Il progetto di accordo Ue-Canada è incompatibile con l’articolo 7 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che assicura il diritto al rispetto della vita privata e con l’articolo 8 sul diritto alla protezione dei dati personali. Lo ha affermato la Corte di giustizia dell’Unione europea nel parere n. 1/15 depositato il 26 luglio con il quale Lussemburgo ha stabilito che le regole sul trasferimento e sul trattamento dei dati del codice di prenotazione (PNR) incluse nel progetto sono contrarie al diritto Ue (1:15). E’ la prima volta che la Corte di giustizia si pronuncia sulla compatibilità di un progetto di accordo con la Carta dei diritti fondamentali. E’ stato l’europarlamento, prima di dare il via libera al testo sottoposto dal Consiglio, a chiedere il parere di Lussemburgo nutrendo dubbi sul trasferimento sistematico e continuo dei codici di prenotazione di tutti i passeggeri aerei. Che vuol dire, tra l’altro, nominativi, date, tragitto, mezzi di pagamento. La Corte Ue riconosce che il sistema di trasferimento dei codici è funzionale alla lotta al terrorismo, ma il trasferimento continuo e su larga scala fa sì che la misura non possa essere considerata proporzionale, anche perché è possibile un passaggio di dati sensibili come quelli relativi salute, sull’orientamento sessuale, con una violazione del divieto di ogni forma di discriminazione. Se poi la detenzione dei dati da parte del Canada nella fase antecedente alla partenza può essere considerata come una misura “che non eccede i limiti dello stretto necessario”, l’utilizzo dei dati durante il soggiorno è ammissibile solo in presenza di determinate circostanze e garantendo un controllo giurisdizionale funzionale a evitare abusi. Dopo la partenza, poi, l’archiviazione continua dei codici non è limitata allo stretto necessario ed è, quindi, incompatibile con la Carta dei diritti fondamentali. Bocciato l’accordo, la Corte ha fornito la ricetta per scrivere un nuovo testo che contemperi esigenze di lotta al terrorismo e rispetto della privacy. In particolare, tra i diversi requisiti, la Corte ha chiesto che siano specificati i dati da trasferire, siano utilizzati modelli e criteri non discriminatori e il perimetro di utilizzo delle banche dati sia circoscritto ai soli casi di lotta al terrorismo e a reati gravi transnazionali.  Tutto con la supervisione di un’autorità di controllo indipendente. La Corte, inoltre, ha sancito che l’accordo va concluso sulla base degli articoli 16 TFUE (protezione dei dati di carattere personale) e 87 (cooperazione giudiziaria in materia penale e cooperazione di polizia).

Scritto in: Unione europea | in data: 28 luglio 2017 |
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E’ stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale Ue la decisione del Consiglio n. 2016/2220 (decisione) del 2 dicembre relativa alla conclusione, a nome dell’Unione europea, dell’accordo tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione europea sulla protezione delle informazioni personali a fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati (accordo). Dopo la solenne bocciatura del Safe Harbor per mano della Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza del 6 ottobre 2015 (C-362/14, Schrems), le istituzioni hanno messo mano alle nuove regole per arrivare al cd. Privacy Shield. Sarà così operativo il nuovo accordo che permetterà la condivisione di dati personali tra le due sponde dell’Atlantico con un’auspicabile, ma tutta da verificare, maggiore protezione delle informazioni personali. Nel segno di un miglioramento della cooperazione in materia di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati, compreso il terrorismo. Dopo mesi di impasse, l’accordo è stato raggiunto a seguito dell’adozione del Judicial Redress Act firmato dal Presidente Obama il 24 febbraio 2016, che apre le porte dei tribunali Usa ai cittadini europei per contestazioni sull’utilizzo dei dati. In questa direzione l’accordo, nel rispetto del principio di non discriminazione, ha stabilito che “Ciascuna parte rispetta gli obblighi derivanti dal presente accordo al fine di proteggere le informazioni personali dei propri cittadini e dei cittadini dell’altra parte indipendentemente dalla loro cittadinanza e senza alcuna discriminazione arbitraria o ingiustificata”. L’articolo 19, inoltre, garantisce che il controllo giurisdizionale sia ottenuto “conformemente al quadro giuridico applicabile dello Stato in cui è chiesto il rimedio”. L’accordo ha durata illimitata ma è fatta salva la possibilità di denuncia da parte di uno dei contraenti. Resta da vedere se con la nuova amministrazione americana le garanzie concesse da Obama resteranno invariate e se il nuovo accordo, che presenta zone d’ombra sul fronte della tutela della privacy, incontrerà nuovamente Mr. Schrems.

Scritto in: cooperazione giudiziaria di polizia | in data: 13 dicembre 2016 |
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Le informazioni sui conti correnti bancari sono dati personali, ma non ci sono ostacoli alla trasmissione se è in gioco la sopravvivenza di un settore strategico per l’economia di un Paese. E’ la Corte europea dei diritti dell’uomo a sdoganare gli accordi sullo scambio di dati bancari tra due Stati, che impongono a un istituto di credito la comunicazione di informazioni sui correntisti alle autorità di un Paese. Con la sentenza G.S.B. contro Svizzera depositata il 22 dicembre (AFFAIRE G.S.B. c. SUISSE), Strasburgo ha riconosciuto la compatibilità di simili accordi con l’articolo 8 della Convenzione, che garantisce il diritto al rispetto della vita privata. E’ stato un cittadino con doppia nazionalità saudita e statunitense, che aveva conti bancari in Svizzera, a rivolgersi alla Corte europea. Le autorità fiscali Usa avevano in corso un’indagine su migliaia di contribuenti con conti presso la banca svizzera “UBS SA”, non dichiarati alle istituzioni statunitensi. A seguito di un accordo tra Svizzera e Stati Uniti, le autorità elvetiche s’impegnavano alla trasmissione dei dati bancari. Per la Corte europea l’accordo non ha alcuna incompatibilità con l’articolo 8 perché l’ingerenza era prevista dalla legge, accessibile a ogni individuo, con adeguate garanzie procedurali ed era giustificata perché perseguiva un fine legittimo, considerando che il settore bancario è strategico nell’economia della Svizzera. Naturale, quindi, l’esigenza di evitare uno scontro tra banche e autorità fiscali americane, le cui accuse avrebbero potuto mettere a rischio la sopravvivenza di un istituto di credito con un ruolo cruciale dovuto anche all’elevato numero di dipendenti. L’interesse del benessere del Paese e il rispetto degli impegni internazionali prevale, infatti, su quello individuale delle persone danneggiate dalla misura. Tra l’altro, le notizie fornite erano unicamente di carattere finanziario, funzionali ad accertare se gli impegni fiscali erano stati adempiuti, senza che fossero coinvolti aspetti più personali delle persone interessate. In ultimo, la Corte ha anche stabilito che non si è realizzata una violazione del principio di irretroattività dovuta all’applicazione dell’accordo a tutti perché la mutua assistenza amministrativa in materia fiscale ha natura procedurale e, quindi, su di essa non incide il divieto di applicazione retroattiva delle norme sostanziali. Giusto, quindi, applicare l’accordo ai procedimenti in corso.

Scritto in: CEDU | in data: 31 dicembre 2015 |
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