Per accertare se una sentenza emessa dal Tribunale ecclesiastico può essere riconosciuta in Italia  è necessario verificare se sussista un contrasto con l’ordine pubblico tenendo conto del “matrimonio-rapporto” che ha un fondamento nella Costituzione, nelle Carte europee dei diritti e nella legislazione italiana. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, prima sezione civile, con la sentenza n. 8800/17 depositata il 5 aprile (8800). La Suprema Corte ha respinto il ricorso di un uomo che aveva impugnato la pronuncia della Corte di appello di Roma con la quale era stata rigettata la sua istanza che mirava a ottenere il riconoscimento di una sentenza del Tribunale ecclesiastico regionale del Lazio con la quale era stata dichiarata la nullità del matrimonio. La Corte di appello, invece, aveva impedito il riconoscimento tenendo conto della lunga durata del vincolo matrimoniale e ravvisando che il riconoscimento sarebbe stato contrario all’ordine pubblico. Dello stesso avviso la Cassazione che ha così respinto il ricorso dell’uomo. Per la Suprema Corte, l’esistenza di un limite dell’ordine pubblico alla declaratoria di efficacia delle sentenze emesse dai tribunali ecclesiastici sulla nullità di un matrimonio celebrato con il rito concordatario in ragione della necessità di tutelare il cosiddetto “matrimonio-rapporto” è stato già affermato dalla Cassazione a Sezioni Unite con le decisioni n. 16379 e n. 16380. Già in quell’occasione, la Cassazione ha precisato che la tutela della lunga durata della convivenza tra coniugi ha “un solido fondamento nella Costituzione, nelle Carte europee dei diritti e nella legislazione italiana”. In questa direzione, la Suprema Corte ha richiamato anche la giurisprudenza della Corte costituzionale, della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia Ue. La lunga convivenza, per la Cassazione, è connessa a una pluralità di diritti inviolabili, di doveri inderogabili e di responsabilità genitoriale. Di qui la conclusione che il riconoscimento della sentenza ecclesiastica è incompatibile con l’ordine pubblico.

Scritto in: delibazione | in data: 21 aprile 2017 |
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Non si applica il limite dell’ordine pubblico nei casi in cui una parte chiede di impedire la dichiarazione di efficacia di una sentenza del Tribunale ecclesiastico che ha disposto la nullità del matrimonio a causa delle condizioni psichiche di uno dei coniugi. La Corte di Cassazione, prima sezione civile, con la sentenza n. 13883/15 (13883:15) ha respinto il ricorso di una donna che si opponeva alla delibazione della sentenza ecclesiastica ritenendo che il provvedimento sarebbe stato contrario all’articolo 64 della legge n. 218 del 1995 in quanto in contrasto con l’ordine pubblico nella parte in cui non era stato tenuto in conto l’affidamento legittimo della donna nella decisione sulla nullità. Una posizione non condivisa dalla Cassazione che, prima di tutto, ha precisato che non sono applicabili i principi fissati dalla Corte di cassazione con la sentenza n. 16379 del 2014 sia perché non era stata eccepita tempestivamente la convivenza coniugale come causa ostativa al riconoscimento della sentenza canonica sia perché la durata del vincolo era stata inferiore a quella minima, indicata dalla Suprema Corte in tre anni. La causa di nullità era costituita dall’incapacità psichica di dare il consenso effettivo al matrimonio e, quindi, non può essere applicato il limite dell’ordine pubblico “relativo all’affidamento incolpevole dell’altro coniuge”.

Scritto in: delibazione | in data: 15 luglio 2015 |
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Scatta il limite dell’ordine pubblico, ai sensi dell’articolo 64 della legge n. 218/95, nel caso di delibazione di una sentenza ecclesiastica che sancisce la nullità del matrimonio, dopo molti anni di convivenza coniugale. La Corte di Cassazione, I sezione civile, con sentenza n. 2398/15 del 9 febbraio 2015 (2398), ha accolto il ricorso di una donna che si opponeva alla declaratoria di efficacia della sentenza pronunciata dal Tribunale ecclesiastico, alla quale aveva già dato il via libera la Corte di appello di Bologna. Il ricorso era fondato sull’eccezione del limite dell’ordine pubblico anche in ragione del procedimento dinanzi al tribunale ecclesiastico che, secondo la ricorrente, si era svolto in violazione del contraddittorio. La Cassazione non si è soffermata su questo punto ma ha ritenuto che non potesse essere delibata la pronuncia del tribunale ecclesiastico per il limite dell’ordine pubblico che si applica proprio per salvaguardare il matrimonio-rapporto caratterizzato, nel caso di specie, da una convivenza molto lunga e dalla nascita di tre figli. Di qui il no all’esecutività della sentenza ecclesiastica.

Scritto in: delibazione | in data: 25 febbraio 2015 |
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La delibazione di una sentenza del tribunale ecclesiastico che dichiara la nullità del matrimonio non può essere bloccata perché è stata già resa la pronuncia sul divorzio. Inoltre, la delibazione può essere disposta anche se la causa di nullità non è prevista nell’ordinamento civile italiano. Lo ha precisato la Corte di cassazione, I sezione civile, con sentenza n. 11226/14 depositata il 21 maggio (delibazione), con la quale la Suprema Corte ha respinto il ricorso di una donna la quale sosteneva, tra l’altro, che il via libera alla delibazione deciso dalla Corte di appello di Bologna fosse contrario all’articolo 64 della legge n. 218/95. Una tesi non accolta dalla Cassazione. Ad avviso della donna, che si era opposta alla delibazione, quest’ultima non poteva aver luogo in relazione a una sentenza che dichiara la nullità del matrimonio canonico per esclusione della prole “quando tale motivo non è conosciuto dalla moglie e non era da questa conoscibile essendo in buona fede”. Secondo la ricorrente, in questo caso, si verifica una contrarietà all’ordine pubblico anche perché tale motivo non è riconosciuto come causa di nullità nell’ordinamento giuridico italiano. Di diverso avviso la Cassazione secondo la quale la diversità delle cause di nullità previste nell’ordinamento italiano “non è sufficiente per negare l’esecutività della sentenza ecclesiastica”, tanto più che la Corte di appello aveva verificato le preclusioni dei due coniugi rispetto alla procreazione.

Scritto in: delibazione | in data: 29 maggio 2014 |
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La Corte di appello competente per territorio non può bloccare la delibazione di una sentenza ecclesiastica chiedendo una nuova interpretazione “delle risultanze processuali, diversa rispetto a quella cui è pervenuto il giudice ecclesiastico”. Per la Corte di cassazione, I sezione civile, che si è pronunciata con sentenza n. 24967/13 depositata il 6 novembre 2013 (24967), la Corte di merito può impedire la delibazione se una pronuncia del Tribunale della Sacra Rota è priva di motivazione, ma non può procedere al riesame di merito. Il procedimento è arrivato in Cassazione su azione di un marito che aveva chiesto la delibazione della sentenza di nullità di matrimonio resa dal Tribunale della Segnatura apostolica del 29 maggio 2009. La Corte di appello dell’Aquila aveva negato la delibazione ritenendo la sentenza in contrasto con un principio fondamentale dell’ordinamento italiano quale l’obbligo di motivazione. Una conclusione non condivisa dalla Cassazione secondo la quale, nel caso di specie, la Corte territoriale aveva in realtà individuato la presenza di una motivazione, criticandola nella parte in cui non aveva effettuato “una valutazione critica delle risultanze clinico-scientifiche”, chiedendo, quindi, al giudice ecclesiastico una nuova interpretazione. Una simile situazione – osserva la Cassazione – costituisce un “vulnus al principio del divieto di riesame del merito della sentenza ecclesiastica, sancito dal punto 4, lett. b) del Protocollo addizionale all’Accordo di modifica del Concordato Lateranense”. Di qui la cassazione con rinvio della sentenza impugnata.

Scritto in: delibazione | in data: 25 novembre 2013 |
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L’abrogazione degli articoli 796 e 797 c.p.c. non incide sul concordato tra Stato del Vaticano e Italia, con la conseguenza che il meccanismo di delibazione va applicato per le sentenze ecclesiastiche. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, I sezione civile, con sentenza n. 7946/13 depositata il 29 marzo 2013 (7946). Alla Cassazione si era rivolto un marito il quale si era visto respingere dalla Corte di appello di Reggio Calabria  la richiesta di declaratoria di efficacia in Italia di una sentenza del tribunale ecclesiastico del 31 dicembre 2008 con la quale era dichiarata la nullità del matrimonio. Per i giudici italiani il no alla delibazione era giustificato dall’assenza di prova della conoscenza da parte della moglie del vizio del consenso del marito. Secondo il ricorrente, tuttavia, i giudici di appello avevano violato l’articolo 64 della legge n. 218/95 relativa al riconoscimento automatico delle sentenze straniere. Una posizione non condivisa dalla Cassazione secondo la quale è vero che la legge n. 218 con l’articolo 73 ha abrogato gli articoli 796 e 797 c.p.p., ma questa abrogazione non ha efficacia sull’accordo lateranense che deve quindi essere applicato. Giusto quindi avviare il procedimento di delibazione e non applicare l’articolo 64 della legge n. 218/95.

Scritto in: delibazione, riconoscimento sentenze straniere | in data: 5 aprile 2013 |
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Le sentenze straniere che riconoscono un debito di gioco possono essere eseguite in Italia senza incontrare limiti all’efficacia dovuti all’ordine pubblico. Lo ha precisato la Corte di Cassazione, prima sezione civile (sentenza n. 1163/13, delibazione), investita di un ricorso di una società la quale aveva chiesto alla Corte di appello di Roma di delibare una sentenza proveniente dai giudici delle Bahamas che riconosceva un credito della ricorrente dovuto da un debitore che aveva contratto un debito sui tavoli da gioco. Il debitore si era opposto alla richiesta invocando il limite dell’ordine pubblico. La Corte di appello di Roma gli aveva dato ragione. Di diverso avviso la Cassazione che ha annullato la pronuncia e rimesso gli atti ai giudici di merito. Per la Suprema Corte, la nozione di ordine pubblico va delineata tenendo conto dei parametri di conformità e i “principi corrispondenti ad esigenze comuni ai diversi ordinamenti statali”. Inoltre, come risulta dalle pronunce della Corte di giustizia dell’Unione europea, non esiste più un disfavore nei confronti del gioco d’azzardo a meno che non vi siano rischi di infiltrazioni criminali. Inapplicabile, quindi, il limite dell’ordine pubblico e giusto garantire l’efficacia della pronuncia straniera.

Si veda il post del 12 ottobre 2012 http://www.marinacastellaneta.it/nessun-limite-al-riconoscimento-di-una-sentenza-straniera-che-condanna-al-pagamento-dei-debiti-attintenti-al-gioco-dazzardo.html

Scritto in: delibazione | in data: 2 febbraio 2013 |
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La Corte di appello competente, nel procedimento di delibazione di una sentenza ecclesiastica è vincolata ai fatti accertati dal giudice ecclesiastico ma, in base alle regole del processo civile, può fornire una diversa valutazione del materiale probatorio. Se i giudici italiani evidenziano che la convivenza è stata breve e che il matrimonio è stato celebrato solo in conseguenza del concepimento del figlio e non con l’intento di vivere per sempre con il coniuge, è corretto presumere una riserva mentale degli sposi. Giusta quindi, precisa la Corte di cassazione nella sentenza del 30 marzo 2012, I sezione civile n. 5175/12, la delibazione della pronuncia ecclesiastica (doc212).

Scritto in: delibazione | in data: 4 aprile 2012 |
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