La Commissione europea non ha svolto una valutazione preliminare dell’impatto sui diritti umani dell’Accordo Ue – Turchia del 18 marzo 2016. Non solo. Anche il rapporto redatto da Bruxelles sull’esecuzione dell’Accordo non è approfondito sul fronte dei diritti umani. Lo ha affermato l’Ombusdman Ue, Emily O’Reilly, nella decisione depositata il 18 gennaio 2017 (Decision). Una questione, quella relativa ai diritti umani nell’attuazione dell’Accordo con la Turchia, che non interessa le istituzioni principali dell’Unione europea e che vedono il Mediatore Ue in una posizione isolata.

A rivolgersi all’Ombudsman, tra il 28 luglio e il 7 novembre 2016, alcune organizzazioni non governative spagnole e alcuni privati cittadini che avevano chiesto alla Commissione chiarimenti sull’Accordo. Nessuna risposta da Bruxelles. Di qui la denuncia al Mediatore che ha dato ragione ai “ricorrenti”. E’ vero che l’Accordo concluso con la Turchia ha natura politica, ma questo non esonera la Commissione da verificare, sia nella fase preliminare alla conclusione dell’Accordo, sia successivamente,  il rispetto dei diritti umani come stabiliti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Tanto più che l’Accordo richiede azioni di carattere esecutivo e amministrativo proprio alla Commissione. D’altra parte – osserva O’Reilly – “anche le azioni politiche devono essere guidate dagli stessi principi e standard che si applicano per tutte le istituzioni Ue”.

Nessuna valutazione, invece, sulla legittimità e sullo status dell’accordo. Per quanto riguarda le modalità di svolgimento della valutazione d’impatto, il Mediatore europeo, preso atto che non esistono modelli universali, evidenziato che l’esame non può essere solo numerico, rinvia al modello proposto per l’accordo Ue – Vietnam e all’esame di tutte le circostanze del caso, mettendo in primo piano gli effetti su categorie vulnerabili come donne, bambini e disabili.

Si veda http://www.marinacastellaneta.it/blog/turchia-cosi-erdogan-seppellisce-i-diritti-umani-unione-europea-inerte.html

Scritto in: Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea | in data: 23 gennaio 2017 |
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Sarà pubblicato a breve sulla Gazzetta ufficiale il decreto legislativo che dà attuazione all’articolo 1, comma 28, lettera b) della legge 20 maggio 2016 n. 76 che delega il governo all’adozione di disposizioni di modifica e riordino delle norme di diritto internazionale privato in materia di unioni civili tra persone dello stesso sesso. Il testo, approvato dal Consiglio dei ministri il 14 gennaio (schema dlgs), interviene con l’aggiunta di talune disposizioni alla legge n. 218/1995. In particolare, è inserito l’articolo 32 bis in base al quale il matrimonio celebrato all’estero da cittadini italiani dello stesso sesso produce gli stessi effetti dell’unione civile regolata dalla legge italiana (qui la relazione illustrativa (RL). 

Per quanto riguarda la legge applicabile, il decreto chiarisce che la capacità e le condizioni per costituire l’unione civile sono regolate dalla legge nazionale di ciascuna parte al momento della costituzione dell’unione civile. Nel caso in cui la legge richiamata non ammetta l’unione civile tra persone maggiorenni dello stesso sesso si applica la legge italiana, anche perché “le disposizioni di cui all’articolo 1, comma 4, della legge 20 maggio 2016, n. 76, sono di applicazione necessaria”. In questa direzione, con una chiara volontà di impedire status claudicanti e superarare gli ostacoli alla costituzione di unioni civili, l’articolo 32 ter prevede che se la legge straniera non consente la produzione del nulla osta proprio a causa del mancato riconoscimento delle unioni, esso è sostituito “da un certificato o altro atto comunque idoneo ad attestare la libertà di stato, ovvero da dichiarazione sostitutiva ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445. Resta salva la libertà di stato accertata o acquisita per effetto di un giudicato italiano o riconosciuto in Italia”. In materia di forma è confermato quanto previsto nella proposta iniziale ossia che l’unione civile è valida “se è considerata tale dalla legge del luogo di costituzione o dalla legge nazionale di almeno una delle parti o dalla legge dello Stato di comune residenza al momento della costituzione”, con una chiara applicazione del principio del favor valididatis.

Sul regime patrimoniale e sui rapporti personali, l’art. 32 ter n. 4 rinvia alla legge dello Stato in cui l’unione è stata costituita. Tuttavia, le parti possono chiedere al giudice l’applicazione della legge dello stato in cui la vita comune è prevalentemente localizzata. Per i rapporti patrimoniali è disposto che, con forma scritta, siano regolati dalla legge dello Stato di cui almeno una di esse è cittadina o nel quale una di esse risiede. La norma si discosta dall’art. 30 della legge n. 218/95 ma è conforme al regolamento n. 2016/1104 che attua la cooperazione rafforzata nel settore della competenza, della legge applicabile, del riconoscimento e dell’esecuzione delle decisioni in materia di effetti patrimoniali delle unioni registrate che sarà applicato dal 29 gennaio 2019. Per quanto riguarda lo scioglimento dell’unione civile la disciplina è dettata dalla legge applicabile al divorzio in conformità al regolamento n. 1259/2010/UE del 20 dicembre 2010 relativo ad una cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale. Modificato, in ultimo, l’articolo 45 della legge n. 218. Il nuovo testo dispone che le obbligazioni alimentari “nella famiglia sono regolate dalla legge designata dal regolamento 2009/4/CE del Consiglio del 18 dicembre 2008 relativo alla competenza, alla legge applicabile, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni e alla cooperazione in materia di obbligazioni alimentari, e successive modificazioni.”.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/riconoscimento-legale-per-le-coppie-dello-stesso-sesso-linerzia-italiana-punita-a-strasburgo.html.

Scritto in: diritto internazionale privato | in data: 20 gennaio 2017 |
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Aumentano i reati transfrontalieri e, di conseguenza, le questioni legate all’individuazione del giudice competente a pronunciarsi sulla commissione di reati. Può accadere, infatti, che diversi Stati membri, all’interno dello spazio giudiziario europeo, abbiano titoli di giurisdizione per avviare procedimenti penali con possibili rischi di giudicati confliggenti e violazioni del principio del ne bis in idem. Per fornire un supporto alle autorità nazionali, Eurojust, l’unità di cooperazione giudiziaria dell’Unione europea, ha pubblicato una breve guida funzionale a risolvere tali conflitti, che aggiorna quella del 2003 (Operational-Guidelines-for-Deciding). In particolare, Eurojust individua, come criteri da considerare, la territorialità con riguardo al fatto e al danno, chiedendo alle autorità nazionali di prendere in esame i dati sotto il profilo quantitativo e qualitativo. Tra gli elementi da valutare, la raccolta delle prove, la protezione dei testimoni e l’interesse delle vittime.

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 19 gennaio 2017 |
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Un editoriale dal titolo emblematico “la strategia del ragno”, con la descrizione del giudice neo-eletto alla Presidenza della Corte suprema portoghese come persona simbolo del corporativismo, conservatore, manipolatore, in grado di tessere una rete per scalare il potere e “simbolo del lato oscuro del sistema giudiziario”. In pratica un esemplare “di ciò che è sbagliato nel sistema giudiziario portoghese”. Parole dure, quelle scritte da un giornalista che per la Corte europea dei diritti dell’uomo non giustificano, però, in alcun modo il risarcimento danni imposto dai giudici nazionali portoghesi al giornalista citato in giudizio, in sede civile, per diffamazione. E questo anche perché l’importo imposto per il risarcimento è stato sproporzionato. Con la sentenza depositata ieri, nel ricorso n. 31566/13 (CASE OF TAVARES DE ALMEIDA FERNANDES AND ALMEIDA FERNANDES v. PORTUGAL), la Corte di Strasburgo procede, così, nella sua opera di protezione della libertà di stampa e non esita a condannare il Portogallo per violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura la libertà di espressione. Questi i fatti. Un giornalista di un quotidiano nazionale aveva scritto un editoriale nel quale criticava aspramente il neo Presidente della Corte suprema, eletto il giorno prima, classificandolo come simbolo del lato oscuro del sistema giudiziario. Il giudice lo aveva querelato in sede civile con una richiesta di 150mila euro. Il Tribunale e la Corte di appello avevano accolto l’istanza ritenendo il giornalista responsabile per diffamazione perché l’articolo era un attacco al giudice e lo avevano così condannato a versare la somma di 60mila euro (in base al diritto portoghese anche la moglie, in comunione legale, era tenuta al risarcimento). Così, il reporter ha fatto ricorso alla Corte europea che gli ha dato ragione su tutta la linea. Strasburgo riconosce che il giornalista ha usato un linguaggio aspro, ma è diritto del cronista ricorrere a un certo grado di esagerazione e provocazione. La vicenda al centro dell’articolo, poi, era di interesse pubblico e l’articolo 10, in questi casi, lascia poco spazio a restrizioni al diritto della stampa di informare. L’articolo – osserva la Corte – riguardava un ambito “nel quale le limitazioni alla libertà di espressione devono essere interpretate in modo restrittivo”. Non solo. Lo scritto al centro dell’azione giudiziaria concerneva un giudice e, quindi, un individuo che è sottoposto a critiche più ampie rispetto al cittadino comune. Certo, scrive la Corte, c’è da proteggere la fiducia verso la giustizia rispetto ad attacchi distruttivi ma, nel caso di specie, le critiche non erano legate all’attività professionale del giudice, ma alla rete politica che il Presidente si era costruito. Il giornalista poi ha espresso un giudizio di valore con una base fattuale sufficiente raccogliendo informazioni non solo da fonti la cui identità era confidenziale, ma anche da colleghi del giudice. Tra l’altro, i tribunali nazionali, nel dichiarare la responsabilità per diffamazione del giornalista, si sono distaccati dai parametri imposti dalla Corte europea perché non hanno valutato l’articolo nel suo insieme, estrapolando, invece, singole frasi, e non hanno considerato che faceva parte dello stile del giornalista, ugualmente protetto dall’articolo 10 della Convenzione, l’uso delle metafore. Chiaro, quindi, il giudizio negativo sull’operato dei giudici nazionali che non hanno applicato i criteri stabiliti dalla Corte europea nelle tante sentenze sulla libertà di stampa. La Corte bacchetta l’operato dei tribunali nazionali anche per l’importo imposto, come risarcimento, al giornalista, pari a 60mila euro. Una cifra estremamente alta che mostra un chiaro intento punitivo. A ciò si aggiunga che l’articolo non aveva avuto alcun impatto sul futuro professionale del Presidente della Corte Suprema, ma i giudici nazionali hanno agito come se ciò si fosse verificato, aumentando l’importo della sanzione. La Corte europea non ha liquidato alcuna cifra per i danni non patrimoniali al giornalista solo perché quest’ultimo non li aveva richiesti. Rispetto ai danni patrimoniali, la Corte non ha concesso un indennizzo al giornalista unicamente perché era stato l’editore a versare i 60mila euro. Liquidati, invece, 9400 euro per le spese processuali.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 18 gennaio 2017 |
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“Better Protecting Refugees in the EU and Globally”: è il titolo del documento presentato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati funzionale a indicare le strade da seguire per una riforma del sistema di protezione dei rifugiati in cui gli Stati Ue mettano un maggiore impegno per l’integrazione di chi fugge dalla guerra e dalle persecuzioni, assicurando abitazioni, lavoro e formazione linguistica. Nell’anno appena trascorso milioni di persone hanno lasciato tutto per cercare un futuro in Europa. La risposta dei Paesi membri è stata frammentata, con pochi Stati chiamati a dare supporto e molti che continuano a girare le spalle. Di qui la necessità che vi sia una maggiore condivisione, con un miglioramento delle condizioni di vita dei migranti. Indispensabile – si legge nel documento – la costituzione di corridoi umanitari funzionali ad evitare che i migranti mettano a repentaglio la propria vita e un piano di ricollocamento che sia in linea con quello adottato dall’UNHCR a giugno 2016. Nel documento sono fornite talune proposte per l’utilizzo di modelli di registrazione che siano in grado di assicurare il ricongiungimento familiare, con procedure accelerate per l’asilo alle quali devono dare un maggiore supporto le Agenzie Ue. Una sezione ad hoc è dedicata ai minori non accompagnati.

Scritto in: asilo | in data: 17 gennaio 2017 |
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Stop all’estradizione se il detenuto corre il rischio di una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea del 1957 che obbliga lo Stato a non dar luogo alla consegna se c’è il pericolo di persecuzioni. È la Corte di Cassazione, sesta sezione penale, con sentenza n. 53741 depositata il 19 dicembre (estradizione), a stabilirlo dando piena attuazione ai rapporti di organismi internazionali e ai principi affermati da organi giurisdizionali internazionali. A rivolgersi alla Suprema Corte, un cittadino ucraino che chiedeva l’annullamento del provvedimento della Corte di appello di Trento che aveva dato il via libera all’estradizione verso l’Ucraina per l’esecuzione di una misura cautelare in carcere per una presunta corruzione. L’uomo sosteneva che l’accusa era persecutoria e legata alla sua passata attività come presidente del comitato anticorruzione. La Corte di appello riteneva che non sussistesse alcun motivo ostativo all’estradizione. Di diverso avviso la Cassazione secondo la quale sussiste un fumus persecutionis per la pregressa attività dell’indagato, anche come attivista dei diritti umani, tant’è che anche in Ucraina, in un primo tempo, era stata respinta la richiesta di misure detentive. Senza dimenticare – osserva la Cassazione – le condizioni di detenzione nello Stato richiedente, come desumibile dai rapporti di organismi internazionale e dalle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo. Bloccata, così, l’estradizione.

Scritto in: estradizione | in data: 16 gennaio 2017 |
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Focus sull’attuazione della direttiva 2005/56/CE relativa alle fusioni transfrontaliere delle società di capitali (recepita in Italia con Dlgs n. 108/2008) e della sesta direttiva 82/891 relativa alle scissioni (modificata varie volte), con l’obiettivo di individuare le effettive modalità di attuazione e le lacune da colmare. Il servizio ricerca del Parlamento europeo ha pubblicato uno studio (EPRS_STU(2016)593796_EN) nel quale, riprendendo il rapporto della Commissione per gli affari giuridici del 15 dicembre 2016, si propone di individuare gli ostacoli alla piena attuazione delle due direttive. Una parte del documento è anche dedicata alle questioni di diritto internazionale privato, nonché a una dettagliata analisi della giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea che ha svolto un ruolo di fondamentale importanza nell’attuazione delle due direttive.

Scritto in: diritto societario | in data: 15 gennaio 2017 |
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L’obbligo di frequentare corsi di nuoto misti all’interno delle strutture scolastiche pubbliche è conforme all’articolo 9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto alla liberà di religione. Va bene rispettare il credo religioso dei genitori, ma non se ciò va a discapito dell’integrazione sociale dei minori, esigenza che prevale sulla volontà dei genitori. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo che, con la sentenza depositata il 10 gennaio (n. 29086/12, AFFAIRE OSMANOGLU ET KOCABAS c-1. SUISSE ), ha dato ragione alla Svizzera e respinto il ricorso di due genitori, cittadini svizzeri di origine turca e di religione musulmana. Questi ultimi avevano iniziato un contenzioso con le autorità scolastiche perché avevano impedito alle proprie figlie di 7 e 9 anni la frequenza dei corsi di nuoto inseriti nel percorso scolastico a causa del fatto che i corsi erano misti e non separati in base al sesso. Malgrado i reiterati inviti e ammonimenti a rispettare le regole scolastiche, i genitori erano andati avanti tenendo ferma la propria decisione e, così, si erano visti comminare un’ammenda di 1.292 euro. Era iniziata una diatriba nelle aule di giustizia ma i giudici nazionali avevano dato torto ai genitori e confermato l’ammenda. Di qui il ricorso, senza fortuna, alla Corte europea che ha dato ragione alla Svizzera. L’articolo 9 della Convenzione – chiarisce Strasburgo – non solo prevede il diritto alla libertà di religione, ma anche le modalità di manifestazione del proprio credo religioso, con la conseguenza che lo Stato ha obblighi negativi di non ingerenza e obblighi positivi per favorire il pluralismo religioso. A ciò si aggiunga che, salvo in casi eccezionali, gli Stati non possono effettuare apprezzamenti sulla legittimità del credo religioso e sulle modalità di espressione. Così, se da un lato si può ritenere che si è verificata un’ingerenza nella libertà di religione, dall’altro lato è certo che l’ingerenza è giustificata dal fine superiore di raggiungere l’inclusione sociale dei minori. Nell’ambito delle scelte legate al rapporto tra Stato e religione, inoltre, gli Stati hanno un rilevante margine di discrezionalità  e, questo, soprattutto laddove è coinvolta l’educazione scolastica. Questo porta la Corte europea a concludere nel senso che le autorità nazionali possono scegliere il percorso scolastico, in linea con le tradizioni nazionali. Dal ragionamento della Corte di Strasburgo, poi, emerge una condivisione delle scelte delle autorità svizzere che hanno attribuito importanza non solo al corso di nuoto in sé, ma alla funzione di integrazione e condivisione tra gli scolari. Lo svolgimento di corsi aperti a tutti i bambini, senza alcuna separazione tra maschi e femmine, ha un’alta funzione di integrazione secondo gli usi del luogo in cui vivono i minori, aspetto che ha particolare importanza soprattutto se si tratta di scolari con origini straniere. Uno strumento, quindi, per evitare forme di esclusione. Tra l’altro, la Corte evidenzia che le autorità nazionali hanno dato prova di un approccio non eccessivamente rigido, consentendo finanche l’utilizzo del burkini, ma i genitori erano stati irremovibili nella richiesta di lezioni separate per bambini e bambine. Alla luce del quadro delineato, la Corte europea ha dato ragione alla Svizzera, riconoscendo il valore dell’integrazione sociale dei bambini come prevalente rispetto al credo dei genitori.

Scritto in: libertà di religione | in data: 13 gennaio 2017 |
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Via libera alla scelta di un arbitrato estero per decidere una controversia relativa a un contratto di buying agency agreement tra due società, una italiana e una statunitense. La Corte di cassazione, sezioni unite civili, con la sentenza n. 27072/16 depositata il 28 dicembre (arbitrato estero) ha stabilito che le parti possono inserire in un simile contratto una clausola compromissoria di scelta del giudice perché si tratta di contratti atipici e non di agenzia, con la conseguenza che i diritti oggetto del contratto sono disponibili e le parti possono derogare alla giurisdizione italiana e attribuire la soluzione della controversia a un giudice o a un arbitrato estero. Al centro della vicenda, una controversia tra una società a responsabilità limitata italiana e un colosso della moda targato Usa, che avevano stipulato un buying agency agreement. L’azienda italiana aveva citato in giudizio dinanzi ai giudici nazionali la società americana che aveva effettuato il recesso dal contratto. Il Tribunale di Firenze, però, aveva dichiarato la propria incompetenza, ritenendo valida la clausola compromissoria che individuava, come giudice competente, un collegio arbitrale dello Stato di New York, sottraendo, così, la giurisdizione al giudice italiano. Dello stesso avviso la Cassazione secondo la quale il contratto al centro del ricorso  non può essere assimilato a quello di agenzia disciplinato dall’articolo 1742 c.c. Nell’effettuare tale qualificazione la Cassazione ha precisato che si tratta di un contratto atipico, in cui sono presenti elementi del contratto d’opera, di mandato e di appalto, dando così ragione al Tribunale di Firenze secondo il quale i compiti di informazione, visita, ricerca di mercato, assistenza, acquisto, monitoraggio supervisione, spedizione, reclamo e documentazione, presenti nel buying agency agreement, sono “qualcosa di sommamente diverso rispetto all’incarico di promuovere la conclusione di contratti” tipico di quello di agenzia. A ciò si aggiunga che la remunerazione delle prestazioni non era su provvigione perché era previsto un compenso fisso annuale elevato. Una serie di elementi che portano a concludere che i contraenti intendessero “far confluire, promiscuamente e atipicamente, nel rapporto commerciale elementi del mandato, dell’appalto e del contratto d’opera”. Respinta la qualificazione del rapporto tra le due società come contratto di agenzia, è corretta – precisa la Cassazione – la non applicazione delle norme inderogabili del codice civile previste per quel tipo di contratto. Questo porta anche all’inapplicabilità dei limiti posti dall’articolo 4 della legge n. 218/1995 sulla disciplina di diritto internazionale privato che esclude la scelta del giudice in caso di diritti indisponibili. Ben possibile, quindi, nel buying agency agreement, la deroga alla giurisdizione italiana con attribuzione di competenza al giudice statunitense e la non attuazione della disciplina fissata dall’articolo 1751 c.c. e dalla direttiva 86/653/Cee. Non configurandosi un contratto di agenzia, infatti, le parti possono scegliere la legge da applicare senza che, tra l’altro, scatti il limite fissato dall’articolo 7 della Convenzione di Roma sulle obbligazioni contrattuali (sostituita dal regolamento n. 593/2008) che impone l’applicazione delle norme imperative in vigore nel Paese del giudice.

Scritto in: diritto processuale civile internazio | in data: 12 gennaio 2017 |
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Per la prima volta nella sua storia, il Tribunale Ue, nella sua composizione allargata, condanna l’Unione europea a causa della durata eccessiva di un procedimento giurisdizionale svoltosi in passato dinanzi al Tribunale. Con la sentenza depositata 10 gennaio (T-577/14, T-577:14) il Tribunale ha accolto il ricorso di due società ricorrenti che, in precedenza, avevano impugnato una decisione per violazione della normativa antitrust imposta dalla Commissione Ue. Il Tribunale, in quella vicenda, aveva dato torto alle società, ma il processo era durato troppo e di qui la decisione di rivolgersi al Tribunale Ue per l’accertamento della responsabilità extracontrattuale dell’Unione. Secondo le due società sarebbe stato violato l’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che assicura la durata ragionevole del processo. Il Tribunale, constatata la presenza delle tre condizioni, richieste cumulativamente, che consentono di azionare il ricorso per responsabilità extracontrattuale in base all’articolo 340 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (illiceità del comportamento contestato, effettività del danno e presenza di un nesso di causalità), ha dato ragione alle ricorrenti.

E’ evidente – osservano gli eurogiudici – che far passare 46 mesi tra la fine della fase scritta e l’apertura di quella orale non è giustificabile, malgrado la complessità delle cause sulla concorrenza. A ciò si aggiunga che, malgrado le parti avessero chiesto la riapertura della fase scritta, il ritardo non è loro imputabile. Di qui la violazione dell’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali, vincolante in base al Trattato di Lisbona. Tra l’altro, aggiunge il Tribunale, i ricorsi riguardavano la concorrenza, essenziale per il buon funzionamento del mercato interno e per la sicurezza giuridica di cui devono beneficiare non solo i diretti interessati ma anche i terzi. Per quanto riguarda il danno, chiarito che tocca al ricorrente provarne l’esistenza, il Tribunale ha accolto le doglianze delle società che hanno provato il danno materiale effettivo dovuto alle spese per la costituzione di una garanzia bancaria per il pagamento dell’ammenda alla Commissione, calcolando, però, unicamente il periodo che è andato al di là di quello ragionevole. Respinta, invece, la richiesta legata all’impossibilità di trovare subito un investitore a causa del ritardo nella pronuncia e la liquidazione dell’indennizzo per perdita di chance perché il danno non è certo né reale e la parte non ha provato il nesso di causalità tra comportamento illecito (durata irragionevole del processo) e danno. L’Unione è stata condannata a pagare alle due società 47.064, (a cui aggiungere gli interessi) per il danno materiale e 5mila euro a ciascuna società per il danno non patrimoniale causato dall’incertezza prolungata

 

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 11 gennaio 2017 |
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