La CEDU interviene sull’aborto

Una sentenza storica, con la quale la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Irlanda per non aver consentito a una donna, malata di cancro, di poter ricorrere all’aborto malgrado i rischi per la salute che potevano derivare dalla prosecuzione della gravidanza. Con la pronuncia depositata il 16 dicembre, infatti, (ricorso n. 25579/05, A, B e C. contro Irlanda, http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?action=html&documentId=878721&portal=hbkm&source=externalbydocnumber&table=F69A27FD8FB86142BF01C1166DEA398649), la Corte, pur riconoscendo il margine di apprezzamento concesso agli Stati nello stabilire regole in materia di aborto, malgrado in quasi tutti gli Stati del Consiglio d’Europa vi sia una legislazione meno restrittiva rispetto all’Irlanda e pur ammettendo che in relazione a due ricorsi l’Irlanda non aveva commesso alcuna violazione dell’articolo 8, ha ritenuto che nei casi in cui vi è un rischio per la salute delle donne le autorità nazionali non devono frapporre ostacoli all’accesso all’aborto costringendo le donne a recarsi all’estero per salvaguardare il proprio diritto alla salute.  L’aspetto più importante però non è tanto quello del riconoscimento di poter ricorrere all’aborto nei casi in cui la salute sia a rischio, quanto il diritto delle donne, in questi casi, a poter invocare l’articolo 8 che garantisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare.

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