La Corte suprema del Canada nel caso World Bank Group contro Wallace e altri, con la sentenza n. 36315 depositata il 29 aprile 2016 (world bank group), rafforza la tutela dell’immunità e dell’inviolabilità degli archivi delle organizzazioni internazionali. La vicenda approdata al massimo organo giurisdizionale canadese riguarda una controversia tra la Banca Mondiale, che invocava l’immunità e escludeva così l’obbligo di consegnare materiale relativo a un caso di corruzione, e quattro dipendenti di una società canadese (che aveva ottenuto fondi dalla Banca Mondiale per una costruzione in Bangladesh) che erano sotto processo dinanzi ai tribunali interni. La Banca Mondiale aveva avviato un’indagine interna sospettando l’esistenza di un caso di corruzione internazionale e aveva poi deciso una sospensione dell’azienda dalla partecipazione all’utilizzo dei fondi dell’Organizzazione per dieci anni. Era stata avviata anche un’indagine della Procura dell’Ontario alla quale la Banca mondiale aveva consegnato alcune email. Tuttavia, la Banca Mondiale si era rifiutata di produrre intercettazioni e altro materiale richiesto dalla difesa degli imputati nel corso del procedimento penale. I giudici di merito avevano ritenuto che la Banca mondiale avesse rinunciato all’immunità perché inizialmente aveva presentato alcuni documenti alla Procura e, quindi, era tenuta alla consegna. Una decisione ribaltata dalla Corte suprema che ha così bloccato l’ordinanza che imponeva la produzione di documenti. Prima di tutto, la Corte Suprema ha messo in primo piano l’importanza dell’immunità delle organizzazioni internazionali, necessaria a evitare ingerenze dello Stato, immunità che vale anche per gli archivi. La Corte sottolinea che le parti non hanno sollevato la questione dell’immunità delle organizzazioni internazionali con riguardo al diritto consuetudinario e che, con riferimento alla Banca Mondiale, la questione dell’immunità si pone con riguardo agli istituti che ne fanno parte, però, pur evidenziando che non è del tutto chiaro il regime dell’unità interna “The Integrity Vice President” propende per una portata allargata dell’immunità, bocciando la posizione restrittiva anche con riguardo alla nozione di archivio. Così, per la Corte suprema, non può essere qualificata come rinuncia all’immunità su ogni documento la collaborazione della Banca Mondiale con il Procuratore al quale erano state consegnate alcune mail. Sostenere che la sola consegna di alcuni atti comporta una rinuncia generale all’immunità su ogni documento significa dare ampio spazio a un chilling effect sulla collaborazione tra Banca Mondiale e organi inquirenti interni. Alla luce di tutto ciò, la Corte Suprema riconosce l’immunità riguardo ai documenti dell’unità investigativa interna e degli archivi, annullando la pronuncia dei giudici di merito.

Scritto in: corruzione internazionale, immunità organizzazioni internazionali | in data: 27 maggio 2016 |
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Con due decisioni, di contenuto in parte analogo, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha affermato la compatibilità con la Convenzione europea del principio dell’immunità delle organizzazioni internazionali in materia di lavoro dinanzi agli organi giurisdizionali nazionali, respingendo le azioni contro la Germania. Alla Corte di Strasburgo si era rivolto un ingegnere che aveva partecipato a una selezione presso l’Ufficio europeo dei brevetti (ricorso n. 415/07, KLAUSECKER). Tuttavia, il ricorrente non era stato assunto per mancanza di requisiti fisici. A suo avviso, si trattava di una discriminazione dovuta al fatto che egli era disabile. L’uomo, a fronte del rifiuto all’assunzione opposto dal Presidente dell’EPO (European Patent Office), aveva presentato ricorso all’International Labour Organization che aveva dichiarato irricevibile il ricorso. Nello stesso senso si era pronunciata la Corte costituzionale tedesca in ragione dell’immunità delle  organizzazioni internazionali. La Corte, con decisione del 6 gennaio, notificata il 29, ha dichiarato non fondato il ricorso ritenendo che il riconoscimento dell’immunità dalla giurisdizione serve ad assicurare il buon funzionamento delle organizzazioni internazionali e a frenare le ingerenze unilaterali dei Governi, affermando così il fine legittimo perseguito dall’attribuzione dell’immunità che – osserva la Corte – non è un diritto sostanziale ma un impedimento procedurale che impedisce l’avvio di un’azione giurisdizionale. Va detto che nella decisione della Corte europea è stata determinante la circostanza che il ricorrente aveva avuto a disposizione strumenti alternativi in grado di consentirgli un’azione giurisdizionale come, ad esempio, il ricorso all’arbitrato assicurato dall’EPO.

Stessa conclusione nella decisione Perez (ricorso n. 15521/08, PEREZ). In questo caso, il ricorso era stato presentato da una funzionaria Onu poi licenziata. Secondo la Corte, il procedimento dinanzi al Tribunale amministrativo Onu e al Comitato d’appello era del tutto compatibile con il diritto alla tutela giurisdizionale. Il ricorso, inoltre, è stato respinto per il mancato previo esaurimento dei ricorsi interni. E’ vero che la Germania non ha dimostrato che i ricorsi ordinari interni potessero essere considerati come effettivi, ma la ricorrente avrebbe potuto avviare un’azione dinanzi alla Corte costituzionale tedesca che avrebbe potuto verificare il rapporto tra immunità e tutela dei diritti umani fondamentali.

 

 

Scritto in: immunità organizzazioni internazionali | in data: 7 febbraio 2015 |
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Strada sbarrata per migliaia di cittadini haitiani che hanno provato a citare in giudizio le Nazioni Unite dinanzi alla Corte distrettuale di New York. Con decisione del 9 gennaio, i giudici statunitensi hanno respinto l’azione in ragione dell’immunità concessa alle Nazioni Unite in base alla Convenzione del 1946 (Dkt62_Opinion_and_Order_01_09_15, il testo è nel sito Institute for Justice and Democracy in Haiti). Secondo i ricorrenti, la diffusione del colera ad Haiti era stata provocata da alcuni peacekeepers del Nepal che non avevano usato adeguate precauzione  sanitarie. Le Nazioni Unite avevano poi impiegato i nepalesi nella United Nations Stabilization Mission in Haiti senza sottoporre il personale ad adeguati controlli, malgrado il colera risulta come malattia endemica in Nepal. Nel 2010, il colera ha causato ad Haiti 8mila morti e oltre 600mila malati. Di qui la class action dinanzi ai giudici Usa che, però, è stata respinta in ragione dell’immunità assoluta garantita dall’articolo 105  della Carta Onu e dalla Convenzione del 1946.

Scritto in: immunità organizzazioni internazionali | in data: 27 gennaio 2015 |
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La giustizia per le madri di Srebrenica non passa per Strasburgo. La Corte europea dei diritti dell’uomo con una decisione dell’11 giugno ha detto no al ricorso presentato dall’associazione “Madri di Srebrenica” e dai familiari di alcune vittime che si erano rivolte alla Corte chiamando in giudizio i Paesi Bassi (STICHTING MOTHERS OF SREBRENICA AND OTHERS v. THE NETHERLANDS). Questo perché i tribunali olandesi, ai quali l’organizzazione si era rivolta in prima battuta, avevano negato la giurisdizione a causa dell’immunità di cui godono le Nazioni Unite e i suoi funzionari. Le donne  avevano citato in giudizio sia le Nazioni Unite, che avevano autorizzato la missione in ex Iugoslavia, sia i Paesi Bassi che, con le proprie forze armate, avevano il compito di garantire la sicurezza dell’enclave musulmana. Una missione fallita: l’11 luglio 1995 le forze dei paramilitari serbi erano entrate a Srebrenica provocando 8mila morti tra i musulmani bosniaci. I familiari delle vittime da molti anni tentano di ottenere giustizia. I tribunali olandesi, inclusa la Corte suprema, hanno sbarrato l’accesso alla giustizia in ragione dell’immunità dei caschi blu dell’Onu. Una conclusione che la Corte europea ha condiviso. Prima di tutto, sotto il profilo del locus standi, la Corte europea ha rigettato il ricorso dell’Associazione “Madri di Sebrenica” ritenendo che non potesse essere considerata vittima ai sensi dell’articolo 34 della Convenzione europea che richiede un certo collegamento tra il ricorrente e il danno subito a causa della violazione della Convenzione. Tra l’altro, la Corte ha sempre escluso la qualità di vittima a quelle organizzazioni create con il solo fine di far valere i diritti delle vittime. Inoltre, l’associazione non ha provato in che modo potesse essere classificata come vittima di una violazione degli articoli 6 e 13. Superato, invece, il filtro di ricevibilità per madri e moglie delle vittime.

Riguardo alla violazione della Convenzione, la Corte europea ha accertato che non vi è stata  una violazione dell’articolo 6 che assicura il diritto a un equo processo nel quale è incluso il diritto di accesso alla giustizia. La Convenzione europea – precisa la Corte – fa parte del diritto internazionale e deve, quindi, essere considerata e interpretata in armonia con i principi di diritto internazionale anche se la Convenzione ha una specialità in quanto trattato a tutela dei diritti dell’uomo. Tuttavia, talune limitazioni nell’attuazione dei diritti sono consentite dalla stessa Convenzione a condizione che non siano sproporzionate. Il diritto alla tutela giurisdizionale non è assoluto e può avere limitazioni derivanti anche dall’applicazione della regola dell’immunità che persegue un fine legittimo. Secondo la Corte, poi, è vero che il divieto di genocidio rientra tra le norme cogenti del diritto internazionale ma, in un procedimento civile, ciò non comporta un’esclusione dell’immunità dell’Onu che, nel caso di specie, stava agendo in base al capitolo settimo della Carta e, quindi, per mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Nell’escludere la prevalenza della norma cogente rispetto all’immunità, Strasburgo ha anche ricordato la sentenza Germania contro Italia della Corte internazionale di giustizia in cui i giudici internazionali hanno riconosciuto l’immunità dalla giurisdizione alla Germania per le deportazioni ordinate durante la Seconda guerra mondiale.

La Corte europea ha anche escluso la violazione dell’articolo 6 in rapporto alla decisione dei giudici olandesi di non rivolgersi in via pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione europea.

Scritto in: immunità organizzazioni internazionali | in data: 1 luglio 2013 |
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L’immunità concessa alla Nato per controversie di lavoro è compatibile con l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Lo ha stabilito la Corte di Strasburgo con decisione del 5 marzo con la quale è stato dichiarato irricevibile il ricorso di un dipendente della Nato contro il Belgio (Chapman contro Belgio, ricorso n. 39619/06, CHAPMAN c. BELGIQUE). Alla Corte europea si era rivolto un cittadino americano impiegato nel quartier generale della Nato in Belgio con contratti di lavoro a tempo determinato il quale aveva chiesto ai tribunali belgi la riqualificazione del contratto. I giudici di primo grado avevano accolto il ricorso. Non così la Corte di appello che aveva escluso la giurisdizione in forza dell’immunità della Nato. Di qui il ricorso alla Corte europea che ha però dichiarato irricevibile il ricorso. Prima di tutto, la Corte parte dalla premessa che nel caso di protezione dei diritti fondamentali che possono essere limitati dall’immunità, malgrado il trasferimento di competenza a un’organizzazione internazionale, gli Stati non sono esonerati dal rispetto della Convenzione. Tuttavia, per la Corte, è vero che l’articolo 6 della Convenzione europea assicura il diritto alla tutela giurisdizionale effettiva, ma talune limitazioni sono ammissibili se proporzionali rispetto all’obiettivo legittimo conseguito. L’immunità concessa alla Nato serve a garantire e a facilitare l’attività di un’organizzazione internazionale e la restrizione è poi ammissibile tenendo conto che all’interno dell’organizzazione sono stati predisposti rimedi perché i dipendenti possono rivolgersi alla Nato Appeals Board. Di conseguenza, per la Corte europea , la restrizione al diritto di accesso a un tribunale è compatibile con l’articolo 6 della Convenzione in quanto proporzionale.

Scritto in: immunità organizzazioni internazionali, NATO | in data: 29 marzo 2013 |

La Corte suprema di New York (County of Bronx) ha negato l’immunità all’ex direttore del Fondo monetario internazionale Strauss Khann (sentenza n. 307065/11, DSK-30706511). Nel corso del procedimento civile avviato dalla cameriera del Sofitel che aveva accusato l’ex direttore di tentato stupro, Strauss Khann aveva eccepito l’immunità dalla giurisdizione perché direttore del Fondo monetario. Una tesi respinta dalla Corte suprema che ha escluso l’esistenza di una regola consuetudinaria in tal senso e ha precisato che l’articolo 9 sezione 8 dello Statuto del Fondo monetario internazionale attribuisce unicamente l’immunità funzionale e quindi solo per gli atti compiuti nell’esercizio delle proprie funzioni. Sul carattere limitato dell’immunità, poi, precisa la Suprema Corte sono d’accordo tutti i 188 Stati che fanno parte del Fondo. Da respingere, quindi, la tesi di Strauss Khann che aveva anche invocato l’esistenza di una regola consuetudinaria e l’applicazione della Convenzione del 21 novembre 1947 relativa all’immunità delle istituzioni specializzate dell’Onu.

D’altra parte, precisa la Corte suprema, Strauss Khann nel procedimento penale non aveva mai avanzato l’esistenza dell’immunità anche perché mirava a riabilitare il proprio nome. Diritto che deve essere concesso anche alla donna che ha intrapreso la causa civile.

Scritto in: immunità organizzazioni internazionali | in data: 8 maggio 2012 |
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Le organizzazioni internazionali non godono di un’immunità assoluta. Lo ha chiarito la Us Corte d’appello (terzo circuito) nella sentenza depositata il 16 agosto  (N. 09-3601, us court of appeals), con la quale i giudici statunitensi hanno precisato, in una controversia di carattere commerciale che vedeva coinvolta l’Agenzia spaziale europea, che alle organizzazioni internazionali si applicano le stesse regole previste per gli Stati. La Corte ha quindi chiarito, non condividendo su questo punto la conclusione dei giudici di primo grado, che le organizzazioni non hanno un’immunità assoluta, ma ad esse si estende la stessa disciplina prevista per gli Stati sovrani, come chiarito nell’International Organizations immunities Act e da diverse precisazioni del Dipartimento di Stato.