Se l’estradizione per altri reati avviene dopo la pronuncia di condanna di primo grado il procedimento può andare avanti senza che possa essere opposta la violazione del principio di specialità. E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 5816/17 depositata l’8 febbraio (5816). La vicenda riguardava il ricorso avverso la sentenza della Corte di appello di Milano che aveva condannato due persone per detenzione e cessione di droga. Tra i motivi di ricorso la violazione dell’articolo 14 della Convenzione europea di estradizione, resa esecutiva con legge n. 300/1963, per contrasto con il principio di specialità, considerando che uno dei condannati era stato estradato dall’Albania in esecuzione di altra pronuncia, situazione che avrebbe dovuto bloccare, per il ricorrente, il giudizio di appello. Una posizione che la Suprema Corte non ha condiviso in ragione del fatto che se al momento dell’estradizione in Italia è già stata pronunciata una sentenza di condanna in primo grado il giudizio deve proseguire, in linea con lo scopo stesso dell’articolo 14 che è quelo di interrompere la prescrizione. D’altra parte – osserva la Cassazione – questa soluzione “non è estemporanea nell’ambito dei rapporti estradizionali” ed è conforme all’istituto del mandato di arresto europeo. Così, il ricorso è stato respinto.

Scritto in: estradizione | in data: 18 aprile 2017 |
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In Bielorussia sussistono carenze sistemiche e generalizzate nei centri di detenzione. Di conseguenza, l’estradizione dall’Italia di un cittadino bielorusso deve essere bloccata se mancano garanzie specifiche che la persona non sarà sottoposta a trattamenti disumani. Lo scrive la Corte di Cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 13931 depositata il 22 marzo (13931) con la quale la Suprema Corte ha parzialmente accolto il ricorso di una cittadina bielorussa che aveva chiesto l’annullamento della pronuncia della Corte di appello di Messina con la quale si dava il via libera alla sua estradizione per il perseguimento penale del reato di lesioni volontarie gravi commesse per motivi di teppismo. Per la Cassazione mancano assicurazioni adeguate volte a dimostrare l’esistenza del rispetto dei diritti umani, mentre la Corte di appello avrebbe dovuto procedere a un accertamento più approfondito per verificare se la ricorrente correva il rischio di un trattamento disumano e degradante. Necessarie, quindi, informazioni complementari anche perché se lo Stato richiedente offre “specifiche assicurazioni in ordine alla sottoposizione della persona richiesta in consegna ad un trattamento diverso da quello previsto nell’ordinario circuito penitenziario” è possibile procedere all’estradizione.

Scritto in: estradizione | in data: 29 marzo 2017 |
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Nessun obbligo di bloccare l’estradizione se le autorità italiane si sono limitate a promuovere una rogatoria per di più priva di risposta. In un simile caso, infatti, non si può ritenere che la persona della quale un altro Stato chiede l’estradizione sia sottoposta a un procedimento penale in Italia. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 386/17 depositata il 4 gennaio (386) con la quale la Suprema Corte ha respinto il ricorso di una donna che si opponeva all’estradizione decisa dalla Corte di appello di Venezia su richiesta del Brasile. In base al Trattato di estradizione tra Italia e Brasile del 17 ottobre 1989, in vigore dal 1° agosto 1993 e ratificato dall’Italia con legge 23 aprile 1991 n. 144, la Cassazione ritiene che la conclusione dei giudici di appello è stata corretta anche perché, alla luce dell’accordo, lo Stato richiesto non deve effettuare una valutazione dei gravi indizi di colpevolezza. Detto questo, la Corte precisa che, però, secondo la giurisprudenza consolidata, l’autorità giudiziaria “non può limitarsi a un controllo meramente formale della documentazione allegata”, dovendo accertare che risultino le ragioni  “per le quali è stato ritenuto probabile, nella prospettiva del sistema processuale dello Stato richiedente, che l’estradando abbia commesso il reato oggetto della domanda”. Un esame che la Corte di appello ha effettuato. Inoltre, non si è verificata la condizione ostativa alla consegna determinata dalla circostanza che è in corso in Italia un procedimento penale, situazione che si verifica se è stata esercitata l’azione penale o se è stata emessa un’ordinanza applicativa della custodia cautelare. Così, l’ultima parola spetta al ministro della giustizia al quale compete decidere se azionare i motivi di rifiuto facoltativi, con particolare riguardo alla circostanza che il fatto sia stato commesso in tutto o in parte in Italia.

Scritto in: estradizione | in data: 24 gennaio 2017 |

Stop all’estradizione se il detenuto corre il rischio di una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea del 1957 che obbliga lo Stato a non dar luogo alla consegna se c’è il pericolo di persecuzioni. È la Corte di Cassazione, sesta sezione penale, con sentenza n. 53741 depositata il 19 dicembre (estradizione), a stabilirlo dando piena attuazione ai rapporti di organismi internazionali e ai principi affermati da organi giurisdizionali internazionali. A rivolgersi alla Suprema Corte, un cittadino ucraino che chiedeva l’annullamento del provvedimento della Corte di appello di Trento che aveva dato il via libera all’estradizione verso l’Ucraina per l’esecuzione di una misura cautelare in carcere per una presunta corruzione. L’uomo sosteneva che l’accusa era persecutoria e legata alla sua passata attività come presidente del comitato anticorruzione. La Corte di appello riteneva che non sussistesse alcun motivo ostativo all’estradizione. Di diverso avviso la Cassazione secondo la quale sussiste un fumus persecutionis per la pregressa attività dell’indagato, anche come attivista dei diritti umani, tant’è che anche in Ucraina, in un primo tempo, era stata respinta la richiesta di misure detentive. Senza dimenticare – osserva la Cassazione – le condizioni di detenzione nello Stato richiedente, come desumibile dai rapporti di organismi internazionale e dalle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo. Bloccata, così, l’estradizione.

Scritto in: estradizione | in data: 16 gennaio 2017 |
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No all’estradizione se la richiesta persegue fini politici. Il Consiglio di Stato francese, con decisione n. 394399-400239 del 9 dicembre ha bloccato l’estradizione di un cittadino kazako verso la Russia dove era indagato per reati finanziari (ce). I giudici amministrativi hanno annullato il decreto che dava il via libera alla consegna e lo hanno fatto in base alla Costituzione che vieta l’estradizione se lo Stato richiedente lo fa per fini politici. Non solo. Per rafforzare la propria decisione, il Consiglio di Stato ha richiamato la Convenzione europea sull’estradizione del 13 dicembre 1957 la quale stabilisce che deve essere negata l’estradizione se ci sono motivi seri di ritenere che l’istanza è richiesta per motivi politici, nonché la Convenzione Onu contro la tortura e i trattamenti disumani e degradanti del 10 dicembre 1984. L’uomo, tra l’altro, aveva ricevuto lo status di rifugiato politico dalle autorità inglesi. Di qui l’annullamento del decreto di estradizione.

Scritto in: estradizione | in data: 3 gennaio 2017 |
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I giudici nazionali, nel decidere sull’estradizione, non possono sindacare sulla disciplina penale sostanziale  straniera applicata secondo le regole processuali di quello Stato. E’ altresì irrilevante la prescrizione secondo l’ordinamento italiano. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 29622/16 depositata il 13 luglio (29622). La Suprema Corte ha così confermato il via libera all’estradizione già decisa dalla Corte di appello di Venezia, in base alla Convenzione europea sull’estradizione del 21 marzo 1983, di un individuo condannato a Tirana. La Corte di appello aveva correttamente riconosciuto, precisa la Cassazione, che la pena era legittima e coerente anche per l’ordinamento nazionale in relazione al reato per il quale era stata comminata la condanna. Inoltre – osserva la Suprema Corte – non rileva che alla data di esecutività della sentenza nazionale che riconosce quella straniera la pena sia estinta secondo le regole del nostro ordinamento perché ciò che conta è solo la non prescrizione della pena secondo l’ordinamento straniero al momento della richiesta di riconoscimento.

Scritto in: estradizione | in data: 20 luglio 2016 |
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No all’estradizione se il trattamento delle madri detenute nel Paese di destinazione è in grado di compromettere l’interesse superiore del minore. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 13440/16 depositata il 4 aprile (estradizione) con la quale è stato accolto il ricorso avverso la pronuncia della Corte di appello di Firenze che aveva dato il via libera all’estradizione nella Repubblica di Moldavia di una donna sotto processo penale per tratta di esseri umani. La Suprema Corte, in primo luogo, ha respinto sia il motivo di ricorso della donna fondato sull’astratta possibilità di trattamenti disumani in carcere che, per la ricorrente, risultavano contrari agli standard stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, sia quello incentrato sull’impossibilità di procedere all’estradizione in ragione della contestuale commissione del reato in Italia. Riguardo a quest’ultimo punto, la Cassazione ha chiarito che la Convenzione europea di estradizione del 1957 prevede unicamente un motivo facoltativo di rifiuto di consegna, senza alcun obbligo. Detto questo, però, la Suprema Corte ha accolto il ricorso nella parte in cui la Corte di appello non ha accertato il trattamento delle madri detenute con prole infantile. Per la Cassazione, l’interesse superiore del minore doveva essere considerato e valutato con attenzione tanto più che la legge n. 69 del 2005 con la quale è stata recepita la decisione quadro 2002/584 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri, per quanto non applicabile nel caso di specie, fissa addirittura il divieto di consegna della madre con prole convivente di età inferiore ai tre anni, situazione nella quale si trovava la ricorrente. Di qui l’annullamento con rinvio ad altra sezione che dovrà acquisire adeguate informazioni sul trattamento delle madri detenute in Moldavia.

Scritto in: estradizione | in data: 19 aprile 2016 |
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Via libera al controllo giurisdizionale sulla misura coercitiva prevista in vista dell’estradizione. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 45951, depositata il 19 novembre 2015 (45951). Ad avviso della Cassazione, la Corte di appello ha agito correttamente nello stabilire la perdita di efficacia della misura cautelare  disposta per un cittadino straniero nei confronti del quale era stato già adottato il provvedimento favorevole all’estradizione. La Cassazione ha riconosciuto la legittimità del controllo sullo status libertatis nella fase successiva alla definitività della decisione di estradizione nei casi in cui siano scaduti i termini di consegna da parte dello Stato richiedente e ha chiarito che, una volta scaduto il termine di quindici giorni previsto per la consegna, decorrente dalla data stabilita dal Ministro, se lo Stato richiedente non presenta una domanda di proroga, la misura cautelare perde efficacia in linea con la Convenzione europea di estradizione.

Scritto in: estradizione | in data: 2 dicembre 2015 |
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Il detenuto all’estero, che è estradato in Italia per scontare una condanna, ha diritto a presentare l’istanza di rimessione in termini entro 30 giorni dal momento della consegna e non da quando ha avuto conoscenza della condanna. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sezione IV penale, con la sentenza 24860 del 12 giugno 2015 (24860), con la quale è stata accolta la richiesta di annullamento del diniego alla rimessione in termini per l’impugnazione della sentenza di condanna, per reati relativi al traffico di stupefacenti, decisa della Corte di appello di Roma. La pronuncia di condanna da parte del Tribunale di Roma era stata resa in contumacia e l’uomo, quindi, in base all’articolo 175, comma 2 bis del codice di procedura penale, che si occupa in modo specifico della restituzione del termine nei casi di estradizione, aveva chiesto la rimessione in termini. La richiesta era stata respinta dalla Corte di appello che riteneva che i termini fossero già scaduti dal momento che la conoscenza della condanna era avvenuta molto prima rispetto alla consegna. Una conclusione non condivisa dalla Corte di Cassazione secondo la quale il termine di 30 giorni fissato dall’articolo 175 c.p.p. decorre dal momento della consegna indipendentemente dalla conoscenza del procedimento o dalla nomina dei difensori. Si tratta – osserva la Suprema Corte – di una garanzia aggiuntiva che serve a consentire l’esercizio pieno dei diritti di difesa per colui che è detenuto all’estero. Di qui l’annullamento della pronuncia della Corte di appello chiamata a un nuovo esame.

Scritto in: estradizione | in data: 21 giugno 2015 |
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No all’estradizione se la situazione nelle carceri nel Paese richiedente è contraria agli standard internazionali fissati nella sentenza Torreggiani e altri contro Italia resa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo l’8 gennaio 2013. Per la Corte di Cassazione, sesta sezione penale, che si è pronunciata con la sentenza n. 13823/15 depositata il 31 marzo (13823), prima di dare il via libera all’estradizione le autorità nazionali sono tenute a prendere in considerazione il sovraffollamento carcerario verificando se esso si traduca in un trattamento disumano e degradante, in contrasto così con i diritti fondamentali della persona. A rivolgersi alla Cassazione era stato un cittadino serbo nei confronti del quale la Corte di appello di Bologna aveva deciso il sì all’estradizione richiesta dalla Serbia, senza considerare, secondo il ricorrente, la violazione dei diritti umani in quel Paese proprio a causa del sovraffollamento carcerario. Un’obiezione condivisa dalla Cassazione che ha richiamato gli obblighi positivi derivanti dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che vieta i trattamenti disumani e degradanti, nonché quanto affermato nella sentenza Torreggiani. In particolare – scrive la Suprema Corte – non è consentito adottare una pronuncia favorevole all’estradizione non solo nei casi in cui vi sia la certezza ma anche “il pericolo concreto che l’estradando venga sottoposto ad un trattamento avente un oggettivo carattere inumano o degradante”. Inoltre, la Corte di appello avrebbe dovuto verificare se “la documentazione trasmessa dall’autorità richiedente era pienamente idonea a rappresentare, nella prospettiva del sistema processuale dello Stato richiedente, l’esistenza di elementi di consistente spessore indiziario a carico dell’estradando”. Così non era stato. Di qui l’annullamento della sentenza e il rinvio, per un nuovo giudizio, ad un’altra sezione  della Corte di appello di Bologna.

Scritto in: estradizione | in data: 19 aprile 2015 |
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