La Corte suprema inglese, con la sentenza depositata il 22 giugno, “In the matter D (A child), [2016] UKSC34”, si è dichiarata incompetente a pronunciarsi sul ricorso di un cittadino rumeno che aveva impugnato la pronuncia della High Court la quale aveva respinto la richiesta di dare esecuzione alla decisione della Corte di appello di Bucarest che affidava la figlia al padre (uksc-2016-0048-judgment). La vicenda aveva avuto origine da una coppia di cittadini rumeni che erano vissuti in Inghilterra per diversi anni. Il padre era rientrato in Romania e aveva chiesto l’affidamento della figlia, concesso dai giudici di Bucarest. L’High Court inglese aveva respinto la richiesta di riconoscimento ed esecuzione della decisione avanzata dal padre ritenendo che i giudici avevano deciso senza sentire la minore, agendo così in violazione del regolamento Ue n. 2001/2003 relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e di responsabilità genitoriale. Ed invero, poiché l’articolo 23, lett. b) include tra i motivi di non riconoscimento il caso in cui la decisione sia stata resa “senza che il minore abbia avuto la possibilità di essere ascoltato, in violazione dei principi fondamentali di procedura dello Stato membro richiesto”, i giudici inglesi avevano bloccato gli effetti della pronuncia rumena. Il padre aveva così chiesto che il suo caso fosse deciso dalla Corte suprema che in via preliminare aveva ritenuto di potersi pronunciare ma con la sentenza del 22 giugno ha affermato di non avere giurisdizione chiarendo che la regola generale nell’applicazione degli atti Ue è di favorire la libera circolazione delle pronunce. In questa direzione, il Regno Unito, in linea con l’articolo 68 del regolamento in base al quale “gli Stati membri comunicano alla Commissione gli elenchi dei giudici e dei mezzi d’impugnazione” ha chiarito che è possibile solo un’impugnazione per motivi di diritto dinanzi alla Corte di appello.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile, regolamento n. 2201/2003 | in data: 21 luglio 2016 |
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La Corte suprema inglese interviene sui principi che regolano il trasferimento di competenza tra giudici di Stati Ue quando è in gioco l’interesse superiore del minore. Con la sentenza del 13 aprile (N.(Children) [2016]UKSC 15 (uksc-2016-0013-judgment), la Corte si è soffermata sull’indicato principio in rapporto al regolamento n. 2201/2003 relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale il cui articolo 8 individua, come criterio di competenza generale, la residenza abituale del minore prevedendo, però, in base all’articolo 15, il trasferimento delle competenze a una autorità giurisdizionale più adatta a trattare il caso. In particolare, la norma in esame prevede il trasferimento del caso se l’autorità competente ritenga “che l’autorità giurisdizionale di un altro Stato membro con il quale il minore abbia un legame particolare sia più adatta a trattare il caso o una sua parte specifica e ove ciò corrisponda all’interesse superiore del minore”. Il caso arrivato alla Corte suprema inglese riguardava due minori, cittadine ungheresi, ma nate e residenti in Inghilterra. I servizi sociali avevano avviato alcune procedure a loro tutela a causa della situazione familiare di estrema povertà, con la conseguenza che le minori erano state affidate a un centro di accoglienza. La madre, che si era trasferita dopo gli eventi in Ungheria, aveva impugnato la decisione e chiesto il trasferimento del procedimento in Ungheria in base all’articolo 15 del regolamento 2201/2003.

In modo difforme rispetto alle autorità amministrative locali, l’High Court aveva accolto la richiesta della madre e disposto il trasferimento del procedimento. Un giudizio confermato dalla Corte di appello, ma ribaltato dalla Corte suprema che ha chiesto all’High Court di pronunciarsi sulla soluzione migliore per le minori. In particolare, per la Corte suprema, che ha escluso la necessità di un rinvio pregiudiziale alla Corte Ue in ragione della chiarezza della norma in discussione, così come la necessità di attendere la sentenza degli eurogiudici su un caso analogo, in ragione del fatto che l’interesse superiore del minore, tutelato anche dall’articolo 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, richiede una decisione senza ritardi, i giudici nazionali devono considerare se il trasferimento è nell’interesse superiore del minore tenendo conto del suo benessere anche con riguardo a ciò che potrebbe verificarsi. Inoltre, per la Corte suprema, non è detto che la questione dell’interesse superiore del minore venga dopo la questione relativa al fatto che un tribunale sia più adatto per discutere del caso con la conseguenza che sulla base del primo presupposto i tribunali nazionali possono stabilire di avere la competenza. La Corte suprema esclude poi la possibilità di un test limitato circa la valutazione dell’interesse superiore del minore nel caso in cui si prospetti il trasferimento del procedimento, chiarendo che l’interesse superiore del minore deve essere valutato separatamente dal fatto che un tribunale di un altro Stato possa essere considerato più adatto a trattare il caso. Così non hanno fatto i tribunali inglesi che, oltre a trascurare la circostanza che le minori erano sempre vissute in Inghilterra, non hanno considerato se fosse possibile raggiungere l’eventuale risultato di trasferire le bambine in Ungheria senza spostare la trattazione del caso. Lasciando la competenza ai giudici inglesi, inoltre, le bambine avrebbero anche la chance di rimanere nel luogo in cui sono sono sempre vissute, con un evidente allargamento circa una soluzione nell’interesse superiore del minore.

 

Scritto in: regolamento n. 2201/2003 | in data: 28 aprile 2016 |
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La sentenza di divorzio emessa all’estero e riconosciuta in Italia lascia aperta la possibilità per uno degli ex coniugi di far valere le proprie pretese economiche in un procedimento dinanzi ai giudici italiani. Lo ha precisato la Corte di cassazione, prima sezione civile, con la sentenza n. 1863/16 depositata il 1° febbraio (divorzio). La Suprema Corte ha respinto il ricorso di un coniuge il quale si opponeva alla decisione della Corte di appello di Firenze che aveva accolto l’istanza della ex moglie per la corresponsione dell’assegno divorzile. La coppia aveva ottenuto il divorzio dal Tribunale di Zlin (Repubblica Ceca) ma quest’ultimo non aveva disposto nulla sugli aspetti economici. La donna si era così rivolta ai giudici italiani, ma l’ex marito ha impugnato in Cassazione la decisione della Corte di appello che aveva fissato un assegno a vantaggio della ex moglie, ritenendo, tra gli altri motivi di ricorso, che fosse stato violato l’articolo 30 della legge n. 218/95  e il regolamento Ue n. 2201/2003 sulla competenza, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale. A suo dire, poiché la sentenza del Tribunale di Zlin è stata immediatamente riconosciuta in Italia, la pronuncia straniera deve essere assimilata, per quanto riguarda gli effetti, a una pronuncia emessa dall’autorità giudiziaria italiana, con la conseguente preclusione processuale all’accertamento dell’assegno divorzile che doveva essere deciso congiuntamente alla sentenza di divorzio. Una tesi respinta dalla Suprema Corte. Prima di tutto perché non è imposta la regolamentazione contestuale dei diritti e doveri “scaturenti da un determinato status tant’è che nel nostro ordinamento è prevista la sentenza non definitiva di divorzio, che statuisce sullo status, e rinvia al successivo corso del giudizio per l’adozione dei provvedimenti conseguenti”. In secondo luogo perché il riconoscimento automatico previsto dal regolamento Ue produce la ricezione nel nostro ordinamento del contenuto specifico della sentenza resa in un altro Stato e, quindi, in questo caso, unicamente delle questioni relative all’accertamento delle condizioni per il divorzio, lasciando aperta “la possibilità di far valere le pretese economiche in un separato procedimento”. Dalla pronuncia resa dal giudice della Repubblica Ceca – prosegue la Cassazione – non può certo desumersi un giudicato che impedisce la domanda sull’assegno divorzile. Inoltre, l’ex moglie può legittimamente rivolgersi al giudice italiano senza alcuna preclusione tanto più che nell’ordinamento della Repubblica Ceca è prevista la possibilità di proporre la domanda sulle questioni economiche in un giudizio separato.

Scritto in: regolamento n. 2201/2003, riconoscimento sentenze straniere | in data: 2 febbraio 2016 |

Sul rapporto tra titolo generale di giurisdizione della residenza abituale e trasferimento delle competenze a un’autorità giurisdizionale più adatta a trattare il caso, secondo quanto stabilito dal regolamento n. 2201/2003 sulla competenza, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e di responsabilità genitoriale, è intervenuta la Family Court inglese (ZE14c00278) con sentenza dell’11 novembre 2014 (T).

L’accertamento della competenza giurisdizionale da parte del giudice inglese è scaturita dalla decisione di una madre, cittadina rumena, trasferitasi in Inghilterra, che si era rivolta alla polizia inglese perché lei e suo figlio minore erano senza casa. La donna, sposata con un cittadino ungherese di nazionalità rumena, residente in Romania, aveva deciso di trasferirsi in Inghilterra, scegliendo, dopo un breve periodo, di affidare il proprio figlio al fratellastro residente in Inghilterra. Il minore, però, dopo alcuni mesi in cui aveva mostrato di aver raggiunto un livello di integrazione, era rientrato in Romania. La madre, con il figlio, era tornata in Inghilterra. I giudici inglesi hanno accertato che, in base al regolamento n. 2201/2003 poteva ritenersi sussistente la residenza abituale del minore in Inghilterra che, in base all’articolo 8, è condizione per riconoscere la competenza delle autorità giurisdizionali di uno Stato membro sulla responsabilità genitoriale su un minore. I giudici inglesi partono dalla constatazione che l’accertamento della residenza abituale, a differenza del domicilio, è una questione di fatto e richiede una verifica sul fatto che il bambino sia integrato in un ambiente sociale e familiare. Così era stato nel caso di specie anche se il bambino aveva mostrato di volere tornare in Romania. Detto questo, però, il Tribunale ha tenuto conto dell’articolo 15 del regolamento il quale stabilisce la possibilità di effettuare il trasferimento delle competenze al giudice di un altro Stato membro se risulta che “l’autorità giurisdizionale di un altro Stato membro con il quale il minore abbia un legame particolare sia più adatto a trattare il caso o una sua parte specifica e ove ciò corrisponda all’interesse superiore del minore”, cosa che risultava nel caso specifico. Pertanto, la Family Court ha deciso di chiedere alle autorità rumene di assumere la giurisdizione in base all’articolo 15, n. 5 che prevede espressamente che “le autorità giurisdizionali di quest’altro Stato membro possono accettare la competenza, ove ciò corrisponda, a motivo delle particolari circostanze del caso, all’interesse superiore del minore, entro 6 settimane dal momento in cui sono adite in base al paragrafo 1, lettere a) o b). In questo caso, l’autorità giurisdizionale preventivamente adita declina la propria competenza. In caso contrario, la competenza continua ad essere esercitata dall’autorità giurisdizionale preventivamente adito ai sensi degli articoli da 8 a 14”.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile, regolamento n. 2201/2003 | in data: 2 dicembre 2014 |
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Nei casi di sottrazione internazionale di minori il giudice competente non è obbligato ad ascoltare i minori se ciò non risulta opportuno anche in ragione della tenera età dei bambini. La Corte di cassazione, I sezione civile, con sentenza n. 3540/14 del 14 febbraio (sottrazione) ha precisato non solo l’ambito di applicazione della Convenzione dell’Aja sulla sottrazione internazionale dei minori  del 25 ottobre 1980 e del regolamento UE n. 2201/2003 sulla competenza, sul riconoscimento e sull’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, ma ha anche delineato i contorni dell’obbligo di sentire i minori con riferimento all’articolo 12 della Convenzione di New York del 1989 sui diritti del fanciullo.

Nel caso all’attenzione della Cassazione un padre aveva prelevato i due figli minori affidati alla madre residente in Grecia e li aveva condotti in Italia per le vacanze. Decorso il periodo di ferie, aveva deciso di non restituire i minori. Di qui la necessità di applicare la Convenzione dell’Aja, senza che possa aver rilievo la pronuncia del Tribunale di Corfù sull’affidamento dei minori al padre deciso dopo quello dei giudici italiani. Le censure avanzate dal genitore – osserva la Suprema Corte – sono infondate in quanto la Convenzione dell’Aja mira ad assicurare l’immediato rientro dei minori illecitamente trasferiti, salvo nei casi di rischi gravi per il minore o nel caso in cui sia lo stesso minore che si opponga. Ma questo nei casi in cui egli abbia raggiunto “un’età e un grado di maturità tali da giustificare il rispetto della sua opinione”. Ora, poiché non è stata fornita alcuna prova sull’esistenza di rischi per il minore e poiché non sussisteva un’apprezzabile capacità di discernimento del minore bene hanno fatto i giudici di merito a disporre il rientro del minori senza necessità di ascoltarli.

Scritto in: regolamento n. 2201/2003, sottrazione internazionale di minori | in data: 20 marzo 2014 |
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La Corte suprema inglese interpreta il regolamento n. 2201/2003 del 27 novembre 2003 relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale. E lo fa con la sentenza depositata il 9 settembre [2013]UKSC60 (UKSC_2013_0106_Judgment) con la quale la Suprema Corte riconosce la giurisdizione dei giudici inglesi in una questione di ritorno del minore malgrado quest’ultimo non abbia la residenza abituale in Inghilterra. La vicenda riguarda una coppia il cui marito ha una doppia nazionalità inglese e pachistana e la moglie solo pachistana con un permesso di soggiorno in Inghilterra. La coppia aveva avuto quattro figli. Dopo alcuni dissapori con il marito che tornava sempre più spesso in Pakistan, la moglie era rientrata momentaneamente in Pakistan per accudire il padre malato ma aveva consegnato i passaporti non potendo rientrare in Inghilterra. La donna grazie all’intervento di alcune organizzazioni inglesi era riuscita a tornare in Inghilterra e i giudici inglesi avevano emesso un ordine di ritorno dei minori in Inghilterra. Il padre aveva eccepito l’assenza di giurisdizione dei giudici inglesi sul presupposto che l’art. 8 del regolamento n. 2201/2003 attribuisce la competenza generale in materia di responsabilità genitoriale alle autorità giurisdizionali dello Stato membro nel quale il minore risiede abitualmente. La Corte di appello aveva accolto il ricorso solo con riguardo a un figlio che era nato in Pakistan ed era sempre vissuto lì a causa del fatto che il padre non lo aveva fatto rientrare con la madre. Di qui l’azione dinanzi alla Corte suprema che ha dato ragione alla madre e rimesso la questione all’High Court of England chiedendo di valutare la necessità di esercitare la giurisdizione, in ragione dell’eccezionalità della vicenda, sul presupposto della nazionalità inglese malgrado il minore non avesse mai avuto la residenza abituale in Inghilterra. Ad avviso della Suprema Corte, in base all’articolo 14 del regolamento n. 2201/2003, considerando che il minore è cittadino inglese le autorità giurisdizionali nazionali hanno titolo per pronunciarsi anche in assenza della residenza abituale sul territorio inglese.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile, regolamento n. 2201/2003 | in data: 13 settembre 2013 |
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La Corte di Cassazione, prima sezione civile, con sentenza depositata il 4 luglio (n. 11156/12, 11156) è intervenuta in un caso di sottrazione internazionale dei minori che ha visto contrapposti due genitori – madre italiana, padre tedesco – chiarendo le modalità di acquisizione delle testimonianze di minori rese attraverso filmati o atti scritti. Questi i fatti. Dopo una lunga convivenza, i genitori di due bambini si erano separati. Era iniziata una lunga controversia tra il padre tedesco che voleva la residenza in Germania e la madre italiana in Italia. Il Tribunale di Monaco aveva deciso che spettava al padre fissare la residenza. La madre aveva sottratto i minori ed era rientrata in Italia. Anche i giudici italiani, però, le avevano dato torto. Di qui il ricorso in cassazione che ha condiviso le ragioni dei giudici di merito. Ad avviso della Suprema Corte, nel caso in esame, si è verificato senza dubbio un trasferimento contrario al dirito di affidamento del padre. La Cassazione ha poi  respinto tutti i motivi di ricorso della madre, secondo la quale i giudici italiani avevano sbagliato nel non consentire le testimonianze dei figli seppure attraverso filmati. La scelta dei giudici era in realtà motivata dal fatto che la madre aveva frapposto molti ostacoli con la conseguenza che l’audizione diretta era stata impedita e i giudici si sarebbero dovuti basare su dichiarazioni scritte e filmati. Il Tribunale aveva avuto dubbi sulla genuinità delle dichiarazioni e aveva ritenuto di non acquisirle anche in base all’articolo 12 della Convenzione di New York del 1989 sui diritti del fanciullo. Tale norma impone agli Stati di garantire al minore il diritto di esprimere la propria opinione su ogni questione che lo interessa, ma richiede che ciò avvenga in presenza di garanzie sulle modalità di acquisizione.

Respinta poi la richiesta della donna di effettare un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia Ue: per la Cassazione, infatti, non sussiste alcun problema interpretativo legato all’articolo 2 n. 11 lett. b del regolamento n. 2201/2003 relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, con particolare riguardo alla nozione di residenza abituale.

Scritto in: regolamento n. 2201/2003, sottrazione internazionale di minori | in data: 25 luglio 2012 |
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E’ la residenza abituale del minore al momento della proposizione della domanda ad essere determinante per stabilire la giurisdizione del giudice italiano per le domande sulla responsabilità genitoriale. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, sezioni unite civili che, con la sentenza n. 1984/12 depositata il 13 febbraio 2012(20120215173447287) ha fornito alcuni chiarimenti sull’articolo 8 del regolamento n. 2201/2003 sulla competenza, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale. Nel caso arrivato all’attenzione della Cassazione,  il ricorrente contestava l’ordinanza della Corte di appello di Caltanisetta. I giudici di appello avevano respinto il suo reclamo relativo a un’ordinanza del Tribunale per i minorenni con la quale era stata esclusa la giurisdizione del giudice italiano sulla domanda di affidamento esclusivo della figlia perché quest’ultima risiedeva in Spagna. Una scelta ineccepibile secondo la Cassazione che ha respinto il ricorso dell’uomo proprio perché in base all’articolo 8 del regolamento l’unico criterio per stabilire la competenza giurisdizionale di uno Stato membro nel campo della responsabilità genitoriale è quello della residenza abituale del minore intesa come luogo di svolgimento concreto e continuativo della vita personale. Poco importa, quindi, che il ricorrente, padre della minore, si fosse spostato in Spagna mantenendo l’intenzione di rientrare in Italia o che i genitori avessero vissuto in Italia sei mesi prima della nascita della bimba, perché ciò che conta è la residenza abituale della minore.

Scritto in: regolamento n. 2201/2003 | in data: 15 febbraio 2012 |
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