Il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina scatta anche se l’ingresso illegale riguarda cittadini extra Ue all’epoca dei fatti e che, successivamente, hanno acquisito la cittadinanza europea per l’ingresso del proprio Stato nell’Unione. La Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza del 6 ottobre nella causa C-218/15 (c-21815), resa su rinvio pregiudiziale del Tribunale di Campobasso, ha confermato le conclusioni dell’Avvocato generale Bot, precisando che l’acquisizione dello status di cittadino Ue da parte di coloro che sono entrati illegalmente sul territorio italiano non incide sugli elementi costitutivi del reato in materia di favoreggiamento dell’immigrazione. Pertanto, le norme penali che prevedono sanzioni devono essere applicate in linea con la direttiva 2002/90 sul favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali e della decisione quadro 2002/946 relativa al rafforzamento del quadro penale in questo settore. Il procedimento aveva avuto origine dall’azione penale interna avviata nei confronti di cittadini italiani accusati di aver favorito l’ingresso illegale in Italia di 30 cittadini rumeni prima dell’adesione della Romania all’Unione. A fronte dell’ingresso successivo all’epoca dei fatti della Romania nell’Unione europea il giudice nazionale ha chiesto alla Corte Ue di chiarire se l’ingresso della Romania nell’Unione europea fa cadere il reato previsto dall’articolo 12 del Dlgs n. 286/1998 (testo unico dell’immigrazione). Lussemburgo ha escluso il venir meno del reato chiarendo che, anche in base al diritto Ue, si punta a punire chi favorisce l’ingresso illegale ed è così irrilevante, per configurare il reato, il cambiamento di status di chi è entrato nel territorio illegalmente. “L’acquisizione della cittadinanza dell’Unione – scrivono gli eurogiudici – costituisce una circostanza di fatto che non è di natura tale da modificare gli elementi costitutivi del reato”. Diventare cittadini dell’Unione, quindi, non fa venir meno il reato commesso dagli imputati nel procedimento penale dinanzi al giudice italiano. In caso contrario, sicuro un effetto negativo e paradossale ossia incoraggiare il traffico illegale di manodopera “non appena uno Stato abbia avviato il processo di adesione all’Unione, garantendo ai trafficanti una sorta di immunità”. D’altra parte, l’ingresso della Romania nell’Unione europea è una mera circostanza di fatto che non modifica gli elementi costitutivi del reato che sono rimasti invariati. Per di più, il reato commesso è di carattere istantaneo e scatta nel momento in cui il cittadino di un Paese terzo attraversa le frontiere esterne dell’Unione in modo illegale, con la conseguenza che i cambiamenti successivi sono irrilevanti. Nessuna violazione, poi, del principio di retroattività della legge penale più favorevole agli imputati, assicurato dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, perché non vi è stata una modifica delle disposizioni penali tanto è vero che il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina era ed è punito con la reclusione e non si è avuta una successione nel tempo di leggi relative allo stesso reato.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/reato-di-favoreggiamento-di-ingresso-illegale-e-adesione-ue-chiarimenti-da-lussemburgo.html

Scritto in: immigrazione | in data: 1 novembre 2016 |
Parole Chiave: //

arrested-people-turkey_5_final_gwSe gli spaventosi dati, probabilmente al ribasso, della reazione della Turchia di Erdogan nei confronti degli oppositori considerati fiancheggiatori del colpo di Stato del 15 luglio 2016, che mostrano il drammatico quadro della situazione dei diritti umani in Turchia, dovrebbero portare a una reazione adeguata di un’organizzazione come l’Unione europea che mette in primo piano i diritti fondamentali e la rule of law, la Commissione europea, invece, sceglie, affiancata dalle altre istituzioni, un’altra strada concentrandosi, senza se e senza ma, unicamente sull’attuazione del famigerato accordo con la Turchia del 18 marzo. L’accordo, operativo dal 20 marzo 2016, come è noto, è incentrato sul  principio del ritorno automatico in Turchia dei siriani che arrivano in Grecia e sul programma di reinsediamento dei profughi siriani in Europa (sulla base del principio un ritorno in Turchia, un reinsediamento in Europa). La Commissione europea non torna sui propri passi malgrado il baratro in cui è precipitata la Turchia: nel terzo rapporto sui progressi (sic!) fatti nell’attuazione della Dichiarazione EU-Turchia, presentato il 28 settembre (COM(2016)634 3rd_report_on_the_progress_made_in_the_implementation_of_the_eu-turkey_statement_en), si snocciolano i dati e si ribadisce la solidarietà alla Turchia limitandosi a chiedere ad Ankara di osservare i più alti standard in materia di rule of law e diritti fondamentali. Non una parola su altro.

Nello stesso giorno, la Commissione ha anche presentato il sesto rapporto generale su ricollocazione e reinsediamento (COM(2016)636, sixth_report_on_relocation_and_resettlement_en) dal quale risulta che sono state ricollocate 4.455 persone provenienti dalla Grecia e 1.196 dall’Italia (italy-11-11-44). Da giugno a settembre i siriani arrivati in Turchia e ricollocati sono stati 1.071.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/turchia-cosi-erdogan-seppellisce-i-diritti-umani-unione-europea-inerte.html

 

Scritto in: immigrazione | in data: 30 settembre 2016 |
Parole Chiave: //

Il reato di favoreggiamento dell’ingresso e di soggiorno illegali di cittadini di un Paese, prima extra Ue, non viene cancellato per il solo fatto che lo Stato diventa membro dell’Unione. E questo anche se l’indagato non è stato ancora sottoposto a giudizio. Lo ha chiarito l’Avvocato generale Bot nelle conclusioni depositate il 26 maggio (C-218/15, C-218:15) su rinvio pregiudiziale del Tribunale di Campobasso precisando che non si verifica, in una simile situazione, un problema dell’applicazione di una legge penale più favorevole perché si tratta solo di un mutamento delle condizioni che nulla a che vedere con il principio di retroattività. L’azione penale interna riguardava un procedimento nei confronti di un italiano che aveva fatto entrare illegalmente in Italia 30 cittadini rumeni prima dell’adesione della Romania all’Ue, violando il Dlgs n. 286/1998 (testo unico dell’immigrazione). L’Avvocato generale ha condiviso i dubbi del giudice del rinvio e, di fatto, ha bocciato un orientamento della Cassazione secondo la quale l’ingresso della Romania nell’Unione avrebbe fatto venir meno il reato. In primo piano, l’obiettivo della normativa Ue che punta a punire coloro che ledono l’ordine pubblico europeo. E questo sia attraverso la direttiva 2002/90 sul favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali, che impone sanzioni appropriate per chiunque intenzionalmente aiuti una persona a entrare in modo illegale in uno Stato membro, sia con la decisione quadro 2002/496/GAI relativa al rafforzamento del quadro penale per la repressione del favoreggiamento, dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali, che prevede la consegna degli autori del reato accompagnata da misure di espulsione. Proprio la protezione dell’ordine pubblico europeo porta l’Avvocato generale a escludere un’interpretazione abrogatrice della fattispecie penale. La sola adesione e, quindi, il cambiamento di un mero presupposto di attuazione di una norma penale, infatti, non blocca l’applicazione di una sanzione. In caso contrario, sarebbe incoraggiato il traffico di esseri umani “poiché i trafficanti avrebbero la garanzia di beneficiare, successivamente, dell’immunità”. Tra l’altro, la sanzione riguarda soltanto i trafficanti e non le persone che hanno fatto ingresso in modo illegale in Italia. Questo vuol dire che è irrilevante che tali persone abbiano poi acquisito lo status di cittadini dell’Unione. Bocciata anche la possibilità di ricorrere al principio della retroattività in mitius perchè non si è verificata una successione di leggi relative allo stesso reato. Tanto più che il favoreggiamento dell’ingresso rientra nella categoria dei reati istantanei, che si realizza nel momento in cui la persona che ha fatto ricorso ai trafficanti attraversa la frontiera esterna dell’Unione. Diverso, invece, il caso dei cittadini rumeni entrati illegalmente che commettono un reato continuato. Solo per loro, l’acquisizione della cittadinanza comporta il venir meno di uno degli elementi costitutivi del reato ossia non essere cittadino Ue.

Scritto in: immigrazione | in data: 14 luglio 2016 |
Parole Chiave: //

Malgrado sia evidente a tutti che le misure messe in atto da Bruxelles in materia di immigrazione siano fallimentari, la Commissione fa il punto, nella Comunicazione sullo stato di attuazione delle azioni prioritarie sull’immigrazione (COM(2016)85), presentata il 10 febbraio (85) sui “progressi” compiuti per gestire gli arrivi (si veda l’allegato riguardante l’Italia (Italy). Dagli hotspots (sistema di punti di crisi) al meccanismo di ricollocazione sino ad arrivare all’apertura delle procedure di infrazione per gli Stati inadempienti. La Commissione punta soprattutto sulla ricollocazione per  imagesgarantire una distribuzione equa dei richiedenti asilo tra gli Stati membri e, quindi, consentire una gestione ordinata della migrazione. Il sistema, però, arranca perché gli Stati non rispettano le decisioni sulla ricollocazione e la Commissione stessa apre varchi nell’attuazione. Dopo la sospensione degli obblighi per un anno voluta dalla Svezia, la Commissione ha proposto una sospensione annuale della ricollocazione del 30% dei richiedenti assegnati all’Austria.

Sulla situazione italiana managing_the_refugee_crisis_-_italy_state_of_play_report_20160210_en.

Scritto in: immigrazione | in data: 29 febbraio 2016 |
Parole Chiave: //

Con ordinanza n. 18254 del 17 settembre 2015, la sesta sezione civile della Corte di cassazione ha chiarito l’incidenza sul divieto di reingresso della direttiva 115/2008 relativa alle norme e alle procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, riconsiderando il proprio precedente orientamento (28254_09_2015). Una donna, espulsa anni prima, era rientrata in Italia e aveva presentato istanza di revoca del decreto di espulsione. La domanda era stata respinta sul presupposto che non erano decorsi 10 anni come prevedeva il Dlgs 286/1988 e che non era stata chiesta la speciale autorizzazione ministeriale. Di diverso avviso la Cassazione secondo la quale l’adozione della direttiva 2008/115 recepita in Italia con d.l. n. 89/2011, convertito nella legge n. 129/2011 ha modificato il divieto di reingresso riducendo l’arco temporale da 10 a 5 anni, senza alcuna necessità, trascorso questo tempo, dell’autorizzazione ministeriale. E’ evidente che l’adeguamento della normativa italiana alla direttiva, secondo la quale il divieto di reingresso non può essere superiore a 5 anni e inferiore a 3, impone di tener conto del nuovo termine anche con riferimento a situazioni relative al periodo precedente rispetto all’adozione del decreto legge di recepimento. Di conseguenza, per la Suprema Corte non si può ritenere illegittimo il rientro di un cittadino straniero colpito da decreto di espulsione dopo che siano decorsi 5 anni così come non va richiesta la speciale autorizzazione ministeriale che riguarda solo casi concreti, mentre è irragionevole richiederla una volta scaduto il termine relativo al divieto di reingresso.

Scritto in: immigrazione | in data: 23 settembre 2015 |
Parole Chiave: //

In attesa del Consiglio Ue sulla giustizia e gli affari interni nel quale si discuterà, il 16 giugno, di immigrazione e che, molto probabilmente, si tradurrà in un’altra sconfitta per l’Italia e anche per l’Unione europea che sembra intenzionata a seppellire la solidarietà sotto il peso degli egoismi nazionali, lasciando l’Italia in mezzo al guado, è stata pubblicata, sulla Gazzetta Ufficiale Ue L 148 del 13 giugno, la raccomandazione n. 2015/914 relativa a un programma di reinsediamento europeo (raccomandazione). Lo squilibrio tra gli Stati è evidente, con soli 15 Stati membri che hanno un programma di reinsediamento malgrado, nel 2013, i rifugiati, i richiedenti asilo e protezione internazionale siano stati circa 50 milioni. Un numero mai raggiunto dalla fine della Seconda guerra mondiale. Per arginare questa situazione, la raccomandazione predispone un piano basato sulle quote secondo la ripartizione stilata da Bruxelles tenendo conto della a) popolazione (dati 2014, ponderazione del 40 %), per rispecchiare la capacità di uno Stato membro di assorbire un determinato numero di rifugiati; b) del PIL totale (dati 2013, ponderazione del 40 %), al fine di considerare “la ricchezza in termini assoluti di un paese e pertanto la capacità di un’economia di assorbire e integrare rifugiati”; c) della media delle domande di asilo presentate spontaneamente e numero di rifugiati reinsediati per milione di abitanti nel periodo 2010-2014 (ponderazione del 10 %), che tiene conto degli sforzi compiuti dagli Stati membri negli ultimi anni; d) del tasso di disoccupazione (dati 2014, ponderazione del 10 %), funzionale alla capacità di di integrare i rifugiati.

ALLEGATO

Stati membri Chiave(%) Ripartizione
Austria 2,22 444
Belgio 2,45 490
Bulgaria 1,08 216
Croazia 1,58 315
Cipro 0,34 69
Repubblica ceca 2,63 525
Danimarca 1,73 345
Estonia 1,63 326
Finlandia 1,46 293
Francia 11,87 2 375
Germania 15,43 3 086
Grecia 1,61 323
Ungheria 1,53 307
Irlanda 1,36 272
Italia 9,94 1 989
Lettonia 1,10 220
Lituania 1,03 207
Lussemburgo 0,74 147
Malta 0,60 121
Paesi Bassi 3,66 732
Polonia 4,81 962
Portogallo 3,52 704
Romania 3,29 657
Slovacchia 1,60 319
Slovenia 1,03 207
Spagna 7,75 1 549
Svezia 2,46 491
Regno Unito 11,54 2 309

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/immigrazione-ecco-le-misure-messe-sul-tavolo-da-bruxelles.html

Scritto in: immigrazione | in data: 16 giugno 2015 |
Parole Chiave: //

La nuova agenda sulla migrazione prende forma concreta. A due settimane dalla sua adozione (COM(2015)240, 13 maggio, agenda), la Commissione europea ha presentato alcuni documenti che dovrebbero costituire, almeno nelle intenzioni, una svolta, nel segno della solidarietà, seppure distillata a piccole dosi. In questa direzione, avvalendosi dell’articolo 78, par. 3 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea che prevede l’utilizzo del meccanismo di risposta di emergenza e dispone che “Qualora uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro o degli Stati membri interessati. Esso delibera previa consultazione del Parlamento europeo”, la Commissione ha presentato, utilizzando per la prima volta la norma indicata, una proposta di decisione per l’adozione di misure provvisorie nel contesto della protezione internazionale a beneficio di Italia e Grecia (COM(2015)286 ricollocazione). E’ stato così previsto un sistema di ricollocazione per i siriani e gli eritrei arrivati in Italia o in Grecia dopo il 15 aprile 2015, con un trasferimento, nei prossimi 2 anni, di circa 40mila persone. Gli Stati riceveranno 6mila euro per ogni persona ricollocata. L’individuazione dei due Paesi è dovuta al fatto che in Italia gli attraversamenti illegali sono aumentati del 277% nel 2014 rispetto all’anno precedente – che vuol dire il 60% di tutti gli attraversamenti illegali nell’Unione europea – e in Grecia l’incremento è stato del 153% (qui le quote previste per ogni Paese (ALLEGATO 1). Adottata anche una raccomandazione con un Programma di reinsediamento, in due anni, per 20mila persone provenienti da paesi non appartenenti all’UE, in evidente bisogno di protezione internazionale secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati (raccomandazione).

La Commissione ha anche proposto un Piano d’azione contro il traffico di migranti (COM(2015)285, Piano d’azione) valido fino al 2020. Tra le misure previste l’ elaborazione di un elenco di imbarcazioni sospette; piattaforme specializzate per rafforzare la cooperazione e lo scambio di informazioni con le istituzioni finanziarie; la cooperazione con i fornitori di servizi internet e i media sociali per individuare e rimuovere rapidamente i contenuti internet usati dai trafficanti per pubblicizzare le loro attività. Bruxelles ha anche fornito alcuni nuovi orientamenti per il sistema di rilevazione delle impronte digitali essenziale per la corretta applicazione del regolamento di Dublino (eurodac). Per procedere poi alla modifica della direttiva sulla Carta blu, la Commissione ha aperto una procedura di consultazione pubblica disponibile nel sito http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-is-new/public-consultation/2015/consulting_0029_en.htm. Qui il testo esplicativo explanatory_text_en.

Adesso il dossier arriva al Consiglio Ue e al Parlamento.

Scritto in: immigrazione | in data: 30 maggio 2015 |
Parole Chiave: //

L’espulsione di un cittadino iraniano, che per 16 anni ha vissuto legalmente in Australia e che determina una separazione da una parte della famiglia, è contraria al diritto al rispetto della vita familiare assicurato dagli articoli 17 e 23 del Patto sui diritti civili e politici. Di conseguenza, l’Australia, decidendo l’espulsione del cittadino iraniano e, quindi, di sua moglie e di sua figlia minorenne (che avevano deciso di seguirlo), allontanandoli dagli altri due figli maggiorenni legalmente residenti in Australia, ha violato il patto. Lo ha deciso il Comitato dei diritti dell’uomo con la constatazione del 28 aprile 2015 (CCPR/C/113/D/1937/2010,Australia) a seguito della Comunicazione n. 1937/2010.

A rivolgersi al Comitato è stato un cittadino iraniano che, dotato di un visto temporaneo in Australia da ben 16 anni, si era visto opporre un diniego al permesso permanente di residenza. Non era così potuto rimanere in Australia ed era stato espulso con la moglie e la figlia minorenne, mentre altri due figli maggiorenni e legalmente residenti erano rimasti in Australia. Una divisione della famiglia con un’evidente ingerenza arbitraria nella vita familiare del ricorrente, vietata dall’articolo 17, tanto più che il diniego è stato fondato su generiche ragioni di sicurezza nazionale, senza fornire prove di qualche violazione e creando ostacoli al rapporto cliente-avvocato. Di qui l’arbitrarietà e  l’illegittimità dell’ingerenza.

Va segnalato che il procedimento dinanzi al Comitato è durato ben 5 anni, considerando che la comunicazione del ricorrente è stata depositata il 16 aprile 2010.

Scritto in: immigrazione | in data: 11 maggio 2015 |
Parole Chiave: //

Il reingresso irregolare di un cittadino straniero espulso in precedenza dall’Italia non può essere punito con la reclusione. Lo ha chiarito l’Avvocato generale Szpunar della Corte di giustizia Ue nelle conclusioni depositate il 28 aprile (causa C-290/14, C-290:14) con le quali è stato assestato un ulteriore colpo alla normativa italiana che continua a presentare contrasti con la direttiva 2008/115 sulle norme e procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare (si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/recepita-la-direttiva-rimpatri.html). Il caso sollevato dinanzi a Lussemburgo è partito dal rinvio pregiudiziale del Tribunale di Firenze chiamato a decidere sulla vicenda di un cittadino albanese che, espulso nel 2012, non si era allontanato subito dal territorio (le autorità italiane, dal canto loro, non avevano predisposto l’allontanamento coatto), rientrando in Italia nel 2014. L’uomo era stato arrestato per violazione del Dlgs n. 286/98 per il reato di reingresso clandestino. Ad avviso dell’Avvocato generale, che ha così respinto la posizione del Governo italiano, ceco, tedesco, greco, norvegese e svizzero, uniti alla Commissione Ue nel considerare conforme alla direttiva la reclusione, la misura della detenzione è in contrasto con la normativa Ue perché impedisce la realizzazione dell’obiettivo principale che è far cessare il soggiorno irregolare e non punire i casi di ingresso irregolare. Questo vuol dire – osserva l’Avvocato generale – che, tenendo conto che il divieto di ingresso ha natura accessoria rispetto al fine principale, ossia la cessazione del soggiorno irregolare, la detenzione blocca la realizzazione dell’obiettivo. Va poi ricordato che la direttiva 2008/115 non prevede la reclusione come sanzione penale per il soggiorno irregolare proprio perché la detenzione va ammessa solo per reati non connessi all’irregolarità del soggiorno. Di conseguenza, ammettere la reclusione per motivi diversi da quelli disposti nella direttiva significa ammettere che uno Stato possa unilateralmente sospendere l’applicazione della direttiva, che non è naturalmente possibile.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/la-cassazione-applica-il-decreto-legge-sul-recepimento-della-direttiva-rimpatri.html.

Sulla sentenza El Dridhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/no-alla-detenzione-di-immigrati-irregolari-nei-casi-di-mancato-rispetto-del-provvedimento-di-allontanamento.html

Scritto in: immigrazione | in data: 29 aprile 2015 |
Parole Chiave: //

Blocco navale o dovere dell’accoglienza? L’Italia, l’Europa non hanno scelta: la seconda strada è l’unica. E non per una questione politica. Quanto per l’applicazione di precisi trattati che segnano non solo la storia del nostro continente, ma piuttosto la sua stessa identità. Siamo obbligati alla solidarietà non per un questione umanitaria, che sarebbe già sufficiente, ma perchè questa è l’Europa e questi sono gli ideali sui quali si fondano le norme che regolano il nostro stare insieme e il nostro comune patrimonio culturale e ideale.

La tragedia del canale di Sicilia, la più grave di sempre se dovesse confermato il numero di vittime, ci dice, piuttosto, che l’Europa reale è molto lontana da quell’Europa legale che i fondatori dell’Unione sognarono, vollero e costruirono. E cioè un’Europa che riassumesse nella sua bandiera “unita nella diversità”, i valori comuni del rispetto dei diritti umani, della non discriminazione, della solidarietà, impressi a chiare lettere nel Trattato e nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. L’ecatombe nel Mediterraneo era annunciata, e questo ormai è un macabro ritornello. Ma era stata in un certo senso predetta dalle parole, pronunciate il 15 aprile, dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, António Guterres, che aveva lanciato l’allarme chiedendo misure urgenti per evitare la serie di tragedie nel Mediterraneo (mediterraneo). Che è ormai considerata una delle rotte più pericolose per i migranti – molti dei quali richiedenti asilo – al pari di quelle al largo delle Bahamas, nel Golfo di Aden e nel Bengala. Eppure l’operazione Mare Nostrum, tutta sulle spalle dell’Italia che a un certo punto non ha più inteso proseguirla per una precisa scelta politica della quale evidentemente nessuno paga le conseguenze, non è stata sostituita da meccanismi analoghi e adeguati con la conseguenza che continuano i morti. Proprio per questo l’Onu aveva chiesto all’Unione europea una risposta urgente con un sistema di visti più flessibile, un rafforzamento dei programmi di ricongiungimento, un meccanismo di compensazione per le navi che procedono al salvataggio di vite umane e un sistema pilota di ricollocamento per i rifugiati. Certo la risposta non poteva essere la missione Triton, ridicola per il numero di forze, anche economiche, impiegate e del tutto inadeguata anche perché funzionale non al soccorso ma al solo controllo delle frontiere esterne. E questo malgrado l’Unione europea abbia la responsabilità politica della gestione integrata delle frontiere e nonostante la politica dell’immigrazione sia stata comunitarizzata sin dal 1997.

La sveglia per l’Unione europea, però, non è  suonata per tempo. Con un’aggravante visto che la presenza dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, che è anche vicepresidente della Commissione europea, avrebbe dovuto assicurare risposte concrete, facendo in modo che la questione arrivasse sui tavoli di Bruxelles prima della tragedia. Tenendo conto, per di più, dello stretto collegamento tra odierne ondate migratorie e crisi libica. Suonano così tardive e del tutto stonate le parole pronunciate dall’Alto Rappresentante che solo di fronte all’ennesima strage ha deciso di mettere la questione dell’immigrazione all’ordine del giorno del Consiglio affari esteri fissato per il 20 a Lussemburgo.“Ora è tempo per l’Unione europea – ha detto l’Alto rappresentante – di fermare queste tragedie senza ritardo”! Eppure non è stata la prima tragedia proprio su quelle rotte. Tra le altre, nel 2013, il dramma a Lampedusa, con 366 morti. E anche oggi, all’indomani dell’ecatombe nel Mediterraneo, il Consiglio affari esteri ha partorito un topolino, un documento in dieci punti che mostra, ancora una volta, la sottovalutazione della questione che ha al centro vite umane (IP-15-4813_EN). Basti pensare al carattere volontario del progetto di ricollocamento dei migranti tra i Paesi membri. L’Italia non ha così ottenuto nulla e paga ancora una volta il prezzo dello scarso peso politico sullo scenario internazionale e in particolare nell’Unione europea visto che non è riuscita a spingere Bruxelles a interventi efficaci. Ed è poi divisa tra rispetto degli obblighi internazionali, dal salvataggio in mare all’assistenza adeguata ai richiedenti asilo, passando per l’individuazione e la punizione dei responsabili della tratta degli esseri umani, a una sostanziale incapacità nella messa in campo di strumenti adeguati. Basti pensare che il Governo, con il Ministro dell’interno Alfano aveva considerato Triton come un grande risultato dell’Italia (alfano).

Adesso quali strade? Certo non il bombardamento delle navi, il blocco navale o l’intervento militare in Libia che sono opzioni di propaganda ma non applicabili in termini giuridici e concreti, tanto più in assenza di una decisione dell’ONU. Senza dimenticare una questione centrale: i diritti umani devono essere assicurati anche e soprattutto nei sistemi di controllo dei confini. Così come non è ipotizzabile, in termini di realizzazione concreta, la previsione di punti per la concessione dell’asilo in Libia. Troppi rischi per chiunque decida di intervenire. E allora l’unica strada da percorrere è quella di garantire l’obbligo di soccorso, sancito dall’articolo 98 della Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare ratificata dall’Italia, che stabilisce, in base al principio di solidarietà, il dovere di soccorso verso chiunque si trovi in mare in situazione di pericolo. E, al tempo stesso, di rispettare il principio di non refoulement con la necessità di garantire a ogni individuo accoglienza se titolare del diritto di asilo e di protezione internazionale. Con programmi di ricollocamento che l’Unione europea deve predisporre con urgenza senza lasciare spazi agli Stati che devono agire rispettando i Principi e le linee guida sul rispetto dei diritti umani alle frontiere internazionali adottati dall’Onu (OHCHR_Recommended_Principles_Guidelines). E varrebbe la pena avere presente le giuste parole di sdegno pronunciate dall’Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani Zeid Ra’ad Hussein che, all’indomani della tragedia (ONU migranti) ha criticato la posizione dell’Unione europea la quale dimentica che coloro che fuggono dal proprio Paese fuggono dalla fame, dalle persecuzioni, dalle bombe, dagli stupri, da crimini contro l’umanità. Decidere di non salvare i migranti in pericolo – ha ricordato l’Alto Commissario – non significa far diminuire le ondate migratorie, né arrivare alla riduzione del traffico degli esseri umani, ma solo causare più morti in mare. Di qui la necessità anche di una commissione d’inchiesta internazionale per accertare le responsabilità della tragedia. Che certo ha un complice nell’inerzia dell’Unione europea che affonda ogni giorno di più in un egoismo senza confini e che non può liquidare una questione in cui sono in gioco vite umane con missioni simili a Triton e poi piangere morti e convocare vertici.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/tratta-degli-esseri-umani-ecco-il-primo-rapporto-del-greta-sullitalia.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/onu-lunione-europea-deve-intervenire-per-evitare-le-tragedie-nel-mediterraneo.html.

Scritto in: immigrazione | in data: 21 aprile 2015 |
Parole Chiave: //