Se manca una connessione sostanziale e se la sovrapposizione tra il procedimento tributario e quello penale è limitata dal punto di vista temporale è certa la violazione del principio del ne bis in idem nei casi in cui un individuo sia sottoposto al doppio procedimento con riguardo allo stesso fatto. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza del 18 maggio relativo alla causa Johannesson e altri contro Islanda (ricorso n. 22007/11, CASE OF JOHANNESSON) che, da un lato, ha confermato l’obbligo di applicare il test in ordine all’esistenza di una connessione temporale e sostanziale sufficientemente stretta dei due procedimenti e, dall’altro lato, ha fornito un’interpretazione che in parte neutralizza o restringe fortemente la sua applicazione concreta.

L’azione a Strasburgo è stata avviata da due cittadini islandesi e da una società (il ricorso di quest’ultima è stato dichiarato irricevibile) al centro di un accertamento fiscale che aveva portato l’amministrazione tributaria a comminare ai due ricorrenti una sovrattassa. Dopo qualche mese era stato iniziato anche il procedimento penale per evasione fiscale conclusosi con una condanna a una misura detentiva (pena sospesa) e al pagamento di una multa. Per i ricorrenti il doppio procedimento era contrario all’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto a non essere processato o punito due volte per lo stesso reato. Una posizione che la Corte di Strasburgo ha condiviso, condannando l’Islanda. Chiarito che la sanzione e il procedimento tributario avevano, nella sostanza, natura penale e che i fatti contestati erano identici così come gli autori dell’illecito, la Corte precisa la portata della sentenza della Grande Camera nel caso A. e B. contro Norvegia  (case-of-a-and-b-v-norway) con la quale era stato chiarito che il principio del ne bis in idem non si applica se i due procedimenti sono strettamente legati dal punto di vista sostanziale e temporale in modo da realizzare un’integrazione tra le due azioni con la conseguenza che i due procedimenti ne formano uno unico. Nel caso Johannesson, la Corte ha accertato la mancanza dell’elemento della connessione temporale in quanto la sovrapposizione nei tempi era stata limitata perché i procedimenti si erano svolti in parallelo solo per un anno su una durata complessiva di 9. Non solo. Il procedimento penale si era svolto in modo autonomo anche sotto il profilo delle indagini e della raccolta e valutazione delle prove, in modo differente dal caso A e B. contro Norvegia in cui i fatti accertati in un procedimento erano stati utilizzati nell’altro e nel decidere la pena nel procedimento penale i giudici avevano tenuto conto della sanzione amministrativa.

Di qui la conclusione, nella sentenza Johannesson, dell’assenza di una connessione sostanziale e temporale “sufficientemente stretta” e l’evidente duplicazione del processo, con una chiara violazione del principio del ne bis in idem da parte dell’Islanda che ha imposto ai ricorrenti un pregiudizio sproporzionato.

Si vedano, tra gli altri, i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/nessuna-violazione-del-ne-bis-in-idem-se-alla-multa-si-affianca-il-ritiro-della-patente.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/market-abuse-e-ne-bis-in-idem-la-parola-a-lussemburgo.html.

Scritto in: CEDU | in data: 19 maggio 2017 |
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Il diritto al divorzio non passa per Strasburgo. La Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza depositata il 10 gennaio 2017 nel caso Babiarz contro Polonia (ricorso n. 1955/10, CASE OF BABIARZ v. POLAND), ha dato ragione a Varsavia e ha stabilito che non è contraria alla Convenzione dei diritti dell’uomo la scelta legislativa effettuata da uno Stato che permette, nel caso di opposizione di uno dei coniugi, di non concedere il divorzio all’altro partner. Per la Corte, infatti, il diritto al rispetto della vita privata e familiare assicurato dall’articolo 8 della Convenzione e il diritto a sposarsi (articolo 12) non attribuiscono il diritto al divorzio. E questo malgrado l’opposizione di un coniuge al divorzio impedisca all’altro un nuovo matrimonio.

E’ stato un cittadino polacco a rivolgersi alla Corte europea. L’uomo aveva presentato una domanda di divorzio prima senza colpa e poi con addebito, ma la moglie, malgrado il marito già vivesse con un’altra donna e avesse una figlia, si era opposta. I tribunali nazionali avevano respinto tutti i ricorsi perché nei casi di richiesta di divorzio per colpa, se l’altro coniuge rifiuta il consenso, lo scioglimento del matrimonio non può essere concesso, salvo nei casi in cui l’opposizione avvenga in modo abusivo, situazione che per i giudici nazionali non si era verificata. Di qui il ricorso a Strasburgo che, però, ha respinto il ricorso con una scelta che ha spaccato la Camera che ha deciso a maggioranza (5 a 2).

La Corte europea, pur riconoscendo che l’articolo 8 (diritto alla vita familiare) e l’articolo 12 (diritto al matrimonio) non attribuiscono il diritto al divorzio, afferma che la Convenzione è uno strumento vivente da interpretare tenendo conto della realtà odierna. Una premessa che sembrerebbe condurre al riconoscimento di un diritto al divorzio, ma la Corte, invece, si limita ad affermare che dalle norme in esame risulta solo che se una legislazione nazionale prevede il divorzio esiste poi un diritto a risposarsi. Inoltre, Strasburgo, pur riconoscendo la sussistenza di obblighi negativi di non ingerenza e positivi, con misure idonee a consentire la realizzazione del diritto, precisa che gli Stati hanno un ampio margine di apprezzamento nell’adozione della legislazione sul divorzio e possono adottare misure per proteggere il matrimonio. Per Strasburgo, tutto ciò che si può dire è che se la legge interna prevede il divorzio deve essere riconosciuto il diritto a risposarsi. Di conseguenza, poiché in Polonia non sussiste un’assoluta impossibilità ad ottenere il divorzio, la Corte europea ritiene che non si è verificata una violazione della Convenzione. E questo malgrado, in sostanza, il marito vede limitarsi il diritto allo scioglimento del matrimonio e, quindi, il diritto a risposarsi e a tutelare la famiglia de facto già costituita.

Scritto in: CEDU | in data: 11 maggio 2017 |
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Sono state diffuse, tradotte in italiano, alcune schede tematiche sulla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, predisposte dal servizio stampa di Strasburgo. In particolare, i documenti in italiano riguardano i diritti dei minori, quelli dei genitori, la protezione dei minori, la discriminazione razziale, i diritti legati alla riproduzione, la prassi in materia di orientamento sessuale, l’omosessualità, l’identità di genere, la giurisprudenza su rom e nomadi. Nelle schede si dà conto anche dei casi pendenti.

Qui i testi in italiano http://www.echr.coe.int/Pages/home.aspx?p=press/factsheets/italian

Scritto in: CEDU | in data: 24 aprile 2017 |
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Gli Stati parti alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo non devono interpretare il reato di traffico di esseri umani in modo restrittivo e sono tenuti a intervenire per aiutare le vittime e punire i colpevoli. Di conseguenza, è una violazione della Convenzione un’interpretazione restrittiva che comporta la configurazione della tratta solo nel caso di schiavitù e non nell’ipotesi in cui le vittime siano sottoposte a forme di lavoro forzato durante il lavoro stagionale nei campi. E’ quanto ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Chowdury e altri contro Grecia depositata il 30 marzo (ricorso n. 21884/15, AFFAIRE CHOWDURY ET AUTRES c. GR?CE). A rivolgersi a Strasburgo 42 cittadini del Bangladesh che vivevano in Grecia e che erano stati reclutati per raccogliere le fragole con una paga di 22 euro per 7 ore di lavoro e un controllo, mentre lavorano e vivevano in condizioni di degrado, da guardie private armate. In realtà, gli uomini, che non avevano il permesso di lavoro, non erano stati pagati. Avevano così protestato, ne erano seguiti incidenti con i datori di lavoro che avevano addirittura aperto il fuoco sui braccianti. I titolari erano però stati assolti dall’accusa di traffico di esseri umani ed erano stati tenuti a pagare unicamente 43 euro a ciascun lavoratore. Inoltre, il procuratore non aveva voluto presentare il ricorso in Cassazione per l’accusa di traffico di esseri umani. Di qui il ricorso a Strasburgo che ha dato ragione alle vittime. Prima di tutto, la Corte europea ha ribadito che la tratta di esseri umani rientra nell’ambito di applicazione dell’articolo 4 della Convenzione che vieta il lavoro forzato e la schiavitù, precisando che gli Stati non devono utilizzare una nozione troppo restrittiva. Nel caso di specie, i ricorrenti erano stati sottoposti a lavoro forzato ed erano state vittime della tratta di esseri umani ai sensi dell’articolo 3a del Protocollo alla Convenzione di Palermo e dell’articolo 4 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta degli esseri umani. Gli Stati, inoltre, sono tenuti ad adottare un quadro legislativo e amministrativo che proibisca e punisca il lavoro forzato e devono intervenire con controlli  e ispezioni per prevenire il traffico di esseri umani. Non solo. Va garantita un’azione giurisdizionale effettiva e una punizione per gli autori del crimine. Nel caso si specie, la Corte europea ha accertato che lo Stato ha violato l’articolo 4 venendo meno all’obbligo positivo di prevenire il crimine, proteggere le vittime e punire i colpevoli. Strasburgo ha anche consesso 16mila euro ai ricorrenti che avevano partecipato al procedimento dinanzi alla Corte di assise e 12mila agli altri ricorrenti.

Scritto in: CEDU | in data: 13 aprile 2017 |
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Le misure di prevenzione personale vanno applicate solo se è garantita la prevedibilità attraverso l’individuazione di condizioni di attuazione e di parametri chiari, per limitare un’eccessiva discrezionalità nell’applicazione. E’ stata la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo a stabilirlo con la sentenza di parziale condanna all’Italia pronunciata il 23 febbraio (ricorso n. 43395/09, CASE OF DE TOMMASO v. ITALY) a seguito di un ricorso un cittadino italiano colpito per due anni da una misura di sorveglianza speciale di pubblica sicurezza e obbligo di soggiorno secondo la legge n. 1423/1956, poi abrogata dal Dlgs n. 159/2011. Per il massimo organo giurisdizionale della Corte europea dei diritti dell’uomo la misura di prevenzione della sorveglianza speciale imposta al ricorrente non era equiparabile a una privazione della libertà personale, con la conseguenza che non è stato violato l’articolo 5 della Convenzione europea sul diritto alla libertà personale, ma l’articolo 2 del Protocollo n. 4 sulla libertà di circolazione. E’ vero – scrive la Grande Camera – che le misure avevano un fondamento nella legge, ma la loro applicazione era legata a un apprezzamento in prospettiva dei tribunali nazionali tanto più che la stessa Corte costituzionale non ha identificato con certezza la nozione di “elementi di fatto” o i comportamenti specifici da classificare come indice di pericolosità sociale. Così, non è stato rispettato il requisito della prevedibilità sia con riferimento ai destinatari delle misure di prevenzione, sia per le condizioni richieste. Quello che non convince la Corte è l’applicazione di misure preventive senza che gli individui possano sapere con chiarezza quali comportamenti, ritenuti pericolosi per società, possono far scattare l’applicazione dei provvedimenti. Di conseguenza, poiché la legge in vigore all’epoca della vicenda non aveva indicato con precisione le condizioni di applicazione e, tenendo conto dell’ampio margine di discrezionalità concesso alle autorità nazionali competenti, l’Italia ha violato la Convenzione, con un’evidente ingerenza nel diritto alla libertà di circolazione. Tanto più – osserva Strasburgo – che al ricorrente non era stato imputato un comportamento o un’attività criminale specifica perché il tribunale competente aveva soltanto richiamato il fatto che aveva frequentazioni assidue con criminali importanti. La decisione, così, è stata fondata sul postulato di una tendenza a delinquere. Di qui la conclusione che la legge in vigore all’epoca dei fatti (che in larga parte corrisponde a quella attualmente in vigore) non offriva una garanzia adeguata contro ingerenze arbitrarie.

La Corte, invece, ha respinto il ricorso per violazione delle regole sull’equo processo e sull’assenza di rimedi giurisdizionali effettivi.

Scritto in: CEDU | in data: 2 marzo 2017 |
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L’assenza di indipendenza e di imparzialità di alcuni componenti di una commissione di un ordine professionale si trasferisce “in termini osmotici dai partecipi all’organo”. Di conseguenza, va annullata la decisione della Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie che aveva respinto il ricorso di un cittadino siriano il quale aveva richiesto l’iscrizione nell’albo degli odontoiatri di Milano. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, seconda sezione civile, con ordinanza n. 3905 depositata il 14 febbraio (3905). A rivolgersi alla Suprema Corte, un medico siriano che aveva chiesto l’iscrizione all’albo degli odontoiatri in quanto in possesso di un diploma di laurea libanese. La richiesta era stata respinta perché per la Commissione non era possibile estendere l’accordo di riconoscimento sui titoli, esistente con la Siria, a diplomi provenienti da Paesi terzi. Va ricordato che sulla vicenda è intervenuta anche la Corte costituzionale che, con sentenza n. 215/2016, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 17, comma 1 e 2 del Dlgs n. 233/1946 a causa del fatto che nella Commissione erano presenti due componenti di designazione governativa, per di più incardinati nello stesso Ministero citato in giudizio, in contrasto con l’articolo 6 della CEDU. Ed invero, alla luce della dichiarazione di illegittimità costituzionale, la Cassazione conclude che la Commissione centrale è un organo privo di indipendenza e imparzialità. Di qui la nullità del provvedimento della Commissione e la necessità di una nuova decisione.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/iscrizione-allordine-dei-medici-dubbi-sulla-costituzionalita-del-procedimento-dinanzi-alla-commissione-per-le-professioni-sanitarie.html

Scritto in: CEDU | in data: 1 marzo 2017 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo ha diffuso un video sul suo funzionamento, reperibile su youtube e disponibile anche in lingua italiana (https://www.youtube.com/watch?v=AFDNRZfxC08). Il filmato, riprodotta la storia, la costituzione e le regole di funzionamento dell’organo giurisdizionale internazionale, mostra l’attività della Corte, le sfide sul tavolo e gli sviluppi più recenti della giurisprudenza Cedu che hanno inciso profondamente sugli ordinamenti interni degli Stati. Centrale, infatti, la funzione di interprete delle regole convenzionali svolta dalla Corte che influenza profondamente il legislatore interno come mostra, anche di recente, la vicenda dei diritti da riconoscere alle coppie dello stesso sesso. Proprio grazie alla prassi giurisprudenziale, la Convenzione è uno strumento vivente: in questa direzione, Strasburgo è stata chiamata a pronunciarsi su casi che all’epoca dell’adozione della Convenzione non erano immaginabili. E’ il caso delle nuove tecnologie e dell’accesso a internet. Al centro dell’attività di Strasburgo anche questioni politicamente sensibili. Il video ricorda gli effetti delle sentenze e gli obblighi degli Stati in materia di esecuzione, con il ruolo centrale del Comitato dei ministri.

Scritto in: CEDU | in data: 28 febbraio 2017 |
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No a sanzioni pecuniarie nei confronti di giornalisti senza tener conto della loro situazione economica. E questo anche quando a versare i risarcimenti sono gli editori perché, in ogni caso, l’applicazione di sanzioni eccessive produce un effetto dissuasivo sulla libertà di stampa. E’ la Corte europea dei diritti dell’uomo a stabilirlo con la sentenza Kapsis e Danijas contro Grecia (ricorso n. 52137/12) depositata il 19 gennaio (AFFAIRE KAPSIS ET DANIKAS c. GR?CE). Per Strasburgo, le autorità giurisdizionali nazionali non rispettano i parametri fissati dalla Corte europea quando stabiliscono sanzioni sproporzionate colpendo le tasche dei giornalisti, con sicuri effetti deterrenti sulla libertà di stampa. Con la conseguenza che lo Stato incorre in una violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea che assicura la libertà di espressione e in una condanna da parte dei giudici internazionali. A rivolgersi alla Corte di Strasburgo sono stati il direttore e il giornalista di un quotidiano greco. Il cronista aveva scritto un articolo sulle nomine decise dal Ministro della cultura nella Commissione consultiva sui sovvenzionamenti ai teatri. Tra le persone nominate, anche un’attrice definita nell’articolo come “completamente sconosciuta”. La donna aveva citato in giudizio i due ricorrenti che erano stati condannati a pagare 30mila euro. Una sanzione giudicata sproporzionata dalla Corte europea. L’attrice – osserva la Corte – era stata nominata in un organo di natura politica con la conseguenza che era del tutto giustificato che i giornalisti si occupassero della sua designazione, tanto più che non poteva essere considerata un “semplice individuo” vista la sua nomina politica. I giudici nazionali, inoltre, non hanno applicato i parametri di Strasburgo perché non hanno tenuto conto che si trattava di un giudizio di valore e non hanno preso in considerazione il contesto complessivo, giudicando una singola frase dell’articolo e questo malgrado, già in diverse occasioni, la stessa Corte europea abbia stabilito che non è possibile estrapolare le singole frasi per verificare una lesione alla reputazione altrui. Il giornalista, infatti, ha piena libertà nella scelta dello stile e non spetta certo ai giudici nazionali indicare lo stile da seguire che può essere sarcastico e aspro. L’ingerenza, così, non è stata proporzionata rispetto al fine perseguito ossia la protezione della reputazione della donna. A ciò si aggiunga che per quantificare l’importo per il risarcimento del danno, i giudici nazionali non hanno seguito i criteri di Strasburgo perché non hanno preso in esame la situazione economica dei giornalisti. Poco importa – osserva la Corte – che il risarcimento è stato poi versato dall’editore perché, in ogni caso, la previsione di una sanzione pecuniaria non conforme ai principi determinati dalla Corte europea ha un effetto dissuasivo sulla libertà di stampa che rischia, proprio per il timore di una sanzione, di non contribuire alla discussione pubblica su questioni di interesse generale, con un danno alla funzione di controllo che la stampa è chiamata ad esercitare. La Corte europea, in questo caso, non ha concesso un risarcimento per i danni patrimoniali perché l’importo era stato versato dall’editore, ma ha previsto 2mila euro per i giornalisti per il pregiudizio morale subito, con ciò valutando che quando i giornalisti sono costretti a subire un’azione sul piano giudiziario subiscono un sicuro danno morale.

Scritto in: CEDU | in data: 24 febbraio 2017 |
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Aumentano i ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. E sono soprattutto Ungheria, Romania e Turchia, in particolare dopo il fallito colpo di Stato di luglio 2016, ad essere sul banco degli imputati di Strasburgo. Dalla relazione annuale presentata dalla Corte a gennaio (Annual_report_2016) risulta, inoltre, che i casi pendenti alla fine del 2016 sono arrivati a quota 79.750 con un più 23% rispetto al 2015. Sul fronte delle condanne, è la Russia in vetta alla classifica con 228 sentenze, seguita dalla Tuchia (88), dalla Romania (86), dall’Ucraina (73), dalla Grecia (45) e dall’Ungheria (41). L’Italia ha migliorato di molto la situazione anche per la scelta di seguire più di frequente la strada dei regolamenti amichevoli e delle dichiarazioni unilaterali. Nel 2016 sono state 15 le sentenze con al centro l’Italia, con 10 condanne, 3 pronunce di “assoluzione” e 2 regolamenti amichevoli. In particolare, per le sentenze di condanna, 5 casi hanno riguardato la violazione dell’articolo 5 della Convenzione che assicura il diritto alla libertà personale e 5 l’articolo 8 che garantisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Di particolare rilievo la pronuncia del 15 dicembre 2016 nel caso Khlaifia c. Italia, con la quale la Corte europea ha condannato l’Italia per la detenzione in condizioni degradanti di alcuni migranti sull’isola di Lampedusa e per le espulsioni collettive (qui la versione nella traduzione italiana Khlaifia).

Per quanto riguarda i casi pendenti l’Italia arriva a quota 6.200 (ossia il 7,8% del totale). Il numero più alto riguarda l’Ucraina (22,8%), la Turchia (15,8%), l’Ungheria (11,2%), la Russia (9,8%) e la Romania (9,3%). Diminuiscono, invece, i ricorsi italiani trasferiti a una formazione giudiziaria dai 5.490 del 2014 ai 1.409 del 2016 (erano 1.885 nel 2015). Dall’inizio dell’attività della Corte al 2016, l’Italia si colloca al terzo posto per numero di condanne. In vetta alla classifica la Turchia, con 2.889 condanne su 3.270 pronunce, seguita dalla Russia con 1.834 condanne e 1.948 sentenze. Poi l’Italia con 2.351 sentenze e 1.791 condanne.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/esecuzione-delle-sentenze-cedu-pubblicata-la-relazione-annuale.html

Scritto in: CEDU | in data: 24 febbraio 2017 |
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La Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, nella sentenza Paradiso e Campanelli depositata il 24 gennaio, dà ragione all’Italia e sancisce la conformità alla Convenzione della misura con la quale le autorità nazionali hanno deciso l’allontanamento del bambino dai genitori che hanno fatto ricorso alla maternità surrogata all’estero (ricorso n. 25358, CASE OF PARADISO AND CAMPANELLI v. ITALY). Strasburgo ha ribaltato il giudizio della Camera (che, invece, aveva condannato l’Italia) e ha affermato la conformità di provvedimenti che, in via di fatto, negano il riconoscimento del legame genitoriale con il figlio nato dalla tecnica dell’utero in affitto all’estero, vietata in Italia dalla legge n. 40/2004. A rivolgersi alla Corte una coppia di cittadini italiani che, dopo aver provato varie volte ad avere un figlio e dopo una lunga attesa per l’adozione, aveva deciso di ricorrere alla maternità surrogata in Russia, Paese nel quale quella pratica è ammessa. Il neonato era stato registrato a Mosca come figlio della coppia, ma i due ricorrenti, rientrati in patria, non erano riusciti ad ottenere la trascrizione dell’atto di nascita nell’ufficio di stato civile anche perché il consolato italiano aveva segnalato la presenza di alcuni dati falsi nel fascicolo e questo aveva determinato l’apertura di un procedimento penale per alterazione dello stato civile. Era stata avviata, dopo l’allontanamento del bimbo, anche la procedura di adozione. Dopo diverse azioni sul piano interno, la coppia si è rivolta a Strasburgo. La Camera aveva dato ragione ai coniugi, ma la Grande Camera ha ribaltato il giudizio e ha escluso la violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea che assicura il diritto al rispetto della vita privata. Prima di tutto, Strasburgo ha tenuto a precisare che al centro del ricorso non è la trascrizione dell’atto di nascita ma la misura di allontanamento del minore. Ed invero, se è indiscutibile che la coppia aveva stretto legami familiari con il bimbo nel momento immediatamente successivo alla nascita è anche vero che il rapporto era stato di breve durata (circa 8 mesi). Non solo. La coppia e il bimbo non avevano legami biologici ed era evidente l’incertezza del vincolo sotto il profilo giuridico. Di qui la conclusione della Grande Camera secondo la quale non sussistono le condizioni per configurare un diritto alla vita familiare. E’ vero che conta la qualità dei rapporti e non la quantità, ma la durata è un elemento rilevante che deve essere preso in considerazione. Così, la vicenda è stata esaminata solo con riguardo al diritto al rispetto della vita privata. Incontestabile l’ingerenza in tale diritto nel momento in cui le autorità nazionali hanno deciso di allontanare il bimbo. Detto questo, però, la Corte ritiene che l’ingerenza era necessaria in una società democratica, proporzionale e frutto di un’attenta valutazione dei diversi interessi in gioco. L’ingerenza, infatti, era prevista dalla legge che vieta la maternità surrogata e le autorità nazionali hanno preso una decisione solo dopo aver accertato che il bimbo non avrebbe sofferto un danno irreparabile. D’altra parte – osserva Strasburgo – gli Stati hanno una competenza esclusiva nel riconoscere i legami tra genitori e figli sotto il profilo giuridico, con la possibilità di scegliere di tutelare il vincolo solo nel caso di legami biologici o di adozione.

E’ vero che l’allontanamento e la dichiarazione di stato di abbandono del minore hanno avuto un impatto sui ricorrenti, ma le autorità italiane hanno giustamente messo in primo piano il bambino, escludendo danni irreparabili a seguito dell’allontanamento. Inoltre, lasciare il bambino con i due ricorrenti avrebbe comportato la legalizzazione di una situazione in contrasto con regole di rilievo nell’ordinamento italiano. Raggiunto così un giusto equilibrio tra i diversi interessi in gioco ed esclusa la violazione della Convenzione.

Si vedano, tra gli altri, i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/nei-casi-di-maternita-surrogata-no-al-limite-dellordine-pubblico-se-contrasta-con-linteresse-superiore-del-minore.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/maternita-surrogata-come-regolare-gli-accordi-transnazionali.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/maternita-surrogata-allestero-senza-reato-si-alla-trascrizione-dellatto-di-nascita.html.

Scritto in: CEDU | in data: 27 gennaio 2017 |
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