Le prescrizioni come “vivere onestamente” e “rispettare le leggi dello Stato” valutate per l’applicazione di misure di sorveglianza speciale sono troppe generiche. Di conseguenza, va annullata la sentenza della Corte di appello che ha inflitto una condanna per violazione delle misure di sorveglianza speciale in relazione alle indicate prescrizioni. E’ la Corte di cassazione, sesta sezione penale, a stabilirlo con la sentenza n. 33907/17 depositata il 12 luglio (33907).

Prima di tutto la Suprema Corte ha ricordato che le prescrizioni generiche al centro della vicenda sono state già bocciate dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 282/2019. A ciò si aggiunga – prosegue la Cassazione – la circostanza che la Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza De Tommaso (ricorso n. 43395/09) resa dalla Grande Camera il 23 febbraio 2017, ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 2 del Protocollo n. 4 sulla libertà di circolazione, ritenendo che le misure di sorveglianza speciale avevano sì un fondamento nella legge, ma la loro applicazione era legata a un apprezzamento in prospettiva dei tribunali nazionali tanto più che la stessa Corte costituzionale non ha identificato con certezza la nozione di “elementi di fatto” o i comportamenti specifici da classificare come indice di pericolosità sociale. A seguito dell’intervento di Strasburgo, la Cassazione, già in altra occasione, ha affermato che la condotta di colui che viola gli obblighi collegati alla misura di sorveglianza speciale non può avere ad oggetto la prescrizione di “vivere onestamente” e di “rispettare le legge”. Questo proprio a causa del fatto che si tratta di prescrizioni generiche e indeterminate. Di qui l’annullamento parziale della sentenza impugnata.

Cfr. il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/misure-di-prevenzione-personale-bocciate-da-strasburgo.html

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 26 luglio 2017 |
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Le misure di prevenzione personale vanno applicate solo se è garantita la prevedibilità attraverso l’individuazione di condizioni di attuazione e di parametri chiari, per limitare un’eccessiva discrezionalità nell’applicazione. E’ stata la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo a stabilirlo con la sentenza di parziale condanna all’Italia pronunciata il 23 febbraio (ricorso n. 43395/09, CASE OF DE TOMMASO v. ITALY) a seguito di un ricorso un cittadino italiano colpito per due anni da una misura di sorveglianza speciale di pubblica sicurezza e obbligo di soggiorno secondo la legge n. 1423/1956, poi abrogata dal Dlgs n. 159/2011. Per il massimo organo giurisdizionale della Corte europea dei diritti dell’uomo la misura di prevenzione della sorveglianza speciale imposta al ricorrente non era equiparabile a una privazione della libertà personale, con la conseguenza che non è stato violato l’articolo 5 della Convenzione europea sul diritto alla libertà personale, ma l’articolo 2 del Protocollo n. 4 sulla libertà di circolazione. E’ vero – scrive la Grande Camera – che le misure avevano un fondamento nella legge, ma la loro applicazione era legata a un apprezzamento in prospettiva dei tribunali nazionali tanto più che la stessa Corte costituzionale non ha identificato con certezza la nozione di “elementi di fatto” o i comportamenti specifici da classificare come indice di pericolosità sociale. Così, non è stato rispettato il requisito della prevedibilità sia con riferimento ai destinatari delle misure di prevenzione, sia per le condizioni richieste. Quello che non convince la Corte è l’applicazione di misure preventive senza che gli individui possano sapere con chiarezza quali comportamenti, ritenuti pericolosi per società, possono far scattare l’applicazione dei provvedimenti. Di conseguenza, poiché la legge in vigore all’epoca della vicenda non aveva indicato con precisione le condizioni di applicazione e, tenendo conto dell’ampio margine di discrezionalità concesso alle autorità nazionali competenti, l’Italia ha violato la Convenzione, con un’evidente ingerenza nel diritto alla libertà di circolazione. Tanto più – osserva Strasburgo – che al ricorrente non era stato imputato un comportamento o un’attività criminale specifica perché il tribunale competente aveva soltanto richiamato il fatto che aveva frequentazioni assidue con criminali importanti. La decisione, così, è stata fondata sul postulato di una tendenza a delinquere. Di qui la conclusione che la legge in vigore all’epoca dei fatti (che in larga parte corrisponde a quella attualmente in vigore) non offriva una garanzia adeguata contro ingerenze arbitrarie.

La Corte, invece, ha respinto il ricorso per violazione delle regole sull’equo processo e sull’assenza di rimedi giurisdizionali effettivi.

Scritto in: CEDU | in data: 2 marzo 2017 |
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