Per bloccare la diffusione di cartelli segreti la Commissione europea dà il via a un nuovo sistema che consente a un privato cittadino di segnalare la violazione di norme antitrust con garanzia di anonimato. In questo modo Bruxelles, con una maggiore protezione dei whistleblowers, mira a fronteggiare in modo più incisivo le pratiche commerciali sleali che portano ad accordi sui prezzi e a danni sull’economia europea, con l’obiettivo di rafforzare l’efficacia delle indagini.

Il nuovo strumento funzionerà così: gli informatori si potranno avvalere di un sistema di messagistica criptata con un meccanismo di comunicazione a due vie. La gestione sarà affidata a un fornitore di servizi esterno che agirà come intermediario limitandosi a trasmettere il contenuto dei messaggi senza comunicare i metadati, con totale garanzia dell’anonimato dell’informatore. La Commissione potrà chiedere chiarimenti e dettagli e fornirà risposte ai cittadini.

Diversi i mezzi di comunicazione con la Commissione: uno criptato seguendo quest’indirizzo https://secure.secway.info/eu/start.php e uno senza copertura di anonimato attraverso la email comp-whistleblower@ec.europa.eu.

Scritto in: concorrenza | in data: 20 marzo 2017 |
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Dal 3 febbraio in vigore il nuovo regime sul risarcimento del danno per violazioni delle regole antitrust. Con il decreto legislativo 19 gennaio 2017, n. 3 è stata recepita la direttiva 2014/104/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 novembre 2014, relativa a determinate norme che regolano le azioni per il risarcimento del danno ai sensi del diritto nazionale per violazioni delle disposizioni del diritto della concorrenza degli Stati membri e dell’Unione europea (concorrenza). Obiettivo non solo l’eliminazione degli ostacoli al corretto funzionamento del mercato interno, ma anche l’armonizzazione delle legislazioni nazionali in vista del riequilibrio del mercato. Tra le novità, gli effetti delle decisioni definitive adottate dalle autorità nazionali garanti della concorrenza che costituiranno una prova “prima facie” nei procedimenti giurisdizionali. Questo principio ha affermazione nell’articolo 7 del Dlgs n. 3 laddove è stabilito che si ritiene definitivamente accertata nei confronti dell’autore la violazione del diritto della concorrenza constatata da una decisione dell’autorità garante della concorrenza, ferma restando la possibilità di rinvio pregiudiziale ai sensi dell’articolo 267 TFUE. Sulla prescrizione, l’articolo 8 fissa il termine in cinque anni che inizia a decorrere non prima “che la violazione del diritto della concorrenza sia cessata e prima che l’attore sia a conoscenza o si possa ragionevolmente presumere che sia a conoscenza…” degli elementi indicati nella norma in esame. Il capo V è interamente dedicato alla quantificazione del danno, con una presunzione, in linea con la direttiva, nel caso di cartelli. Spazio, in ultimo, alla soluzione extragiudiziale delle controversie.

Scritto in: concorrenza | in data: 25 gennaio 2017 |
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“Il private enforcement del diritto della concorrenza dell’Unione europea”: è il titolo dell’interessante monografia di Caterina Fratea appena pubblicato nell’ambito della Collana del Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Unione europea dell’Università di Verona, edito da Edizioni Scientifiche italiane (qui l’indice completo Indice). Fratea Il volume che, come recita il sottotitolo, si occupa a tutto tondo del tema analizzando i profili europei, internazionalprivatistici ed interni, scandaglia in dettaglio l’argomento partendo dalla questione della diretta applicabilità delle norme dei Trattati Ue in materia di concorrenza per arrivare all’analisi del regolamento n. 1/2003 e della direttiva 2014/104. Centrale l’analisi della giurisprudenza della Corte Ue anche su questioni come i ricorsi collettivi e le azioni di risarcimento danni. Segue l’analisi del private enforcement e il diritto internazionale privato sia con riguardo all’individuazione del foro competente sia della legge applicabile alle azioni risarcitorie. Il volume si chiude con un approfondimento sugli effetti nell’ordinamento italiano.

Scritto in: concorrenza, diritto internazionale privato | in data: 22 ottobre 2015 |
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La Commissione europea ha diffuso, il 9 luglio, un rapporto sull’attuazione del regolamento n. 1/2003 del 16 dicembre 2003 concernente l’applicazione delle regole di concorrenza di cui agli articoli 81 e 82 del Trattato (con il Trattato di Lisbona articoli 101 e 102), facendo il punto sui risultati raggiunti e le prospettive future (COM(2014)453, antitrust_enforcement_10_years_en). Grazie alle modifiche introdotte dall’indicato regolamento, che ha trasformato il panorama relativo all’attuazione delle misure antitrust,  le autorità nazionali competenti e la Commissione europea hanno rafforzato la cooperazione, con Bruxelles che ha fornito, in diverse occasioni, pareri ai tribunali nazionali competenti. Dal 2004 al 2013 sono state adottate ben 800 decisioni, su 780 casi (di 122 si è occupata la Commissione, a fronte dei 665 casi di competenza delle autorità nazionali). Riguardo ai settori d’indagine, al primo posto il settore dei sistemi di pagamento, i trasporti, i media, il cibo. Spazio anche alle professioni liberali con 31 casi. In futuro, il passo da compiere è quello dell’armonizzazione delle sanzioni non ancora uniformate tra i diversi Stati membri

Al rapporto sono affiancati due documenti di lavoro: uno relativo alle questioni istituzionali e procedurali poste dal regolamento n. 1/2003 (swd_2014_231_en) che evidenzia le divergenze in materia di sanzioni e l’altro con un’analisi dei diversi settori interessati (swd_2014_230_en).

Scritto in: concorrenza | in data: 19 luglio 2014 |
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Troppe le difficoltà che le vittime di comportamenti anticoncorrenziali, consumatori e imprese, sono costrette ad affrontare per far valere i propri diritti. Per rimediare a queste criticità, la Commissione europea ha presentato l’11 giugno una proposta di direttiva per facilitare le azioni per risarcimento danni avviate da vittime che subiscono conseguenze dalla violazione delle regole di concorrenza (COM(2013)406, proposal_directive_en). Secondo la Commissione, solo nel 25% delle decisioni di condanna alle imprese per comportamenti anticorrenziali, le vittime riescono ad ottenere un indennizzo (impact_assessment_en). Questo comporta la necessità di nuovi e più efficaci strumenti perché le previsioni astratte non bastano e sono ancora troppi gli ostacoli procedurali incontrati da coloro che subiscono danni per comportamenti antitrust. In questa direzione, tra le altre misure, la proposta di direttiva richiede che le decisioni rese dalle autorità nazionali di uno Stato membro siano utilizzabili anche come prova in altri Stati Ue. Da accelerare poi i procedimenti nazionali e da tagliare i costi processuali.

Per la valutazione corretta della quantificazione dei danni (LexUriServ), la Commissione ha adottato una Guida pratica al fine di chiarire i criteri per la corretta determinazione del danno nelle azioni di risarcimento al fine di ripristinare il pieno valore delle perdite, tenendo conto del danno emergente e del lucro cessante (http://ec.europa.eu/competition/antitrust/actionsdamages/quantification_guide_en.pdf).

Scritto in: concorrenza | in data: 17 giugno 2013 |

La Commissione europea, il 7 maggio, ha presentato il rapporto sulla politica di concorrenza nel 2012 che coinvolge 20 milioni di imprese nello spazio Ue (concorrenza). Sotto esame non solo il rispetto delle norme antitrust ma anche degli aiuti di Stato. Su questi, Bruxelles ha allargato le maglie per consentire agli Stati membri di fronteggiare la crisi del settore finanziario e delle banche che dovrebbero sostenere l’economia. La relazione è stata anche l’occasione per fare il punto sull’applicazione del nuovo sistema in materia di aiuti di Stato a favore dei servizi di interesse economico generale partito nel 2012. Ancora troppe, però, le situazioni di abuso di posizione dominante da fronteggiare soprattutto nel settore delle telecomunicazioni. Senza dimenticare il nodo Google, sotto i riflettori della Commissione, tra l’altro, per i modi in cui i servizi di ricerca verticale sono visualizzati. La Commissione ha anche adottato un documento di lavoro nel quale sono ricostruiti i principali interventi della Corte di giustizia dell’Unione europea nel settore degli aiuti di Stato nel 2012 (part2_en)

Scritto in: aiuti di Stato, concorrenza | in data: 3 giugno 2013 |
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Dal 7 all’8 giugno appuntamento a Campobasso per approfondire, a 10 anni dall’adozione del regolamento n. 1/2003 e a un anno dalla legge n. 234/12, gli effetti sul piano interno delle regole sugli aiuti di Stato, incluse le questioni relative all’obbligo di recupero e delle norme sulla libera concorrenza. L’incontro su “Aiuti di Stato, diritto antitrust e giudici italiani” inizierà il 7 giugno alle 14.00 e proseguirà il giorno successivo presso l’Aula Magna dell’Università del Molise a Campobasso. All’incontro parteciperanno studiosi, avvocati e giudici.

Qui il programma Locandina Campobasso

Scritto in: concorrenza | in data: 31 maggio 2013 |
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Gli ordini professionali, in quanto associazioni di imprese, sono tenuti a rispettare le norme del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea in materia di concorrenza. Di conseguenza, non possono porre condizioni per l’esercizio dell’attività di formazione da parte di imprese ed enti esterni incompatibili con il diritto Ue. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza del 28 febbraio nella causa C-1/12 (C-1:12) destinata a incidere sul sistema di formazione professionale obbligatoria imposto da diversi ordini professionali in tutta Europa. La Corte di Lussemburgo è stata chiamata a pronunciarsi in via pregiudiziale su rinvio dei giudici portoghesi alle prese con un ricorso dell’Ordine degli esperti contabili (OTOC) al quale l’Autorità garante della concorrenza del Portogallo aveva comminato una sanzione dopo aver accertato una distorsione della concorrenza. Questo perché l’Ordine, con un regolamento che stabiliva l’obbligo per gli iscritti di conseguire 35 crediti di formazione in due anni, articolati in formazione istituzionale e professionale, aveva anche disposto che la formazione professionale potesse essere erogata, oltre che dallo stesso Ordine (che ha l’esclusiva per quella istituzionale), da organismi accreditati dall’Ordine, previo pagamento di una tassa. In pratica, senza il via libera dell’Ordine l’attività di formazione non poteva essere esercitata almeno per il conseguimento dei crediti formativi. Stabilito, in linea con la precedente prassi giurisprudenziale, che le regole di concorrenza del Trattato si applicano anche agli ordini professionali che devono essere considerati come associazioni di imprese se i suoi membri svolgono un’attività economica, la Corte ha precisato che nel momento in cui l’Ordine adotta un regolamento sul sistema di formazione “non esercita prerogative tipiche dei pubblici poteri, ma piuttosto appare come l’organo di regolamentazione di una professione il cui esercizio costituisce, peraltro, un’attività economica”. Né ha rilievo, ai fini della qualificazione, che l’Ordine sia disciplinato da uno statuto di diritto pubblico. Detto questo, è evidente che il regolamento dell’Ordine può pregiudicare il commercio tra Stati membri nel mercato della formazione, condizionando le scelte di enti con sede in altri Paesi. Inoltre, secondo i giudici Ue, l’Ordine, al quale è attribuita in via esclusiva “una parte non trascurabile della formazione obbligatoria degli esperti contabili”, aveva artificiosamente segmentato il mercato della formazione con un vantaggio concorrenziale. La Corte, poi, non è convinta dal meccanismo di previa autorizzazione allo svolgimento dell’attività di formazione per i contabili accentrato nelle mani dell’Ordine. Per la Corte di giustizia, poiché gli organismi che intendono svolgere l’attività devono ottenere una preliminare autorizzazione e devono pagare una tassa di iscrizione, con un potere dell’OTOC di respingere l’istanza, è certa una violazione del Trattato. Questo meccanismo comporta una violazione della parità di trattamento tra operatori economici perché solo gli organismi di formazione sono sottoposti a una procedura di omologazione che invece non riguarda l’attività formativa dell’OTOC. In pratica, l’Ordine, associazione di imprese che svolge anche attività formativa, impone regole ad altri concorrenti, sottraendosi però ad esse.

La pronuncia dovrà essere considerata attentamente nell’adozione dei regolamenti previsti dalla legge italiana dPR 7 agosto 2012 n. 137 sulla riforma degli ordinamenti professionali. L’articolo 7, infatti, stabilita l’obbligatorietà della formazione, attribuisce la competenza all’attivazione dei corsi di formazione a Ordini e collegi nonché ad associazioni di iscritti agli albi o altri soggetti autorizzati dagli Ordini, prevedendo che i regolamenti attuativi siano sottoposti all’esame del ministro vigilante che esprimerà il proprio parere. Una differenza rispetto al sistema portoghese, che dovrebbe limitare l’incidenza della sentenza della Corte di giustizia sul quadro italiano, è costituito dall’obbligo del consiglio nazionale dell’ordine di trasmettere “motivata proposta di delibera [sulle autorizzazioni allo svolgimento di corsi] al ministro vigilante al fine di acquisire il parere vincolante dello stesso”. Questo potrebbe condurre a ritenere che il sistema italiano sia compatibile con le norme Ue sulla libera concorrenza. Analogo discorso sembra più difficile per gli avvocati. L’articolo 11 della legge n. 247/2012 sulla nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense (in Guida al diritto n. 6/2013, p. 10 ss.) ha codificato il principio della formazione continua ma la norma attribuisce al Consiglio nazionale forense il potere di disciplinare “le modalità e le condizioni per l’assolvimento dell’obbligo di aggiornamento da parte degli iscritti e per la gestione e l’organizzazione dell’attività di aggiornamento a cura degli ordini territoriali, delle associazioni forensi e di terzi”, escludendo ogni fine di lucro di detta attività. L’accentramento del potere di regolamentazione sulla formazione continua nell’Ordine potrebbe presentare gli stessi profili di incompatibilità ravvisati dalla Corte di Lussemburgo nella sentenza del 28 febbraio 2013 proprio perché il Consiglio nazionale forense, in quanto associazione di imprese, si troverebbe a regolare la gestione e l’organizzazione dell’attività di aggiornamento, fornendola esso stesso. La circostanza che il par. 4 dell’articolo 11 escluda che si tratti di attività commerciale e stabilisca che essa non possa avere fini di lucro è inidonea ad assicurare l’inapplicabilità delle regole Ue sulla libera concorrenza.

Scritto in: concorrenza | in data: 5 marzo 2013 |
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Ancora una volta i limiti allo svolgimento di alcune attività per i farmacisti italiani arrivano a Lussemburgo. Spetterà alla Corte di giustizia Ue (causa C-159/12, farmacisti) stabilire se è compatibile con il diritto comunitario una normativa come quella italiana che preclude la vendita di farmaci di fascia C, soggetti a prescrizione e non a carico del servizio sanitario nazionale, ai farmacisti che svolgono la propria attività in una parafarmacia. Tutto ha preso il via dal no del Ministero della salute alla richiesta di una farmacista che chiedeva di vendere quel tipo di farmaci e specialità medicinali per uso veterinario nella propria parafarmacia. Di fronte al diniego delle autorità competenti la donna si è rivolta al Tar che prima di risolvere la questione ha chiesto alla Corte Ue chiarimenti sul diritto comunitario con riguardo alle norme sul diritto di stabilimento e sulla libera concorrenza.

Scritto in: concorrenza | in data: 18 giugno 2012 |
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