Il Relatore speciale dell’Onu sulla promozione del diritto alla libertà di opinione e di espressione, David Kaye, ha presentato al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite il rapporto sulla libertà di opinione e di espressione adottato l’11 maggio e in discussione nella sessione in corso di svolgimento in questi giorni (Doc. A/HRC/32/38 A_HRC_32_38_EN), con al centro l’ambiente digitale che presenta nuove questioni sulla legge applicabile e sull’applicazione di regole in materia di diritti umani da parte di privati. Un documento che affronta la libertà di espressione da una nuova prospettiva: si tratta del primo documento al quale seguiranno altri in cui si analizzano i rischi sulla libertà di espressione che possono essere provocati da network privati e, in via generale, da aziende che operano nell’ambito tecnologico. L’obiettivo è di istituire un quadro che permetta di fornire agli Stati un modello che delinei le regole di comportamento dei network privati per limitare l’adozione di misure non necessarie o sproporzionate che interferiscano con la libertà di espressione online. Punto centrale è che la rimozione di contenuti o l’accesso alle informazioni sugli utenti avvenga sulla base di una specifica previsione normativa. Così, nell’ambito del diritto all’oblio e della necessità di garantire la neutralità di internet. Ai privati, che accumulano dati in misura massiccia e tecnologie che spesso i Governi non conoscono, è richiesto di adottare delle politiche aziendali che mettano in primo piano la libertà di espressione e di agire con il massimo della trasparenza. Il documento ha tenuto conto dei contributi forniti da organizzazioni non governative e da alcuni Stati. Tra gli altri, Stati Uniti, Paesi Bassi, Grecia e Turchia (manca l’Italia).

Scritto in: libertà di espressione | in data: 27 giugno 2016 |
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La Corte di cassazione, I sezione penale, con la sentenza n. 22120/16 depositata il 26 maggio fa il punto sugli effetti della sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea nel caso El Dridi e chiarisce che la “sostanziale valutazione di incompatibilità della norma incriminatrice interna con la disciplina Ue produce effetti simili alla abolitio criminis” (2_22120_2016). La Suprema Corte, proprio grazie alla pronuncia di Lussemburgo (28 aprile 2011, si veda il post del 28 aprile), ha accolto il ricorso del Procuratore generale della Repubblica di Perugia il quale chiedeva l’annullamento della condanna di un cittadino del Marocco condannato a un anno di reclusione per aver violato l’obbligo di lasciare il territorio dello Stato dopo l’adozione di un decreto di espulsione. L’annullamento è stato richiesto perché il fatto per il quale l’uomo era stato condannato, proprio a seguito della pronuncia El Dridi, non si può più considerare come previsto dalla legge come reato. In particolare, l’indicata sentenza ha prodotto effetti sull’articolo 14, comma 5-ter del Dlgs n. 286/98 che puniva con la sanzione detentiva la condotta di ingiustificata inosservanza dell’ordine di allontanamento, di fatto portando all’abolizione del reato. L’indicata abolizione è stata poi confermata con il decreto legge n. 89/2011 e il recepimento della direttiva 2008/115.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/la-cassazione-applica-il-decreto-legge-sul-recepimento-della-direttiva-rimpatri.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/recepita-la-direttiva-rimpatri.html

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 24 giugno 2016 |
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image_galleryL’interesse pubblico ad accedere a notizie sul terrorismo prevale sul diritto all’oblio rivendicato da un ex terrorista. E’ stato così respinto con decisione n. 4988654 del 31 marzo 2016, depositata nei giorni scorsi (4988654), il ricorso al Garante della privacy  presentato da un ex terrorista che aveva finito di scontare la pena e aveva chiesto a Google la rimozione di alcuni url e i suggerimenti di ricerca visualizzati dalla funzione di completamento automatico a seguito della digitazione nella stringa di ricerca del proprio cognome e della parola terrorista. Poco importa – scrive il Garante – il trascorrere del tempo di fronte a reati particolarmente gravi perché prevale in ogni caso l’interesse pubblico a reperire notizie. Di qui, la constatazione dell’assenza dei presupposti per applicare la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 13 maggio 2014 (causa C-131/12, Costaja) anche perché il diritto all’oblio non trova spazio nei casi di crimini efferati. Si tratta, inoltre, di informazioni che hanno una valenza storica e appartengono, così, alla memoria collettiva.

Scritto in: privacy | in data: 24 giugno 2016 |
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Un freno a interpretazioni autonome da parte dei giudici di merito che portano a disapplicare una norma interna in forza di un contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, senza sollevare la questione di legittimità costituzionale. La Corte di Cassazione, terza sezione penale, con la pronuncia n. 25815/16 depositata ieri (25815:16) ha disposto l’annullamento della sentenza del Tribunale di Asti che aveva assolto l’imputato per un reato e stabilito che per le altre imputazioni non si doveva procedere in quanto era stato già destinatario di sanzioni amministrative per gli stessi fatti oggetto del procedimento penale. Il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Torino ha impugnato la pronuncia dinanzi alla Cassazione che gli ha dato ragione. Per la Suprema Corte, l’articolo 649 c.p.p., che fissa il divieto di un nuovo processo penale per il medesimo fatto, non può essere interpretato autonomamente dal giudice di merito alla luce dell’articolo 4 (sul principio del ne bis in idem) del Protocollo n. 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo secondo i criteri stabiliti nella sentenza Grande Stevens, superando il chiaro dato letterale della norma. E’, infatti, evidente, che l’interpretazione convenzionalmente orientata non appare possibile visto la chiara formulazione della norma. L’articolo 649, infatti, si riferisce a più procedimenti penali per il medesimo fatto e non si può, quindi, estendere il suo ambito applicativo “a sanzioni irrogate l’una dal giudice penale, l’altra da un’autorità amministrativa” nei casi in cui tra le due violazioni c’è un rapporto di progressione illecita. Il Tribunale – osserva la Cassazione – non aveva la possibilità di interpretare l’articolo in esame in modo conforme alla Convenzione alla luce della sentenza Grande Stevens ed Engel e, quindi, anche sulla base delle sentenze della Corte costituzionale n. 348 e n. 349 del 2007, avrebbe dovuto constatare l’impossibilità di interpretare l’articolo 649 in modo conforme alla regola convenzionale e sollevare la questione di legittimità costituzionale ex articolo 117 della Costituzione in relazione all’articolo 4 del Protocollo n. 7 nella parte in cui l’articolo 649 non prevede l’applicabilità del divieto di un secondo giudizio se l’imputato è stato già giudicato con un provvedimento irrevocabile, per il medesimo fatto, nell’ambito di un procedimento amministrativo.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 23 giugno 2016 |
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Gli Stati sono obbligati a rispettare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e, in particolare le norme sull’equo processo e sull’accesso alla giustizia anche nei casi in cui le autorità nazionali sono chiamate ad eseguire le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu. E’ la Grande Camera a ribadirlo con la sentenza depositata ieri nel caso Al-Dulimi e Montana contro Svizzera (CASE OF AL-DULIMI AND MONTANA MANAGEMENT INC. v. SWITZERLAND), con la quale Strasburgo ha confermato la condanna a Berna già decisa dalla Camera con la pronuncia del 26 novembre 2013. Dopo il primo verdetto, la Svizzera aveva chiesto il riesame della causa alla Grande Camera, che le dato torto. Al centro del ricorso l’applicazione della risoluzione n. 1483 del Consiglio di sicurezza sull’embargo all’Iraq adottata nel 2003 con la quale sono state previste sanzioni contro persone fisiche e giuridiche vicine al Governo iracheno. Tra queste il ricorrente e la sua società con sede a Panama colpiti dalla confisca dei beni ad opera del Dipartimento federale dell’economia svizzero che ha dato esecuzione all’atto del Consiglio di sicurezza e disposto la confisca dei beni e il trasferimento in Iraq. Tutti i ricorsi del destinatario delle misure erano stati respinti sulla base della circostanza che le risoluzioni del Consiglio di sicurezza prevalgono su ogni obbligo internazionale. Di qui l’azione a Strasburgo.

Prima di tutto, il massimo organo giurisdizionale ha ribadito che la Convenzione europea deve essere interpretata tenendo conto delle regole e dei principi propri dell’ordinamento internazionale e, in particolare, della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati. Ed invero, in via generale, se l’articolo 103 della Carta Onu sancisce il primato, in caso di conflitto con altri obblighi internazionali, di quelli derivanti dalla Carta è anche vero che tra gli obiettivi delle Nazioni Unite vi è la protezione dei diritti umani e, di conseguenza, sussiste una presunzione in base alla quale  il Consiglio di sicurezza non impone obblighi che potrebbero violare i diritti dell’uomo. La Grande Camera, inoltre, chiarito di non essere competente a valutare la legittimità della risoluzione, ha precisato che se la risoluzione non contiene un’esplicita affermazione volta a limitare o escludere il rispetto dei diritti dell’uomo nel contesto dell’esecuzione delle sanzioni a livello nazionale, va presunto che le misure sono compatibili con la Convenzione e che non sussiste, in linea di principio, un conflitto con gli obblighi convenzionali. Ora, poiché compito della Corte è di accertare se uno Stato ha adottato tutte le misure necessarie a garantire il rispetto della Convenzione anche nell’esecuzione della risoluzione del Consiglio di sicurezza e che gli Stati non possono trincerarsi dietro la natura vincolante delle risoluzioni del Consiglio, ma sono tenute, nel momento in cui si trovano dinanzi all’organo giurisdizionale, a mostrare di aver adottato tutte le misure necessarie per evitare violazioni della Convenzione, la Grande Camera ha bocciato la tesi delle autorità nazionali che hanno invocato l’assoluta primazia degli obblighi derivanti dalla Carta Onu e, in particolare dell’articolo 103, per respingere ogni azione dei ricorrenti.  Tra l’altro, la risoluzione del Consiglio non ha escluso in modo chiaro ed esplicito l’esame giudiziario delle sanzioni e, quindi, non si è posto un conflitto tra l’atto Onu e la Convenzione europea che prevede il diritto di accesso alla giustizia, alla base dell’equo processo, rendendo così inutile l’applicazione del principio della protezione equivalente. Di conseguenza, i tribunali nazionali avrebbero ben potuto occuparsi di valutare l’arbitrarietà della misura di confisca, conciliando le esigenze di sicurezza alla base della risoluzione e i diritti umani. Nel rifiutarsi di esaminare se vi fosse una violazione delle garanzie procedurali, la Svizzera è così incorsa in una violazione della Convenzione, limitando il diritto di accesso alla giustizia. Va segnalato che la Corte non ha condiviso la tesi del ricorrente secondo il quale il diritto di accesso alla giustizia è una norma di ius cogens, almeno allo stato attuale del diritto internazionale, pur confermando la centralità della norma all’interno della Convenzione.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/lesecuzione-delle-risoluzioni-del-consiglio-di-sicurezza-non-esonera-gli-stati-dal-rispetto-dei-diritti-delluomo-garantiti-dalla-cedu.html

Scritto in: diritti umani | in data: 22 giugno 2016 |
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Nessuna violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare se lo Stato non riconosce la pensione di reversibilità al partner di una coppia dello stesso sesso, morto quando la legge che consentiva il matrimonio ai conviventi same sex non era in vigore. Lo ha chiarito, con riferimento alla Spagna, la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Aldeguer Tomás depositata il 14 giugno (CASE OF ALDEGUER TOM?S v. SPAIN) con la quale è stato respinto il ricorso di un uomo che aveva avuto una convivenza di fatto, per 12 anni, con un partner dello stesso sesso e che non aveva potuto regolarizzare la propria situazione perché la legge che prevedeva il matrimonio era entrata in vigore dopo la morte del partner. I tribunali nazionali avevano respinto le sue richieste relative alla pensione di reversibilità e così ha fatto la Corte europea. Riconosciuto il principio consolidato secondo il quale i rapporti tra coppie dello stesso sesso rientrano nell’ambito della vita privata e familiare, diritto tutelato dall’articolo 8, Strasburgo ha chiarito, però, che la norma in esame non assicura un diritto di beneficiare di uno specifico regime di previdenza sociale come quello ad ottenere la pensione di reversibilità. E questo malgrado nella nozione di vita familiare non rientrino solo aspetti di natura sociale, morale o culturale ma anche interessi materiali. Nel periodo considerato, tra l’altro, gli Stati godevano di un certo margine di apprezzamento, tanto più che mancava un consenso degli Stati circa i diritti da attribuire alle coppie same sex. La Corte esclude, quindi, una violazione del principio di non discriminazione in base all’orientamento sessuale perché il partner che rivendicava la pensione non si trovava nella stessa situazione del coniuge e, quindi, il rifiuto era basato unicamente sul fatto che la coppia non era sposata, circostanza che costituiva una condizione per ottenere la pensione di reversibilità. Così, la Corte esclude un’assimilazione alle coppie che una volta sposate non potevano divorziare per le quali il legislatore era intervenuto con una legislazione ad hoc perché, pur trattandosi di ostacoli giuridici, le due situazioni hanno natura differente e riguardano due contesti diversi. Respinta anche la tesi di un’applicazione retroattiva della legge che ha poi riconosciuto riconosciuto il diritto al matrimonio a persone delle stesso sesso.

Scritto in: matrimonio | in data: 21 giugno 2016 |
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marinabis

C-308:14

 

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 20 giugno 2016 |
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Politici obbligati a una più ampia tolleranza per le critiche che arrivano dalla stampa. Lo dice la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Nadtoka contro Russia depositata il 31 maggio (ricorso n. 38010/05, AFFAIRE NADTOKA c. RUSSIE) con la quale Strasburgo ha condannato le autorità nazionali per aver comminato una sanzione penale nei confronti di una giornalista, redattrice capo di un settimanale russo. La donna aveva pubblicato un articolo critico nei confronti del sindaco di una cittadina russa ed era stata denunciata per ingiuria e condannata. Questo perché una frase dell’articolo che accusava il sindaco di essere sospettato di corruzione e aver ottenuto numerosi vantaggi era stata considerata offensiva. Di qui il ricorso della giornalista a Strasburgo che le ha dato ragione, bocciando, ancora una volta, l’operato dei giudici nazionali che non si attengono ai parametri fissati dalla Corte europea. La Corte, verificato che la restrizione alla libertà di espressione era prevista dalla legge seppure in una norma penale sull’ingiuria troppo generica, ma non vaga e imprecisa, è passata a verificare se la restrizione fosse necessaria per la tutela di un bisogno sociale imperativo. E su questo punto la Corte dà torto alla Russia. Prima di tutto perché i giudici nazionali si sono limitati a considerare unicamente l’espressione utilizzata dalla giornalista senza accertare se la notizia fosse di interesse pubblico. E’ evidente – osserva Strasburgo – che riportare dei giudizi su un uomo politico sospettato di comportamenti illegali è una notizia di interesse generale. Poco importa, tra l’altro, che il sindaco non era stato condannato in sede penale perché la mancata condanna non esclude necessariamente la realtà dei fatti denunciati. Tra l’altro, l’articolo riportava un giudizio di valore e se è vero che è necessario che vi sia una base fattuale sufficiente è anche vero che i giudici nazionali non hanno effettuato alcuna verifica limitandosi a considerare la singola espressione utilizzata dal giornalista. Eppure il grado di esagerazione di un’espressione non è di per sé decisivo tanto più che rientra in scelte stilistiche del cronista, parte integrante del diritto alla libertà di espressione. Senza dimenticare che il giornalista ha diritto a un certo grado di esagerazione e che oggetto dell’articolo era un uomo politico tenuto a una maggiore tolleranza rispetto alle critiche. I limiti della critica ammissibile, infatti, sono più ampi verso un uomo politico rispetto ai privati perché sono i politici a scegliere volontariamente di scendere nell’arena pubblica sottoponendosi a un controllo della collettività. Sul fronte della tenuità della sanzione, la Corte ha respinto la tesi del Governo ribadendo che la pena pecuniaria non deve essere considerata in sé ma rapportata al reddito annuale e chiarendo che, anche nei casi in cui una sanzione penale è tenue, non si può dimenticare che comunque si tratta di una misura penale. La Corte ha così disposto un indennizzo morale per la giornalista pari a 4mila euro e 1.900 euro per le spese processuali.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 19 giugno 2016 |
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Competenza del giudice del luogo in cui le merci sono effettivamente consegnate. E’ questo il titolo di giurisdizione da applicare per le controversie in materia di vendite internazionali di beni mobili nello spazio Ue. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, sezioni unite civili, con la sentenza n. 11381/16 depositata il 31 maggio (11381_2016) che ha sottolineato gli effetti positivi dell’utilizzo di questo criterio per la prevedibilità nell’individuazione del giudice competente, con vantaggi in termine di certezza del diritto. La controversia riguardava un’azienda italiana che aveva ottenuto un’ingiunzione europea di pagamento dal Tribunale di Torino nei confronti della società tedesca che non aveva saldato il prezzo di alcune forniture e che si era opposta all’ingiunzione in linea con il regolamento n. 1896/2006 (modificato dal n. 936/2012), eccependo il difetto di giurisdizione dei giudici italiani a vantaggio dei tribunali tedeschi perché la consegna pattuita era avvenuta in Germania. I giudici italiani, sotto il profilo della giurisdizione, hanno dato ragione all’azienda tedesca, ma la società creditrice si è rivolta alla Cassazione.

La Suprema Corte non ha dubbi nell’affermare l’applicazione dell’articolo 5 del regolamento n. 44/2001 sulla competenza giurisdizionale, l’esecuzione e il riconoscimento delle decisioni in materia civile e commerciale sostituito, da gennaio 2015, dal n. 1215/2012 di analogo tenore. Di qui l’attribuzione della competenza al giudice del luogo di esecuzione della prestazione di consegna, da intendere come il luogo di consegna materiale e non soltanto giuridico dei beni. D’altra parte, solo con la consegna effettiva l’acquirente “ha conseguito o avrebbe dovuto conseguire il potere di disporre effettivamente dei beni stessi alla destinazione finale dell’operazione di vendita”. E’ evidente che la scelta del regolamento di determinare la giurisdizione tra i diversi Stati membri secondo il luogo di consegna in base alle disposizioni di diritto sostanziale assicura un “alto grado di prevedibilità”. Si tratta – scrivono le Sezioni Unite – “di dati di immediata percepibilità e agevole identificabilità, molto prossimi all’obiettività” che, proprio nello spazio Ue, sono di fondamentale importanza. Non solo. La scelta di attribuire la competenza al giudice del luogo di consegna risponde ad un obiettivo di prossimità “grazie alla correlazione tra il contratto e il giudice chiamato a decidere”, tanto più che il contratto di compravendita dei beni si conclude solo nel momento in cui i beni giungono a destinazione. Questo porta la Cassazione a condividere la posizione dei giudici di merito che avevano detto no alla competenza dei giudici italiani a favore di quelli tedeschi.

Respinta anche la possibilità di applicare la Convenzione delle Nazioni Unite sui contratti di compravendita internazionale di merci del 1980, ratificata dall’Italia con legge n. 765/85. Il ricorrente ha invocato l’applicazione dell’articolo 31 della Convenzione che richiama la legge del luogo in cui il vettore prende in consegna la merce, ma la Cassazione ha respinto questa possibilità anche perché la norma, sulla quale prevale il regolamento, non serve per stabilire la giurisdizione, ma solo la legge applicabile.

L’unica possibilità per superare il titolo di giurisdizione fissato dal regolamento Ue è che le parti scelgano in modo chiaro e univoco il giudice competente. Situazione che, secondo la Suprema Corte, non si è verificata, con competenza, così, dei giudici tedeschi.

 

Scritto in: diritto processuale civile internazio | in data: 17 giugno 2016 |
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E’ stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea del 16 giugno (L 159/16), la decisione n. 2016/954 del Consiglio del 9 giugno 2016 che autorizza una cooperazione rafforzata nel settore della competenza, della legge applicabile, del riconoscimento e dell’esecuzione delle decisioni in materia di regimi patrimoniali delle coppie internazionali, con riferimento ai regimi patrimoniali tra coniugi e agli effetti patrimoniali delle unioni registrate (2016:954). La scelta di riunire i due ambiti è dovuta all’esigenza di non violare il principio di non discriminazione come specificato dal considerando n. 7 del Preambolo in base al quale è chiarito che “Al fine di coprire l’intero ambito di applicazione della cooperazione rafforzata in materia di regimi patrimoniali delle coppie internazionali e garantire la non discriminazione dei cittadini, i due atti sostanziali di attuazione dovrebbero essere adottati contemporaneamente”. Con la decisione si apre la fase finale dell’iter di adozione dell’atto Ue che sarà vincolante per Belgio, Bulgaria, Repubblica ceca, Germania, Grecia, Spagna, Francia, Croazia, Italia, Cipro, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Austria, Portogallo, Slovenia, Finlandia e Svezia, Paesi autorizzati a instaurare tra loro una cooperazione rafforzata nel settore.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/approvata-la-risoluzione-sui-regimi-patrimoniali-delle-coppie-internazionali.html

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 17 giugno 2016 |
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