L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa mantiene accesi i riflettori sulla grave situazione dei diritti umani in Turchia. Il 25 aprile, infatti, l’Assemblea ha adottato la risoluzione n. 2156 con 113 sì, 45 no e 12 astensioni, con la quale ha deciso che il monitoraggio sulla Turchia, finalizzato a verificare il funzionamento delle istituzioni democratiche, deve continuare (2156). La decisione è la diretta conseguenza dell’allarmante rapporto, Doc. n. 14282, del 5 aprile (14282), redatto da Ingebjørg Godskesen e Marianne Mikko. Il testo evidenzia che nove mesi dopo il tentativo di colpo di Stato, “la situazione si è aggravata e le misure sono andate al di là di quanto necessario e proporzionato”. Le autorità governano “emanando decreti legge”, andando ben oltre quello che una situazione d’emergenza richiederebbe e superando la competenza legislativa del parlamento. Aleggia poi nuovamente lo spettro della reintroduzione della pena di morte che sarebbe di sicuro incompatibile con l’appartenenza al Consiglio d’Europa. In pratica, da quasi un anno la Turchia utilizza misure sproporzionate, con le autorità di Governo che hanno allontanato ben 5mila accademici e 1/4 tra giudici e procuratori. Senza dimenticare i 150 giornalisti arrestati, molti dei quali in custodia senza essere a conoscenza delle accuse rivolte, a cui si aggiungono 2.500 cronisti che hanno perso il lavoro. Migliaia i ricorsi pendenti dinanzi alla Corte costituzionale che non ha ancora deciso sulla propria competenza per i ricorsi individuali contro i decreti legge adottati all’indomani del golpe. Con tanti individui che, in pratica, vivono in un limbo giudiziario anche perché la Corte europea ha dichiarato irricevibili alcuni ricorsi per il mancato rispetto del previo esaurimento dei ricorsi interni proprio in ragione del fatto che la Corte costituzionale turca non si è ancora pronunciata sui ricorsi.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/commissione-venezia-la-turchia-non-rispetta-gli-standard-democratici.html

Scritto in: diritti umani | in data: 26 aprile 2017 |
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Non mancano i passi avanti con la legge n. 76/2016 sulle unioni tra coppie dello stesso sesso e con la ratifica di numerosi trattati internazionali, ma l’Italia presenta ancora troppe lacune nel sistema di tutela dei diritti civili e politici. E’ quanto risulta dalle osservazioni presentate dal Comitato sui diritti umani chiamato a verificare il livello di adesione dell’Italia al Patto sui diritti civili e politici del 1966. Nelle osservazioni conclusive al sesto rapporto periodico del 28 marzo (CCPR_C_ITA_CO_6_27016_E(1) il Comitato continua a chiedere all’Italia, in primo luogo, l’istituzione di un organo nazionale sui diritti umani, in linea con i Principi di Parigi e l’inserimento del crimine di tortura nel codice penale. Il Comitato, inoltre, ha chiesto all’Italia di prevedere norme che diano la possibilità alle coppie dello stesso sesso di procedere all’adozione e la possibilità per le donne di ricorrere all’aborto, eliminando gli impedimenti che, troppo spesso, in strutture pubbliche impediscono alle donne di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza.

Sul fronte dei migranti, il Comitato bacchetta Roma per i periodi di detenzione negli hotspots troppo lunghi, che vanno ben oltre il periodo di 72 ore fissato per legge e chiede maggiori interventi per i minori non accompagnati.

Ritardi sul fronte della tutela della libertà di stampa: manca ancora, infatti, un intervento che porti alla depenalizzazione della diffamazione e, in particolare, una modifica dell’articolo 595 del codice penale e della legge sulla stampa nella parte in cui è previsto il carcere. Solo un’eliminazione di quest’articolo può condurre l’Italia ad avere una legislazione in linea con il Patto sui diritti civili e politici. L’Italia, poi, deve fare in modo che le querele non diventino strumenti per bloccare la libertà di stampa.

Scritto in: diritti umani | in data: 30 marzo 2017 |
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La Turchia sotto i riflettori della Commissione Venezia del Consiglio d’Europa che bolla come contrarie agli standard della Convenzione europea dei diritti dell’uomo le misure adottate all’indomani del tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016 e fortemente volute da Erdogan. Prima di tutto, sul fronte della libertà di stampa: nel parere n. 872 presentato il 13 marzo 2017 (CDL-AD(2017)007, Turchia- media) il gruppo di esperti, che ha monitorato le misure predisposte a seguito del tentato colpo di stato con riguardo agli effetti sulla libertà di stampa, ha accertato che diversi strumenti messi in campo sono inaccettabili per gli standard convenzionali. Grande preoccupazione, poi, per il numero ingente di indagini penali avviate, senza alcuna ragione, contro i giornalisti. La Commissione ha chiesto, inoltre, che i giornalisti non siano messi sotto indagine con capi di accusa come l’appartenenza a gruppi terroristici. Diffuso, inoltre, un parere sulle modifiche alla Costituzione approvate il 21 gennaio 2017, per le quali il 16 aprile è previsto un referendum. Nel parere n. 875/2017 (CDL-AD(2017)005 turchia-costituzione), la Commissione Venezia lancia l’allarme sui passi indietro rispetto ai valori democratici. Se è vero che gli Stati sono liberi di scegliere le proprie regole costituzionali, è anche vero che gli Stati devono rispettare il principio della separazione dei poteri e la rule of law. Evidente, nel nuovo progetto costituzionale, un arretramento rispetto alle tradizioni democratiche. Critiche anche per i cambiamenti nel funzionamento del sistema giudiziario in ambito penale (si veda il parere n. 852, CDL-AD(2017)004, giudici).

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/turchia-in-flagrante-violazione-dei-diritti-umani-liberta-di-stampa-sotto-scacco.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/turchia-la-cedu-insiste-nel-chiedere-il-previo-esaurimento-dei-ricorsi-interni.html

Scritto in: diritti umani | in data: 16 marzo 2017 |
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La chiusura di una moschea durante lo stato d’urgenza dichiarato in Francia all’indomani degli attentati terroristici del 2015 e del 2016 non viola la libertà di culto. Lo ha precisato il Consiglio di Stato francese che, con ordinanza n. 405476 depositata il 6 dicembre, ha confermato la chiusura della moschea d’Ecquevilly decisa dal prefetto di Yvelines (ordonnance). A rivolgersi al Tribunale di Versailles era stata un’associazione islamica il cui ricorso era stato respinto. Conclusione condivisa dal Consiglio di Stato secondo il quale non vi è stato alcun pregiudizio di una libertà fondamentale. Questo tenendo conto che sussistono ragioni di ordine pubblico in considerazione del fatto che alcune prediche nella moschea inneggiavano alla violenza, alla discriminazione nei confronti delle donne e chiedevano ai frequentatori di combattere contro le confessioni cristiane. A conferma dell’assenza di illegittimità e del raggiungimento del giusto equilibrio tra libertà individuali e tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico, la circostanza che in un percorso di tre chilometri erano presenti altre tre moschee, con la possibilità, quindi, per i credenti di frequentare altri luoghi di culto.

Scritto in: diritti umani | in data: 15 dicembre 2016 |
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wcms_237568In vigore, dal 9 novembre 2016, il Protocollo n. P029 adottato l’11 giugno 2014 relativo alla Convenzione sul lavoro forzato del 1930 (protocol-p029). Una buona notizia accompagnata, però, da un dato negativo, ossia dal numero limitato di Stati parti che hanno ratificato il Protocollo. Si tratta di Niger, Norvegia, Regno Unito, Mauritania, Mali, Francia, Repubblica Ceca, Panama e Argentina. Il Protocollo è oggi in vigore per Niger e Norvegia, mentre per gli altri Paesi ratificanti entrerà in vigore in date differenziate nel 2017.

Grandi assenti proprio i Paesi Ue, malgrado la decisione 2015/2037 del Consiglio del 10 novembre 2015 che autorizza gli Stati membri a ratificare, nell’interesse dell’Unione europea, il Protocollo del 2014 della Convenzione sul lavoro forzato del 1930 dell’Organizzazione internazionale del lavoro per quanto riguarda le questioni relative alla politica sociale (decisione). Eppure che si tratti di un’emergenza, per di più strettamente connessa alla tratta di esseri umani, lo dicono i numeri, con 21 milioni di vittime di lavoro forzato (11,4 milioni di donne), soprattutto da parte di imprese private (19 milioni, 2 invece sono vittime di Stati e gruppi insurrezionali). Un dramma che genera profitti per un importo pari a 150 miliardi di dollari l’anno. Settori più coinvolti lavoro domestico, agricoltura, edilizia, settore manufatturiero e artistico. Il Protocollo chiede agli Stati la previsione di sanzioni penali, un piano d’azione per l’eliminazione di questa piaga e un sistema di indennizzo alle vittime.

Scritto in: diritti umani | in data: 23 novembre 2016 |
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Era chiaro a tutti che il divieto di burkini, oltre ad essere inutile, confliggeva con diversi diritti fondamentali. Lo ha poi scritto il Consiglio di Stato francese che, con ordinanza del 26 agosto, ha annullato il provvedimento del sindaco di Villeneuve-Loubet (Francia) (ricorsi riuniti n. 402742 e n. 40277, Le Conseil d’État) il quale aveva vietato, dal 15 giugno al 15 settembre 2016, l’utilizzo nelle spiagge pubbliche di un abbigliamento non rispettoso del principio di laicità dello Stato, imponendo così il divieto di burkini anche per ragioni legate alla sicurezza dei bagnanti e all’igiene. Il provvedimento, poi emulato da altri sindaci, era stato impugnato in base all’articolo 521-2 del codice di giustizia amministrativa da alcune associazioni come la Lega per i diritti dell’uomo e l’Associazione per la difesa dei diritti umani contro l’islamofobia. Il tribunale amministrativo di Nizza il 22 agosto aveva respinto il ricorso. Giudizio ribaltato dal Consiglio di Stato secondo il quale il divieto di burkini è una violazione delle libertà fondamentali, inclusa quella di coscienza e del proprio credo. Per i giudici amministrativi, i sindaci sono tenuti a garantire l’ordine pubblico, ma assicurando la tutela dei diritti dell’uomo. Pertanto, il primo cittadino può regolamentare l’accesso alle spiagge e il comportamento dei bagnanti ma solo nei limiti in cui vi siano necessità di ordine pubblico, da valutare tenendo conto delle “circostanze dei tempi e dei luoghi” e con misure proporzionali. Non è compito del sindaco, invece, fondare il provvedimento su altri motivi e apporre restrizioni non giustificate da ragioni di ordine pubblico. Nel caso in esame – osserva il Consiglio di Stato – non è stato provato alcun rischio effettivo per l’ordine pubblico e certo le restrizioni non possono avere un fondamento sulle emozioni e sulle paure suscitate dall’attentato a Nizza del 15 luglio. Di qui la conclusione che il sindaco è andato al di là dei suoi poteri adottando un’ordinanza che “è un attentato grave” alle libertà fondamentali come quella di circolazione, di coscienza e libertà personale, oltre ad essere manifestamente illegale. Pertanto, i giudici – con un provvedimento che ha avuto il plauso dell’Alto commissario per i diritti umani dell’ONU (Un) – hanno annullato l’ordinanza del tribunale di Nizza del 22 agosto e disposto, in attesa della sentenza definitiva, la sospensione dell’esecuzione dell’ordinanza del sindaco con il divieto di burkini.

Una decisione che certo verrà seguita anche in altre occasioni dal Consiglio di Stato e che si impone in realtà anche ai giudici amministrativi di primo grado chiamati a pronunciarsi su analoghi divieti di burkini, che si sono diffusi a macchia di leopardo sulle spiagge francesi.

L’ordinanza, nel giudicare la misura come sproporzionata, si allinea agli orientamenti della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha sempre imposto il rispetto del principio di proporzionalità, seppure con riguardo al divieto di velo islamico. Così, nei confronti della Francia, con la sentenza del 26 novembre 2015 nel caso Ebrahimian, Strasburgo ha riconosciuto la legittimità delle legislazioni nazionali che vietano di indossare il velo islamico sul luogo di lavoro pubblico, non ritenendo un simile provvedimento contrario all’articolo 9 della Convenzione dei diritti dell’uomo che assicura il diritto alla libertà di religione. Con quella sentenza, la Corte europea ha riconosciuto il valore del principio di laicità dello Stato e, constatato che il divieto di ostentare segni religiosi riguardava ogni credo (garantendo il principio di uguaglianza), ha evidenziato il rispetto del principio di proporzionalità perché l’esibizione di simboli religiosi è vietata unicamente nel luogo di lavoro. La stessa Corte europea, poi, aveva richiamato l’importanza del controllo dei giudici amministrativi francesi che, in base alla legislazione interna, hanno l’obbligo di vigilare che non si verifichi una lesione sproporzionata alla libertà di coscienza.

Manca ancora una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea sul punto, anche se si assiste a una spaccatura tra gli Avvocati generali perché nel giro di pochi giorni, da un lato l’Avvocato generale Sharpston, nelle conclusioni del 13 luglio (C-188/15) ha sdoganato l’uso del velo islamico ritenendo il divieto una discriminazione diretta, incompatibile con il diritto Ue; dall’altro lato, l’Avvocato generale Kokott nelle conclusioni del 31 maggio (C-157/15) ha raggiunto una soluzione opposta dando il via libera al datore di lavoro privato che vieta ai propri dipendenti di indossare il velo islamico e altri segni religiosi visibili. Resta da vedere che soluzione darà la Corte Ue.

Scritto in: diritti umani | in data: 5 settembre 2016 |
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Quello che non è riuscito ai militari che hanno organizzato il colpo di Stato del 15 luglio in Turchia sta riuscendo ad Erdogan. Il Presidente turco, infatti, all’indomani del fallito golpe dei militari ha iniziato un immediato abbattimento della democrazia in Turchia e avviato, di fatto, un contro golpe inteso come attacco ai valori democratici e alla libertà. Prima i giudici, poi gli avvocati, seguiti dai professori, oggi i giornalisti. Una repressione ad ampio raggio, con misure proprie di una dittatura militare. E se certo Erdogan sarà stato liberamente eletto, non c’è dubbio che questo non legittima ogni misura di un Paese che è fuori (in realtà da tempo) non solo dall’Europa ma da ogni consesso democratico, avvicinandosi sempre più rapidamente all’integralismo islamico e a regimi teocratici. Ultima misura la sospensione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo di fatto già messa da parte da tempo. Da quando, il Presidente eletto nel 2014, dopo essere stato per 11 anni Primo ministro, ha iniziato una resa dei conti contro ogni forma di dissenso. Senza limiti. Con scene apparse sui network di tutto il mondo proprie di una discesa nel baratro delle violazioni dei diritti umani che hanno portato ad arresti di massa, inclusi quelli di giudici e giornalisti accompagnati dall’impossibilità di accedere a un legale. I numeri del decreto di Erdogan “Kanun Hükmünde Kararname”, KHK/667″, parlano chiaro: 1.125 associazioni, 104 fondazioni, 19 sindacati, 15 università, 934 scuole private e 35 strutture sanitarie private passano automaticamente sotto il controllo statale. Il decreto prevede poi il diritto delle autorità di Governo di licenziare dipendenti pubblici senza possibilità di ricorsi amministrativi e senza prove, il ritiro del passaporto per ogni persona sotto inchiesta, nessuna possibilità di impugnare il decreto. Come ha dichiarato il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Nils Muižnieks, in un duro documento del 26 luglio, misure contrarie alla Convenzione che, tra l’altro, può essere sospesa ma non senza limiti tanto più che la Corte europea mantiene il controllo per verificare se  le misure prese durante lo stato di emergenza sono conformi o meno alla Convenzione (Coe – Turchia). La dichiarazione di sospensione è stata notificata nei giorni scorsi al Segretario generale del Consiglio d’Europa Thorbjørn Jagland che ha ricordato l’impossibilità di derogare ad articoli quali il 2 (diritto alla vita), il 3 (divieto di tortura), il 4, comma 1 (divieto di schiavitù) e il 7 (nulla ponea sine lege).

L’Unione europea, intanto, svolge un ruolo fondamentale (si fa per dire, ovviamente), come sempre, e monitora la situazione (European Union – EEAS (European External Action Service) | HRVP Mogherini and Commissioner Hahn on the latest developments in Turkey). Proprio la reazione debole, fatta di parole di circostanza, è un segno dell’implosione dell’Unione. Dal canto loro i capi di Stato proseguono in comportamenti ipocriti, guardandosi bene dal presentare un ricorso contro la Turchia alla Corte europea dei diritti dell’uomo e contrabbandano come reazione effettiva un possibile blocco all’ingresso nell’Unione europea, ma lasciano in piedi accordi con chi sta violando i diritti umani, senza neanche ipotizzare la sospensione o il recesso dall’accordo di associazione del 1963 e dal Protocollo del 1973 e dall’ultima vergognosa intesa sui migranti che fa affluire soldi utilizzabili, in assenza di controlli esterni, anche per  fini diversi da quelli previsti (sull’accordo Ue Turchia si veda http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3409). Un trionfo di solidarietà di facciata e di parole senza fatti. Con buona pace dei cittadini turchi che subiscono una repressione senza fine.

Qui la presa di posizione dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ra’ad Al Hussein (Turkey).

 

Scritto in: diritti umani | in data: 27 luglio 2016 |
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Per fare il punto sull’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e in particolare sulla Dichiarazione di Brighton, lo Steering Committe for Human Rights ha diffuso, nella riunione del 17 giugno, il rapporto che contiene le risposte degli Stati alle richieste avanzate nel corso della Conferenza di Brighton e nella Dichiarazione conclusiva (CDDH(2016)R85 Addendum I_EN). In molti Stati sono state create strutture ad hoc per facilitare l’attuazione della Convenzione, addirittura con l’individuazione di un coordinatore per tenere conto della Convenzione all’interno dei singoli ministeri (è il caso dell’Austria). Rafforzata ovunque la diffusione delle sentenze della Corte europea. Tra gli sviluppi più positivi, la Repubblica Ceca che considera la Convenzione come parte dell’ordinamento costituzionale e le novità in Bosnia e la Turchia che hanno introdotto la possibilità di rivolgersi alla Corte costituzionale nei casi di violazione della Convenzione. A seguito di una sentenza pilota, poi, la Bulgaria ha adottato una legge per fornire un indennizzo alle parti lese da processi interni troppo lunghi.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/attuazione-effettiva-della-convenzione-europea-adottata-la-dichiarazione-di-bruxelles-urgente-ladesione-dellue-alla-cedu.html

Scritto in: diritti umani, Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 6 luglio 2016 |
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fra-ecthr-2016-handbook-on-access-to-justice_en-1Una guida per fare il punto sul diritto di accesso alla giustizia, essenziale per realizzare ogni altro diritto (fra-ecthr-2016-handbook-on-access-to-justice_en). E’ l’Agenzia europea per i diritti fondamentali e la cancelleria della Corte europea dei diritti dell’uomo a pubblicarla per fornire una guida pratica a tutti gli operatori del diritto e diffondere la conoscenza degli standard fissati a livello Ue e nel sistema della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La guida copre sia il settore civile sia quello penale, con una particolare attenzione alla questione del gratuito patrocinio, del diritto all’assistenza legale, della durata del processo, della tutela delle vittime di reato. Con riferimento a quest’ultimo ambito, una sezione è dedicata alle vittime vulnerabili e alle azioni in particolari contesti come quello della tutela dell’ambiente .

 

Scritto in: diritti umani | in data: 28 giugno 2016 |
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Gli Stati sono obbligati a rispettare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e, in particolare le norme sull’equo processo e sull’accesso alla giustizia anche nei casi in cui le autorità nazionali sono chiamate ad eseguire le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu. E’ la Grande Camera a ribadirlo con la sentenza depositata ieri nel caso Al-Dulimi e Montana contro Svizzera (CASE OF AL-DULIMI AND MONTANA MANAGEMENT INC. v. SWITZERLAND), con la quale Strasburgo ha confermato la condanna a Berna già decisa dalla Camera con la pronuncia del 26 novembre 2013. Dopo il primo verdetto, la Svizzera aveva chiesto il riesame della causa alla Grande Camera, che le dato torto. Al centro del ricorso l’applicazione della risoluzione n. 1483 del Consiglio di sicurezza sull’embargo all’Iraq adottata nel 2003 con la quale sono state previste sanzioni contro persone fisiche e giuridiche vicine al Governo iracheno. Tra queste il ricorrente e la sua società con sede a Panama colpiti dalla confisca dei beni ad opera del Dipartimento federale dell’economia svizzero che ha dato esecuzione all’atto del Consiglio di sicurezza e disposto la confisca dei beni e il trasferimento in Iraq. Tutti i ricorsi del destinatario delle misure erano stati respinti sulla base della circostanza che le risoluzioni del Consiglio di sicurezza prevalgono su ogni obbligo internazionale. Di qui l’azione a Strasburgo.

Prima di tutto, il massimo organo giurisdizionale ha ribadito che la Convenzione europea deve essere interpretata tenendo conto delle regole e dei principi propri dell’ordinamento internazionale e, in particolare, della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati. Ed invero, in via generale, se l’articolo 103 della Carta Onu sancisce il primato, in caso di conflitto con altri obblighi internazionali, di quelli derivanti dalla Carta è anche vero che tra gli obiettivi delle Nazioni Unite vi è la protezione dei diritti umani e, di conseguenza, sussiste una presunzione in base alla quale  il Consiglio di sicurezza non impone obblighi che potrebbero violare i diritti dell’uomo. La Grande Camera, inoltre, chiarito di non essere competente a valutare la legittimità della risoluzione, ha precisato che se la risoluzione non contiene un’esplicita affermazione volta a limitare o escludere il rispetto dei diritti dell’uomo nel contesto dell’esecuzione delle sanzioni a livello nazionale, va presunto che le misure sono compatibili con la Convenzione e che non sussiste, in linea di principio, un conflitto con gli obblighi convenzionali. Ora, poiché compito della Corte è di accertare se uno Stato ha adottato tutte le misure necessarie a garantire il rispetto della Convenzione anche nell’esecuzione della risoluzione del Consiglio di sicurezza e che gli Stati non possono trincerarsi dietro la natura vincolante delle risoluzioni del Consiglio, ma sono tenute, nel momento in cui si trovano dinanzi all’organo giurisdizionale, a mostrare di aver adottato tutte le misure necessarie per evitare violazioni della Convenzione, la Grande Camera ha bocciato la tesi delle autorità nazionali che hanno invocato l’assoluta primazia degli obblighi derivanti dalla Carta Onu e, in particolare dell’articolo 103, per respingere ogni azione dei ricorrenti.  Tra l’altro, la risoluzione del Consiglio non ha escluso in modo chiaro ed esplicito l’esame giudiziario delle sanzioni e, quindi, non si è posto un conflitto tra l’atto Onu e la Convenzione europea che prevede il diritto di accesso alla giustizia, alla base dell’equo processo, rendendo così inutile l’applicazione del principio della protezione equivalente. Di conseguenza, i tribunali nazionali avrebbero ben potuto occuparsi di valutare l’arbitrarietà della misura di confisca, conciliando le esigenze di sicurezza alla base della risoluzione e i diritti umani. Nel rifiutarsi di esaminare se vi fosse una violazione delle garanzie procedurali, la Svizzera è così incorsa in una violazione della Convenzione, limitando il diritto di accesso alla giustizia. Va segnalato che la Corte non ha condiviso la tesi del ricorrente secondo il quale il diritto di accesso alla giustizia è una norma di ius cogens, almeno allo stato attuale del diritto internazionale, pur confermando la centralità della norma all’interno della Convenzione.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/lesecuzione-delle-risoluzioni-del-consiglio-di-sicurezza-non-esonera-gli-stati-dal-rispetto-dei-diritti-delluomo-garantiti-dalla-cedu.html

Scritto in: diritti umani | in data: 22 giugno 2016 |
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