Non si può chiedere a un giornalista di controllare tutte le informazioni fornite in un’intervista. Di conseguenza, quando agisce in buona fede e riporta una notizia di interesse generale come episodi di nepotismo commessi da un politico o scandali sessuali non può subire una condanna per diffamazione. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Kącki contro Polonia (ricorso n. 10947/11, CASE OF KACKI v. POLAND) depositata il 4 luglio con la quale Strasburgo ha condannato lo Stato in causa per violazione dell’articolo 10 della Convenzione che assicura la libertà di espressione. A rivolgersi ai giudici internazionali un giornalista di un quotidiano polacco che aveva ricevuto, da un’iscritta a un partito politico, una mail con la quale denunciava uno scandalo sessuale nel suo partito. Il giornalista aveva sentito la donna e pubblicato un’intervista con al centro uno scandalo sessuale che vedeva coinvolti alcuni politici. La donna sosteneva di aver lavorato per un politico che le aveva promesso un impiego in cambio di sesso. Nell’articolo erano stati indicati i nomi di tre attivisti. Un membro dell’europarlamento, pur non citato, aveva denunciato il giornalista per diffamazione. I giudici nazionali, con riguardo alle accuse legate allo scandalo sessuale, avevano dato torto al politico. Non così per i fatti di nepotismo e, di conseguenza, il reporter era stato condannato a una multa di 230 euro. Il giornalista si è così rivolto a Strasburgo che gli ha dato ragione. Nessun dubbio – osservano i giudici internazionali – che la sanzione imposta costituisce un’ingerenza nel diritto alla libertà di espressione che, in linea teorica, poteva essere giustificata dall’esigenza di proteggere la reputazione. Tuttavia, nel caso in esame i giudici nazionali non hanno tenuto conto del fatto che il giornalista ha agito in buona fede secondo le regole del giornalismo responsabile, riportando fatti di interesse per la collettività. La Corte di Strasburgo, poi, prevede parametri differenti a seconda del caso in cui si tratti di un articolo o di un’intervista perché in quest’ultimo caso il cronista riporta opinioni di altri. Nel caso di specie, poi, il giornalista aveva fatto rileggere il testo e, d’altra parte, secondo la Corte non si può chiedere al giornalista, che agisce in buona fede, “di controllare tutte le informazioni riportate in un’intervista”. La Corte poi tiene conto anche del comportamento di chi agisce contro il giornalista. In particolare, Strasburgo ha preso in considerazione la circostanza che il politico non aveva chiesto una rettifica. Per quanto riguarda la sanzione, se è vero che la multa è stata di un importo lieve, è anche vero che la condanna è stata iscritta nel casellario giudiziale, con la conseguenza che la sanzione è stata sproporzionata. La Corte ha concesso al giornalista un indennizzo di 5mila euro per i danni non patrimoniali subiti.

Scritto in: CEDU | in data: 19 luglio 2017 |
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La condanna in appello decisa dopo l’assoluzione in primo grado, fondata su testimonianze senza che vengano auditi nuovamente i testi, è contraria all’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto a un processo equo. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza depositata il 29 giugno che è costata una nuova condanna all’Italia (ricorso n. 63446/13, AFFAIRE LOREFICE c. ITALIE). E’ stato un cittadino italiano a rivolgersi a Strasburgo. L’uomo era stato assolto in primo grado dall’accusa di estorsione e possesso di esplosivo ma, successivamente, era stato condannato perché la Corte di appello di Palermo aveva ritenuto attendibili i testi che, invece, i colleghi del tribunale avevano classificato come non credibili perché le deposizioni erano state imprecise, illogiche e incoerenti. Tuttavia, i giudici di appello non avevano sentito nuovamente i testi, basandosi sulle trascrizioni contenute nel fascicolo. Un procedimento che è contrario all’articolo 6 della Convenzione europea. Per Strasburgo, infatti, se è vero che le modalità di applicazione dell’articolo 6 nel processo di appello dipendono dalle caratteristiche e dalle funzioni del procedimento interno, è anche necessario che i giudici di secondo grado, chiamati a decidere sulla colpevolezza o l’innocenza dell’imputato, non giudichino “senza una valutazione diretta dei mezzi di prova”. Così non era stato nel caso di specie perché la Corte di appello si era pronunciata su una questione fattuale, ossia la credibilità delle deposizioni, senza sentire direttamente i testimoni pur valutandoli in modo opposto rispetto ai giudici del tribunale. Un iter contrario all’articolo 6 perché, osserva la Corte, la valutazione della credibilità dei testi è una procedura complessa che non può essere eseguita “con la semplice lettura del contenuto delle dichiarazioni già rese e trascritte in un verbale”. Anche la Corte di cassazione, sezioni unite, d’altra parte, con la sentenza n. 27620/2016 ha chiesto che, in caso di diversa valutazione dell’attendibilità dei testi, i giudici di appello rinnovino l’istruzione dibattimentale. Accertata la violazione, la Corte non solo ha imposto all’Italia di versare al ricorrente 6.500 euro per danni non patrimoniali ma, pur non indicandolo nel dispositivo, ha chiesto che non vengano lasciati in piedi gli effetti di un processo che si è svolto in violazione delle regole sull’equo processo. Così, lo Stato dovrebbe celebrare un nuovo processo o riaprire la procedura, richiesta che trova un ostacolo nel fatto che in Italia, a differenza di altri Stati, manca questa previsione.

Scritto in: CEDU | in data: 17 luglio 2017 |
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La tutela di determinati valori considerati rilevanti per una società giustifica il no al velo islamico in luoghi pubblici. Non solo, quindi, le esigenze di sicurezza nazionale, ma anche necessità legate alla convivenza in una determinata società, possono essere invocate da uno Stato per limitare l’esposizione di simboli religiosi che confliggono con quei valori. E’ la Corte europea dei diritti dell’uomo a tornare sulla questione del velo islamico con la sentenza Belcacemi e Oussar (AFFAIRE BELCACEMI ET OUSSAR c. BELGIQUE) depositata l’11 luglio (analoga a quella Dakir resa nella stessa data) con la quale la Corte ha dato torto alle ricorrenti ritenendo conforme alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo la normativa belga che fissa il divieto del niqab nei luoghi aperti al pubblico. Sono state due donne, una belga e una del Marocco, a contestare il divieto all’utilizzo, in luoghi pubblici, di indumenti che coprono il volto totalmente o parzialmente. A causa di questa proibizione, le donne non potevano utilizzare il niqab. La Corte costituzionale belga aveva respinto il ricorso e le donne hanno così scelto la strada di Strasburgo sostenendo che era stato violato il diritto al rispetto della vita privata (articolo 8), della libertà di religione (articolo 9) e il diritto a non essere discriminati (articolo 14). Di diverso avviso la Corte europea. Prima di tutto, la Corte ha tenuto a precisare che la legge belga del 2011, frutto di un percorso lungo 7 anni, indicava con chiarezza i divieti, giustificati da fini legittimi come la sicurezza pubblica, l’uguaglianza di genere e la tutela della convivenza all’interno di una società. In materia di libertà di religione, inoltre, gli Stati godono di un ampio margine di apprezzamento nel decidere eventuali limitazioni al diritto di manifestare un determinato credo e, certo, i giudici interni si trovano in una posizione migliore rispetto alla Corte per la valutazione dei bisogni di una determinata società. E’ vero – osserva Strasburgo – che una scelta legislativa come quella belga può contribuire a consolidare stereotipi che colpiscono determinate categorie di individui e incoraggiano espressioni di intolleranza, limitando per di più il pluralismo e creando ostacoli alle donne musulmane nell’espressione della propria personalità. Detto questo, però, anche tenendo conto che gli Stati parti alla Convenzione europea non hanno una posizione univoca nel senso di permettere o vietare il niqab, la Corte riconosce un ampio margine di apprezzamento agli Stati. I divieti fissati in Belgio, inoltre, sono da classificare tra le misure necessarie in una società democratica perché servono a favorire le relazioni tra i componenti di una società e ad agevolare certe condizioni di convivenza che lo Stato vuole per la propria comunità. La legge belga supera poi il vaglio della Corte anche perché le sanzioni sono proporzionali in quanto l’ordinamento prevede una multa, limitando il carcere solo in casi estremi, per ripetute violazioni e dopo un’attenta valutazione dei giudici nazionali. Di conseguenza, il no imposto per legge all’utilizzo del niqab non è contrario alla Convenzione dei diritti dell’uomo.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/il-datore-di-lavoro-puo-dire-no-al-velo-islamico-in-azienda.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/divieto-di-velo-islamico-sdoganato-a-strasburgo.html

Scritto in: CEDU | in data: 12 luglio 2017 |
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Nuova sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sul ne bis in idem. Con la pronuncia depositata il 13 giugno (Simkus, n. 41788/11, CASE OF SIMKUS v. LITHUANIA) Strasburgo non solo ha ribadito che ai fini della verifica circa la natura penale dei procedimenti interni non conta la classificazione formale nazionale bensì l’accertamento sulla base dei criteri fissati nel caso Engel, ma ha anche stabilito che l’eventuale chiusura del procedimento per prescrizione non incide sull’applicazione del divieto del ne bis in idem disciplinato dall’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione europea.

In quest’occasione sotto i riflettori della Corte di Strasburgo è finita la Lituania, a seguito del ricorso di un cittadino accusato di aver insultato un addetto ai controlli di frontiera, minacciandolo di morte. In un primo tempo, l’azione penale si era chiusa ma, a seguito dell’appello della procura, il procedimento era stato riaperto anche se era in corso di completamento quello amministrativo per gli atti di vandalismo commessi dall’uomo. Quest’ultimo sosteneva che era stato violato il principio del ne bis in idem proprio perché l’azione penale era proseguita malgrado fosse stato già destinatario di una sanzione amministrativa. Una posizione condivisa dalla Corte europea. Prima di tutto, Strasburgo ha esaminato l’entità della sanzione prevista per i casi di teppismo. Questa fattispecie era stata depenalizzata con la conseguenza che la punizione passava attraverso un procedimento amministrativo. Tuttavia, – osservano i giudici internazionali – la punizione dei casi di vandalismo minore serve a proteggere l’ordine pubblico e ha carattere generale, rientrando “nella sfera di protezione del diritto penale”. Inoltre, le disposizioni del codice amministrativo erano rivolte a tutti i cittadini e non a un gruppo di persone e il carattere “minore” della fattispecie non faceva perdere in alcun modo le caratteristiche tipiche del diritto penale. Sotto il profilo dell’entità della sanzione, la Corte ha accertato che l’ordinamento lituano prevede un certo livello di severità tant’è che è possibile arrivare addirittura alla privazione della libertà personale per 30 giorni. Di qui la conclusione che il procedimento classificato come amministrativo nell’ordinamento interno aveva natura penale e quello penale era un duplicato del primo. Nessun rilievo poi alla circostanza che il procedimento si chiude con la prescrizione perché il principio del ne bis in idem implica non solo che una persona non deve essere punita due volte, ma anche che non deve subire un doppio procedimento per lo stesso fatto.

Scritto in: CEDU | in data: 19 giugno 2017 |
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Potrebbe riaprirsi la mai sopita diatriba tra Corte europea dei diritti dell’uomo e Corte costituzionale italiana sulle cosiddette “pensioni svizzere”. L’occasione potrebbe arrivare dalla sentenza depositata il 1° giugno da Strasburgo relativa alla liquidazione del danni subiti da otto cittadini italiani, che erano stati vittime di drastiche decurtazioni alle pensioni a causa di un sistema di calcolo nuovo (ricorso n. 21838/10, AFFAIRE STEFANETTI ET AUTRES c. ITALIE). Nella sentenza Stefanetti e altri, infatti, la Corte ha stabilito che il Governo italiano dovrà versare, nel complesso, ai ricorrenti, 871mila euro a cui aggiungere 96mila euro per i danni morali. La Corte aveva già accertato la violazione italiana con la sentenza del 15 aprile 2014 con la quale aveva constatato che l’adozione di una legge che porta a un ribaltamento del sistema del calcolo delle pensioni e che viene applicata retroattivamente, con sacrifici sproporzionati per i pensionati, è una violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e, in particolare, dell’articolo 6, che assicura il diritto all’equo processo e dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 sul diritto di proprietà. La Corte si era riservata di decidere sulla quantificazione dell’indennizzo dovuto per i danni materiali provocati ai ricorrenti. L’azione era stata avviata da otto cittadini italiani che avevano lavorato in Svizzera per diversi anni e avevano poi trasferito in Italia i contributi versati nel Paese elvetico chiedendo l’applicazione, per il calcolo della pensione, della Convenzione italo-svizzera del 1962. Così non era stato perché l’istituto di previdenza aveva utilizzato una retribuzione teorica e non quella effettiva. Di qui i ricorsi dinanzi ai giudici nazionali ma, mentre pendevano i procedimenti interni, il Parlamento aveva adottato la legge n. 296/2006, che prevedeva un calcolo molto penalizzante. Per Strasburgo l’applicazione retroattiva della legge a danno dei pensionati è contraria all’articolo 6. Sotto il profilo della violazione del diritto di proprietà, la Corte aveva respinto ogni giustificazione avanzata dal Governo ritenendo che l’equilibrio del sistema pensionistico, nel caso di specie, non potesse essere classificato come motivo imperativo di interesse generale anche perché il danno subito era stato del tutto sproporzionato. La Corte si era riservata di decidere sulla quantificazione dell’indennizzo e lo ha fatto con la sentenza del 1° giugno tenendo conto della doppia violazione perpetrata dall’Italia e della legittima aspettativa delle cifre da ottenere da parte dei ricorrenti, prima dell’adozione di una legge applicata retroattivamente. Non c’è dubbio – osserva la Corte – che esiste un legame di causalità tra il pregiudizio subito e la violazione commessa dall’Italia che non può condurre a ritenere che i ricorrenti abbiano subito un danno limitato alla perdita di chance. I ricorrenti, infatti, hanno subito un grave pregiudizio, con una riduzione di più della metà dell’importo della pensione, segno evidente di tagli sproporzionati e irragionevoli. Per la Corte, tuttavia, poiché un intervento ragionevole sarebbe stato compatibile con la Convenzione in presenza di esigenze generali, il calcolo del danno subito va fatto solo per la parte che va al di là di quella considerata ragionevole. Così, Strasburgo ha deciso di non procedere a un calcolo automatico basato sulla pensione che i ricorrenti avrebbero dovuto percepire prima dell’entrata in vigore della legge e le somme effettivamente percepite, ma ha preso in considerazione il 55% dell’importo che sarebbe stato ottenuto senza le modifiche legislative.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/pensioni-svizzere-nuovo-round-con-strasburgo-dinanzi-alla-consulta.html

Scritto in: CEDU | in data: 8 giugno 2017 |
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La Corte europea dà seguito alla richiesta degli Stati parti alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo che, nel corso della Conferenza di Bruxelles del 2015, avevano chiesto di modificare il contenuto della comunicazione del giudice unico che si pronuncia sui casi che appaiono prima facie irricevibile, in linea con il Protocollo n. 14, con il semplice invio di una lettera senza motivazioni. Ed invero, se da un lato il sistema ha permesso di smaltire in tempi rapidi l’arretrato, è anche vero che per i ricorrenti era insoddisfacente ricevere una lettera con la quale si comunicava semplicemente il rigetto della domanda. Un sistema, d’altra parte, che presentava anche dubbi circa la compatibilità stessa con i principi del giusto processo. Ora la Corte, almeno in parte, volta pagina. Dal 1° giugno, infatti, cambia il sistema di comunicazione delle decisioni del giudice unico. Il ricorrente riceverà la comunicazione in una delle lingue ufficiali della Corte e firmata dal giudice unico, accompagnata da una lettera nella lingua nazionale del ricorrente, con un richiamo ai motivi specifici che hanno spinto il giudice a dichiarare il ricorso irricevibile, salvo nei casi in cui nel ricorso siano presenti numerosi motivi di irricevibilità (new system).

Scritto in: CEDU | in data: 7 giugno 2017 |
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Il fattore tempo ha conseguenze irreparabili nelle relazioni familiari. Di conseguenza, è certa la violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiari, se le autorità nazionali non adottano misure adeguate per sanzionare la mancata cooperazione di un genitore che impedisce all’altro una relazione affettiva con il figlio. E’ la Corte europea dei diritti dell’uomo a stabilirlo con la sentenza depositata il 4 maggio (ricorso n. 66396/14, visita) che è costata una nuova condanna all’Italia per violazione dell’articolo 8, a causa di un mix di misure inadeguate e ritardi. A rivolgersi a Strasburgo, un padre che aveva cercato inutilmente di ottenere un ampliamento del proprio diritto di visita alla figlia. Dopo la separazione, la madre della bimba aveva reso difficile i contatti dell’ex marito con la minore. Di qui la decisione del padre di rivolgersi al Tribunale di Napoli. Tuttavia, malgrado il suo ricorso urgente fosse stato depositato il 23 luglio 2011, la pronuncia era arrivata solo a novembre. Nel 2013, poi, il Tribunale per i minorenni aveva deciso l’affido condiviso con la residenza presso la casa della madre e aveva regolato le visite con il padre. Il ricorrente aveva chiesto un ampliamento dei periodi, ma la Corte di appello aveva confermato la decisione dei giudici di primo grado. Così, la scelta di rivolgersi alla Corte europea che ha dato ragione all’uomo.

Per i giudici internazionali, le autorità italiane non hanno salvaguardato il diritto alla vita familiare del padre, minando il rapporto padre/figlia, anche a causa dei troppi ritardi che hanno caratterizzato l’intero procedimento. Sul punto la Corte è chiara: è evidente che un ritardo nella procedura rischia di far diventare “fatto compiuto” il problema in discussione, mentre è necessario che le relazioni familiari tra genitori e figli siano regolate sulla base dell’insieme degli elementi pertinenti e non sul fattore tempo. Nel caso in esame, la Corte osserva che il padre non ha potuto vedere liberamente la figlia dal 2010 e le giurisdizioni interne, durante i 12 mesi di durata del procedimento, “hanno tollerato che la madre regolasse in modo unilaterale le modalità del diritto di visita del ricorrente”. Eppure – osserva la Corte – nell’adozione delle decisioni che riguardano l’articolo 8 e, quindi, il diritto al rispetto della vita familiare, si impone un supplemento di diligenza e di rapidità perché “il decorso del tempo può avere conseguenze irrimediabili sulle relazioni tra la bambina e il padre”. Un ritardo ingiustificato e contrario alla Convenzione, che è costato all’Italia una condanna e l’obbligo di corrispondere al padre 3mila euro per i danni non patrimoniali e 12mila per le spese.

Scritto in: CEDU | in data: 5 giugno 2017 |
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Se manca una connessione sostanziale e se la sovrapposizione tra il procedimento tributario e quello penale è limitata dal punto di vista temporale è certa la violazione del principio del ne bis in idem nei casi in cui un individuo sia sottoposto al doppio procedimento con riguardo allo stesso fatto. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza del 18 maggio relativo alla causa Johannesson e altri contro Islanda (ricorso n. 22007/11, CASE OF JOHANNESSON) che, da un lato, ha confermato l’obbligo di applicare il test in ordine all’esistenza di una connessione temporale e sostanziale sufficientemente stretta dei due procedimenti e, dall’altro lato, ha fornito un’interpretazione che in parte neutralizza o restringe fortemente la sua applicazione concreta.

L’azione a Strasburgo è stata avviata da due cittadini islandesi e da una società (il ricorso di quest’ultima è stato dichiarato irricevibile) al centro di un accertamento fiscale che aveva portato l’amministrazione tributaria a comminare ai due ricorrenti una sovrattassa. Dopo qualche mese era stato iniziato anche il procedimento penale per evasione fiscale conclusosi con una condanna a una misura detentiva (pena sospesa) e al pagamento di una multa. Per i ricorrenti il doppio procedimento era contrario all’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto a non essere processato o punito due volte per lo stesso reato. Una posizione che la Corte di Strasburgo ha condiviso, condannando l’Islanda. Chiarito che la sanzione e il procedimento tributario avevano, nella sostanza, natura penale e che i fatti contestati erano identici così come gli autori dell’illecito, la Corte precisa la portata della sentenza della Grande Camera nel caso A. e B. contro Norvegia  (case-of-a-and-b-v-norway) con la quale era stato chiarito che il principio del ne bis in idem non si applica se i due procedimenti sono strettamente legati dal punto di vista sostanziale e temporale in modo da realizzare un’integrazione tra le due azioni con la conseguenza che i due procedimenti ne formano uno unico. Nel caso Johannesson, la Corte ha accertato la mancanza dell’elemento della connessione temporale in quanto la sovrapposizione nei tempi era stata limitata perché i procedimenti si erano svolti in parallelo solo per un anno su una durata complessiva di 9. Non solo. Il procedimento penale si era svolto in modo autonomo anche sotto il profilo delle indagini e della raccolta e valutazione delle prove, in modo differente dal caso A e B. contro Norvegia in cui i fatti accertati in un procedimento erano stati utilizzati nell’altro e nel decidere la pena nel procedimento penale i giudici avevano tenuto conto della sanzione amministrativa.

Di qui la conclusione, nella sentenza Johannesson, dell’assenza di una connessione sostanziale e temporale “sufficientemente stretta” e l’evidente duplicazione del processo, con una chiara violazione del principio del ne bis in idem da parte dell’Islanda che ha imposto ai ricorrenti un pregiudizio sproporzionato.

Si vedano, tra gli altri, i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/nessuna-violazione-del-ne-bis-in-idem-se-alla-multa-si-affianca-il-ritiro-della-patente.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/market-abuse-e-ne-bis-in-idem-la-parola-a-lussemburgo.html.

Scritto in: CEDU | in data: 19 maggio 2017 |
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Il diritto al divorzio non passa per Strasburgo. La Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza depositata il 10 gennaio 2017 nel caso Babiarz contro Polonia (ricorso n. 1955/10, CASE OF BABIARZ v. POLAND), ha dato ragione a Varsavia e ha stabilito che non è contraria alla Convenzione dei diritti dell’uomo la scelta legislativa effettuata da uno Stato che permette, nel caso di opposizione di uno dei coniugi, di non concedere il divorzio all’altro partner. Per la Corte, infatti, il diritto al rispetto della vita privata e familiare assicurato dall’articolo 8 della Convenzione e il diritto a sposarsi (articolo 12) non attribuiscono il diritto al divorzio. E questo malgrado l’opposizione di un coniuge al divorzio impedisca all’altro un nuovo matrimonio.

E’ stato un cittadino polacco a rivolgersi alla Corte europea. L’uomo aveva presentato una domanda di divorzio prima senza colpa e poi con addebito, ma la moglie, malgrado il marito già vivesse con un’altra donna e avesse una figlia, si era opposta. I tribunali nazionali avevano respinto tutti i ricorsi perché nei casi di richiesta di divorzio per colpa, se l’altro coniuge rifiuta il consenso, lo scioglimento del matrimonio non può essere concesso, salvo nei casi in cui l’opposizione avvenga in modo abusivo, situazione che per i giudici nazionali non si era verificata. Di qui il ricorso a Strasburgo che, però, ha respinto il ricorso con una scelta che ha spaccato la Camera che ha deciso a maggioranza (5 a 2).

La Corte europea, pur riconoscendo che l’articolo 8 (diritto alla vita familiare) e l’articolo 12 (diritto al matrimonio) non attribuiscono il diritto al divorzio, afferma che la Convenzione è uno strumento vivente da interpretare tenendo conto della realtà odierna. Una premessa che sembrerebbe condurre al riconoscimento di un diritto al divorzio, ma la Corte, invece, si limita ad affermare che dalle norme in esame risulta solo che se una legislazione nazionale prevede il divorzio esiste poi un diritto a risposarsi. Inoltre, Strasburgo, pur riconoscendo la sussistenza di obblighi negativi di non ingerenza e positivi, con misure idonee a consentire la realizzazione del diritto, precisa che gli Stati hanno un ampio margine di apprezzamento nell’adozione della legislazione sul divorzio e possono adottare misure per proteggere il matrimonio. Per Strasburgo, tutto ciò che si può dire è che se la legge interna prevede il divorzio deve essere riconosciuto il diritto a risposarsi. Di conseguenza, poiché in Polonia non sussiste un’assoluta impossibilità ad ottenere il divorzio, la Corte europea ritiene che non si è verificata una violazione della Convenzione. E questo malgrado, in sostanza, il marito vede limitarsi il diritto allo scioglimento del matrimonio e, quindi, il diritto a risposarsi e a tutelare la famiglia de facto già costituita.

Scritto in: CEDU | in data: 11 maggio 2017 |
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Sono state diffuse, tradotte in italiano, alcune schede tematiche sulla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, predisposte dal servizio stampa di Strasburgo. In particolare, i documenti in italiano riguardano i diritti dei minori, quelli dei genitori, la protezione dei minori, la discriminazione razziale, i diritti legati alla riproduzione, la prassi in materia di orientamento sessuale, l’omosessualità, l’identità di genere, la giurisprudenza su rom e nomadi. Nelle schede si dà conto anche dei casi pendenti.

Qui i testi in italiano http://www.echr.coe.int/Pages/home.aspx?p=press/factsheets/italian

Scritto in: CEDU | in data: 24 aprile 2017 |
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