Con due sentenze depositate il 13 settembre, la Corte di giustizia dell’Unione europea è intervenuta a delineare i limiti agli interventi delle autorità nazionali che dispongono espulsioni in modo automatico e negano il permesso di soggiorno a cittadini extra Ue, familiari di cittadini di Paesi membri, senza una valutazione specifica del livello di pericolosità sociale dell’interessato, basandosi unicamente sull’esistenza di precedenti condanne. In particolare, con la sentenza (C-165/14, c-16514; si veda anche, sull’espulsione, la C-304/14, c-30414), la Corte ha stabilito che solo nei casi di una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave per un interesse fondamentale dello Stato membro ospitante, le autorità nazionali possono negare il permesso di soggiorno di un cittadino di uno Stato terzo che ha l’affidamento esclusivo dei figli, cittadini Ue. E’ stata la Cassazione spagnola a rivolgersi agli eurogiudici nel caso di un cittadino colombiano, padre di due minorenni cittadini Ue con residenza in Spagna, al quale era stato negato il permesso di soggiorno a causa di precedenti penali a suo carico. L’uomo, che aveva in affidamento esclusivo i due figli, regolarmente accuditi e scolarizzati, era stato condannato con sospensione condizionale della pena. La domanda di permesso di soggiorno era stata respinta. La Corte di giustizia Ue, in primo luogo, chiarito che il diritto di soggiorno di cittadini extra Ue, familiari di cittadini di Paesi membri, non è incondizionato, ma subordinato alle condizioni previste dal Trattato e dalla direttiva 2004/38 sul diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, ha precisato che i motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza possono essere invocati per bloccare il soggiorno, ma solo in casi eccezionali e tenendo conto che “quanto più forte è l’integrazione dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari nello Stato membro ospitante, tanto più elevata dovrebbe essere la protezione contro l’allontanamento”. D’altra parte, la deroga al diritto di soggiorno dei cittadini Ue e dei loro familiari è un’eccezione all’esercizio di un diritto come la libera circolazione del figlio cittadino Ue, da interpretare in modo restrittivo e nel rispetto del principio di proporzionalità che impone, per di più, di tenere conto dell’interesse superiore del minore e del diritto al rispetto della vita familiare garantito dall’articolo 7 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Con la conseguenza che un provvedimento (espulsione o diniego al permesso di soggiorno) va adottato solo dopo una valutazione del comportamento personale dell’interessato. E’ evidente che la sola esistenza di una condanna pregressa non giustifica in modo automatico il no al soggiorno proprio perché in sé non è una minaccia “reale e attuale nei confronti di un interesse fondamentale della società”. Nella stessa ottica, non possono essere presi in considerazione motivi di prevenzione generale, funzionali unicamente a “dissuadere altri stranieri”.

Scritto in: diritti dei migranti, libera circolazione | in data: 6 ottobre 2016 |
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Dal 2019 vita quotidiana semplificata per i cittadini interessati da questioni transfrontaliere. E’ stato pubblicato, infatti, sulla Gazzetta Ufficiale Ue L 200 del 26 luglio il regolamento che promuove la libera circolazione dei cittadini semplificando i requisiti per la presentazione di alcuni documenti pubblici nell’Unione europea e che modifica il regolamento (UE) n. 1024/2012 (regolamento) che, in via generale, salvo alcune norme, sarà applicabile dal 16 febbraio 2019. Grazie alle nuove disposizioni, con l’utilizzo di moduli standard multilingue, sarà assicurata un’effettiva circolazione di documenti come il certificato di nascita, l’atto di matrimonio, il certificato di morte, senza necessità di legalizzazione. Un netto miglioramento “dell’iter burocratico del cittadino europeo mobile”. In ogni caso, il regolamento riguarda unicamente l’autenticità dei documenti pubblici, con la conseguenza che gli Stati membri “continueranno ad applicare le norme nazionali sul riconoscimento del contenuto e degli effetti dei documenti pubblici rilasciati in un altro Paese dell’Unione”. Per quanto riguarda l’ambito di applicazione oggettivo, il futuro regolamento si occuperà unicamente di taluni documenti come quelli che certificano: la nascita, l’esistenza in vita, il decesso, il nome, il matrimonio, compresi la capacità di contrarre matrimonio e lo stato civile, il divorzio, la separazione legale e l’annullamento del matrimonio, le unioni registrate, compresi la capacità di contrarre un’unione registrata e lo stato di unione registrata, lo scioglimento di un’unione registrata, la separazione legale o l’annullamento di un’unione registrata, la filiazione, l’adozione, il domicilio e/o la residenza, la nazionalità, l’assenza di precedenti penali, il diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni amministrative nello Stato membro di residenza e alle elezioni del Parlamento europeo. Sono esclusi i documenti pubblici rilasciati da un’autorità di uno Stato terzo e copie autenticate prodotte dalle autorità di uno Stato membro.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/passi-avanti-per-lapprovazione-del-regolamento-ue-sul-riconoscimento-dei-documenti-pubblici.html

Scritto in: libera circolazione | in data: 4 agosto 2016 |
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Troppo tempo e troppi soldi per ottenere il riconoscimento di un documento pubblico nello spazio Ue. Per ovviare a un sistema che rischia, in molti casi, di compromettere la libera circolazione delle persone fisiche e giuridiche, la commissione per gli affari giuridici del Parlamento europeo ha approvato un accordo con il Consiglio che punta a semplificare le procedure (qui il testo della proposta di regolamento proposta). Con il nuovo strumento per avvalersi di un documento pubblico rilasciato in uno Stato membro in un altro Paese Ue non dovrà più essere richiesta l’autenticazione (apostilla) per i documenti inclusi nel regolamento come i documenti legali di stato (matrimonio, unioni civili, certificati di nascita e di morte), i certificati di residenza e domicilio, lo stato dei diritti elettorali e l’assenza di precedenti penali. Restano però fuori settori cruciali come quello del commercio e dell’istruzione. Il sistema è basato sull’utilizzo di moduli multilingue. In ogni caso, il riconoscimento del documento non darà luogo a diritti non previsti nello Stato membro nel quale si chiede il riconoscimento. Si tratta – ha dichiarato il relatore Mady Delvaux  – del primo passo verso la predisposizione di documenti pubblici comuni all’interno dell’UE.

Per la documentazione completa si veda il sito http://www.europarl.europa.eu/oeil/popups/ficheprocedure.do?reference=2013/0119(COD)&l=en.

Scritto in: libera circolazione | in data: 30 novembre 2015 |
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Se il procedimento di divorzio tra una cittadina Ue e un cittadino di uno Stato terzo è preceduto dalla partenza della prima dal Paese membro di residenza, diverso da quello della cittadinanza, il partner extra Ue non può invocare il diritto di soggiorno in base alla direttiva 2004/38 relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, che modifica il regolamento n. 1612/68, recepita in Italia con il Dlgs 30/2007, modificato dal Dlgs 32/2008 e poi dalla legge 129/2011. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza del 16 luglio 2015 (causa C-218/14, singh) a seguito di un rinvio pregiudiziale targato Irlanda. Le tre vicende che hanno poi portato l’High Court irlandese a rivolgersi a Lussemburgo sono simili e vedono al centro cittadini di Paesi terzi arrivati in Irlanda e poi sposatisi con cittadine Ue. I mariti extra Ue avevano ottenuto il permesso di soggiorno in qualità di coniugi di cittadini dell’Unione che risiedevano in un altro Stato membro. Nel momento in cui erano state avviate le procedure di divorzio e le cittadine Ue si erano allontanate dall’Irlanda sono sorti problemi perché le autorità irlandesi avevano respinto il mantenimento del permesso di soggiorno dei richiedenti, cittadini di Paesi terzi.

Punto essenziale è che i cittadini extra Ue non sono titolari di diritti autonomi, ma derivati dall’esercizio della libertà di circolazione di un cittadino dell’Unione. E’ evidente – osserva la Corte di giustizia – che per godere dei diritti fissati nella direttiva non è richiesta la coabitazione, ma piuttosto di “rimanere entrambi nello Stato membro in cui il coniuge cittadino dell’Unione esercita il diritto alla libera circolazione”. Questo vuol dire che il cittadino di un Paese terzo ha il diritto di soggiorno solo nel Paese in cui il cittadino Ue risiede. Con l’allontanamento delle mogli, che si erano spostate in altri Paesi Ue, i cittadini di Paese terzi non rispettavano più le condizioni richieste. L’articolo 13 della direttiva stabilisce che il divorzio non determina la perdita del diritto di soggiorno dei familiari di un cittadino dell’Unione se il matrimonio è durato almeno tre anni, dei quali almeno uno trascorso nello Stato Ue ospitante prima dell’inizio del procedimento giudiziario di divorzio. Ora, nel caso di specie, i coniugi cittadini dell’Unione avevano lasciato lo Stato membro ospitante e si erano trasferiti in un altro Paese Ue già prima dell’avvio della procedura di divorzio. Una condizione che non consente al cittadino di un Paese terzo di mantenere il diritto di soggiorno in base all’articolo 13 della direttiva. Detto questo, però, la Corte lascia spazio alla possibilità per gli Stati membri, come era stato alla fine nel caso dell’Irlanda, di consentire il soggiorno, senza che ciò, però, sia imposto dal diritto Ue.

Scritto in: libera circolazione | in data: 7 agosto 2015 |
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Gli Stati membri possono rifiutarsi di riconoscere la validità di una patente rilasciata in un altro Paese Ue se il titolare del documento ha commesso un’infrazione sul proprio territorio, senza che ciò incida sull’utilizzo del permesso di guida nello Stato di residenza. A condizione, però, che lo Stato preveda dei meccanismi per riacquistare l’idoneità alla guida, che non può essere revocata in modo indefinito. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea nella sentenza depositata il 23 aprile nella causa C-260/13 (patenti corte), con la quale la Corte ha delineato la ripartizione di competenze tra lo Stato che rilascia la patente e gli altri Stati alla luce di quanto stabilito dalla direttiva 2006/126/CE del 20 dicembre 2006, concernente la patente di guida, recepita in Italia con decreto legislativo n. 59 del 18 aprile 2011. Va ricordato che la citata direttiva è stata modificata, solo per limitati aspetti, dalla 2015/653 del 24 aprile 2015. La vicenda ha preso il via dalla revoca della patente emessa in Austria a una cittadina austriaca, che si era spostata in automobile in Germania. Le autorità tedesche avevano deciso che la donna non avrebbe potuto guidare in Germania con la patente acquisita in Austria per aver guidato sotto gli effetti di stupefacenti. Poiché sulla base del verbale redatto dal medico tedesco non risultavano segni evidenti di guida sotto l’effetto di stupefacenti, le autorità austriache non avevano considerato la donna inidonea alla guida. Il Tribunale amministrativo di Sigmaringen, in Germania, adito dalla donna che chiedeva il pieno utilizzo della patente austriaca in Germania, prima di risolvere la questione, ha chiesto alla Corte di giustizia Ue di chiarire la portata della direttiva 2006/126 che, affermando l’obbligo di riconoscimento reciproco delle patenti, potrebbe risultare violato dal provvedimento tedesco. In realtà, la Corte, stabilito che la direttiva lascia spazio all’applicazione delle leggi penali e di polizia dello Stato territoriale, ha affermato che uno Stato membro, sul cui territorio il titolare di una patente di guida, rilasciata in un altro Stato Ue, ha commesso un’infrazione, può rifiutarsi di riconoscere la validità della patente in ragione dell’infrazione commessa, seppure con effetti limitati del provvedimento al proprio territorio. Tuttavia, per rispettare anche il diritto alla libera circolazione e il principio del riconoscimento reciproco delle patenti, lo Stato membro che non riconosce la patente deve stabilire i requisiti perché il titolare possa riacquistare il diritto di guidare, nel rispetto del principio di proporzionalità.

 

Scritto in: libera circolazione | in data: 10 maggio 2015 |
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Pubblicata la direttiva 2015/413 dell’11 marzo 2015 intesa ad agevolare lo scambio transfrontaliero di informazioni sulle infrazioni in materia di sicurezza stradale (infrazioni stradali). L’Unione già da tempo si propone di ridurre, con appositi programmi di sicurezza stradale, il numero delle vittime di incidenti. Tuttavia, constatate le difficoltà di applicazione effettiva delle sanzioni pecuniarie così come quelle relative allo svolgimento delle indagini, l’Unione prova a migliorare il quadro con la direttiva in esame adottata dopo che la Corte di giustizia Ue, con la sentenza del 6 maggio 2014 nella causa C-43/12, aveva annullato la direttiva 2011/82 a causa della base giuridica non corretta (art. 87, cooperazione di polizia).

La direttiva 2015/413 ripropone il contenuto della precedente modificando la base giuridica (oggi art. 91, dedicato ai trasporti) e fissa norme comuni per le apparecchiature automatiche di controllo per la sicurezza stradale, favorendo la diffusione di informazioni in particolare quando si compie un viaggio in uno Stato membro diverso da quello di immatricolazione. Al centro della direttiva il rafforzamento dello scambio trasnfrontaliero di informazioni per alcune infrazioni a prescindere della loro natura civile o penale. Resta fuori l’armonizzazione delle infrazioni e la previsione di un trattamento uniforme. Il sistema prescinde dalla qualificazione nazionale e punta sull’utilizzo del sistema europeo d’informazione sui veicoli e le patenti di guida (Eucaris). Dopo aver stabilito le infrazioni che rientrano nel campo di applicazione della direttiva, quali l’eccesso di velocità, il mancato uso della cintura di sicurezza, il mancato arresto davanti a un semaforo rosso, la guida in stato di ebbrezza, la guida sotto l’influsso di sostanze stupefacenti, il mancato uso del casco protettivo, la circolazione su una corsia vietata, l’uso illecito di telefono cellulare o di altri dispositivi di comunicazione durante la guida, l’atto Ue stabilisce le regole procedurali per lo scambio di informazioni con l’individuazione, nell’allegato II, di un modello da utilizzare per la trasmissione della lettera d’informazione e con l’individuazione dei dati necessari per consentire le ricerche sugli autori delle infrazioni. Centrale nel funzionamento del sistema, il ruolo dei punti di contatto e il sistema di accesso ai dati.

La direttiva deve essere recepita entro il 6 maggio 2015.

Scritto in: libera circolazione | in data: 16 marzo 2015 |
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Libera circolazione sì, ma evitando gli abusi del diritto. In questa direzione, la Commissione europea ha adottato, il 26 settembre, una comunicazione (com_2014_604_en) e un manuale che contiene orientamenti operativi per gli Stati membri al fine di fronteggiare la proliferazione dei matrimoni fittizi tra cittadini Ue e cittadini di Stati terzi (swd_2014_284_en). L’obiettivo – precisa Bruxelles – è fare in modo che le autorità nazionali utilizzino gli stessi criteri fattuali e giuridici per valutare l’esistenza di un matrimonio fittizio, funzionale solo ad ottenere l’ingresso e la permanenza in un Paese Ue. Gli abusi – si legge nello studio – possono compromettere la libera circolazione. Di conseguenza, l’esecutivo indica la strada da seguire per bloccare queste pratiche. Tra le misure, il meccanismo di doppia sicurezza “per ridurre al minimo il pericolo di identificare erroneamente una coppia autentica come fittizia”. La Commissione, nel manuale, ha anche indicato i parametri, ripresi dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo nonché dalla prassi della Corte di giustizia dell’Unione europea, da utilizzare per riuscire ad accertare l’esistenza di questi matrimoni richiedendo un rafforzamento della cooperazione tra Stati. Nel rispetto, però, della salvaguardia dei diritti processuali degli individui affermati dagli ordinamenti nazionali e dal diritto Ue.

 

Scritto in: libera circolazione | in data: 29 settembre 2014 |
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No al requisito della cittadinanza italiana per i candidati alla Presidenza delle autorità portuali. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea nella sentenza depositata il 10 settembre (causa C-270/13, autorità portuale) che potrebbe avere effetti di più ampia portata grazie all’interpretazione restrittiva della nozione di esercizio di pubblici poteri fatta da Lussemburgo. E’ stato il Consiglio di Stato italiano a rivolgersi alla Corte Ue. Era stato nominato Presidente dell’Autorità portuale di Brindisi un cittadino greco. Un concorrente aveva impugnato il decreto di nomina del Ministero: il Tar gli aveva dato ragione sostenendo la necessità del requisito della cittadinanza italiana e invocando l’articolo 51 della Costituzione. Il presidente aveva fatto appello al Consiglio di Stato che ha chiamato in aiuto la Corte Ue. Che ha bocciato la tesi volta a imporre la cittadinanza dello Stato membro per le nomine in autorità se manca un esercizio continuativo di pubblici poteri.

Prima di tutto, la Corte ha affermato l’applicazione dell’articolo 45 del Trattato Ue che assicura la libera circolazione dei lavoratori. Il presidente dell’autorità portuale, afferma la Corte, svolge le sue funzioni con un vincolo di subordinazione dal Ministro che ha poteri direttivi, di controllo e sanzionatori, tanto da poter revocare la nomina. Tutte caratteristiche che evidenziano l’esistenza di un rapporto di subordinazione, confermata anche dal fatto che la retribuzione è versata come corrispettivo per lo svolgimento dei compiti affidati dalla legge. Chiarita l’applicazione dell’articolo 45 e, quindi, della libera circolazione dei lavoratori con un divieto di discriminazioni in base alla cittadinanza, la Corte ha anche respinto la possibilità di invocare l’eccezione prevista nel Trattato che esclude dalla regola gli impieghi nella pubblica amministrazione. Per la Corte, l’eccezione deve essere interpretata in modo restrittivo e può essere invocata solo nei casi di esercizio di pubblici poteri. Un’ipotesi che non si configura per un’autorità come quella in discussione: manca, infatti, la partecipazione a una potestà d’imperio ed da escludere che serva a tutelare interessi generali dello Stato che giustifichino una nomina riservata ai cittadini italiani. Tanto più – osservano gli eurogiudici – che il potere decisionale è del Comitato portuale e non del Presidente. E’ vero che i poteri d’imperio sono esercitati in alcuni casi dal Presidente ma l’eccezione al principio della libera circolazione dei lavoratori può essere invocata solo se i poteri sono esercitati in modo abituale e non costituiscono una parte ridotta dell’attività. Di qui la conclusione che per la nomina a presidente di un’autorità in cui non vi è un esercizio abituale di un pubblico potere la cittadinanza dello Stato membro non può essere posta come condizione

Scritto in: libera circolazione | in data: 12 settembre 2014 |
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Non è una  pratica abusiva e non costituisce, quindi, abuso del diritto, il comportamento di un cittadino che si reca in un altro Stato membro per ottenere una qualifica professionale e poi torna in patria per esercitare la professione con il titolo acquisito all’estero. Un principio chiaro che non ammette fughe nell’applicazione e non lascia spazio al fraintendimento. Lo ha fissato la Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza depositata il 17 luglio (cause riunite C-58/13 e C-59/13, Torresi, C-58:13), che apre la strada a un obbligatorio cambiamento nelle prassi interne relative alle istanze di iscrizione nella sezione speciale dell’Albo degli avvocati dedicata a quelli stabiliti e, soprattutto degli abogados, con effetti che in realtà potrebbero andare anche al di là del caso dei legali, coinvolgendo tutti i professionisti interessati ad ottenere la qualifica in uno Stato membro diverso da quello della cittadinanza o in cui hanno ottenuto il diploma di laurea, per poi iscriversi in un albo ed esercitare in Italia. La pronuncia della Corte è stata la conseguenza del rinvio pregiudiziale del Consiglio nazionale forense. Due cittadini italiani, conseguita la laurea in giurisprudenza in Italia, avevano ottenuto il diploma anche in Spagna ed erano stati iscritti, nel 2011, nell’albo degli abogados di Santa Cruz de Tenerife. Nel 2012 avevano presentato una domanda di iscrizione nell’albo speciale degli avvocati stabiliti di Macerata. Il Consiglio dell’ordine di Macerata non aveva risposto all’istanza nel termine di 30 giorni. Così, i richiedenti si erano rivolti al Consiglio nazionale forense che, avendo dubbi sull’interpretazione dell’articolo 3 della direttiva 98/5/Ce sull’esercizio permanente della professione di avvocato in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata acquisita la qualifica, recepita in Italia con il Dlgs n. 96 del 2 febbraio 2001, ha deciso di sospendere il procedimento e chiamare in aiuto, con un’ordinanza di rinvio pregiudiziale d’interpretazione e di validità, la Corte di giustizia dell’Unione europea. Stabilito che il Consiglio nazionale forense può essere considerato come un organo giurisdizionale ai sensi dell’articolo 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, la Corte di giustizia è passata all’intepretazione della direttiva che ha l’obiettivo di facilitare l’esercizio della professione di avvocato in modo permanente, in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata acquisita la qualifica. Il richiedente è tenuto a presentare il documento che provi l’iscrizione nello Stato di origine. In questa situazione, l’autorità competente dello Stato membro ospitante è tenuta a procedere all’iscrizione dell’avvocato. Rispetto ai poteri dello Stato ospitante, la direttiva ha cura di precisare che l’autorità competente può richiedere che il documento “non sia stato rilasciato prima dei tre mesi precedenti la sua presentazione. Essa dà comunicazione dell’iscrizione all’autorità competente dello Stato membro di origine”. Nel caso di specie, tuttavia, il Consiglio nazionale forense riteneva inutilizzabile l’articolo 3 perché i due richiedenti avrebbero usato le norme dell’Unione in modo abusivo, per sottrarsi all’applicazione della normativa italiana sull’accesso alla professione forense. Un’obiezione non condivisa dalla Corte di Lussemburgo.

Ed invero, per poter invocare l’abuso del diritto e limitare di conseguenza l’utilizzo della libertà di circolazione, è necessario accertare la presenza di un elemento soggettivo e di uno oggettivo. Con riguardo a quest’ultimo punto, ad avviso della Corte, “deve risultare da un insieme di circostanze oggettive che, nonostante il rispetto formale delle condizioni previste dalla normativa dell’Unione, l’obiettivo perseguito da tale normativa non è stato raggiunto” (par. 45). Per la Corte di giustizia così non è stato nel caso di specie. La direttiva, come detto, si prefigge di facilitare il diritto di stabilimento nello spazio Ue e, in particolare, in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata conseguita la qualifica professionale in linea con la realizzazione di una libertà fondamentale del Trattato quale la libera circolazione. Dal ragionamento della Corte è evidente, così, che ha scarso rilievo il fatto che la domanda proveniva da un cittadino italiano, laureatosi in Italia e poi tornato in patria, dopo una sosta in Spagna per acquisire il titolo, proprio perché il titolo professionale era stato conseguito in uno Stato diverso da quello ospitante, secondo quanto previsto dalla direttiva.

Manca, inoltre, per configurare l’abuso del diritto, l’elemento soggettivo, in base al quale “deve risultare che sussiste una volontà di ottenere un vantaggio indebito derivante dalla normativa dell’Unione mediante la creazione artificiosa delle condizioni necessarie per il suo ottenimento” (par. 46). Quest’aspetto non è stato dimostrato e il vantaggio conseguito è insito nella direttiva. E questo, per la Corte, anche se non si tratta di cittadini di altri Stati membri. La stessa direttiva – osserva la Corte – prevede il diritto di recarsi in uno Stato membro e ottenere la qualifica e poi tornare nello Stato membro di cui il richiedente è cittadino per esercitare la professione. Inoltre, con una conclusione che sarà certo determinante per l’analisi della pratiche dei richiedenti, la Corte dice chiaramente, bloccando la strada a possibili letture restrittive della pronuncia, che se il cittadino di uno Stato membro sceglie di acquisire il titolo professionale in un altro Paese membro, diverso da quello in cui risiede, per beneficiare di una normativa a lui più favorevole, ciò “non consente, di per sé, come rilevato dall’avvocato generale ai paragrafi 91 e 92 delle conclusioni, di concludere nel senso della sussistenza di un abuso del diritto”.

Non ha convinto la Corte Ue neanche la seconda tesi propugnata dal Consiglio nazionale forense secondo il quale l’articolo 3, applicabile in Italia sin dal 2001, data di recepimento dell’atto Ue, sarebbe invalido perché in contrasto con l’articolo 4, par. 3 del Trattato di Lisbona, in base al quale l’Unione deve rispettare l’identità nazionale degli Stati membri, insita nella struttura fondamentale, politica e costituzionale. Sul punto, malgrado l’articolo 33 della Costituzione italiana richieda l’esame di stato per l’accesso alla professione di avvocato, Lussemburgo non ha nessun dubbio nel ridimensionare il valore delle norme che si occupano, seppure nella costituzione, di accesso alle professioni, che certo non incidono “sulle strutture fondamentali, politiche e costituzionali né sulle funzioni essenziali dello Stato membro di origine”. Gli Stati, osserva la Corte, sono liberi di prevedere un esame di Stato per l’accesso a una professione liberale e anche di regolare detto esame in autonomia, nell’esercizio di un potere che non è limitato dal diritto dell’Unione. Tuttavia, detto questo, gli Stati membri non possono bloccare la circolazione dei titoli professionali e, quindi, l’accesso alle professioni in modo stabile in uno Stato membro diverso da quello di origine per il solo fatto che altri Stati hanno altre regole di accesso. Questo comporta l’eliminazione dell’utilizzo, come parametro universale e insostituibile, delle regole nazionali di accesso alla professione.

Scritto in: libera circolazione | in data: 29 luglio 2014 |
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Una donna incinta che lascia il lavoro per motivi legati al suo stato deve essere qualificata, in base al diritto dell’Unione europea, come lavoratrice. Di conseguenza, la donna ha diritto a ogni indennità integrativa decisa dall’ordinamento interno a vantaggio dei lavoratori. E’ il principio fissato dalla Corte di giustizia dell’Unione europea nella sentenza depositata ieri il 19 giugno (causa C-507/12, Saint Prix, C-507), che segna un punto a favore del rafforzamento dei diritti delle lavoratrici in gravidanza e della loro libera circolazione nello spazio Ue. Questi i fatti. Una cittadina francese era stata assunta come interinale in una scuola materna inglese. Al sesto mese di gravidanza aveva dovuto abbandonare l’impiego e aveva cercato un lavoro meno faticoso, senza trovarlo. La donna aveva presentato la domanda di indennità integrativa del reddito, ma l’istanza non era stata accolta. I giudici nazionali avevano respinto il suo ricorso. La Corte suprema inglese, prima di pronunciarsi, ha chiamato in aiuto Lussemburgo chiedendo chiarimenti sulla direttiva 2004/38 sul diritto dei cittadini dell’Unione europea e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri (recepita dall’Italia con il Dlgs 30/2007, modificato dal Dlgs 32/2008 e poi dalla legge 129/2011). Prima di tutto – osservano gli eurogiudici – la direttiva, che mira a superare un “approccio settoriale e frammentario del diritto fondamentale e individuale” alla libera circolazione, attribuisce la qualità di lavoratore, seppure in alcuni casi particolari, anche a coloro che sono temporaneamente inabili al lavoro. L’articolo 7 della direttiva, che non ha carattere esaustivo, include, infatti, tra i lavoratori coloro che sono incorsi in una malattia o in un infortunio, che si trovano in uno stato di disoccupazione involontaria o che seguono un corso di formazione professionale. E’ vero che non è previsto in modo espresso il caso di una donna che abbia limitazioni fisiche legate alla gravidanza o al periodo successivo al parto e che la stessa gravidanza, in base alla consolidata giurisprudenza di Lussemburgo, non può certo essere assimilabile a una patologia, ma in via interpretativa la Corte arriva ad attribuire lo status anche alla donna in gravidanza che non può lavorare. Questo perché – precisa Lussemburgo – la nozione di lavoratore prevista nel Trattato Ue (articolo 45), non può certo essere limitata da un atto di diritto derivato. Pertanto, la donna che si è avvalsa della libertà di circolazione e che ha svolto in modo effettivo un’attività lavorativa in un altro Stato membro, rientra nella sfera di protezione dell’articolo 45 del Trattato. Questo vuol dire che, in taluni casi, anche se un rapporto di lavoro è cessato il cittadino Ue ha diritto a beneficiare dello status in esame. Senza dimenticare che la donna aveva ripreso a lavorare a 3 mesi dal parto, rimanendo in Inghilterra. Da qui la Corte Ue fa discendere un principio generale e cioé che, anche se per un periodo una persona non è “effettivamente presente sul mercato del lavoro dello Stato membro ospitante”, essa non cessa di far parte del mercato se riprende il lavoro o trova un altro impiego in termini ragionevoli. Su questo criterio, poi, la Corte passa la valutazione ai giudici nazionali che devono evitare soluzioni che possano dissuadere i lavoratori dall’esercizio del diritto alla libertà di circolazione.

Scritto in: libera circolazione | in data: 23 giugno 2014 |
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