Il Gruppo di esperti del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani (GRETA) ha pubblicato, il 30 marzo, il rapporto annuale sulle attività nel 2016 (Greta). Un’occasione per fare il punto sullo stato di attuazione effettiva della Convenzione sulla lotta contro la tratta di esseri umani e sulle misure messe in campo dagli Stati. Un dato è certo: sul piano pratico sussistono ancora molte difficoltà nell’individuazione delle vittime, con situazioni paradossali considerando che, in taluni casi, le vittime della tratta sono punite per crimini che hanno commesso sotto costrizione. Resta il problema dei minori non accompagnati e la necessità di rafforzare le misure punitive e preventive, anche procedendo a un più largo utilizzo di strumenti come la confisca.

Nel 2016, il Greta ha proceduto a una verifica speciale sull’Italia http://www.marinacastellaneta.it/blog/tratta-degli-esseri-umani-pubblicato-il-rapporto-del-greta-sullitalia.html

Scritto in: Consiglio d'europa | in data: 3 aprile 2017 |
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Analisi delle richieste di asilo troppo lente. Interventi inefficaci in materia di integrazione. Misure preventive non adeguate per fronteggiare la tratta di esseri umani. E’ quanto risulta dal quadro tracciato dal Rappresentante speciale del Segretario generale del Consiglio d’Europa per le migrazioni e i rifugiati, Tomas Bocek, nel rapporto del 2 marzo 2017 diffuso l’8 marzo (SG/Inf(2017)8, report). In primo piano, l’esigenza di accelerare l’esame delle richieste di asilo e delle domande di ricollocazione e di ricongiungimento familiare. Nel rapporto, si sottolineano le debolezze dell’Italia nel sistema dei rimpatri volontari che “rischia di incoraggiare l’afflusso di un sempre maggior numero di migranti economici irregolari”. Certo – osserva il Rappresentante speciale – l’Italia si trova in prima linea, tenendo conto che i migranti arrivati in Italia nel 2016 hanno superato quota 180mila e di questi ben 25mila sono minori non accompagnati. Pertanto, gli altri Paesi del Consiglio d’Europa dovrebbero mostrare una maggiore solidarietà per alleviare l’onere che grava sull’Italia. Dal canto suo, Roma deve mettere in campo misure di assistenza in piena conformità con il rispetto dei diritti umani.

Scritto in: Consiglio d'europa | in data: 15 marzo 2017 |
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L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, con la risoluzione n. 2151 (2151) approvata con 48 sì, 3 no e 5 astensioni, ha approvato il rapporto sulla compatibilità con i diritti dell’uomo dei sistemi arbitrali tra Stati e investitori negli accordi internazionali in materia di investimenti. Questi accordi, che diventano sempre più frequenti, includono clausole arbitrali che suscitano qualche problema in ragione delle implicazioni sul rispetto dei diritti umani, sulla rule of law, sulla democrazia e sulla sovranità nazionale. La risoluzione segue il rapporto n. 14225 del Relatore Omtzigt approvato il 5 gennaio 2017 (14225) nel quale è ricostruita la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in materia, di particolare rilievo anche in ragione della circostanza che l’articolo 1 del Protocollo n. 1 alla Convenzione europea, che assicura il diritto di proprietà, si applica anche alle persone giuridiche straniere che agiscono sul territorio di uno Stato parte alla Convenzione. Nel rapporto sono esaminati, altresì, gli sviluppi più recenti nell’ambito dell’Unione europea, con particolare riguardo all’accordo commerciale con il Canada (cd. CETA).

Scritto in: Consiglio d'europa | in data: 15 febbraio 2017 |
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Il Gruppo di esperti del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani (GRETA) ha divulgato, il 30 gennaio, il rapporto sull’attuazione della Convenzione sulla lotta contro la tratta di esseri umani da parte dell’Italia (rapporto). Molti gli sforzi fatti dall’Italia per garantire un adeguato supporto ai migranti, ma sussistono ancora lacune nell’individuazione delle vittime della tratta e dei minori non accompagnati. Le particolari preoccupazioni del GRETA riguardano i ritardi nell’identificazione delle donne provenienti dalla Nigeria, vittime della tratta così come la scomparsa di minori non accompagnati. Il GRETA ha chiesto all’Italia di migliorare la formazione dei funzionari che si occupano di immigrazione e di coloro che operano negli hotspots, nei centri di accoglienza, nei centri di identificazione e di espulsione e nei centri di accoglienza per i richiedenti asilo. Tra le altre lacune, la mancanza di specialisti dell’infanzia nelle procedure di identificazione dei minori e pochi risultati nella costituzione di partenariati internazionali, funzionali a contrastare le reti criminali coinvolte nella tratta. L’Italia ha ratificato la Convenzione con legge n. 108 del 2 ottobre 2010.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/tratta-degli-esseri-umani-il-consiglio-deuropa-diffonde-una-guida-sulle-buone-prassi.html

Scritto in: Consiglio d'europa | in data: 14 febbraio 2017 |
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Rischio privacy a causa della raccolta dei dati genetici da parte delle compagnie di assicurazione. Per arginare questo pericolo, il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha adottato, il 26 ottobre, la raccomandazione CM/Rec(2016)8 sul trattamento dei dati personali legati alla salute per fini assicurativi inclusi dati risultanti da test genetici (privacy-e-assicurazioni). Il Comitato chiede ai Governi di garantire che i dati, anche genetici, raccolti nella stipulazione di contratti di assicurazione per coprire rischi legati alla salute non siano utilizzati con fini discriminatori. E’ vero che le compagnie assicurative hanno un legittimo interesse a valutare il rischio della persona da assicurare ma è necessario prevedere un quadro rigoroso al fine di evitare che dati genetici siano utilizzati in modo distorto. In primo piano, gli obblighi legati al consenso degli interessati e il divieto di richiedere test genetici ai fini assicurativi, divieto sancito anche dall’articolo 12 della Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei diritti dell’uomo e della dignità dell’essere umano nei confronti dell’applicazioni della biologia e della medicina: Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina adottata a Oviedo il 4 aprile 1997, in vigore dal 1° dicembre 1999 (ratificata da 29 Stati ma non dall’Italia). In base a tale norma “Non si potrà procedere a dei test predittivi di malattie genetiche o che permettano sia di identificare il soggetto come portatore di un gene responsabile di una malattia sia di rivelare una predisposizione o una suscettibilità genetica a una malattia se non a fini medici o di ricerca medica, e sotto riserva di una consulenza genetica appropriata”. Nella raccomandazione si chiede anche di vietare il trattamento dei dati dei familiari dell’assicurato a meno che non sia la legge a prevederlo.

Scritto in: Consiglio d'europa | in data: 4 novembre 2016 |
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 E’ stata pubblicata una Guida sulle buone prassi relative all’attuazione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani, in vigore dal 2008, che si avvale di un gruppo di esperti (GRETA) impegnato nella verifica sull’attuazione della Convenzione (compendium). Nel volume, diffuso ieri, sono passate in rassegna le prassi seguite dagli Stati in materia di prevenzione, di indagine, di protezione delle vittime e di partnership per combattere il fenomeno. Alcuni Stati, come i Paesi Bassi, hanno reso operativo un database con i casi verificatisi nel Paese, altri come la Finlandia hanno previsto l’istituzione di un organo ad hoc. Per l’Italia, è stato messo in evidenza il sistema di assistenza e le regole favorevoli alle vittime della tratta in materia di permesso di soggiorno.

546b6b24-5f26-4f50-9fac-d8dad598a209Nella Guida sono raccolte anche le prassi positive seguite nei Paesi di origine e di transito oltre che di destinazione, con l’obiettivo di aiutare le autorità nazionali a combattere il drammatico fenomeno in costante crescita.

Qui alcuni dati divulgati dall’Unione europea human-trafficking

 

Scritto in: Consiglio d'europa | in data: 19 ottobre 2016 |
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E’ stato diffuso il terzo rapporto annuale del Segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjørn Jagland, sullo stato dei diritti umani, della democrazia e della rule of law in Europa (report 2016). Un anno difficile, il 2015, tra terrorismo e misure nazionali per combattere gli attacchi terroristici che spesso hanno comportato arretramenti nella democrazia e nelle libertà fondamentali. Il rapporto è articolato in cinque sezioni: la prima dedicata all’imparzialità e all’indipendenza del sistema giudiziario, segue la libertà di espressione, la libertà di riunione e di associazione, i diritti legati alla democrazia (tra gli altri, diritto alle libere elezioni, separazione dei poteri), i diritti legati a una società inclusiva, con particolare riguardo ai migranti. Nell’ottica di tutelare le categorie più vulnerabili, il Segretario generale mette in evidenza la necessità di assicurare l’accesso alla giustizia. Grande preoccupazione per la libertà di stampa a causa dell’incremento dei casi di sorveglianza a danno dei reporter e di violazione del diritto dei giornalisti alla segretezza delle fonti. Dalla piattaforma sulla protezione dei giornalisti (qui il sito http://www.coe.int/en/web/media-freedom/) risulta che la situazione è peggiorata in ben 27 Stati del Consiglio d’Europa, con 160 casi di allerta da aprile 2015 ad oggi di cui ben 101 a livello 1 (il più grave).

Scritto in: Consiglio d'europa | in data: 25 maggio 2016 |
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Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha adottato, il 13 aprile, una raccomandazione rivolta agli Stati per assicurare la libertà su internet (CM/Rec(2016)5 internet). Già da anni il Consiglio d’Europa presta grande attenzione alla rete e mira ad assicurare che gli Stati assicurino i diritti riconosciuti offline, anche attraverso la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, online. Con la nuova raccomandazione, il Comitato prova a individuare alcuni indicatori che permettano di stabilire lo stato di buona salute nell’utilizzo di internet negli Stati parti al Consiglio, supportando le autorità nazionali con criteri guida per favorire l’adozione di legislazioni interne conforme agli standard internazionali. In particolare, il Comitato chiede che nel processo di adozione di una regolamentazione nazionale, il legislatore e i Governi avviino consultazioni con gli stakeholders interessati e garantiscano un processo legislativo libero da ingerenze politiche. Gli Stati, che hanno obblighi positivi e negativi, – prosegue il Comitato – sono tenuti a mettere in campo misure positive per favorire l’accesso a internet a tutta la popolazione con interventi sulle strutture esistenti al fine di assicurare punti di accesso pubblici sul territorio. In via generale, poi, è evidenziato che impedire la connessione a internet è una restrizione sproporzionata al diritto alla libertà di espressione (nel rispetto del diritto alla privacy) e laddove disposta è necessario assicurare una valutazione attenta da parte dell’autorità giurisdizionale e garantire il ricorso per coloro che sono colpiti da provvedimenti che limitano l’accesso alla rete. Anche le restrizioni negli istituti penitenziari devono essere previste in modo conforme agli standard elaborati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per casi analoghi. Piena attuazione, poi, al diritto alla libertà di espressione per ogni individuo, con la necessità di garanzie rafforzate per i giornalisti. In questa direzione, le autorità nazionali non possono subordinare lo svolgimento dell’attività ad autorizzazione e licenze, anche se può essere ammessa una registrazione delle società. Con obblighi positivi in capo agli Stati che devono contrastare ogni forma di impunità per chi minaccia i giornalisti. Con riguardo all’adozione di misure legittime volte a garantire la sicurezza nazionale e la tutela dei minori, il Comitato chiede che l’applicazione di ogni provvedimento sia previsto senza inibire il dibattito pubblico via web.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/governance-per-internet-pronta-la-nuova-strategia-del-consiglio-deuropa-spunta-la-digital-detox.html

Scritto in: Consiglio d'europa | in data: 26 aprile 2016 |
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Il Consiglio d’Europa ha adottato, il 5 aprile, la terza Strategia sui diritti dell’infanzia relativa agli anni 2016-2021 (children). Al centro della nuova Strategia, la situazione dei bambini con specifico riferimento alla crisi umanitaria dei migranti e il monito a tutti gli Stati parti alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo tenuti a tutelare i diritti di persone vulnerabili come i minori anche nei casi di crisi economica. Tenendo conto, per di più, che i bambini non sono solo titolari di diritti, ma appartengono alla generazione che in futuro sarà chiamata a custodire e applicare i diritti umani, inclusi quelli contenuti nella Convenzione di New York  del 20 novembre 1989 sui diritti del fanciullo.

In particolare, la Strategia, che fornisce le linee guida generali agli Stati, è incentrata sulla tutela dei minori migranti ed articolata in cinque aree: 1) uguali opportunità per tutti e, in particolare, per i bambini appartenenti a gruppi minoritari;  2) partecipazione dei minori ai processi decisionali su tutto ciò che li riguarda; 3) garanzie adeguate per consentire ai minori di vivere liberi dalla violenza; 4)  una giustizia “child-friendly”; 5) tutela dei minori negli ambienti digitali, combattendo il cyber-bullismo e gli abusi di stampo sessuale in rete. Il Consiglio d’Europa ribadisce anche la necessità di arginare l’utilizzo delle punizioni corporali in ogni contesto, incluso quello familiare ed educativo.

 

Scritto in: Consiglio d'europa, diritti dei bambini | in data: 11 aprile 2016 |
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L’Italia è lo Stato che pesa di più sul lavoro del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa con riguardo alla sorveglianza sull’esecuzione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo da parte degli Stati. Sono ben 2.412 i casi targati Italia pendenti dinanzi al Comitato con la conseguenza che l’Italia, malgrado una diminuzione rispetto ai 2.622 casi dell’anno precedente, svetta nella classifica, seguita dalla Turchia con 1.591 casi e poi dalla Russia a quota 1.474. Lo scrive il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa nel nono rapporto annuale presentato il 30 marzo (rapporto Comitato dei Ministri).  Nota positiva per l’Italia, la diminuzione del peso dei pagamenti dovuti all’esecuzione delle sentenze di condanna arrivate da Strasburgo, con poco più di 4 milioni di euro versati nel 2015 a fronte dei 29.540.589 dell’anno precedente e al record assoluto del 2013 pari a 71.284.302. L’Italia migliora anche la sua posizione in classifica segno del minor peso negativo sul fronte patrimoniale delle sentenze della Corte. Precedono Roma, che l’anno scorso era al terzo posto, Albania, Cipro, Romania, Russia e Turchia.

In via generale, dall’analisi complessiva dell’attività del Comitato nel 2015, risalta un trend positivo con 1.537 casi chiusi (che vuol dire piena esecuzione delle sentenze) a fronte dei 1.502 dell’anno precedente. Un segno più accompagnato, però, dall’incremento dei casi pendenti da più di 5 anni: 685 a fronte dei 593 del 2014 e dei 435 del 2013. Con effetti negativi su vasta scala perché la non esecuzione comporta la permanenza di situazioni, leggi o vuoti normativi in grado di provocare nuove violazioni e nuove condanne. Nel 2015 i nuovi casi sono stati 1.285 contro i 1.389 del 2014. Aumentano, però, i leading cases pendenti (1.555 nel 2015, 1.513 nel 2014) segno delle difficoltà degli Stati nell’esecuzione di casi che comportano modifiche strutturali. Nel totale, anche a causa dell’arretrato, sul Comitato dei Ministri gravano ancora 10.652 procedimenti.

Per quanto riguarda l’Italia, boom di casi chiusi: 228 contro i 23 dell’anno precedente. Nel 2015 i nuovi casi iscritti nell’agenda del Comitato sono stati 26 (18 quelli ripetitivi e 8 i leading cases) a fronte dei 52 del 2014 (36 i seriali, 16 i secondi). I casi pendenti da oltre 5 anni, classificati tra quelli standard, sono però aumentati, seppure di poco, passando dai 21 del 2014 ai 25 del 2015. I procedimenti sottoposti a sorveglianza rafforzata sono scesi da 16 a 14. Per quanto riguarda i tempi, però, la situazione italiana peggiora: la media nell’esecuzione dei leading cases passa da 5,2 anni a 5,9, con tempi ancora più lunghi per i casi di sorveglianza rafforzata che da 4,6 anni arriva a 8,6. Vediamo gli indennizzi. In via generale, i pagamenti corrisposti nei tempi dovuti sono stati 956 e 275 quelli fuori tempo. Per l’Italia, nel 2015 solo in un caso è stato rispettato il termine di versamento dovuto alle vittime, in 9 casi, invece, le vittime sono state liquidate fuori termine e in 75 procedimenti il Comitato è ancora in attesa della comunicazione del versamento. Sul fronte delle misure generali richieste, l’Italia latita ancora nell’adozione di una legge sul divieto di tortura con l’espressa previsione del reato sul piano interno (misura richiesta nella sentenza di condanna sul G8 di Genova), nella nuova normativa sulla procreazione medicalmente assistita (sentenza Costa e Pavan), per la situazione dei rifiuti in Campania e per le espulsioni collettive (Sharifi e altri). Nel rapporto si sottolinea l’importanza delle pronunce e del monitoraggio di Strasburgo sugli interventi legislativi statali. Per l’Italia, tra le altre, basti pensare alla riforma del 2004 sul controllo della corrispondenza dei detenuti, le riforme costituzionali del 1999 con le norme sull’equo processo, la riforma sui processi in contumacia e la corresponsione degli assegni familiari anche a lavoratori stranieri extra Ue.

Scritto in: Consiglio d'europa | in data: 6 aprile 2016 |
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