Gli Stati parti alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo non devono interpretare il reato di traffico di esseri umani in modo restrittivo e sono tenuti a intervenire per aiutare le vittime e punire i colpevoli. Di conseguenza, è una violazione della Convenzione un’interpretazione restrittiva che comporta la configurazione della tratta solo nel caso di schiavitù e non nell’ipotesi in cui le vittime siano sottoposte a forme di lavoro forzato durante il lavoro stagionale nei campi. E’ quanto ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Chowdury e altri contro Grecia depositata il 30 marzo (ricorso n. 21884/15, AFFAIRE CHOWDURY ET AUTRES c. GR?CE). A rivolgersi a Strasburgo 42 cittadini del Bangladesh che vivevano in Grecia e che erano stati reclutati per raccogliere le fragole con una paga di 22 euro per 7 ore di lavoro e un controllo, mentre lavorano e vivevano in condizioni di degrado, da guardie private armate. In realtà, gli uomini, che non avevano il permesso di lavoro, non erano stati pagati. Avevano così protestato, ne erano seguiti incidenti con i datori di lavoro che avevano addirittura aperto il fuoco sui braccianti. I titolari erano però stati assolti dall’accusa di traffico di esseri umani ed erano stati tenuti a pagare unicamente 43 euro a ciascun lavoratore. Inoltre, il procuratore non aveva voluto presentare il ricorso in Cassazione per l’accusa di traffico di esseri umani. Di qui il ricorso a Strasburgo che ha dato ragione alle vittime. Prima di tutto, la Corte europea ha ribadito che la tratta di esseri umani rientra nell’ambito di applicazione dell’articolo 4 della Convenzione che vieta il lavoro forzato e la schiavitù, precisando che gli Stati non devono utilizzare una nozione troppo restrittiva. Nel caso di specie, i ricorrenti erano stati sottoposti a lavoro forzato ed erano state vittime della tratta di esseri umani ai sensi dell’articolo 3a del Protocollo alla Convenzione di Palermo e dell’articolo 4 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta degli esseri umani. Gli Stati, inoltre, sono tenuti ad adottare un quadro legislativo e amministrativo che proibisca e punisca il lavoro forzato e devono intervenire con controlli  e ispezioni per prevenire il traffico di esseri umani. Non solo. Va garantita un’azione giurisdizionale effettiva e una punizione per gli autori del crimine. Nel caso si specie, la Corte europea ha accertato che lo Stato ha violato l’articolo 4 venendo meno all’obbligo positivo di prevenire il crimine, proteggere le vittime e punire i colpevoli. Strasburgo ha anche consesso 16mila euro ai ricorrenti che avevano partecipato al procedimento dinanzi alla Corte di assise e 12mila agli altri ricorrenti.

Scritto in: CEDU | in data: 13 aprile 2017 |
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Le misure di prevenzione personale vanno applicate solo se è garantita la prevedibilità attraverso l’individuazione di condizioni di attuazione e di parametri chiari, per limitare un’eccessiva discrezionalità nell’applicazione. E’ stata la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo a stabilirlo con la sentenza di parziale condanna all’Italia pronunciata il 23 febbraio (ricorso n. 43395/09, CASE OF DE TOMMASO v. ITALY) a seguito di un ricorso un cittadino italiano colpito per due anni da una misura di sorveglianza speciale di pubblica sicurezza e obbligo di soggiorno secondo la legge n. 1423/1956, poi abrogata dal Dlgs n. 159/2011. Per il massimo organo giurisdizionale della Corte europea dei diritti dell’uomo la misura di prevenzione della sorveglianza speciale imposta al ricorrente non era equiparabile a una privazione della libertà personale, con la conseguenza che non è stato violato l’articolo 5 della Convenzione europea sul diritto alla libertà personale, ma l’articolo 2 del Protocollo n. 4 sulla libertà di circolazione. E’ vero – scrive la Grande Camera – che le misure avevano un fondamento nella legge, ma la loro applicazione era legata a un apprezzamento in prospettiva dei tribunali nazionali tanto più che la stessa Corte costituzionale non ha identificato con certezza la nozione di “elementi di fatto” o i comportamenti specifici da classificare come indice di pericolosità sociale. Così, non è stato rispettato il requisito della prevedibilità sia con riferimento ai destinatari delle misure di prevenzione, sia per le condizioni richieste. Quello che non convince la Corte è l’applicazione di misure preventive senza che gli individui possano sapere con chiarezza quali comportamenti, ritenuti pericolosi per società, possono far scattare l’applicazione dei provvedimenti. Di conseguenza, poiché la legge in vigore all’epoca della vicenda non aveva indicato con precisione le condizioni di applicazione e, tenendo conto dell’ampio margine di discrezionalità concesso alle autorità nazionali competenti, l’Italia ha violato la Convenzione, con un’evidente ingerenza nel diritto alla libertà di circolazione. Tanto più – osserva Strasburgo – che al ricorrente non era stato imputato un comportamento o un’attività criminale specifica perché il tribunale competente aveva soltanto richiamato il fatto che aveva frequentazioni assidue con criminali importanti. La decisione, così, è stata fondata sul postulato di una tendenza a delinquere. Di qui la conclusione che la legge in vigore all’epoca dei fatti (che in larga parte corrisponde a quella attualmente in vigore) non offriva una garanzia adeguata contro ingerenze arbitrarie.

La Corte, invece, ha respinto il ricorso per violazione delle regole sull’equo processo e sull’assenza di rimedi giurisdizionali effettivi.

Scritto in: CEDU | in data: 2 marzo 2017 |
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L’assenza di indipendenza e di imparzialità di alcuni componenti di una commissione di un ordine professionale si trasferisce “in termini osmotici dai partecipi all’organo”. Di conseguenza, va annullata la decisione della Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie che aveva respinto il ricorso di un cittadino siriano il quale aveva richiesto l’iscrizione nell’albo degli odontoiatri di Milano. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, seconda sezione civile, con ordinanza n. 3905 depositata il 14 febbraio (3905). A rivolgersi alla Suprema Corte, un medico siriano che aveva chiesto l’iscrizione all’albo degli odontoiatri in quanto in possesso di un diploma di laurea libanese. La richiesta era stata respinta perché per la Commissione non era possibile estendere l’accordo di riconoscimento sui titoli, esistente con la Siria, a diplomi provenienti da Paesi terzi. Va ricordato che sulla vicenda è intervenuta anche la Corte costituzionale che, con sentenza n. 215/2016, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 17, comma 1 e 2 del Dlgs n. 233/1946 a causa del fatto che nella Commissione erano presenti due componenti di designazione governativa, per di più incardinati nello stesso Ministero citato in giudizio, in contrasto con l’articolo 6 della CEDU. Ed invero, alla luce della dichiarazione di illegittimità costituzionale, la Cassazione conclude che la Commissione centrale è un organo privo di indipendenza e imparzialità. Di qui la nullità del provvedimento della Commissione e la necessità di una nuova decisione.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/iscrizione-allordine-dei-medici-dubbi-sulla-costituzionalita-del-procedimento-dinanzi-alla-commissione-per-le-professioni-sanitarie.html

Scritto in: CEDU | in data: 1 marzo 2017 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo ha diffuso un video sul suo funzionamento, reperibile su youtube e disponibile anche in lingua italiana (https://www.youtube.com/watch?v=AFDNRZfxC08). Il filmato, riprodotta la storia, la costituzione e le regole di funzionamento dell’organo giurisdizionale internazionale, mostra l’attività della Corte, le sfide sul tavolo e gli sviluppi più recenti della giurisprudenza Cedu che hanno inciso profondamente sugli ordinamenti interni degli Stati. Centrale, infatti, la funzione di interprete delle regole convenzionali svolta dalla Corte che influenza profondamente il legislatore interno come mostra, anche di recente, la vicenda dei diritti da riconoscere alle coppie dello stesso sesso. Proprio grazie alla prassi giurisprudenziale, la Convenzione è uno strumento vivente: in questa direzione, Strasburgo è stata chiamata a pronunciarsi su casi che all’epoca dell’adozione della Convenzione non erano immaginabili. E’ il caso delle nuove tecnologie e dell’accesso a internet. Al centro dell’attività di Strasburgo anche questioni politicamente sensibili. Il video ricorda gli effetti delle sentenze e gli obblighi degli Stati in materia di esecuzione, con il ruolo centrale del Comitato dei ministri.

Scritto in: CEDU | in data: 28 febbraio 2017 |
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No a sanzioni pecuniarie nei confronti di giornalisti senza tener conto della loro situazione economica. E questo anche quando a versare i risarcimenti sono gli editori perché, in ogni caso, l’applicazione di sanzioni eccessive produce un effetto dissuasivo sulla libertà di stampa. E’ la Corte europea dei diritti dell’uomo a stabilirlo con la sentenza Kapsis e Danijas contro Grecia (ricorso n. 52137/12) depositata il 19 gennaio (AFFAIRE KAPSIS ET DANIKAS c. GR?CE). Per Strasburgo, le autorità giurisdizionali nazionali non rispettano i parametri fissati dalla Corte europea quando stabiliscono sanzioni sproporzionate colpendo le tasche dei giornalisti, con sicuri effetti deterrenti sulla libertà di stampa. Con la conseguenza che lo Stato incorre in una violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea che assicura la libertà di espressione e in una condanna da parte dei giudici internazionali. A rivolgersi alla Corte di Strasburgo sono stati il direttore e il giornalista di un quotidiano greco. Il cronista aveva scritto un articolo sulle nomine decise dal Ministro della cultura nella Commissione consultiva sui sovvenzionamenti ai teatri. Tra le persone nominate, anche un’attrice definita nell’articolo come “completamente sconosciuta”. La donna aveva citato in giudizio i due ricorrenti che erano stati condannati a pagare 30mila euro. Una sanzione giudicata sproporzionata dalla Corte europea. L’attrice – osserva la Corte – era stata nominata in un organo di natura politica con la conseguenza che era del tutto giustificato che i giornalisti si occupassero della sua designazione, tanto più che non poteva essere considerata un “semplice individuo” vista la sua nomina politica. I giudici nazionali, inoltre, non hanno applicato i parametri di Strasburgo perché non hanno tenuto conto che si trattava di un giudizio di valore e non hanno preso in considerazione il contesto complessivo, giudicando una singola frase dell’articolo e questo malgrado, già in diverse occasioni, la stessa Corte europea abbia stabilito che non è possibile estrapolare le singole frasi per verificare una lesione alla reputazione altrui. Il giornalista, infatti, ha piena libertà nella scelta dello stile e non spetta certo ai giudici nazionali indicare lo stile da seguire che può essere sarcastico e aspro. L’ingerenza, così, non è stata proporzionata rispetto al fine perseguito ossia la protezione della reputazione della donna. A ciò si aggiunga che per quantificare l’importo per il risarcimento del danno, i giudici nazionali non hanno seguito i criteri di Strasburgo perché non hanno preso in esame la situazione economica dei giornalisti. Poco importa – osserva la Corte – che il risarcimento è stato poi versato dall’editore perché, in ogni caso, la previsione di una sanzione pecuniaria non conforme ai principi determinati dalla Corte europea ha un effetto dissuasivo sulla libertà di stampa che rischia, proprio per il timore di una sanzione, di non contribuire alla discussione pubblica su questioni di interesse generale, con un danno alla funzione di controllo che la stampa è chiamata ad esercitare. La Corte europea, in questo caso, non ha concesso un risarcimento per i danni patrimoniali perché l’importo era stato versato dall’editore, ma ha previsto 2mila euro per i giornalisti per il pregiudizio morale subito, con ciò valutando che quando i giornalisti sono costretti a subire un’azione sul piano giudiziario subiscono un sicuro danno morale.

Scritto in: CEDU | in data: 24 febbraio 2017 |
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Aumentano i ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. E sono soprattutto Ungheria, Romania e Turchia, in particolare dopo il fallito colpo di Stato di luglio 2016, ad essere sul banco degli imputati di Strasburgo. Dalla relazione annuale presentata dalla Corte a gennaio (Annual_report_2016) risulta, inoltre, che i casi pendenti alla fine del 2016 sono arrivati a quota 79.750 con un più 23% rispetto al 2015. Sul fronte delle condanne, è la Russia in vetta alla classifica con 228 sentenze, seguita dalla Tuchia (88), dalla Romania (86), dall’Ucraina (73), dalla Grecia (45) e dall’Ungheria (41). L’Italia ha migliorato di molto la situazione anche per la scelta di seguire più di frequente la strada dei regolamenti amichevoli e delle dichiarazioni unilaterali. Nel 2016 sono state 15 le sentenze con al centro l’Italia, con 10 condanne, 3 pronunce di “assoluzione” e 2 regolamenti amichevoli. In particolare, per le sentenze di condanna, 5 casi hanno riguardato la violazione dell’articolo 5 della Convenzione che assicura il diritto alla libertà personale e 5 l’articolo 8 che garantisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Di particolare rilievo la pronuncia del 15 dicembre 2016 nel caso Khlaifia c. Italia, con la quale la Corte europea ha condannato l’Italia per la detenzione in condizioni degradanti di alcuni migranti sull’isola di Lampedusa e per le espulsioni collettive (qui la versione nella traduzione italiana Khlaifia).

Per quanto riguarda i casi pendenti l’Italia arriva a quota 6.200 (ossia il 7,8% del totale). Il numero più alto riguarda l’Ucraina (22,8%), la Turchia (15,8%), l’Ungheria (11,2%), la Russia (9,8%) e la Romania (9,3%). Diminuiscono, invece, i ricorsi italiani trasferiti a una formazione giudiziaria dai 5.490 del 2014 ai 1.409 del 2016 (erano 1.885 nel 2015). Dall’inizio dell’attività della Corte al 2016, l’Italia si colloca al terzo posto per numero di condanne. In vetta alla classifica la Turchia, con 2.889 condanne su 3.270 pronunce, seguita dalla Russia con 1.834 condanne e 1.948 sentenze. Poi l’Italia con 2.351 sentenze e 1.791 condanne.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/esecuzione-delle-sentenze-cedu-pubblicata-la-relazione-annuale.html

Scritto in: CEDU | in data: 24 febbraio 2017 |
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La Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, nella sentenza Paradiso e Campanelli depositata il 24 gennaio, dà ragione all’Italia e sancisce la conformità alla Convenzione della misura con la quale le autorità nazionali hanno deciso l’allontanamento del bambino dai genitori che hanno fatto ricorso alla maternità surrogata all’estero (ricorso n. 25358, CASE OF PARADISO AND CAMPANELLI v. ITALY). Strasburgo ha ribaltato il giudizio della Camera (che, invece, aveva condannato l’Italia) e ha affermato la conformità di provvedimenti che, in via di fatto, negano il riconoscimento del legame genitoriale con il figlio nato dalla tecnica dell’utero in affitto all’estero, vietata in Italia dalla legge n. 40/2004. A rivolgersi alla Corte una coppia di cittadini italiani che, dopo aver provato varie volte ad avere un figlio e dopo una lunga attesa per l’adozione, aveva deciso di ricorrere alla maternità surrogata in Russia, Paese nel quale quella pratica è ammessa. Il neonato era stato registrato a Mosca come figlio della coppia, ma i due ricorrenti, rientrati in patria, non erano riusciti ad ottenere la trascrizione dell’atto di nascita nell’ufficio di stato civile anche perché il consolato italiano aveva segnalato la presenza di alcuni dati falsi nel fascicolo e questo aveva determinato l’apertura di un procedimento penale per alterazione dello stato civile. Era stata avviata, dopo l’allontanamento del bimbo, anche la procedura di adozione. Dopo diverse azioni sul piano interno, la coppia si è rivolta a Strasburgo. La Camera aveva dato ragione ai coniugi, ma la Grande Camera ha ribaltato il giudizio e ha escluso la violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea che assicura il diritto al rispetto della vita privata. Prima di tutto, Strasburgo ha tenuto a precisare che al centro del ricorso non è la trascrizione dell’atto di nascita ma la misura di allontanamento del minore. Ed invero, se è indiscutibile che la coppia aveva stretto legami familiari con il bimbo nel momento immediatamente successivo alla nascita è anche vero che il rapporto era stato di breve durata (circa 8 mesi). Non solo. La coppia e il bimbo non avevano legami biologici ed era evidente l’incertezza del vincolo sotto il profilo giuridico. Di qui la conclusione della Grande Camera secondo la quale non sussistono le condizioni per configurare un diritto alla vita familiare. E’ vero che conta la qualità dei rapporti e non la quantità, ma la durata è un elemento rilevante che deve essere preso in considerazione. Così, la vicenda è stata esaminata solo con riguardo al diritto al rispetto della vita privata. Incontestabile l’ingerenza in tale diritto nel momento in cui le autorità nazionali hanno deciso di allontanare il bimbo. Detto questo, però, la Corte ritiene che l’ingerenza era necessaria in una società democratica, proporzionale e frutto di un’attenta valutazione dei diversi interessi in gioco. L’ingerenza, infatti, era prevista dalla legge che vieta la maternità surrogata e le autorità nazionali hanno preso una decisione solo dopo aver accertato che il bimbo non avrebbe sofferto un danno irreparabile. D’altra parte – osserva Strasburgo – gli Stati hanno una competenza esclusiva nel riconoscere i legami tra genitori e figli sotto il profilo giuridico, con la possibilità di scegliere di tutelare il vincolo solo nel caso di legami biologici o di adozione.

E’ vero che l’allontanamento e la dichiarazione di stato di abbandono del minore hanno avuto un impatto sui ricorrenti, ma le autorità italiane hanno giustamente messo in primo piano il bambino, escludendo danni irreparabili a seguito dell’allontanamento. Inoltre, lasciare il bambino con i due ricorrenti avrebbe comportato la legalizzazione di una situazione in contrasto con regole di rilievo nell’ordinamento italiano. Raggiunto così un giusto equilibrio tra i diversi interessi in gioco ed esclusa la violazione della Convenzione.

Si vedano, tra gli altri, i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/nei-casi-di-maternita-surrogata-no-al-limite-dellordine-pubblico-se-contrasta-con-linteresse-superiore-del-minore.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/maternita-surrogata-come-regolare-gli-accordi-transnazionali.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/maternita-surrogata-allestero-senza-reato-si-alla-trascrizione-dellatto-di-nascita.html.

Scritto in: CEDU | in data: 27 gennaio 2017 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo non ci ripensa e con decisione depositata il 29 novembre e diffusa oggi blocca ancora l’accesso a Strasburgo di dipendenti pubblici turchi rimossi dal servizio e colpiti da provvedimenti restrittivi dopo il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio 2016. Con la decisione Zihni contro Turchia (ricorso n 59061/16, zihni-c-turquie), infatti, la Corte europea ha dichiarato irricevibile il ricorso per il mancato previo esaurimento dei ricorsi interni. In questo caso a rivolgersi ai giudici internazionali è stato un insegnante, che rivestiva il ruolo di vicepreside, sospeso dalle funzioni e rimosso dal servizio a seguito dell’adozione di un decreto voluto da Erdogan all’indomani del tentato colpo di Stato. La Corte europea ha ritenuto che l’uomo dovesse impugnare in via amministrativa il provvedimento. Non solo. Per la Corte, il ricorrente aveva anche la possibilità di rivolgersi alla Corte costituzionale malgrado questa si fosse già pronunciata sulla costituzionalità del decreto legislativo e malgrado la situazione della Consulta turca, con la rimozione e l’arresto di due giudici. Lapidaria, ancora una volta la conclusione di Strasburgo nel ritenere che il ricorrente non ha dimostrato che l’accesso ai rimedi giurisdizionali interni non era effettivo e nel non vedere circostanze speciali idonee a esonerare gli individui colpiti dalle misure repressive volute da Erdogan dal previo esaurimento dei ricorsi interni. Con buona pace di tutti gli organismi internazionali e di ONG che quotidianamente evidenziano le gravi violazioni dei diritti umani in Turchia.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/la-cedu-sbarra-la-strada-ai-ricorsi-contro-la-turchia-per-le-misure-post-golpe-malgrado-lallarme-degli-organismi-internazionali.html

Scritto in: CEDU | in data: 8 dicembre 2016 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo allarga il perimetro di applicazione dell’articolo 8 della Convenzione che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare e chiarisce che la rimozione da una posizione professionale può costituire un’ingerenza nella vita privata e, di conseguenza, può configurarsi una violazione dell’indicata norma. Con la sentenza depositata il 22 novembre, nel caso Erményi contro Ungheria, ricorso n. 22254/16 (case-of-a-and-b-v-norway case-of-ermnyi-v-hungary), la Corte interviene nuovamente, dopo il caso Baka (http://www.marinacastellaneta.it/blog/leggi-ad-hoc-contro-i-magistrati-bocciatura-da-strasburgo.html), sulle leggi adottate dall’Ungheria che hanno intaccato numerosi diritti dei magistrati. In questo caso, a rivolgersi a Strasburgo, il vicepresidente della Corte suprema ungherese (deceduto nel corso del procedimento) che era stato rimosso dal suo incarico prima del termine ordinario di scadenza. Non solo. A causa di una successiva legge, che aveva abbassato il limite di età per il pensionamento, aveva dovuto lasciare la magistratura. E’ vero che la legge ungherese era stata dichiarata incostituzionale, ma il ricorrente aveva deciso di non rientrare nei ranghi della magistratura proprio a causa della sua rimozione come vicepresidente. Di qui il ricorso alla Corte europea che ha dato ragione al magistrato e ai suoi eredi che hanno continuato il procedimento dinanzi a Strasburgo. La nozione di vita privata – osserva la Corte europea – include anche le relazioni di natura professionale ed economica tanto più che proprio durante lo svolgimento dell’attività lavorativa le persone hanno la possibilità di sviluppare le relazioni personali con il mondo esterno. Di conseguenza, è evidente che la rimozione dall’ufficio interferisce con il rispetto della vita privata. A ciò si aggiunga che le eccezioni all’ingerenza nella vita privata, previste dal paragrafo 2 dell’articolo 8, vanno interpretate restrittivamente e che il Governo ungherese non ha dimostrato un collegamento tra la rimozione dall’incarico di vicepresidente e le eccezioni indicate nel paragrafo 2. Così, l’ingerenza non perseguiva un fine legittimo e la rimozione da vice presidente è stata contraria alla Convenzione. La Corte ha anche concesso 20mila euro per i danni patrimoniali e non patrimoniali.

Scritto in: CEDU | in data: 2 dicembre 2016 |
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Malgrado gli arresti di massa di magistrati, giornalisti, accademici, attivisti dei diritti umani, la Corte europea dei diritti dell’uomo non vede nessuna circostanza speciale per ritenere che il ricorso a Strasburgo di una giudice turca, rimossa dall’incarico all’indomani del tentato golpe del 15 luglio e arrestata nell’ondata repressiva di Erdogan, possa essere dichiarato ricevibile senza che la ricorrente abbia esperito i ricorsi interni e, in particolare, alla Corte costituzionale turca. Segno che, per Strasburgo, che si è pronunciata con decisione depositata il 17 novembre (caso Mercan contro Turchia, ricorso n. 56511/16, mercan-c-turquie), il sistema giudiziario turco rispetta gli standard convenzionali. Porte chiuse, quindi, per il ricorso presentato dalla giudice che era stata rimossa dal suo incarico e posta in custodia cautelare dopo il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio, che aveva portato le autorità nazionali a destituire dalle proprie funzioni ben 2.900 magistrati. La donna si era rivolta alla Corte di assise di Ordu (Turchia), ma la sua azione era stata respinta. Di qui il ricorso alla Corte europea per violazione, da parte della Turchia, del diritto alla libertà e alla sicurezza garantito dall’articolo 5 della Convenzione europea: la donna, infatti, sosteneva di essere stata sottoposta a una misura detentiva senza alcuna prova e senza che le autorità inquirenti le avessero fornito alcuna indicazione dei motivi dell’arresto. In particolare, la ricorrente sosteneva la necessità di adire subito, per far valere i propri diritti, la Corte europea in ragione dell’ineffettività del ricorso alla Corte costituzionale, tenendo conto del contesto di gravi repressioni nei confronti dei magistrati, culminati con l’arresto di due giudici della stessa Corte costituzionale. Un problema che per Strasburgo evidentemente non esiste, malgrado Ankara abbia anche notificato la sospensione dell’applicazione della Convenzione in base all’articolo 15.

La Corte europea, infatti, richiama altri precedenti relativi però a una fase in cui non erano state adottate le misure speciali dopo il tentato colpo di Stato. Il timore circa la mancanza di imparzialità dei giudici – osserva Strasburgo – non solleva la ricorrente da presentare prima il ricorso alla Corte costituzionale, come previsto dall’articolo 35, par. 1 della Convenzione europea. Nel presente caso, secondo i giudici internazionali, non vi sono motivi (sic) per discostarsi dalla giurisprudenza consolidata che ha già giudicato i ricorsi alla Corte costituzionale turca come effettivi. Inoltre, per Strasburgo gli argomenti avanzati dall’interessata circa l’esistenza di circostanze particolari proprio a causa delle reazioni del Governo “non consentono di far dubitare prima facie dell’effettività dei ricorsi dinanzi alla Corte costituzionale”.

Una posizione allarmante e sconcertante perché se la Corte non vede in quest’occasione i motivi per non considerare ineffettivi i ricorsi interni non è chiaro quando lo farà. Intanto il Consiglio consultivo dei giudici europei (CCJE) ha adottato, il 10 novembre, una dichiarazione con la quale sottolinea le preoccupazioni per lo stato del diritto e degli operatori del settore in Turchia (ccje-statement) e l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha inviato un Comitato, guidato da Mogens Jensen, per accertare la situazione, evidentemente per nulla rassicurata dalle dichiarazioni dei rappresentanti turchi. Senza dimenticare l’importante dichiarazione del Presidente del Mechanism for International Criminal Tribunals (http://www.unmict.org/) Theodor Meron che, nel corso della presentazione del quarto rapporto annuale sull’attività del Meccanismo dinanzi all’Assemblea generale dell’Onu ha additato il comportamento delle autorità turche che hanno arrestato il giudice del Meccanismo internazionale, Aydin Sefa Akay, detenuto dal 21 settembre (meron-turchia). Meron ha chiesto alla Turchia il rispetto effettivo degli obblighi internazionali in base al capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite e l’immediata scarcerazione del giudice Akay. E’ evidente che, anche alla luce di questi atti, la decisione della Corte europea è sconcertante e con un evidente errore di valutazione.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/turchia-cosi-erdogan-seppellisce-i-diritti-umani-unione-europea-inerte.html

Scritto in: CEDU | in data: 21 novembre 2016 |
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