embargo che aveva colpito Baghdad dopo l’invasione del Kuwait. Il contratto di acquisto era stato concluso prima dell’attacco armato e, quindi, di fatto, l’azienda italiana non aveva potuto consegnare gli elicotteri. La Corte di Cassazione ha confermato il giudizio di appello che obbliga l’Iraq a versare un risarcimento accogliendo il ricorso iracheno solo in ordine alla questione relativa alla rivalutazione monetaria e del calcolo degli interessi in base al diritto francese. Gli altri motivi di ricorso iracheni sono stati tutti respinti. In primo luogo, sotto il profilo della competenza giurisdizionale, è stato chiarito che il contratto concluso dall’Iraq era da inquadrare tra gli atti iure privatorum e non iure imperii. In secondo luogo, la Cassazione ha stabilito che solo l’embargo successivo all’invasione dell’Iraq ha messo fine al contratto di compravendita, prima del tutto valido. A tale riguardo, è da escludere la tesi irachena circa l’impossibilità sopravvenuta perché lo scioglimento del contratto è da imputare alla controparte irachena. Così, è da escludere il ricorso alla forza maggiore perché in base al diritto internazionale essa non può essere invocata se la parte che la richiama ha causato con la sua condotta colpevole la situazione. In questo caso l’embargo era stata la conseguenza dell’invasione irachena del Kuwait. Di qui l’obbligo di corrispondere il risarcimento con un calcolo diverso degli interessi.

Scritto in: immunità Stati esteri | in data: 30 maggio 2016 |
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Lo Stato estero, proprietario di un’impresa poi privatizzata, deve pagare i debiti all’azienda italiana con la quale, prima della privatizzazione, ha concluso contratti di opera e di fornitura. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, III sezione civile, con la sentenza n. 21085 del 19 ottobre 2015  (21085) con la quale la Suprema Corte ha precisato gli obblighi in materia di responsabilità extracontrattuale di un’impresa ungherese controllata dallo Stato durante il regime comunista, privatizzata e poi dichiarata insolvente. Precisato che la questione della giurisdizione del giudice italiano è stata già risolta in primo grado e non più riproposta e che la procura speciale era valida ai sensi della Convenzione dell’Aja del 1961 e dell’articolo 12 della legge n. 218/95, la Cassazione ha rilevato la necessità di tutelare il legittimo affidamento del creditore anche in una fase complessa come quella della privatizzazione dell’impresa straniera. Tra l’altro – osserva la Suprema Corte – “lo Stato sovrano che si evolve da un’economia statalista e dirigista verso quella di mercato è civilmente responsabile” delle obbligazioni assunte dalle sue imprese. Non si può riconoscere allo Stato un’immunità per le conseguenze patrimoniali delle sue scelte quando ciò comporta “un intollerabile stravolgimento del sistema di tutela di diritti dei terzi e l’ingiustificabile riversamento del rischio di tali epocali trasformazioni sulle controparti dei singoli contratti precedentemente stipulati”. E’ vero che la scelta di privatizzare le imprese statali appartiene alle decisioni sovrane dello Stato, ma poiché si è verificato un danno da condotta di enti dello Stato e non un danno da privatizzazione, lo Stato è chiamato a risponderne davanti alla giurisdizione del danneggiato. Di conseguenza, la Suprema Corte riconosce la responsabilità extracontrattuale per la condotta dell’ente statale che procede alla privatizzazione tanto più che quest’ultimo aveva comunicato all’impresa italiana la responsabilità dello Stato per i debiti assunti verso l’azienda italiana che, quindi, rassicurata, aveva eseguito la prestazione.

Scritto in: diritto processuale civile internazio, immunità Stati esteri | in data: 10 dicembre 2015 |
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La Corte di cassazione si avvale della sentenza n. 238 resa dalla Consulta nel 2014 e nega l’immunità dalla giurisdizione della Serbia per crimini di guerra imponendo il risarcimento delle parti civili. Con la sentenza n. 43696/15 del 29 ottobre 2015 (43696), la prima sezione penale della Cassazione ha escluso l’immunità dalla giurisdizione della Serbia in relazione a un crimine di guerra. Nel corso degli eventi bellici legati alla disgregazione dell’ex Iugoslavia, un militare serbo aveva dato l’ordine di abbattere un elicottero in missione di monitoraggio internazionale per conto dell’allora Comunità europea, causando la morte di 4 militari italiani e di un francese. La Corte di assise di appello di Roma, ribaltando il giudizio in primo grado, aveva condannato, nel 2013, il tenente colonnello serbo accusato di aver dato l’ordine, nel 1992, al pilota di un caccia Mig di abbattere l’elicottero. Questo malgrado fosse ben visibile l’acronimo E.C.M.M. (European community monitor mission), affiancata dalla bandiera delle Nazioni Unite e fosse stato comunicato alle autorità militari serbe, malgrado non fosse necessario, l’operativo del volo. La Cassazione, confermando che il pilota del Mig aveva abbattuto l’elicottero sulla base degli ordini di Opacic, che era al vertice della catena di comando, ha respinto il ricorso del militare condannato. Così come ha rigettato la tesi serba che si è arrampicata sugli specchi sostenendo alcuni vizi procedurali e difetti di notificazione. La Serbia ha anche eccepito il difetto di giurisdizione dei giudici italiani nei confronti di uno Stato estero per le domande di risarcimento presentate dalle parti civili. Di diverso avviso la Cassazione che ha richiamato, a fondamento della propria decisione, sia la sentenza n. 238 sia l’ordinanza n. 30 rese dalla Corte costituzionale. La Cassazione, tenendo conto della “centralità dei diritti fondamentali della persona per il nostro ordinamento” e della circostanza che per la tutela dei diritti inviolabili delle vittime di un crimine internazionale non può essere “preclusa la piena verifica giurisdizionale” perché ciò renderebbe “sproporzionato il sacrificio di principi costituzionali rispetto all’obiettivo di non incidere sull’esercizio della potestà di Governo dello Stato straniero quando quest’ultima si sia espressa attraverso condotte delittuose qualificabili come crimini di guerra o crimini contro l’umanità”, ha riconosciuto la propria competenza a pronunciarsi. L’immunità dello Stato straniero – come rilevato dalla Consulta -protegge la funzione di governo e non certo comportamenti che “non attengono al corretto esercizio di tale potestà”. Ora, chiarito che la condotta di Opacic deve essere ricondotta alla Serbia e che il comportamento illecito rientra tra i crimini di guerra che “si caratterizzano per la lesione dei valori universali di rispetto della dignità umana, che trascendono gli interessi delle singole comunità statali che si fronteggiano in un contesto bellico”, la Corte nega l’immunità alla Serbia, tanto più che è stato superato il limite posto all’immunità dello Stato straniero proprio in ragione della gravità del crimine commesso. La Cassazione ha anche respinto l’interpretazione della sentenza n. 238 fatta dalla difesa della Serbia secondo la quale non sussisterebbe una condizione per affermare la giurisdizione nei confronti di Stati per crimini di guerra perché vi sarebbero altre possibilità di azione per ottenere il risarcimento dei danni per i danneggiati. Al via quindi i risarcimenti alle parti civili.

Scritto in: immunità Stati esteri | in data: 10 novembre 2015 |
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La questione di legittimità costituzionale della norma sull’immunità dalla giurisdizione degli Stati in caso di crimini di guerra è stata già risolta e, di conseguenza, la Corte costituzionale, con ordinanza n. 30 del 3 marzo 2015 (ordinanza), ha dichiarato manifestamente inammissibile  il ricorso promosso dal Tribunale ordinario di Firenze il 21 gennaio 2014, non riguardando così la legge 10 novembre 2014 n. 162  il cui art.19-bis (intitolato “Crediti  delle  rappresentanze  diplomatiche  e consolari straniere”) ha stabilito che non possono essere sottoposte ad esecuzione forzata, “a pena di nullità rilevabile anche d’ufficio”, le somme depositate “su conti correnti bancari o postali, in relazione ai quali il capo della rappresentanza, del posto consolare o il direttore, comunque denominato, dell’organizzazione internazionale in Italia, con atto preventivamente comunicato al Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale e all’impresa  autorizzata  all’esercizio dell’attività bancaria presso cui le medesime somme sono depositate, ha dichiarato che il conto contiene esclusivamente somme destinate all’espletamento delle funzioni dei soggetti di cui  al presente comma”.

Al centro della vicenda, l’azione per risarcimento danni avviata dalle figlie di un cittadino italiano ucciso per rappresaglia da truppe del Terzo Reich in Italia. La Consulta ha dichiarato le questioni manifestamente inammissibili per sopravvenuta carenza di oggetto, chiarendo, tra l’altro che “con la sentenza di questa Corte n. 238 del 2014, è già stata dichiarata l’illegittimità costituzionale sia dell’art. 1 della legge n. 848 del 1957 (in senso conforme alla prospettazione del rimettente: id est «nella parte, in cui [quella norma] obbliga il giudice italiano ad adeguarsi alla pronuncia della Corte internazionale di giustizia (CIG) del 3 febbraio 2012, che impone di negare la propria giurisdizione in riferimento ad atti di uno Stato straniero che consistano in crimini di guerra e contro l’umanità, lesivi di diritti inviolabili della persona»), sia dell’art. 3 della legge n. 5 del 2013”. Nella sentenza n. 238 la Corte costituzionale ha stabilito che se la regola di diritto internazionale generale che assicura l’immunità degli Stati esteri dalla giurisdizione civile impedisce, nel suo concreto operare, l’azione giurisdizionale e non consente altre forme di riparazione giudiziaria alle vittime, il rinvio di cui all’articolo 10 della Costituzione, che permette l’adattamento alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute, non opera e va pertanto affermata la giurisdizione italiana.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/il-parlamento-prova-a-dribblare-gli-effetti-della-sentenza-della-corte-costituzionale-n-238.html.

Scritto in: immunità Stati esteri | in data: 5 marzo 2015 |
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Con l’adozione della legge 10 novembre 2014 n. 162 spunta, a sorpresa, una noma che pare finalizzata a bloccare l’effettiva applicazione della sentenza della Corte costituzionale n. 238 depositata il 22 ottobre (relatore il Presidente Giuseppe Tesauro) riguardante l’immunità degli Stati esteri dalla giurisdizione civile in caso di commissione di crimini di guerra e contro l’umanità e il diritto delle vittime di agire in sede giurisdizionale. L’art.19-bis (intitolato “Crediti  delle  rappresentanze  diplomatiche  e consolari straniere”) della legge n. 162, che converte il decreto legge 12 settembre 2014 n. 132 riguardante “misure urgenti di degiurisdizionalizzazione e altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile” (legge n. 162), infatti, stabilisce che non possono essere sottoposte ad esecuzione forzata, “a pena di nullità rilevabile anche d’ufficio”, le somme depositate “su conti correnti bancari o postali, in relazione ai quali il capo della rappresentanza, del posto consolare o il direttore, comunque denominato, dell’organizzazione internazionale in Italia, con atto preventivamente comunicato al Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale e all’impresa  autorizzata  all’esercizio dell’attività bancaria presso cui le medesime somme sono depositate, ha dichiarato che il conto contiene esclusivamente somme destinate all’espletamento delle funzioni dei soggetti di cui  al presente comma”. Una disposizione introdotta per dare esecuzione all’articolo 21 comma 1, lettera a) della legge 14 gennaio 2013 n. 5 contenente ratifica ed esecuzione della Convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, fatta a New York il 2 dicembre 2004, in base al quale sono sottoposti a immunità “a) i beni, compresi i conti bancari, utilizzati o destinati a essere utilizzati nell’esercizio delle funzioni della missione  diplomatica dello Stato o dei suoi posti consolari, delle sue missioni speciali, delle sue missioni presso le organizzazioni  internazionali o delle sue delegazioni negli organi delle organizzazioni internazionali o alle conferenze internazionali”. L’articolo 19-bis, tuttavia, affida la competenza esclusiva sulla valutazione circa gli atti relativi ad attività legate all’esercizio delle funzioni, direttamente a una dichiarazione del capo della rappresentanza, con un’automaticità che sottrae ogni diversa valutazione da parte degli organi giurisdizionali nazionali.

L’introduzione dell’articolo 19-bis con legge n. 162 è così destinato ad entrare in rotta di collisione con la sentenza della Corte costituzionale n. 238 (238) con la quale è stato stabilito che se la regola di diritto internazionale generale che assicura l’immunità degli Stati esteri dalla giurisdizione civile impedisce, nel suo concreto operare, l’azione giurisdizionale e non consente altre forme di riparazione giudiziaria alle vittime, il rinvio di cui all’articolo 10 della Costituzione, che permette l’adattamento alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute, non opera e va pertanto affermata la giurisdizione italiana. Questo perché i principi fondamentali e intangibili della Costituzione devono trovare applicazione, assicurando che l’individuo possa agire contro lo Stato estero che pure rivendica l’esercizio di un potere sovrano, malgrado la commissione di crimini sul territorio italiano. La mancata possibilità di agire in sede giurisdizionale, nei casi in cui un individuo sia stato vittima di crimini efferati, accompagnata dall’impossibilità di ottenere, per altra via, una riparazione, porta la Consulta a impedire l’immissione nel nostro ordinamento di una regola che condurrebbe a un “sacrificio totale della tutela dei diritti inviolabili delle persone vittime di quei crimini, nell’ambito dell’ordinamento interno”. Di conseguenza, la Consulta ha dichiarato, tra l’altro, l’illegittimità costituzionale anche dell’articolo 3 della legge n. 5/2013, aprendo la strada alle azioni contro la Germania.

Ora, l’articolo 19-bis sembra rimettere in discussione e bloccare gli effetti che potrebbero derivare dall’attuazione della sentenza della Consulta e dalla riproposizione delle azioni in sede civile  stabilendo l’impignorabilità dei beni di Stati esteri. In questa direzione, a rafforzare il principio introdotto, il comma 3 prevede che “Il  pignoramento non determina a carico dell’impresa depositaria l’obbligo di accantonamento delle somme di cui  al  comma 1, ivi comprese quelle successivamente accreditate, e i  soggetti  di cui al comma 1 mantengono la piena disponibilità delle stesse”. Resta da vedere se anche su questa norma non sarà sollevata una questione di costituzionalità.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/crimini-di-guerra-e-contro-lumanita-no-allimmunita-degli-stati-dalla-giurisdizione-civile.html

Per un primo commento alla sentenza n. 238, si veda, tra gli altri, Castellaneta, “La Consulta apre la strada ai risarcimenti”, in Guida al diritto, n. 47 del 22 novembre 2014 (commento 238); De Sena, “Norme internazionali generali e principi costituzionali fondamentali tra giudice  costituzionale e giudice comune (ancora sulla sentenza 238/2014)“; Gradoni, “Giudizi costituzionali del quinto tipo. Ancora sulla storica sentenza della Corte costituzionale italiana“, reperibili nel blog della Società italiana di diritto internazionale http://www.sidi-isil.org/sidiblog/; Forlati, “The Italian Constitutional Court rules on immunity of foreign States from civil jurisdiction: a new twist in the Ferrini saga”, in http://aldricus.com/2014/10/27/the-italian-constitutional-court-rules-on-immunity-of-foreign-states-from-civil-jurisdiction-a-new-twist-in-the-ferrini-saga/; Meloni, “La Corte costituzionale annulla gli effetti della decisione della CIG in materia di immunità giurisdizionale dello Stato estero”, in http://www.penalecontemporaneo.it/materia/-/-/-/3385-la__font_color__red__corte_costituzionale__font__annulla_gli_effetti_della_decisione_della_cig_in_materia_di_immunit___giurisdizionale_dello_stato_estero/; Ruggeri, “La Corte aziona l’arma dei “controlimiti” e, facendo un uso alquanto singolare delle categorie processuali, sbarra le porte all’ingresso in ambito interno di norma internazionale consuetudinaria (a margine di Corte cost. n. 238 del 2014)”, in http://www.diritticomparati.it/2014/11/la-corte-aziona-larma-dei-controlimiti-e-facendo-un-uso-alquanto-singolare-delle-categorie-processua.html.

Scritto in: immunità Stati esteri | in data: 7 dicembre 2014 |
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