Il Consiglio di sicurezza, con la risoluzione n. 2245 approvata all’unanimità il 10 novembre, ha rinnovato l’autorizzazione alle forze navali internazionali per contrastare la pirateria in Somalia (N1535582). E’ vero che sono stati raggiunti buoni risultati nella lotta alla pirateria ma la situazione al largo delle coste somale resta fonte di grave preoccupazione anche per gli effetti negativi sull’instabilità della Somalia che, malgrado alcuni miglioramenti, è ancora indietro. Ed è certo che un elemento determinante nella crisi somala è la pirateria che contribuisce all’instabilità, al crimine e alla corruzione. Proprio per evitare l’impunità dei pirati, il Consiglio ha già chiesto agli Stati di cooperare nelle indagini e nei procedimenti contro i pirati. Il Consiglio riconosce l’importanza di un ruolo centrale e più effettivo della Somalia, ma ritiene indispensabile il supporto di organizzazioni come l’Unione europea e l’Unione africana. Tra i cambiamenti, il passaggio di consegna, nell’attività di coordinamento, dall’United Nations Support Office for the African Union Mission in Somalia (UNSOA) all’United Nations Support Office in Somalia. Una modifica che tiene conto del ruolo centrale svolto dall’Unione europea con l’EUNAVFOR (European Union Naval Force) e della Nato con “Ocean Shield”.

11-10-2015Somali_Coast

Scritto in: pirateria | in data: 13 novembre 2015 |
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E’ stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 75 del 29 marzo 2013 (guardie giurate) il regolamento recante l’impiego di guardie giurate a bordo delle navi mercantili battenti bandiera italiana che transitano in acque internazionali a rischio pirateria (individuate dal ministero dell’interno secondo quanto stabilito dall’International Maritime Organization). Il decreto n. 266 adottato dal Ministero dell’interno sin dal 28 dicembre 2012 dà attuazione all’articolo 5, comma 5-ter del decreto legge 12 luglio 2011 n. 107, convertito con legge 2 agosto 2011 n. 130. Il decreto fissa i servizi di protezione sul naviglio mercantile e i requisiti richiesti alle guardie giurate che intendono effettuare detto servizio. Per quanto riguarda le condizioni e le modalità per lo svolgimento dell’attività, l’articolo 5 chiarisce i criteri relativi al numero delle guardie giurate impiegabili a bordo delle navi che non può in ogni caso essere inferiore a quattro, con l’individuazione di un responsabile che risponde al Comandante della nave. Le guardie giurate possono imbarcarsi direttamente nei porti degli Stati confinanti con le aree a rischio pirateria con un obbligo di comunicazione al questore a cui spetterà approvare il servizio. L’uso delle armi è limitato alla sola ipotesi dell’esercizio del diritto di legittima difesa.

Si veda il post del 13 luglio 2011 http://www.marinacastellaneta.it/blog/navi-private-per-combattere-la-pirateria.html

Scritto in: pirateria | in data: 30 marzo 2013 |

Il Comitato economico e sociale europeo ha ultimato un rapporto su “La pirateria marittima: potenziare la risposta dell’UE” approvato il 17 gennaio 2013 (TEn/496, ces1794-2012_00_00_tra_ac_it). Indispensabile, – sostiene il relatore Bredima – seguire i flussi finanziari e rafforzare gli strumenti di lotta anche tenendo conto del salto di qualità delle tecniche utilizzate dai pirati. Il fenomeno, poi, se diminuisce in alcune zone come nell’oceano indiano, aumenta in altre zone con elevati costi in termini di vite umane e danni economici alle società. La missione UE/Navfor-Atalanta ha raggiunto buoni risultati e lascia ben sperare la proroga fino al dicembre 2014 ma devono essere individuate ulteriori misure preventive e repressive.

Scritto in: pirateria | in data: 25 gennaio 2013 |

Le misure messe in campo per la lotta alla pirateria marittima non bastano. Gli eurodeputati chiedono, quindi, alla Commissione e al Consiglio Ue un accordo su regole comuni per l’impiego di personale armato sulle navi e un miglioramento delle strutture giudiziarie con la creazione di tribunali speciali antipirateria in Somalia e in alcuni Paesi del Corno d’Africa. Prima di tutto, però,- osservano i parlamentari europei nella risoluzione approvata il 10 maggio (pirateria) – è necessario adottare misure strutturali per rimuovere le cause che procurano i fenomeni di pirateria soprattutto al largo delle coste della Somalia e del Corno d’Africa. Critiche alle autorità nazionali che hanno, invece, dimezzato le risorse. Nella missione Ue NAVFOR ATALANTA (l’operazione  antipirateria targata Ue, prorogata fino al dicembre 2014) gli Stati hanno, di fatto, ridotto all’osso l’impegno: dalle otto navi dispiegate nel 2011 si è passati a due navi nel 2012. In Somalia, sono ancora 191 i marinai nelle mani dei pirati e 7 le navi dirottate. Nel 2011 – osserva il Parlamento Ue – è stato segnalato il dirottamento di 28 navi e il sequestro di 470 marinai (15 uccisi). Indispensabile l’impegno delle autorità inquirenti nel tracciare i flussi finanziari e confiscare il denaro versato come riscatto ai pirati. Prima di tutto, però, va sconfitta l’impunità. A tal proposito, il Parlamento Ue “deplora che, nonostante gli accordi di trasferimento dell’Unione europea con paesi terzi (Kenya, Seychelles, Maurizio) e gli accordi bilaterali di rimpatrio dei pirati condannati fra le Seychelles e le regioni somale del Puntland e del Somaliland, molti pirati e altri criminali non siano stati ancora arrestati o che, dopo l’arresto, siano stati spesso rilasciati per mancanza di solide prove legali o l’assenza di volontà politica di incriminarli, e si rammarica che in alcuni Stati membri dell’Unione europea manchino adeguate garanzie legali di diritto penale contro la pirateria d’alto mare”. Di qui la richiesta di tribunali speciali internazionali antipirateria.

Un richiamo, in ultimo, al rispetto del diritto internazionale in base al quale “nessuna autorità diversa da quella dello Stato della bandiera può ordinare provvedimenti di arresto o di blocco di una nave”, neanche per ragioni investigative. Con buona pace degli ufficiali italiani a bordo della nave italiana Enrica Lexie detenuti in India (a cui, naturalmente, il Parlamento europeo non fa cenno).

Si veda il post del 9 marzo 2012.

Scritto in: pirateria | in data: 11 maggio 2012 |

Il diritto internazionale parla chiaro. E lo mette nero su bianco la Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare del 1982 ratificata, tra gli altri, dall’Italia e dalla stessa India. In caso di incidenti nel mare internazionale spetta allo Stato di cui la nave batte bandiera esercitare la giurisdizione. Questo vuol dire che nel caso Enrica Lexie la competenza a iniziare azioni penali o disciplinari è unicamente delle autorità italiane visto che, come sembra, i fatti sono avvenuti nel mare internazionale.

Da giorni, ormai, la ricostruzione degli avvenimenti sembra convergere: l’intervento dei due militari del battaglione San Marco nei confronti del peschereccio indiano sospettato di pirateria è avvenuto al di là del mare territoriale, al largo delle coste di Kerala, nel mare internazionale. Qui, per fissare regole certe sulla competenza, la Convenzione di Montego Bay, che ha riprodotto norme di diritto internazionale consuetudinario, ha stabilito che la giurisdizione, proprio per evitare l’insorgere di controversie tra Stati sull’attribuzione della competenza, debba essere affidata allo Stato di cui la nave batte bandiera. In questo caso l’Italia. Non solo. L’articolo 97 della Convenzione stabilisce che il fermo o il sequestro della nave non possono essere disposti da nessuna autorità che non sia lo Stato di bandiera che ne ha la giurisdizione esclusiva. Questo vuol dire che la decisone del Tribunale di Kollam che ha disposto il carcere per i due ufficiali Massimiliano Latorre e Salvatore Girone è illegittima.

Ma c’è di più a confermare la piena competenza italiana. I due militari che operavano a bordo della Enrica Lexie hanno agito in base alla legge n. 130 del 2 agosto 2011, adottata dal Parlamento per dare esecuzione alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Sono state le Nazioni Unite a chiedere agli Stati l’adozione di misure più efficaci per combattere la pirateria che prolifera nelle acque al largo dell’India e della Somalia. I militari, inviati a bordo di una nave privata per garantire la sicurezza della navigazione, agiscono in base al diritto internazionale, nel pieno rispetto del codice penale militare di pace, ricevendo ordini non dal comandante della nave privata, ma dai vertici militari. E’ il comandante del nucleo ad avere la piena responsabilità delle operazioni condotte per contrastare la pirateria. Gli atti dei due militari, quindi, sono imputabili allo Stato che, al massimo, ne potrebbe essere chiamato a rispondere con un risarcimento dei danni se si dimostrasse un’illiceità del comportamento. Così non sembra. L’azione dei militari italiani, che hanno un’immunità funzionale in quanto organi dello Stato con precisi compiti istituzionali, è avvenuta nel pieno rispetto delle regole internazionali. Non si è trattato di un’azione sproporzionata tant’è che i militari italiani sono intervenuti, per garantire la protezione della nave dal rischio di un attacco di pirati, prima lanciando avvertimenti e solo dopo aprendo il fuoco dalla plancia della petroliera. In ogni caso, qualora si dimostrasse l’esistenza di un errore, la stessa Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare prevede che, in caso di interventi motivati da un sospetto di pirateria che poi risulta infondato, lo Stato sia responsabile unicamente per i danni e le perdite provocate.

Unico aspetto poco chiaro è la scelta della nave italiana, che era al largo, di entrare nelle acque territoriali indiane e la decisione (di chi?) di far scendere a terra i militari italiani, che potrebbe essere considerata, strumentalmente, dalle autorità indiane come una sorta di accettazione della competenza e di rinuncia all’immunità.

Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore dell’8 marzo 2012 (2012030821115671)

Scritto in: immunità organi dello Stato, pirateria | in data: 9 marzo 2012 |
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La lotta alla pirateria, fenomeno criminale in costante crescita, può funzionare solo se tutti gli Stati modificano i propri ordinamenti interni  in materia penale, inserendo e punendo il crimine di pirateria. Per il Consiglio di sicurezza, che è intervenuto con la risoluzione n. 2015 adottata all’unanimità il 24 ottobre (N1156103), è necessario rafforzare la cooperazione internazionale per assicurare alla giustizia i pirati.

Non tutti gli Stati – ha precisato il Consiglio – criminalizzano la pirateria negli ordinamenti nazionali, vanificando gli sforzi internazionali nella lotta a questo fenomeno criminale. Necessario, invece, punire anche il reato di incitamento alla pirateria e il finanziamento, per colpire i network criminali attivi in questo settore. Un possibile rimedio anche la costituzione di tribunali speciali in Somalia e in altre zone della regione.

Scritto in: pirateria | in data: 27 ottobre 2011 |
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Con il decreto legge 11 luglio 2011 n. 207 sul finanziamento delle missioni all’estero, il Governo dà il via libera all’utilizzo di contractors per combattere la pirateria (http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legge:2011;107). Il Ministero della difesa, infatti, è stato autorizzato, in base all’articolo 5, a stipulare contratti con privati per assicurare la “protezione delle navi battenti bandiera italiana in transito negli spazi marittimi internazionali a rischio di pirateria” e consentire, quindi, la libertà di navigazione  in spazi marittimi individuati dal ministero stesso. Il decreto legge intitolato “Proroga degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, nonché delle missioni internazionali dalle forze armate e di polizia e disposizioni per l’autorizzazione delle risoluzioni 1970 e 1973 adottate dal Consiglio di sicurezza” prevede inoltre la riduzione del personale impegnato nelle missioni e si occupa della questione dello scongelamento dei beni libici con l’obiettivo di tutelare la popolazione civile.

Scritto in: pirateria | in data: 13 luglio 2011 |
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Prima condanna in Kenya per sette pirati consegnati alle autorità keniote dalla missione Eu NavFor che segna un importante successo nella cooperazione tra autorità nazionali e Unione europea nella lotta alla pirateria. La condanna a 5 anni di carcere, pronunciata da un Tribunale di Mombasa il 6 settembre (http://www.eunavfor.eu/2010/09/verdict-for-the-first-eu-navfor-case-in-kenya/), ha coinvolto 7 cittadini somali che avevano attaccato una nave tedesca.

Scritto in: pirateria, Unione europea | in data: 13 settembre 2010 |

Tribunali interni, regionali o internazionali per combattere la pirateria. Sono queste le opzioni messe sul tappeto dal Segretario generale Onu Ban Ki-moon per combattere la piaga della pirateria. Nel rapporto del 26 luglio 2010 (S/2010/394, http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N10/425/07/PDF/N1042507.pdf?OpenElement) trasmesso al Consiglio di sicurezza il 20 agosto scorso, il Segretario generale ha tracciato le possibili strade da seguire per assicurare la punizione dei colpevoli del crimine di pirateria. Sette le opzioni delineate nel rapporto che analizza pro e contro di ogni possibile scelta. Per quanto riguarda il rafforzamento dei tribunali interni, Ban Ki-moon ha illustrato i successi raggiunti dal Kenya che ha deciso la costituzione di una nuova camera a Mombasa il 24 giugno 2010 con compiti specifici per la lotta alla pirateria. Difficile la scelta di formare un tribunale regionale con sede in Somalia e impegnativa dal punto di vista finanziario la costituzione di un tribunale penale internazionale.

Scritto in: pirateria | in data: 24 agosto 2010 |
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