Via libera agli indennizzi individuali e collettivi a favore delle vittime di crimini commessi da Katanga nel 2003 durante l’assalto nel villaggio di Bogoco, in Congo. La Corte penale internazionale, con ordinanza depositata il 24 marzo (ICC-01/04-01/07, CR2017_01525), ha dato il via libera alla liquidazione degli indennizzi, concedendo a 297 vittime su 341, 250 dollari. Pur trattandosi di una somma dal valore meramente simbolico, si tratta di un’importante applicazione dell’articolo 75 dello Statuto della Corte penale internazionale dedicato alla riparazione a favore delle vittime e un monito per coloro che commettono crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Katanga era stato condannato a 12 anni di carcere nel 2012 e la pena era stata ridotta nel 2016. La Corte, nel decidere gli indennizzi, ha applicato il principio di proporzionalità predisponendo una riparazione a titolo individuale e forme di riparazione di natura collettiva, funzionali alla realizzazione di alcuni progetti. Va segnalato, tuttavia, che a causa dello stato di indingenza di Katanga, l’effettivo pagamento potrebbe avvenire attraverso il Trust Fund for Victims.

Scritto in: Corte penale internazionale | in data: 26 marzo 2017 |
Parole Chiave: //

Rischi di segregazione scolastica, discriminazioni e restrizioni nella vita politica. Con inevitabili barriere per la partecipazione dei migranti nella società. Un quadro allarmante, quello che risulta dalla relazione dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali che ha diffuso uno studio su “Promuovere la partecipazione dei migranti e dei loro discendenti” (fra-2017-together-in-the-eu_en). Certo – scrive l’Agenzia – non mancano le buone prassi, ma le strategie per l’integrazione devono essere rafforzate perché i migranti devono far parte della società. Anche tenendo conto che sono ben 20 milioni i cittadini extra Ue che vivono all’interno degli Stati membri. Di conseguenza, per l’Agenzia sono indispensabili nuove strategie di intervento in materia scolastica, piani di azione per i giovani in particolare per evitare marginalizzazione, alienazione e radicalismo e strumenti per un’integrazione effettiva, inclusa la concessione della cittadinanza che è uno strumento essenziale per favorire la partecipazione nella vita pubblica. Che non è solo un valore ma anche una necessità. E se non mancano le buone prassi, l’Agenzia mette in evidenza che ben 16 Stati membri non hanno ancora predisposto iniziative volte a proteggere i migranti dalla discriminazione.

Scritto in: diritti dei migranti | in data: 24 marzo 2017 |
Parole Chiave: //

Sull’applicazione dell’ingiunzione europea di pagamento intervengono le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione. Con la sentenza n. 7075/17 depositata il 20 marzo (ingiunzione europea) relativa al regolamento n. 1896/2006 che istituisce un procedimento europeo d’ingiunzione di pagamento, modificato dal n. 2015/2421 del 2015 che entrerà in vigore il 14 luglio 2017, la Suprema Corte ha detto una parola definitiva sui termini da rispettare nel caso di richiesta di riesame in casi eccezionali. E’ la prima pronuncia su tale questione, arrivata alla Cassazione su ricorso di una società che aveva presentato una richiesta di riesame di un’ingiunzione europea di pagamento emessa nei suoi confronti, riguardante una somma dovuta a un professionista che non aveva ottenuto il pagamento di una prestazione d’opera professionale relativa alla costruzione di un edificio in Austria. La Corte di appello di Trieste aveva dichiarato l’istanza inammissibile.  Il riesame in casi eccezionali, in base al regolamento, è possibile se una notificazione dell’ingiunzione europea è avvenuta senza prova del ricevimento da parte del convenuto che non ha potuto presentare un’opposizione ordinaria per ragioni a lui non imputabili o se si realizzano casi di forza maggiore o altre circostanze eccezionali. Nel caso arrivato in Cassazione, la richiesta della società ricorrente era motivata da vizi nel procedimento di notificazione. In questa ipotesi, va applicata la disciplina sul riesame e non sull’opposizione. Solo in quest’ultimo caso, il regolamento fissa il termine in 30 giorni, senza rinvio agli ordinamenti interni, mentre nulla dice per il riesame e, lo stesso articolo 20 non fissa un termine. Di conseguenza, ad avviso della Cassazione, è indispensabile rifarsi all’ordinamento nazionale. In questa direzione, la Corte ricorda l’articolo 26 del regolamento che disciplina il rapporto con le norme processuali nazionali e che, d’altra parte, precisa che “tutte le questioni procedurali non trattate specificamente dal presente regolamento sono disciplinate dal diritto nazionale”. Di conseguenza, poiché il termine di proposizione del riesame è una questione procedurale, per stabilire le scadenze è necessario applicare l’articolo 650 del codice di procedura civile. Tanto più che nella comunicazione effettuata dall’Italia alla Commissione europea sul procedimento di riesame, è stata stabilita la competenza dello stesso giudice che ha messo l’ingiunzione e si è fatto riferimento all’articolo 650 e, quindi, al termine di dieci giorni stabilito nella norma richiamata.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 22 marzo 2017 |
Parole Chiave: //

Per bloccare la diffusione di cartelli segreti la Commissione europea dà il via a un nuovo sistema che consente a un privato cittadino di segnalare la violazione di norme antitrust con garanzia di anonimato. In questo modo Bruxelles, con una maggiore protezione dei whistleblowers, mira a fronteggiare in modo più incisivo le pratiche commerciali sleali che portano ad accordi sui prezzi e a danni sull’economia europea, con l’obiettivo di rafforzare l’efficacia delle indagini.

Il nuovo strumento funzionerà così: gli informatori si potranno avvalere di un sistema di messagistica criptata con un meccanismo di comunicazione a due vie. La gestione sarà affidata a un fornitore di servizi esterno che agirà come intermediario limitandosi a trasmettere il contenuto dei messaggi senza comunicare i metadati, con totale garanzia dell’anonimato dell’informatore. La Commissione potrà chiedere chiarimenti e dettagli e fornirà risposte ai cittadini.

Diversi i mezzi di comunicazione con la Commissione: uno criptato seguendo quest’indirizzo https://secure.secway.info/eu/start.php e uno senza copertura di anonimato attraverso la email comp-whistleblower@ec.europa.eu.

Scritto in: concorrenza | in data: 20 marzo 2017 |
Parole Chiave: //

La decisione del datore di lavoro di vietare alle proprie dipendenti l’utilizzo del velo islamico in azienda non è contrario al diritto Ue se il no a mostrare segni religiosi è applicato in modo generale e indiscriminato. Questo perché la politica di neutralità della società rispetto al credo religioso, se applicata verso tutti i lavoratori senza discriminazioni, legittima il divieto e non provoca una violazione della libertà di credo. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza depositata il 14 marzo (causa C-157/15, Achbita, C-157:15). La questione pregiudiziale è stata sollevata dalla Corte di cassazione belga alle prese con una controversia tra un’impresa, che forniva servizi di sicurezza e di vigilanza e una dipendente, licenziata perché si era rifiutata di lavorare priva del velo islamico. La società belga aveva vietato ai dipendenti di indossare sul luogo di lavoro “segni visibili delle convinzioni politiche, filosofiche o religiosi”, ma la donna aveva comunicato ai superiori di voler indossare il velo durante l’orario di lavoro, malgrado l’introduzione di una modifica al regolamento interno con la quale era vietato l’utilizzo di segni visibili. La donna era stata licenziata, ma i giudici nazionali avevano ritenuto legittimo il provvedimento La Cassazione, prima di decidere, ha chiamato in aiuto la Corte Ue che, di fatto, ha dato ragione all’azienda.

Prima di tutto, gli eurogiudici hanno delineato il perimetro della nozione di religione fissata nella direttiva 2000/78 sulla parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro (recepita in Italia con Dlgs n. 216/2003) che va interpretata – osserva Lussemburgo – tenendo conto dell’articolo 9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, delle tradizioni costituzionali comuni e della Carta dei diritti fondamentali. Di conseguenza, la nozione di religione, che ha un’accezione ampia, include il diritto di manifestare il proprio credo proprio perché l’articolo 1 della direttiva include il forum internum e quello externum, ossia la manifestazione pubblica della fede. Detto questo, però, la Corte Ue ammette il diritto di porre limitazioni alla manifestazione del credo sul posto di lavoro se l’azienda persegue un obiettivo legittimo come l’affermazione di una politica di neutralità politica, filosofica o religiosa. Si tratta – scrive la Corte – di una finalità legittima che può giustificare alcune limitazioni all’esternazione del credo. A patto, però, che le limitazioni riguardino tutti i dipendenti, “imponendo loro, in maniera generale ed indiscriminata, segnatamente una neutralità di abbigliamento”, che può portare al divieto di indossare segni religiosi. Se il principio di parità di trattamento è rispettato, il datore di lavoro non commette una discriminazione diretta e, quindi, agisce in modo conforme al diritto Ue. Se, invece, la regola interna che fissa il divieto di indossare segni visibili vale solo con riferimento ad alcuni dipendenti il datore di lavoro incorre in una violazione del diritto dell’Unione. Nel caso arrivato a Lussemburgo, però, il divieto riguardava tutti i dipendenti e quindi, la norma trattava in modo identico i lavoratori ai quali era imposto il rispetto del principio di neutralità. La Corte, in ogni caso, lascia un margine di intervento ai giudici nazionali chiamati a verificare se una norma apparentemente neutra non comporti, nell’applicazione concreta, una situazione di particolare svantaggio per coloro che aderiscono a una determinata religione o ideologia. Esclusa l’esistenza di una discriminazione diretta, Lussemburgo ha ammesso che, anche azioni che in sé possono costituire una disparità di trattamento, possono essere consentite se giustificate in modo oggettivo da una finalità legittima e se i mezzi impiegati sono appropriati e necessari. E proprio tra le finalità legittime, la Corte mette in primo piano l’esigenza, per un datore di lavoro, di adottare “una politica di neutralità politica, filosofica o religiosa”, per dare ai propri clienti un segno della libertà di impresa garantita anche dall’articolo 16 della Carta dei diritti fondamentali. Un’esigenza che Lussemburgo tutela soprattutto quando il datore di lavoro agisce con misure proporzionali, ad esempio ponendo limiti all’utilizzo di segni visibili quando si tratta di dipendenti che entrano in contatto con i clienti dell’azienda. In linea, sul punto, con quanto stabilito in passato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che ha anche dato il via libera alle legislazioni nazionali che vietano di indossare il velo islamico in luoghi di lavoro pubblico.

Sempre il 14 marzo, nella causa C-188/15 (C-188:15), la Corte Ue ha invece bocciato il comportamento di un datore di lavoro che aveva licenziato una dipendente per assecondare un cliente il quale non voleva che i servizi dell’azienda fossero forniti da una lavoratrice che indossava il velo islamico. In questo caso, infatti, non è stato dimostrato che l’assenza del velo era un requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell’attività lavorativa perché sono state incluse considerazioni soggettive “quali la volontà del datore di lavoro di tener conto dei desideri particolari del cliente”.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/velo-islamico-principio-di-neutralita-da-garantire-nello-spazio-ue.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/divieto-di-velo-islamico-sdoganato-a-strasburgo.html

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 17 marzo 2017 |
Parole Chiave: //

La Turchia sotto i riflettori della Commissione Venezia del Consiglio d’Europa che bolla come contrarie agli standard della Convenzione europea dei diritti dell’uomo le misure adottate all’indomani del tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016 e fortemente volute da Erdogan. Prima di tutto, sul fronte della libertà di stampa: nel parere n. 872 presentato il 13 marzo 2017 (CDL-AD(2017)007, Turchia- media) il gruppo di esperti, che ha monitorato le misure predisposte a seguito del tentato colpo di stato con riguardo agli effetti sulla libertà di stampa, ha accertato che diversi strumenti messi in campo sono inaccettabili per gli standard convenzionali. Grande preoccupazione, poi, per il numero ingente di indagini penali avviate, senza alcuna ragione, contro i giornalisti. La Commissione ha chiesto, inoltre, che i giornalisti non siano messi sotto indagine con capi di accusa come l’appartenenza a gruppi terroristici. Diffuso, inoltre, un parere sulle modifiche alla Costituzione approvate il 21 gennaio 2017, per le quali il 16 aprile è previsto un referendum. Nel parere n. 875/2017 (CDL-AD(2017)005 turchia-costituzione), la Commissione Venezia lancia l’allarme sui passi indietro rispetto ai valori democratici. Se è vero che gli Stati sono liberi di scegliere le proprie regole costituzionali, è anche vero che gli Stati devono rispettare il principio della separazione dei poteri e la rule of law. Evidente, nel nuovo progetto costituzionale, un arretramento rispetto alle tradizioni democratiche. Critiche anche per i cambiamenti nel funzionamento del sistema giudiziario in ambito penale (si veda il parere n. 852, CDL-AD(2017)004, giudici).

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/turchia-in-flagrante-violazione-dei-diritti-umani-liberta-di-stampa-sotto-scacco.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/turchia-la-cedu-insiste-nel-chiedere-il-previo-esaurimento-dei-ricorsi-interni.html

Scritto in: diritti umani | in data: 16 marzo 2017 |
Parole Chiave: //

Ai minori stranieri non accompagnati che arrivano illegalmente in Italia va assicurata, nel più breve tempo possibile, la nomina di un tutore e, solo in una fase successiva, si può procedere a verificare le condizioni per l’adozione. Di conseguenza, spetta al Tribunale (in questo caso di Marsala) e non al Tribunale per i minorenni procedere alla nomina del tutore. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, sesta sezione civile -I, con l’ordinanza n. 686/2017 sul regolamento di competenza proposto dal Tribunale per i minorenni di Palermo (686:2017). Al centro della questione la nomina di un tutore per un minore sbarcato in Italia irregolarmente. Il Tribunale di Marsala si era dichiarato incompetente, ma questa decisione era considerata dal Tribunale per i minorenni in contrasto con il Dlgs n. 142/2015 con il quale sono state recepite le direttive 2013/33/Ue recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e 2013/32/Ue sulle procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale. L’articolo 19 – chiarisce la Cassazione – fissa le modalità di assistenza dei minori, privi di familiari adulti e impone all’autorità di pubblica sicurezza di dare immediata comunicazione della presenza del minore al giudice tutelare. In questo modo, si assicura una prossimità territoriale nell’intervento che “sarebbe da escludere in caso di scelta di un organo distrettuale come il tribunale per i minorenni”. Tale organo ha competenza solo nei casi in cui sia pendente un procedimento funzionale alla dichiarazione di adottabilità. In questo modo, sono pienamente rispettate le procedure per l’ingresso dei minori “al fine di non procedere ad adozioni internazionali illegali”.

Scritto in: diritti dei migranti | in data: 16 marzo 2017 |
Parole Chiave: //

Analisi delle richieste di asilo troppo lente. Interventi inefficaci in materia di integrazione. Misure preventive non adeguate per fronteggiare la tratta di esseri umani. E’ quanto risulta dal quadro tracciato dal Rappresentante speciale del Segretario generale del Consiglio d’Europa per le migrazioni e i rifugiati, Tomas Bocek, nel rapporto del 2 marzo 2017 diffuso l’8 marzo (SG/Inf(2017)8, report). In primo piano, l’esigenza di accelerare l’esame delle richieste di asilo e delle domande di ricollocazione e di ricongiungimento familiare. Nel rapporto, si sottolineano le debolezze dell’Italia nel sistema dei rimpatri volontari che “rischia di incoraggiare l’afflusso di un sempre maggior numero di migranti economici irregolari”. Certo – osserva il Rappresentante speciale – l’Italia si trova in prima linea, tenendo conto che i migranti arrivati in Italia nel 2016 hanno superato quota 180mila e di questi ben 25mila sono minori non accompagnati. Pertanto, gli altri Paesi del Consiglio d’Europa dovrebbero mostrare una maggiore solidarietà per alleviare l’onere che grava sull’Italia. Dal canto suo, Roma deve mettere in campo misure di assistenza in piena conformità con il rispetto dei diritti umani.

Scritto in: Consiglio d'europa | in data: 15 marzo 2017 |
Parole Chiave: //

Il ruolo dell’Onu nelle crisi globali e la tutela dei diritti umani. Sono i temi al centro della serie di incontri che si terrà a Bari nell’ambito del programma su “ONU e Diritti umani al Cinema – Linguaggi della comunicazione e libertà d’espressione”. La serie di incontri si inserisce nel programma “Ciné-ONU” del Centro regionale di informazione delle Nazioni Unite di Bruxelles. Il primo incontro ha al centro il dramma dei richiedenti asilo e il principio di non refoulement: appuntamento il 15 marzo 2017 alle ore 9.30, presso il Cineporto di Bari, Padiglione 180, Fiera del Levante. Durante l’incontro verrà proiettato il documentario premio Orso D’oro di Berlino e nominato all’Oscar Fuocoammare. Interverranno: Silvio Tafuri (docente di Igiene – Uniba); Silvia Di Gaetano (Refugee Status Determination Eligibility Expert – UNHCR); Giovanni Maria Bellu (Presidente dell’Associazione Carta di Roma). Introduce l’incontro Marina Castellaneta, (docente di Diritto internazionale – Uniba)

Le prossime proiezioni seguiranno il seguente calendario:
20 aprile 2017 ore 9.30, il diritto delle vittime alla verità: La verità sta in cielo;
5 maggio 2017 ore 9.30, il conflitto in Siria: Ombre dal fondo.
11 maggio 2017 ore 9.30, il caso Snowden e Privacy: Citizenfour.

La frequenza agli incontri, che si terranno presso il Cineporto di Bari raggiungibile dall’Ateneo (ingresso Piazza Umberto I) con bus navetta in partenza alle ore 9.00, consente l’acquisizione di crediti formativi a studenti e giornalisti. Su richiesta, che va comunicata il primo giorno di proiezione all’atto di firma, sarà rilasciato attestato di frequenza.

Per informazioni inviare mail a: studenti UniBA marina.castellaneta@uniba.itfrancesco.celentano@uniba.it
giornalisti saracino.lorena@libero.it

Qui il programma completo  Locandina CineONU_1 incontro

Scritto in: convegni | in data: 14 marzo 2017 |
Parole Chiave: //

I notai chiamati a svolgere un’attività nei procedimenti di esecuzione forzata in attuazione del regolamento Ue sul titolo esecutivo europeo non possono essere qualificati come giudici o come autorità giurisdizionali nazionali se non è rispettato il principiio del contraddittorio. Di conseguenza, i mandati di esecuzione non sono assimilati ai titoli esecutivi europei e non godono, quindi, della libertà di circolazione fissata nel regolamento Ue n. 805/2004.

E’ la Corte di giustizia dell’Unione europea a stabilirlo con la sentenza depositata il 9 marzo relativa a due cause riunite, C-484/15 (C-484:15) e C-551/15 (C-551:15). Gli eurogiudici hanno ribaltato le conclusioni depositate l’8 settembre 2016 dell’Avvocato generale Bot, raggiungendo un verdetto che certo limita la competenza dei notai nell’applicazione del regolamento (CE) n. 805/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 aprile 2004, che istituisce il titolo esecutivo europeo per i crediti non contestati.

A rivolgersi alla Corte, i giudici croati. Nel primo caso, un avvocato aveva chiesto al notaio un mandato di esecuzione forzata nei confronti di un suo cliente che non aveva versato la parcella dovuta. Il notaio, però, si era rifiutato di emettere la certificazione del mandato come titolo esecutivo europeo perché, a suo avviso, non erano soddisfatti i requisiti previsti dall’atto Ue. Così, la documentazione era stata inviata al Giudice del distretto municipale di Novi Zagreb che ha sollevato alcuni quesiti pregiudiziali d’interpretazione a Lussemburgo. Nell’altra causa (C-551/15) un notaio aveva emesso un mandato di esecuzione nei confronti di un cittadino tedesco che non aveva pagato l’importo dovuto a una società di parcheggi in Croazia, ma a causa dell’opposizione del debitore, il giudice distrettuale di Pola ha ugualmente chiamato in aiuto la Corte Ue.

Punto centrale è se le funzioni di notaio possano essere assimilabili a quelle di un giudice ai fini del regolamento 805/2004. E questo in particolare nei casi in cui nei procedimenti di esecuzione forzata sia adottato un atto autentico. Prima di tutto, gli eurogiudici hanno chiarito che le nozioni del regolamento Ue sono da interpretare in modo autonomo e uniforme, tenendo conto del contesto della norma e dello scopo perseguito dalla normativa. Escluso, quindi, il rinvio al diritto interno anche per evitare applicazioni a macchia di leopardo dell’atto Ue. Per la Corte, anche se il regolamento non indica le caratteristiche necessarie per qualificare un soggetto come giudice e per classificare un procedimento come giudiziario, da un confronto con altri atti Ue si desume che la nozione di organo giurisdizionale formulata nel regolamento n. 805 si riferisce unicamente alle autorità giudiziarie. Se il legislatore Ue avesse voluto comprendere una nozione più ampia avrebbe fatto una scelta analoga al regolamento n. 650/2012 sulle successioni in cui è chiarito che il termine organo giurisdizionale comprende non solo le autorità giudiziarie ma anche le altre autorità competenti che esercitano funzioni giudiziarie. Non solo. Per la Corte il contesto della libera circolazione delle decisioni, che è alla base del funzionamento del titolo esecutivo europeo, impone un’interpretazione restrittiva “degli elementi che definiscono la nozione di giudice”. Questo – osserva la Corte – proprio per consentire alle autorità nazionali “di individuare le decisioni emesse da giudici di altri Stati membri” che devono rispettare garanzie di indipendenza, di imparzialità e il principio del contraddittorio. Se, quindi, il notaio emette un mandato di esecuzione sulla base di un atto autentico notificato al debitore dopo la sua adozione, il principio del contraddittorio non è rispettato.

La Corte ha poi concluso che l’atto pubblico non può essere certificato come titolo esecutivo europeo se il debitore non riconosce espressamente il credito.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 14 marzo 2017 |
Parole Chiave: //