Il Parlamento inglese ha diffuso un rapporto sulla violenza sessuale durante i conflitti (HL Paper 123, reperibile nel sito http://www.publications.parliament.uk/pa/ld201516/ldselect/ldsvc/123/12302.htm) che deve essere considerata come un crimine di particolare gravità al pari del genocidio. Nel rapporto trasmesso il 12 aprile all’House of Lords, dopo un esame degli atti internazionali adottati a tutela delle donne e dopo un’analisi delle situazioni più drammatiche, si propone di prevedere un tribunale per processare i peacekeepers colpevoli di crimini sessuali. In ben 19 Paesi – si legge nello studio – sono stati denunciati casi di violenza commessi da componenti delle forze Onu, ma poco è stato fatto per punire i responsabili. E’ indispensabile, quindi, intervenire per assicurare gli autori dei crimini alla giustizia.

Scritto in: crimini di guerra | in data: 13 aprile 2016 |
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Gli attacchi al patrimonio culturale e artistico in Iraq va fermato e gli autori puniti in quanto autori di crimini di guerra. Lo chiede l’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione del 28 maggio n. 69/281 “Salvare il patrimonio culturale dell’Iraq”, diffusa nei giorni scorsi e adottata all’unanimità (N1515532 ). Continuano, in scala crescente, gli attacchi intenzionali contro gli edifici religiosi, i monumenti storici e artistici, atti che costituiscono crimini di guerra e che impongono la punizione di coloro che li commettono. Necessaria, quindi, una mobilitazione della comunità internazionale, anche sul fronte della giurisdizione interna per punire gli autori dei crimini. Questi atti di violenza estrema – scrive l’Assemblea generale – sono rivolti contro il passato, il presente e il futuro della civiltà e sono veri e propri strumenti di guerra. I beni distrutti, infatti, rappresentano la memoria dei popoli e la loro distruzione è un danno irreparabile. Pertanto, è necessaria una maggiore cooperazione tra gli Stati per fronteggiare gli atti dell’ISIL (Islamic State of Iraq and the Levant) che, nel corso degli ultimi tempi, ha aumentato gli attacchi intenzionali per diffondere il terrore tra la popolazione. L’Assemblea generale chiede anche di rafforzare gli strumenti per combattere il traffico illecito di beni culturali che ha una portata enorme, con una dimensione mai raggiunta nel passato.

Scritto in: crimini di guerra | in data: 14 giugno 2015 |
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Sul rapporto tra immunità degli Stati dalla giurisdizione e tutela dei diritti umani fondamentali la parola passa adesso alla Corte costituzionale italiana. Con ordinanza n. 1300/2012 (immunità), il Tribunale di Firenze, seconda sezione civile, il 21 gennaio 2014, ha sollevato una questione di legittimità costituzionale chiedendo alla Consulta di accertare se la norma consuetudinaria che sancisce l’immunità degli Stati dalla giurisdizione, così come delineata dalla Corte internazionale di giustizia nella sentenza del 3 febbraio 2012, sia contraria agli articoli 2 e 24 della Costituzione (si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/litalia-sconfitta-allaja.html). Al Tribunale di Firenze si erano rivolti gli eredi di un cittadino italiano deportato in Germania durante la Seconda guerra mondiale, ucciso e sepolto in una fossa comune. Come già accaduto in diverse occasioni, la Germania ha eccepito il difetto di giurisdizione chiedendo anche di dare piena attuazione alla pronuncia della Corte internazionale di giustizia nella controversia Germania contro Italia. Sulla stessa linea anche l’Italia con la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il Tribunale di Firenze riconosce che, a seguito della pronuncia della Corte dell’Aja, la Cassazione ha chiarito, modificando il proprio precedente orientamento (si veda, tra gli altri il caso Ferrini), che allo Stato estero deve essere garantita l’immunità anche quando commette gravi e massicce violazioni dei diritti umani (si veda la decisione n. 4284/2013 delle sezioni unite civili, http://www.marinacastellaneta.it/blog/fosse-ardeatine-no-alla-giurisdizione-italiana-per-le-azioni-di-risarcimento-danni-contro-la-germania.html).

Il Tribunale di Firenze fa capire di non condividere l’impostazione data dalla Corte internazionale di giustizia (molto criticata anche in dottrina) in relazione al rapporto tra norma di ius cogens a tutela dei diritti umani e norma sull’immunità dalla giurisdizione, soprattutto nella parte in cui i giudici internazionali hanno tracciato una netta linea di demarcazione, ritenendo che la norma sull’immunità statale abbia natura procedurale. Da questa premessa, la Corte internazionale di giustizia ha desunto che non si può prospettare un contrasto con la violazione di “norme di natura materiale con valore imperativo inderogabile” ossia i diritti umani fondamentali. Una tesi che in effetti suscita non poche perplessità e che ha di fatto consentito alla Corte di glissare sull’eventuale conflitto tra norme di diritto cogente ritenendo che non può esistere un conflitto tra norme di ius cogens materiali e norme processuali in quanto operative su piani differenti, malgrado il disaccordo di alcuni giudici (si veda l’interessante e articolata opinione dissidente del giudice Cançado Trindade, 16891). Pur asserendo che al “giudice italiano è sottratta l’interpretazione della valenza imperativa e inderogabile delle norme di jus cogens di diritto internazionale, ambito nel quale la Corte internazionale di giustizia ha una competenza assoluta ed esclusiva, non può però negarsi – prosegue il Tribunale di Firenze – che questi sia tenuto a verificare se sia manifestamente infondato il dubbio che l’adozione indifferenziata di tale reciproca protezione in favore dei singoli Stati e in danno, nel caso in esame dei singoli individui gravemente lesi, non sia conforme all’ordinamento radicato della Repubblica italiana sulla base delle norme della Costituzione e delle sue fonti integrative anche sovranazionali”.

Il Tribunale è poi passato ad analizzare il meccanismo di adattamento alle consuetudini internazionali attraverso l’articolo 10 della Costituzione. Questo comporta – precisa il giudice italiano – che la norma di diritto internazionale generale abbia valore di “norma interposta” e sia parametro di costituzionalità delle leggi ordinarie interne. Detto questo, però, ad avviso del Tribunale rimettente, le norme internazionali devono essere sottoposte  a un controllo di costituzionalità in base all’articolo 134 della Costituzione, senza alcun limite temporale fissato in passato nella sentenza n. 48/1979. Ed invero, è evidente che la norma sull’immunità produce un conflitto con l’articolo 24 della Costituzione e impedisce la tutela giurisdizionale malgrado siano lesi diritti fondamentali della persona umana con la commissione di crimini contro l’umanità commessi “nello Stato investito dall’obbligo di tutela giurisdizionale, ancorché commesso da altro Stato nell’esercizio di poteri sovrani”. Ma non finisce qui, perché secondo il Tribunale di Firenze si pone un ulteriore profilo di incostituzionalità con riguardo alla legge n. 848/1957 di attuazione della Carta delle Nazioni Unite, nella parte in cui è stato recepito l’articolo 94 dello Statuto che obbliga gli Stati ad eseguire le sentenze della Corte internazionale di giustizia. In ultimo, il Tribunale ha prospettato l’incostituzionalità della legge 14 gennaio 2013 n. 5 (si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/in-vigore-la-convenzione-onu-sullimmunita-degli-stati-litalia-spiana-la-strada-allesecuzione-della-sentenza-della-corte-internazionale-di-giustizia-nella-controversia-italia-germania.html) nella parte in cui dispone l’obbligo di rispettare la pronuncia della Corte dell’Aja chiedendo ai giudici nazionali di applicare il principio dell’immunità negando la giurisdizione italiana. Adesso, quindi, la parola alla Corte costituzionale.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/la-cassazione-applica-la-sentenza-della-corte-dellaja-nella-controversia-germania-italia.html.

Scritto in: crimini contro l'umanità, crimini di guerra, immunità | in data: 25 gennaio 2014 |

Colpevole. Un verdetto, quello reso dalla Corte speciale per la Sierra Leone (http://www.sc-sl.org/LinkClick.aspx?fileticket=86r0nQUtK08%3d&tabid=53) il 26 aprile 2012, che inchioda l’ex Presidente della Liberia Charles Taylor alle sue responsabilità per aver aiutato e incitato alla commissione di crimini contro l’umanità e crimini di guerra in Sierra Leone anche fornendo armi al Revolutionary United Front (RUF) in cambio di diamanti(http://www.unmultimedia.org/tv/webcast/2012/04/in-historic-judgment-un-court-finds-ex-liberian-leader-guilty-of-war-crimes.html). Alla fine una questione di soldi. Adesso le vittime sopravvissute alla ferocia del conflitto e i parenti hanno avuto giustizia. Almeno in parte perché malgrado gli undici capi d’imputazione l’accusa non è riuscita a dimostrare che il crudele signore della guerra avesse ordinato e pianificato i massacri d’intesa con il comandante del RUF Sandok. E’ certo che i due criminali si fossero incontrati ma l’accusa non è riuscita a dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio l’esistenza di una catena di comando e di un piano comune durante lo svolgimento del conflitto iniziato nel 1991 e terminato nel 2002, lasciando una scia lunghissima di sangue tra i civili. Esclusa quindi l’esistenza di una Joint Criminal Enterprise, ma questo nulla toglie all’importanza del verdetto nel contesto dell’affermazione della giustizia penale internazionale che ha condotto un capo di Stato ancora in carica a fuggire prima in esilio in Nigeria nel 2003 e poi ad essere processato dinanzi a un tribunale penale internazionale (Taylor era stato trasferito a Freetown nel 2006 e poi all’Aja) e condannato, tra l’altro, anche per il reclutamento di bambini soldati e per traffico d’armi. L’ex Presidente liberiano Charles Taylor era a conoscenza della commissione di questi crimini: la sua condanna dimostra che i capi di Stato non sono immuni anche se certo, anche in questo caso, si è trattato di un processo troppo lungo (si veda il post del 10 luglio 2010). La pena sarà stabilita il 30 maggio.

Scritto in: Corte penale internazionale, crimini contro l'umanità, crimini di guerra | in data: 29 aprile 2012 |
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Il 15 settembre è stata approvata, in Inghilterra, la nuova legge sulla giurisdizione universale (http://services.parliament.uk/bills/2010-11/policereformandsocialresponsibility.html). Con un chiaro obiettivo: evitare imbarazzi alle autorità inglesi analoghi a quelli suscitati dalla visita dell’ex ministro degli esteri israeliano Tzipi Lvini sulla quale pendeva una denuncia per crimini di guerra e che, di conseguenza, aveva annullato la visita di Stato a Londra. Con il nuovo sistema rimane ferma la possibilità per le autorità giudiziarie inglesi di avviare azioni per crimini di guerra, tortura, presa di ostaggi nei confronti di ogni individuo ovunque siano stati commessi i crimini, ma solo previo consenso del Director of Public Prosecutions. In pratica, dopo una denuncia per crimini di guerra, prima dell’emissione di un mandato di arresto, le autorità giudiziarie dovranno attendere il via libera del Director of Public Prosecutions per evitare  – sostiene il Ministro della giustizia – abusi e usi politici della giurisdizione universale.

 

Scritto in: crimini di guerra | in data: 29 settembre 2011 |
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Sembrava ormai inghiottito in un buco nero. I parenti delle vittime avevano perso la speranza di vedere anche Ratko Mladic, l’ideatore con Radvan Karadzic della strage di Srebrenica, il più atroce massacro commesso dopo la Seconda guerra mondiale nel cuore dell’Europa, alla sbarra. L’arresto dell’ex generale serbo bosniaco avvenuto oggi a due passi da Belgrado e arrivato dopo 15 anni dall’emissione del primo atto di accusa da parte del Tribunale penale internazionale per i crimini commessi nell’ex Iugoslavia(http://www.icty.org/case/mladic/4), ha riacceso anche le aspettative delle madri di Srebrenica che da anni lottano per ottenere giustizia. E anche di chi crede che crimini come quelli commessi da Mladic non debbano mai essere prescritti o dimenticati. Ormai nell’elenco dei latitanti del Tribunale è rimasto solo Goran Hadzic.

E’ certo un successo della giustizia penale internazionale e anche dell’Unione europea che spinta da Belgio e Paesi Bassi in testa, aveva posto un veto all’ingresso della Serbia nell’Unione europea fino all’arresto del latitante Mladic (si veda la dichiarazione del Presidente della Commissione Ue Barroso( barroso), spingendo le autorità di Belgrado e, in particolare, il Presidente Boris Tadic a rafforzare le indagini per individuare Mladic che, nelle prossime ore, sarà consegnato al Tribunale per l’ex Iugoslavia.

L’arresto di Mladic, poi, che, in ogni caso, dall’emissione del mandato di cattura è stato costretto a vivere in clandestinità, mostra il differente livello di effettività tra i Tribunali istituiti dal Consiglio di sicurezza e la Corte penale internazionale. Proprio in questi giorni, il Presidente sudanese al-Bashir, sul quale pende un mandato di cattura dal 2009 per i crimini commessi in Darfur, ha partecipato alle cerimonie per l’insediamento del nuovo Presidente a Djubouti, senza che le autorità di questo Stato facessero nulla per eseguire il mandato di arresto. E questo malgrado si tratti di un Paese che ha ratificato lo Statuto ed è quindi obbligato a cooperare con la Corte. Senza dimenticare, poi, che a otto anni dall’avvio dell’attività della Corte penale internazionale non è stata ancora pronunciata una sentenza sull’accertamento della colpevolezza di qualche imputato. La prima sentenza nei confronti di Lubanga è prevista entro la fine del 2011.

Per la prima volta, il Tribunale penale internazionale per i crimini commessi nella ex Iugoslavia si è pronunciato in un caso riguardante la revisione di una sentenza, dopo aver respinto, in diverse occasioni, altre istanze di revisione. La Camera d’appello, con sentenza dell’8 dicembre 2010 (http://www.icty.org/x/cases/mrksic/acjug/en/101208_review_judgement.pdf) ha annullato la condanna di Veselin Sljivancanin, un ufficiale della Yugoslav Peoples’Army (JNA) condannato, con decisione del 5 maggio 2009, a 17 anni di carcere per tortura e per aver aiutato e incoraggiato l’uccisione di 194 prigionieri di guerra durante la caduta della città croata di Vukovar nel 1991. Per i giudici d’appello, la difesa ha fornito una nuova testimonianza che modifica un fatto già accertato : di qui la revisione della condanna che ha condotto all’annullamento della pena di 17 anni e a una nuova condanna a 10 anni.

Scritto in: crimini di guerra | in data: 11 dicembre 2010 |
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La Corte penale internazionale ha ordinato alla Repubblica centroafricana l’arresto di Omar Al Bashir. In vista della visita del Presidente sudanese appresa da organi di stampa la Camera preliminare, con decisione del 1° dicembre  (ICC doc974606) ha chiesto alla Repubblica centroafricana di adottare tutte le misure necessarie ad arrestare Al Bashir e trasferirlo alla Corte e di rispettare così l’obbligo di cooperazione con la Corte penale fissato dall’articolo 86 dello Statuto. Il primo mandato di arresto nei confronti di Al Bashir è stato emesso il 4 marzo 2009 per crimini di guerra e contro l’umanità; il secondo il 12 luglio 2010 per genocidio.

Scritto in: Corte penale internazionale, crimini contro l'umanità, crimini di guerra, genocidio | in data: 3 dicembre 2010 |
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Il Segretario generale Ban Ki-moon ha divulgato il secondo rapporto adottato dalla commissione d’inchiesta sul conflitto nella striscia di Gaza di fine 2008 http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N10/456/59/PDF/N1045659.pdf?OpenElement. Secondo la commissione, guidata da Richard Goldstone, sia le forze israeliane sia i militanti palestinesi hanno commesso gravi crimini di guerra e violazioni del diritto umanitario. Il Segretario generale ha chiesto alle parti di condurre indagini interne sulle attività compiute a Gaza, nel rispetto dei principi di diritto internazionale.

Scritto in: crimini contro l'umanità, crimini di guerra | in data: 24 agosto 2010 |
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Haradinaj, ex comandante del Kosovo Liberation Army (KLA) ed ex  Primo ministro del Kosovo durante l’amministrazione provvisoria deve essere nuovamente processato. Lo ha deciso la Camera d’appello del Tribunale penale internazionale per l’ex Iugoslavia il 19 luglio http://www.icty.org/x/cases/haradinaj/acjug/en/100721.pdf che ha ordinato un nuovo processo per il leader kosovaro e altri due membri del KLA. I giudici di appello hanno annullato, in parte, la pronuncia di primo grado del 3 aprile 2008 che aveva assolto gli imputati e hanno chiesto un nuovo processo anche a causa delle intimidazioni compiute nei confronti di alcuni testimoni. I tre sono accusati di aver perseguitato la popolazione civile e di aver costituito una joint criminal enterprise per commettere crimini contro l’umanità e di guerra. L’assoluzione arrivata in primo grado è stata ribaltata dai giudici di appello. Via libera, quindi, a un nuovo processo.

Scritto in: crimini contro l'umanità, crimini di guerra, Tribunale per l'ex Iugoslavia | in data: 21 luglio 2010 |
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