Misure draconiane per spegnere la libertà di espressione. Sono quelle messe in campo dal Governo turco all’indomani del tentato colpo di Stato del 15 luglio. Lo scrive senza mezzi termini David Kaye, Relatore speciale dell’Onu sulla promozione del diritto alla libertà di opinione e di espressione al termine di una missione di tre giorni in Turchia. de069be9-9a23-4389-bce5-10571943a984Nelle osservazioni presentate il 18 novembre (preliminary-conclusions), il Relatore speciale ha espresso profonda preoccupazione per le misure contro la stampa, con forme di censura senza precedenti. Il Governo – ha scritto Kaye – ha sollevato le esigenze di sicurezza nazionale, ma gli attacchi ad avvocati, giudici, giornalisti, artisti, accademici e attivisti, in violazione degli standard internazionali a tutela dei diritti umani, sono ingiustificati. La Turchia, pur essendo parte al Patto sui diritti civili e politici del 1966 e alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e pur garantendo nella Costituzione la libertà di stampa (art. 28) non ha esitato a predisporre misure sproporzionate, con leggi che permettono di processare giornalisti e sospendere le pubblicazioni. Il Relatore speciale, che ha potuto incontrare solo alcuni tra i giornalisti detenuti, ha chiesto al Governo l’immediata scarcerazione dei giornalisti e la rimozione di provvedimenti che impediscono l’accesso al web e ai social network, bollate come azioni sproporzionate e non compatibili con gli standard internazionali. Grave e preoccupante la rimozione di professionisti dalle università e dai media. Tra l’altro, le misure sono state imposte senza un regolare processo. Drammatica la situazione per le ONG, considerando che all’11 novembre 2016 il Governo ne ha sospese ben 370. Adesso il rapporto sarà trasmesso al Consiglio per i diritti umani.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/turchia-cosi-erdogan-seppellisce-i-diritti-umani-unione-europea-inerte.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/la-cedu-sbarra-la-strada-ai-ricorsi-contro-la-turchia-per-le-misure-post-golpe-malgrado-lallarme-degli-organismi-internazionali.html

Scritto in: libertà di espressione | in data: 22 novembre 2016 |
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Il Relatore speciale dell’Onu sulla promozione del diritto alla libertà di opinione e di espressione, David Kaye, ha presentato al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite il rapporto sulla libertà di opinione e di espressione adottato l’11 maggio e in discussione nella sessione in corso di svolgimento in questi giorni (Doc. A/HRC/32/38 A_HRC_32_38_EN), con al centro l’ambiente digitale che presenta nuove questioni sulla legge applicabile e sull’applicazione di regole in materia di diritti umani da parte di privati. Un documento che affronta la libertà di espressione da una nuova prospettiva: si tratta del primo documento al quale seguiranno altri in cui si analizzano i rischi sulla libertà di espressione che possono essere provocati da network privati e, in via generale, da aziende che operano nell’ambito tecnologico. L’obiettivo è di istituire un quadro che permetta di fornire agli Stati un modello che delinei le regole di comportamento dei network privati per limitare l’adozione di misure non necessarie o sproporzionate che interferiscano con la libertà di espressione online. Punto centrale è che la rimozione di contenuti o l’accesso alle informazioni sugli utenti avvenga sulla base di una specifica previsione normativa. Così, nell’ambito del diritto all’oblio e della necessità di garantire la neutralità di internet. Ai privati, che accumulano dati in misura massiccia e tecnologie che spesso i Governi non conoscono, è richiesto di adottare delle politiche aziendali che mettano in primo piano la libertà di espressione e di agire con il massimo della trasparenza. Il documento ha tenuto conto dei contributi forniti da organizzazioni non governative e da alcuni Stati. Tra gli altri, Stati Uniti, Paesi Bassi, Grecia e Turchia (manca l’Italia).

Scritto in: libertà di espressione | in data: 27 giugno 2016 |
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Va bene la libertà di espressione, ma la Convenzione europea dei diritti dell’uomo non protegge affermazioni offensive soprattutto quando le modalità e i tempi amplificano l’impatto offensivo delle dichiarazioni. E’ quanto stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Genner contro Austria depositata il 12 gennaio (ricorso n. 55495/09, CASE OF GENNER v. AUSTRIA). Un dipendente di un’associazione a sostegno dei richiedenti asilo era stato condannato per diffamazione in quanto, il giorno dopo la morte di una ex ministra dell’interno austriaco, l’aveva definita come criminale e aveva affermato che le leggi in materia di rifugiati da lei volute erano di stampo razzista. L’uomo, denunciato dal marito della ministra, era stato condannato per diffamazione. Prima di tutto la Corte ha riconosciuto che la limitazione alla libertà di espressione era prevista dalla legge e perseguiva un fine legittimo ossia la tutela della reputazione altrui, contemplata come limite nello stesso articolo 10 della Convenzione che assicura la libertà di espressione. Certo, il dibattito verteva su una questione di interesse pubblico come l’accoglienza dei migranti e quanto dichiarato rientrava nell’ambito di un giudizio di valore che consente un più largo utilizzo della provocazione, ma l’uomo condannato aveva reso quelle dichiarazioni proprio all’indomani della morte del ministro, amplificando il carattere offensivo di quanto pronunciato. Si trattava, inoltre, di un attacco personale offensivo che mancava di ogni base fattuale tenendo conto che la legge controversa aveva superato il test della Corte costituzionale austriaca. Inoltre, la sanzione – una multa di 1.200 euro – era stata proporzionata. Respinto così il ricorso e riconosciuta la conformità alla Convenzione della condanna disposta dai giudici austriaci.

Scritto in: libertà di espressione | in data: 6 febbraio 2016 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo riconosce il valore di “YouTube” come strumento per ricevere informazioni non sempre accessibili attraverso altri media tradizionali e stabilisce il divieto, imposto così agli Stati parti alla Convenzione, di bloccare in modo assoluto l’accesso alla piattaforma che, tra l’altro – scrive la Corte nella sentenza del 1° dicembre 2015 di condanna alla Turchia nel caso Cengiz (AFFAIRE CENGIZ ET AUTRES c. TURQUIE) – permette di avvalersi del cosiddetto “citizen journalism”. Per Strasburgo, il blocco all’accesso a “YouTube” rende inaccessibile la conoscenza di una grande quantità di informazioni danneggiando “considerevolmente i diritti degli internauti e provoca effetti collaterali importanti”. Di qui la constatazione che la Turchia ha violato l’articolo 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo che tutela il diritto alla libertà di espressione. Questi i fatti. Tre professori universitari contestavano il divieto, deciso dal Tribunale penale di prima istanza di Ankara (Turchia), con il quale le autorità giudiziarie avevano bloccato l’accesso a “YouTube”. Una decisione dovuta al fatto che all’interno della piattaforma, diffusa in ben 76 Paesi, erano riprodotti 10 video ritenuti offensivi della memoria di Atatürk. I docenti avevano chiesto la rimozione del divieto, ma il Tribunale penale di Ankara, in primo e secondo grado, aveva sostanzialmente ritenuto che i professori non erano da considerare vittime, tanto più che l’accesso non era vietato da altre parti del mondo. Così i docenti hanno fatto ricorso a Strasburgo che ha dato ragione agli utenti di YouTube. imagesPrima di tutto, la Corte ha riconosciuto lo status di vittima dei ricorrenti considerando che i docenti utilizzavano la piattaforma anche per fini professionali, inserendo video delle proprie lezioni e attingendo materiale per ricerche e didattica. Inoltre, come ogni altro individuo, anche i ricorrenti hanno diritto di ricevere informazioni e idee con i diversi mezzi, dalla stampa alla televisione passando attraverso il web. D’altra parte, Strasburgo non ha dubbi nell’affermare che internet è oggi “uno degli strumenti principali per l’esercizio, da parte degli individui, del proprio diritto alla libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee”. Si tratta, infatti, di uno strumento essenziale per la partecipazione alle attività e ai dibattiti relativi a questioni politiche o d’interesse pubblico. YouTube – scrive la Corte – è una fonte di informazione importante e il blocco all’accesso impedisce agli utenti di ricevere informazioni alle quali potrebbe risultare impossibile accedere perché non diffuse con altre modalità. Per la Corte YouTube è un mezzo unico, “tenendo conto delle sue caratteristiche, del grado di accessibilità e soprattutto del suo potenziale impatto”, che non ha equivalenti. E la Corte fa di più valorizzando il ruolo della piattaforma nella diffusione del cosiddetto “citizen journalism” che “porta alla diffusione di informazioni politiche non coperte dai media tradizionali”. Pertanto, la Corte conclude classificando il divieto di accesso come un’ingerenza vietata dall’articolo 10 della Convenzione. Senza dimenticare – prosegue Strasburgo – che il blocco totale all’accesso è stato deciso dai giudici nazionali senza che, però, vi fosse una previsione normativa chiara nel senso di disporre il blocco generale.

Scritto in: libertà di espressione | in data: 13 dicembre 2015 |
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La libertà di espressione garantita dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo non può essere utilizzata per diffondere messaggi sul negazionismo o dichiarazioni che hanno un evidente intento di seminare messaggi antisemiti. Lo ha stabilito, a chiare lettere, la Corte europea dei diritti dell’uomo nella decisione del 10 novembre con la quale è stato dichiarato irricevibile il ricorso di M’Bala M’Bala, noto come Dieudonné (M’BALA M’BALA c. FRANCE). Il ricorrente, nel corso di uno spettacolo teatrale, aveva invitato Faurisson, un accademico condannato a più riprese per aver negato l’olocausto. Lo spettacolo era derisorio delle sofferenze degli ebrei ed era stato diffuso anche via internet. I giudici francesi lo avevano condannato per offese razziste verso un determinato gruppo in ragione dell’appartenenza religiosa. L’uomo era stato tenuto a versare un indennizzo. Di qui il ricorso alla Corte europea. Il “comico” riteneva che era stata violata la sua libertà di espressione garantita dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Una tesi del tutto bocciata a Strasburgo che ha condiviso la posizione dei giudici nazionali. Il ricorrente aveva scientemente invitato un uomo noto per le sue posizioni negazioniste e aveva deriso le sofferenze degli ebrei facendo apparire un attore vestito con il pigiama che indossavano le vittime dell’olocausto, incaricato di consegnare un premio a Faurisson. Erano evidenti, tra l’altro, i passaggi antisemiti contenuti nello spettacolo e  la condivisione delle posizioni negazioniste. Il ricorrente aveva cercato di arrampicarsi sugli specchi sostenendo che aveva invitato Faurisson per contestare la sua tesi ma non è stata individuata alcuna traccia di una presa di distanza dalle posizioni denigratorie o dall’antisemitismo di Faurisson. Respinta poi la giustificazione della provocazione tanto più che più che uno spettacolo teatrale l’incontro si era trasformato in un meeting politico.  E’ evidente – osserva la Corte – che l’intera scena, anche con la presenza di un attore vestito da deportato che premia Faurisson, è stata una manifestazione di odio e di antisemitismo e che Dieudonné voleva valorizzare il negazionismo. Non si può certo accettare – prosegue Strasburgo – che l’espressione di un’idea che va contro i valori fondamentali della Convenzione come la pace e la giustizia, possa ottenere una protezione ai sensi dell’articolo 10. La Corte applica senza esistazione l’articolo 17 della Convenzione in base al quale nessuna disposizione del trattato «può essere interpretata come implicante il diritto per uno Stato, gruppo o individuo di esercitare un’attività o compiere un atto mirante alla distruzione dei diritti o delle libertà riconosciuti nella Convenzione…».  E’ vero – scrive la Corte – che la norma finora è stata applicata unicamente con riguardo a manifestazioni esplicite e dirette per le quali non è necessaria alcuna interpretazione, ma essa è applicabile anche ai casi di posizioni antisemite nascoste dietro l’alibi di  una rappresentazione per così dire artistica che è comunque un attacco pericoloso per i valori della Convenzione. Nessuna protezione, quindi, in base all’articolo 10 che non può certo essere utilizzato in modo contrario allo spirito della Convenzione. Se fosse ammessa una simile tutela si contribuirebbe alla “distruzione dei diritti e delle libertà garantiti dalla Convenzione”. In forza dell’articolo 17, quindi, il ricorrente non può avvalersi dell’articolo 10.

Scritto in: libertà di espressione | in data: 23 novembre 2015 |
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Non ci sono motivi di sicurezza nazionale che tengano se uno Stato parte alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo condanna un giornalista per aver pubblicato un articolo che contiene un’intervista a un membro di un’organizzazione illegale, senza alcuna forma di hate speech. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Belek e Veliogly contro Turchia depositata il 6 ottobre (AFFAIRE BELEK ET VELIOGLU c. TURQUIE) con la quale Strasburgo ha condannato Istanbul per violazione dell’articolo 10 della Convenzione che assicura il diritto alla libertà di espressione. A rivolgersi alla Corte il proprietario e il redattore capo di un quotidiano di Istanbul. Il giornalista aveva pubblicato un articolo con la dichiarazione di un rappresentante curdo in cui si criticavano le condizioni di detenzione di Ocalan. Ora, poiché la legge turca vieta la pubblicazione di dichiarazioni di membri di un’organizzazione illegale armata, i due ricorrenti erano stati condannati al pagamento, rispettivamente, di 527 e 285 euro. Era stata poi vietata la pubblicazione del quotidiano per tre giorni, sanzione che era caduta per una modifica legislativa. Secondo la Corte, i giudici nazionali hanno violato la Convenzione perché non hanno considerato l’articolo nel suo insieme. Inoltre, ad avviso dei giudici internazionali, l’articolo non conteneva alcun appello all’uso della violenza, all’insurrezione e non conteneva alcun discorso d’odio. Di conseguenza, l’ingerenza nel diritto alla libertà di espressione non era giustificata. La Corte ha così condannato lo Stato a pagare la cifra che i due giornalisti avevano dovuto versare e, come indennizzo per i danni non patrimoniali, 1.250 euro a ciascun ricorrente.

Scritto in: libertà di espressione | in data: 15 ottobre 2015 |
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Una sanzione pecuniaria pari a 50 volte il salario medio all’epoca dei fatti è una violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Senza dimenticare che il livello di esagerazione e di provocazione concesso a un giornalista è più ampio quando rivolto a persone che, pur non essendo uomini politici, entrano nella sfera pubblica. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza depositata il 7 luglio relativa al ricorso Morar contro Romania (AFFAIRE MORAR c. ROUMANIE). Oltre che per il rafforzamento costante della libertà di stampa operato da Strasburgo, in forza dell’articolo 10 della Convenzione europea che assicura il diritto alla libertà di espressione, la sentenza va segnalata per la durata eccessivamente lunga del procedimento considerato che il ricorso era stato presentato nel 2006 e la sentenza è stata resa dopo 10 anni. Segno che anche a Strasburgo qualcosa sui tempi processuali non funziona.

E’ stato il giornalista di un giornale satirico rumeno a rivolgersi alla Corte europea dopo la condanna in sede civile e penale per la pubblicazione di alcuni articoli che avevano preso di mira il consigliere politico di un candidato alle elezioni presidenziali. In particolare, nell’articolo, erano sottese accuse di spionaggio. Le condanne – scrive la Corte europea – non sono state adottate seguendo gli standard di Strasburgo perché i giudici nazionali non hanno tenuto conto del fatto che il giornalista ha agito nel rispetto delle regole deontologiche ed entro i limiti di esagerazione e provocazione ammissibili. Il giornalista, inoltre, aveva sempre indicato i dati forniti come sospetti e non come fatti, utilizzando uno stile proprio della satira. Né è stato considerato, da parte del giudice nazionale,  il contesto poiché era stato trascurato il fatto che, pur non trattandosi di un politico che sceglie di scendere nell’arena pubblica, l’uomo oggetto dell’articolo era un consigliere politico che era entrato nella sfera pubblica. Con la conseguenza che i limiti della critica concessi a un giornalista sono più ampi rispetto a quelli ammessi nel caso di privati cittadini tanto più quando contribuiscono a un dibattito su questioni di interesse generale. La sanzione pecuniaria è stata poi sproporzionata perché il giornalista è stato condannato a versare una somma pari a 19.262 dollari americani e 22.233 lei rumeni. La Corte ha così condannato la Romania per violazione dell’articolo 10, con l’obbligo per lo Stato in causa di versare al giornalista 18.445 euro per i danni materiali e 6mila euro per quelli morali considerando che il reporter ha subito un pregiudizio innegabile a causa della condanna.

Scritto in: libertà di espressione | in data: 3 agosto 2015 |
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L’autorità e l’imparzialità del sistema giudiziario vanno salvaguardate. Di conseguenza, non costituisce una violazione del diritto alla libertà di espressione la decisione dei tribunali nazionali che condannano un avvocato che esprime accuse non fondate verso un magistrato in servizio. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Peruzzi contro Italia depositata il 30 giugno 2015, con la quale Strasburgo ha respinto il ricorso e dato ragione all’Italia (AFFAIRE PERUZZI c. ITALIE). A rivolgersi alla Corte europea è stato un avvocato che aveva prima inviato una lettera al Consiglio superiore della magistratura con la quale si lamentava del comportamento di un giudice che si era occupato di una causa di divisione ereditaria nella quale il legale assisteva alcune parti. Successivamente, la lettera circolare era stata inviata ai giudici del tribunale nel quale il magistrato lavorava. Quest’ultimo lo aveva denunciato e il legale era stato condannato in primo grado a una pena privativa della libertà personale e in secondo grado al pagamento di una sanzione pecuniaria pari a 400 euro, nonché a risarcire il magistrato per un importo pari a 15mila euro. Il legale aveva deciso di agire dinanzi alla Corte europea ritenendo che fosse stato violato l’articolo 10 che assicura il diritto alla libertà di espressione anche perché riteneva di aver agito nel contesto della sua attività professionale e che le critiche riguardavano il sistema giudiziario. Una posizione che Strasburgo non ha condiviso. Prima di tutto, la lettera faceva espresso riferimento alla vicenda nella quale il magistrato aveva svolto la sua attività e non si trattava in alcun modo di un atto legato all’esercizio della sua attività professionale. Il legale aveva accusato il magistrato di aver adottato decisioni ingiuste ed arbitrarie e di aver agito con dolo o colpa violando sostanzialmente le regole deontologiche. Critiche che poi non avevano alcuna base fattuale tanto più che il legale non aveva in alcun modo atteso la chiusura del procedimento dinanzi al Consiglio superiore della magistratura. La Corte europea riconosce che per i magistrati in servizio i limiti di critica ammissibile sono più ampi per i magistrati che agiscono nell’esercizio dei propri poteri rispetto ai privati, ma senza poter essere equiparati ai politici. A ciò si aggiunga che è da tutelare la fiducia che la collettività deve avere nell’amministrazioe della giustizia. Inoltre, la sanzione comminata dai giudici di appello è stata proporzionata proprio tenendo conto che era in gioco non solo la reputazione del magistrato ma anche l’autorevolezza e l’imparzialità del potere giudiziario.

Scritto in: libertà di espressione | in data: 24 luglio 2015 |
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Le sanzioni penali, anche quando sono unicamente pecuniarie, non passano il vaglio della Corte europea dei diritti dell’uomo che, con la sentenza del 23 giugno, Niskasaari contro Finlandia (NISKASAARI), continua nell’opera di rafforzamento della libertà di stampa dei giornalisti che, per Strasburgo, hanno una posizione diversa da coloro che si avvalgono generalmente della libertà di espressione. Con la conseguenza che, anche in ragione del ruolo di informazione della collettività, essenziale per la democrazia, vanno tutelati in modo diverso da altri soggetti. A rivolgersi a Strasburgo, editore e giornalista di un magazine che aveva pubblicato un articolo critico nei confronti di un collega della televisione pubblica per un reportage sulle foreste, con alcuni dati falsi. Citati in giudizio, i due erano stati condannati: il giornalista a una multa di 240 euro e 2mila euro per i danni, e l’editore a 4mila euro per danni e 25mila per i costi sostenuti dal diffamato in tribunale. Il giornalista e l’editore si sono così rivolti a Strasburgo che ha dato ragione ai due ricorrenti. Gli Stati e, in particolare le autorità giurisdizionali nazionali, – scrive la Corte europea – hanno un certo margine di apprezzamento nello stabilire a quale diritto dare la prevalenza – reputazione o libertà di espressione (articoli 8 e 10 della Convenzione) – ma la Corte europea mantiene il diritto di supervisionare il pieno rispetto della Convenzione. Inoltre, i tribunali interni sono tenuti a seguire i parametri fissati dalla Corte ossia il contributo al dibattito su questioni di interesse generale, la notorietà della persona oggetto dell’articolo e il contenuto, la condotta della persona interessata, il metodo utilizzato per ottenere informazioni e la veridicità, il contenuto, la forma e le conseguenze della pubblicazione e la severità della sanzione. La Corte utilizza la congiunzione “e”, segno che tutti gli elementi devono essere oggetto di valutazione, con un margine che così diventa ristretto. Tanto più che – scrivono i giudici internazionali – solo se sussistono forti ragioni è possibile sostituire i parametri individuati dalla Corte con quelli propri dei giudici nazionali, tenuti a considerare il ruolo particolare del giornalista. Proprio a quest’ultimo aspetto i giudici interni non avevano prestato sufficiente attenzione, mentre avrebbero dovuto farlo secondo Strasburgo, che tiene a sottolineare così la necessità di un diverso trattamento per la stampa. Nel valutare, poi, la proporzionalità della sanzione la Corte europea ha effettuato un confronto con le misure previste dal diritto finlandese per altri reati, giungendo alla conclusione della sproporzionalità della sanzione. Di qui la condanna dello Stato in causa, tenuto a versare 32mila euro per i danni patrimoniali, 1.500 per quelli non patrimoniali e 3mila per le spese.

Scritto in: libertà di espressione | in data: 14 luglio 2015 |
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Sul difficile equilibrio tra diritto alla libertà di espressione e salvaguardia dell’imparzialità dei giudici, la Commissione Venezia del Consiglio d’Europa ha adottato, il 23 giugno 2015, un rapporto dal titolo “La libertà di espressione dei giudici” (CDL-AD(2015)0181). Il parere n. 806/2015 (venice.coe), redatto dai relatori Johan Hirschfeld, Milenko Kreca e Christoph Grabenwarter su richiesta della Corte interamericana dei diritti dell’uomo alle prese con il caso Lopez Lone e altri contro Honduras, fornisce un’analisi comparata delle regole esistenti nei diversi Stati del Consiglio d’Europa, partendo dal parere n. 3 del 2002 del Consultative Council of European Judges nel quale si afferma che il sistema giudiziario può funzionare solo se i giudici non sono isolati rispetto alla società in cui vivono. Dall’analisi comparativa risulta che in quasi tutti gli Stati mancano norme costituzionali volte a garantire in modo specifico la libertà di espressione e di associazione dei magistrati. Alcuni Paesi, come l’Albania, garantiscono nella Costituzione l’immunità per i giudici dell’Alta Corte in relazione alle opinioni espresse nell’esercizio delle proprie funzioni. Sulla stessa linea il Montenegro che, sempre nella Costituzione, dispone l’immunità per il Presidente della Corte suprema, dei giudici della Corte costituzionale e del Procuratore e dei giudici della Corte Suprema. In alcuni Paesi sono posti limiti alla libertà di associazione se finalizzata all’attività politica. La Germania assicura la libertà di espressione vietando unicamente dichiarazioni politiche citando il proprio ufficio. In Romania, invece, i giudici non possono esprimere le proprie opinioni politiche. Ampio spazio a regolamentazioni nei codici di condotta. La Svezia è il Paese che assicura la maggiore libertà di espressione. Nella Costituzione è previsto, in termini generali per ogni individuo, il diritto alla libertà di espressione, che è poi garantita in modo effettivo nel Freedom Press Act e nel Freedom of Expression Act con un divieto di ogni conseguenza negativa sul personale del pubblico impiego, inclusi i magistrati, che forniscono informazioni alla stampa. Naturalmente, come in altri Paesi, sono stati fissati  limiti in relazione ai procedimenti in corso.

Lo studio si conclude con un’analisi dettagliata della situazione in Austria e Germania e con un esame della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha messo in primo piano la necessità di raggiungere un giusto equilibrio tra libertà di espressione da un lato e separazione dei poteri e indipendenza e imparzialità dei giudici dall’altro (si veda, tra le altre, la sentenza Harabin contro Slovacchia).

Scritto in: libertà di espressione | in data: 9 luglio 2015 |
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