Se manca una connessione sostanziale e se la sovrapposizione tra il procedimento tributario e quello penale è limitata dal punto di vista temporale è certa la violazione del principio del ne bis in idem nei casi in cui un individuo sia sottoposto al doppio procedimento con riguardo allo stesso fatto. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza del 18 maggio relativo alla causa Johannesson e altri contro Islanda (ricorso n. 22007/11, CASE OF JOHANNESSON) che, da un lato, ha confermato l’obbligo di applicare il test in ordine all’esistenza di una connessione temporale e sostanziale sufficientemente stretta dei due procedimenti e, dall’altro lato, ha fornito un’interpretazione che in parte neutralizza o restringe fortemente la sua applicazione concreta.

L’azione a Strasburgo è stata avviata da due cittadini islandesi e da una società (il ricorso di quest’ultima è stato dichiarato irricevibile) al centro di un accertamento fiscale che aveva portato l’amministrazione tributaria a comminare ai due ricorrenti una sovrattassa. Dopo qualche mese era stato iniziato anche il procedimento penale per evasione fiscale conclusosi con una condanna a una misura detentiva (pena sospesa) e al pagamento di una multa. Per i ricorrenti il doppio procedimento era contrario all’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto a non essere processato o punito due volte per lo stesso reato. Una posizione che la Corte di Strasburgo ha condiviso, condannando l’Islanda. Chiarito che la sanzione e il procedimento tributario avevano, nella sostanza, natura penale e che i fatti contestati erano identici così come gli autori dell’illecito, la Corte precisa la portata della sentenza della Grande Camera nel caso A. e B. contro Norvegia  (case-of-a-and-b-v-norway) con la quale era stato chiarito che il principio del ne bis in idem non si applica se i due procedimenti sono strettamente legati dal punto di vista sostanziale e temporale in modo da realizzare un’integrazione tra le due azioni con la conseguenza che i due procedimenti ne formano uno unico. Nel caso Johannesson, la Corte ha accertato la mancanza dell’elemento della connessione temporale in quanto la sovrapposizione nei tempi era stata limitata perché i procedimenti si erano svolti in parallelo solo per un anno su una durata complessiva di 9. Non solo. Il procedimento penale si era svolto in modo autonomo anche sotto il profilo delle indagini e della raccolta e valutazione delle prove, in modo differente dal caso A e B. contro Norvegia in cui i fatti accertati in un procedimento erano stati utilizzati nell’altro e nel decidere la pena nel procedimento penale i giudici avevano tenuto conto della sanzione amministrativa.

Di qui la conclusione, nella sentenza Johannesson, dell’assenza di una connessione sostanziale e temporale “sufficientemente stretta” e l’evidente duplicazione del processo, con una chiara violazione del principio del ne bis in idem da parte dell’Islanda che ha imposto ai ricorrenti un pregiudizio sproporzionato.

Si vedano, tra gli altri, i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/nessuna-violazione-del-ne-bis-in-idem-se-alla-multa-si-affianca-il-ritiro-della-patente.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/market-abuse-e-ne-bis-in-idem-la-parola-a-lussemburgo.html.

Scritto in: CEDU | in data: 19 maggio 2017 |
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L’Ufficio del massimario penale della Corte di Cassazione ha pubblicato una relazione di orientamento su “Ne bis in idem. Percorsi interpretativi e recenti approdi della giurisprudenza nazionale ed europea” (Relc26_17). Nel documento, diffuso a fine marzo, è analizzato il ne bis in idem come principio fondamentale alla luce degli atti internazionali ed europei, tra i quali l’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e l’articolo 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. In particolare, la relazione considera l’evoluzione nella prassi giurisprudenziale della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia dell’Unione europea per poi accertare l’incidenza sul diritto interno fino alla pronuncia n. 200 della Corte costituzionale con particolare riguardo all’idem factum.

Se i soggetti destinatari di sanzioni amministrative e penali sono diversi non scatta il divieto del ne bis in idem. Nei casi in cui un individuo è oggetto di un procedimento penale per un fatto per il quale è stata inflitta una sanzione amministrativa ad una società di cui era socio non sussiste alcuna violazione del principio del ne bis in idem perché il soggetto eventualmente responsabile penalmente è diverso dal soggetto responsabile in sede tributaria/amministrativa. E’ la Corte di Cassazione a stabilirlo con la sentenza n. 48591/16 depositata il 17 novembre (48591). Al centro della vicenda un provvedimento con il quale il Tribunale di Bari aveva rigettato l’istanza di riesame della decisione del giudice per le indagini preliminari che aveva disposto il sequestro preventivo di beni dell’indagato, rappresentante legale di una società. Tra i diversi motivi di ricorso alla Suprema Corte anche una presunta violazione del principio del ne bis in idem, del tutto esclusa dalla Cassazione. Quest’ultima, a sostegno della propria conclusione, ha anche evidenziato l’assenza di definitività della sanzione amministrativa che è il presupposto del divieto del ne bis in idem, come sostenuto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Nykanen contro Finlandia. Diverso, poi, come detto, il soggetto responsabile.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 7 marzo 2017 |
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Per far scattare il ne bis in idem nel caso di sanzioni penali e amministrative che, nella sostanza, sono penali, è necessario che il provvedimento sanzionatorio amministrativo sia definitivo. Lo ha precisato la Corte di cassazione, terza sezione penale, con la sentenza n. 38134/16 depositata il 14 settembre (38134). La Cassazione ha annullato la sentenza del Tribunale di Asti in base alla quale non si doveva procedere nei confronti dell’imputato per il reato di omessa dichiarazione dell’IVA in quanto sussisteva un’identità degli addebiti mossi in sede amministrativa e penale. Il Tribunale aveva ritenuto applicabile l’articolo 649 c.p.p., tenendo conto delle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo, mentre non aveva ritenuto necessario sollevare la questione di legittimità costituzionale. La Cassazione, però, non ha ritenuto corretto il ragionamento del Tribunale nella parte in cui ha ritenuto non ostativa all’applicabilità diretta dell’articolo 649 c.p.p. la mancanza di prova circa la definitività del provvedimento sanzionatorio amministrativo. Si tratta, invece, – osserva la Suprema Corte – di un elemento indispensabile per applicare il principio del ne bis in idem. Di conseguenza, “in assenza di prova della definitività del procedimento amministrativo o della irrevocabilità della sentenza tributaria eventualmente intervenuta sulla vicenda, non ricorrono le condizioni per l’applicabilità dell’articolo 649 c.p.p.”. La Cassazione ha poi escluso la necessità di un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia Ue o un rinvio alla Corte costituzionale perché è intervenuta la prescrizione.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 19 dicembre 2016 |
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Per sbrogliare la matassa del ne bis in idem nel caso di doppio procedimento penale e amministrativo la parola passa a Lussemburgo. La Corte di Cassazione, seconda sezione civile, con ordinanza interlocutoria n. 23232 depositata il 15 novembre (23232_11_2016pdf), ha sospeso il procedimento nazionale e sottoposto alla Corte di giustizia dell’Unione europea alcuni quesiti interpretativi. Nodo centrale è l’incidenza dell’articolo 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, vincolante in base al Trattato di Lisbona e relativo al principio del ne bis in idem, sull’apparato sanzionatorio interno disposto con il recepimento della direttiva 2003/6 sul divieto di market abuse, modificata dalla 2014/57.

A rivolgersi alla Cassazione, un amministratore assolto in sede penale ma destinatario, successivamente, per decisione della Consob, di sanzioni amministrative pecuniarie per abuso di informazioni privilegiate. Sanzioni ad alto tasso di afflittività – a suo dire – tali da renderle simili a quelle penali secondo i criteri formulati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo a partire dal caso Engel. Di qui l’impugnazione del provvedimento sanzionatorio pecuniario disposto in base all’articolo 187 bis del Dlgs n. 58/1998 contenente il “Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria” (modificato varie volte). Tra i diversi motivi di impugnazione, anche la circostanza dell’assoluzione in sede penale che avrebbe dovuto bloccare ogni altro procedimento in grado di portare a sanzioni che, nella sostanza, per il loro carattere particolarmente afflittivo, hanno natura penale. E ciò in violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione europea, norma che vieta un doppio procedimento per uno stesso reato per il quale un individuo sia stato già assolto o condannato, e della sentenza Grande Stevens. La Cassazione aderisce alla nozione di medesimo fatto prospettata sia dalla Corte di Strasburgo sia da quella di Lussemburgo, facendo riferimento non alla qualificazione giuridica, ma al dato fattuale della stessa condotta. Nel caso in esame, si era formato, con la pronuncia di assoluzione, il giudicato in sede penale e certo le sanzioni amministrative erano particolarmente afflittive, tanto più che alla misura pecuniaria si era aggiunta quella interdittiva. Così, la Cassazione, prima di decidere, ha chiesto agli eurogiudici di chiarire la portata dell’articolo 50 della Carta dei diritti fondamentali che deve essere applicato visto che la normativa interna deriva dal recepimento del diritto Ue. Di conseguenza, la Cassazione ha scelto di anteporre alla questione di costituzionalità il rinvio a Lussemburgo, che potrebbe portare all’immediata disapplicazione del diritto interno.

La Cassazione, tra l’altro, mettendo a confronto le sentenze di Strasburgo con quelle di Lussemburgo, evidenzia che non si può “affermare che la giurisprudenza euro-unitaria escluda la duplicazione del procedimento con la stessa nettezza con cui si è espressa la sentenza della Corte Edu Grande Stevens”. Questo ha spinto la Cassazione a decidere di passare la questione agli eurogiudici che dovranno chiarire se l’articolo 50 precluda, in caso di assoluzione definitiva, “senza alcun apprezzamento da parte del giudice nazionale, di avviare altri procedimenti che portino all’applicazione di sanzioni che per natura e gravità sono qualificabili come penali”. Da chiarire, poi, se nel valutare l’applicazione del principio del ne bis in idem, il giudice deve tenere conto dei limiti di pena della direttiva 2014/57.

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 4 dicembre 2016 |
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Nessuna violazione del principio del ne bis in idem se alla multa per eccesso di velocità comminata in un procedimento penale segue, per lo stesso fatto, il ritiro della patente deciso in un procedimento amministrativo. E questo anche se entrambe le misure possono essere inquadrate tra quelle penali. E’ la Corte europea dei diritti dell’uomo a stabilirlo nella sentenza Rivard contro Svizzera (ricorso n. 21563/12,affaire-rivard-c-suisse), depositata il 4 ottobre, a seguito del ricorso di un cittadino canadese residente in Svizzera che era stato condannato a una multa di 600 franchi svizzeri per eccesso di velocità. Due mesi dopo gli era stata ritirata la patente. Il ricorrente aveva contestato la misura ritenendo di essere stato oggetto di una doppia condanna per uno stesso fatto in violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione dei diritti dell’uomo, norma che vieta un doppio procedimento per uno stesso reato per il quale un individuo sia stato già assolto o condannato. Tutti i ricorsi interni erano stati respinti. Di qui l’azione a Strasburgo che, però, ha respinto il ricorso. Strasburgo ricorda che la classificazione di una misura tra quelle penali o amministrative non dipende dal diritto interno, ma dalla presenza di alcuni elementi individuati dalla Corte europea che, a suo avviso, erano presenti nel caso di specie. D’altra parte, in questo caso, il ritiro della patente è una sanzione supplementare che completa la condanna penale ossia la multa, con la conseguenza che il principio del ne bis in idem deve essere applicato. Tuttavia, pur in presenza di uno stesso fatto, ossia l’eccesso di velocità che dà origine a due procedure, una penale e l’altra amministrativa, in questo caso non c’è stata violazione del principio del ne bis in idem. Le sanzioni inflitte al ricorrente – precisa la Corte – sono state pronunciate da due autorità distinte in due procedimenti diversi, ma in presenza di un legame materiale e temporale “sufficientemente stretto perché si possa considerare il ritiro della patente come una delle misure previste dal diritto interno per la punizione dei reati legati alla guida”. E’, quindi, la necessità di coordinare le procedure che ha portato a due momenti distinti per applicare misure sanzionatorie (entrambe, in sostanza, penali) riferite allo stesso fatto. Il lasso temporale trascorso tra i due procedimenti è stato poi minimo e il ritiro della patente è stato deciso appena la condanna per eccesso di velocità è divenuta esecutiva. Il provvedimento di ritiro della patente, così, non è altro che una pena complementare rispetto a quella penale e i due procedimenti, penale e amministrativo, sono due aspetti di un sistema unico, senza che si possa configurare un doppio procedimento in grado di far scattare la violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 7.

Scritto in: CEDU | in data: 21 ottobre 2016 |
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Spetterà alla Corte di giustizia dell’Unione europea chiarire se il principio del ne bis in idem, fissato dall’articolo 50 della Carta dei diritti fondamentali UE, come interpretato dall’articolo 4 del Protocollo n. 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, impedisca la celebrazione di un procedimento amministrativo che ha ad oggetto la condotta illecita di manipolazione del mercato se il soggetto ha già subito una condanna penale definitiva. La Corte di cassazione, sezione tributaria civile, con ordinanza interlocutoria n. 20675/16 del 13 ottobre 2016 ha sospeso il procedimento e passato la questione alla Corte di giustizia Ue (1_20675_2016), già investita di un rinvio pregiudiziale sul principio in oggetto (http://www.marinacastellaneta.it/blog/rinvio-pregiudiziale-alla-corte-ue-sul-ne-bis-in-idem.html).

Il ricorso in Cassazione era stato presentato dal destinatario di una sanzione amministrativa pecuniaria da parte della Consob per market abuse. La Corte di appello di Roma aveva confermato la misura, pur riducendo l’entità della multa. Al tempo stesso, il ricorrente, per gli stessi fatti, aveva subito un processo penale che si era concluso con un patteggiamento e una condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione. I giudici della Cassazione avevano sollevato una questione di legittimità costituzionale, ma la Consulta aveva dichiarato il ricorso inammissibile. Così, la Cassazione ha posto la questione pregiudiziale alla Corte Ue che dovrà chiarire se la mancata previsione dell’allargamento del principio del ne bis in idem anche ai rapporti tra sanzione penale e amministrativa di natura penale sia conforme “ai principi unionali” e, in particolare, all’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali e se il giudice nazionale possa applicare “direttamente i principi unionali in relazione al principio del ne bis in idem”.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/ne-bis-in-idem-e-cedu-la-cassazione-conferma-il-no-alla-disapplicazione.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/ordinanza-della-corte-ue-sul-ne-bis-in-idem.html

Scritto in: Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea | in data: 18 ottobre 2016 |
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La Corte costituzionale è intervenuta nuovamente sui rapporti tra diritto interno e Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E lo ha fatto con la sentenza n. 200/2016 del 21 luglio 2016 relativa al principio del ne bis in idem e all’eventuale contrasto tra la formulazione di cui all’articolo 649 del codice di procedura penale e quella prospettata come più favorevole di cui all’articolo 4 del Protocollo n. 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (200:2016). E’ stato il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Torino, con riferimento al processo Eternet, con ordinanza del 24 luglio 2015, a sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 649 c.p.p. con riferimento all’articolo 117 della Costituzione e, quindi, all’articolo 4 del Protocollo n. 7 della Convenzione europea. In particolare, secondo il giudice a quo, la limitazione all’applicazione del principio, che risulterebbe dall’art. 649, all’esistenza del medesimo fatto giuridico nei suoi elementi costitutivi con riguardo alla sola condotta dell’agente, senza tener conto, invece, dell’esistenza del medesimo “fatto storico”, è contraria alla Convenzione e, quindi, all’articolo 117 della Costituzione. La Consulta ha ritenuto non fondata l’interpretazione prospettata dal giudice. Ed invero, dalla prassi giurisprudenziale interna non risulta che l’articolo 4 del Protocollo, che recepisce il criterio dell’idem factum e non dell’idem legale, abbia un campo applicativo diverso o più favorevole all’imputato rispetto all’articolo 649 c.p.p. La Corte costituzionale ha rilevato che il riferimento al fatto, nella giurisprudenza della CEDU, non è limitato all’azione o alla omissione e comprende, invece, “l’oggetto fisico su cui cade il gesto” tanto da poter comprendere anche l’evento naturalistico che ne consegue. La Corte europea dei diritti dell’uomo, poi, con riferimento alla concezione dell’idem factum non ha precisato in modo chiaro se detta concezione sia limitata alla condotta dell’agente “ovvero abbracci l’oggetto fisico, o anche l’evento naturalistico” tant’è che, in diverse occasioni, Strasburgo ha fatto riferimento alla stessa vittima. Di conseguenza, la Consulta conclude che “non si può isolare con sufficiente certezza alcun principio”, potendosi così fare riferimento alla condotta dell’agente, ma anche all’oggetto fisico dell’evento nella sola dimensione materiale. La Convenzione – prosegue la Consulta – impone agli Stati di applicare il ne bis in idem “in base a una concezione naturalistica del fatto, ma non di restringere quest’ultimo nella sfera della sola azione od omissione dell’agente”. Di conseguenza, in assenza di una giurisprudenza europea univoca, l’interprete deve fare riferimento al solo rilievo storico naturalistico del fatto. Detto questo, però, i giudici costituzionali ritengono che siano presenti alcuni elementi di contrasto in ragione di alcuni orientamenti che si fondano sull’applicazione del principio ai soli casi in cui vi sia un idem legale con un’evidente incompatibilità con la Convenzione e con la stessa Costituzione. Per quanto riguarda l’ulteriore profilo di contrasto tra l’articolo 649 c.p.p. e l’articolo 4 del Protocollo n. 7 in relazione agli orientamenti che vietano di applicare il principio del ne bis in idem “ove il reato già giudicato sia stato commesso in concorso formale con quello oggetto della nuova iniziativa del pubblico ministero nonostante la medesimezza del fatto”, la Corte ritiene questa posizione incompatibile con la CEDU se il fatto storico è lo stesso, tenendo conto che le uniche deroghe ammissibili in ordine alla preclusione del giudicato rispetto alla nuova azione penale sono solo quelle elencate dal comma 2 dell’articolo 4, del Protocollo n. 7. Questo vuol dire che il giudice deve considerare la triade condotta-nesso causale-evento naturalistico e considerare l’idem se c’è coincidenza di tutti questi elementi “assunti in una dimensione empirica”. Pertanto, esiste un contrasto dell’articolo 649 con l’articolo 117 della Costituzione se è esclusa l’applicazione del ne bis in idem per la sola circostanza che ricorre un concorso formale di reati tra res iudicata e res iudicanda, mentre l’articolo 4 del Protocollo n. 7 vieta di procedere nuovamente quando il fatto storico è lo stesso. Solo per questa parte, quindi, la Consulta ha dichiarato l’incostituzionalià dell’art. 649 c.p.p.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 22 luglio 2016 |
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Un freno a interpretazioni autonome da parte dei giudici di merito che portano a disapplicare una norma interna in forza di un contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, senza sollevare la questione di legittimità costituzionale. La Corte di Cassazione, terza sezione penale, con la pronuncia n. 25815/16 depositata ieri (25815:16) ha disposto l’annullamento della sentenza del Tribunale di Asti che aveva assolto l’imputato per un reato e stabilito che per le altre imputazioni non si doveva procedere in quanto era stato già destinatario di sanzioni amministrative per gli stessi fatti oggetto del procedimento penale. Il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Torino ha impugnato la pronuncia dinanzi alla Cassazione che gli ha dato ragione. Per la Suprema Corte, l’articolo 649 c.p.p., che fissa il divieto di un nuovo processo penale per il medesimo fatto, non può essere interpretato autonomamente dal giudice di merito alla luce dell’articolo 4 (sul principio del ne bis in idem) del Protocollo n. 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo secondo i criteri stabiliti nella sentenza Grande Stevens, superando il chiaro dato letterale della norma. E’, infatti, evidente, che l’interpretazione convenzionalmente orientata non appare possibile visto la chiara formulazione della norma. L’articolo 649, infatti, si riferisce a più procedimenti penali per il medesimo fatto e non si può, quindi, estendere il suo ambito applicativo “a sanzioni irrogate l’una dal giudice penale, l’altra da un’autorità amministrativa” nei casi in cui tra le due violazioni c’è un rapporto di progressione illecita. Il Tribunale – osserva la Cassazione – non aveva la possibilità di interpretare l’articolo in esame in modo conforme alla Convenzione alla luce della sentenza Grande Stevens ed Engel e, quindi, anche sulla base delle sentenze della Corte costituzionale n. 348 e n. 349 del 2007, avrebbe dovuto constatare l’impossibilità di interpretare l’articolo 649 in modo conforme alla regola convenzionale e sollevare la questione di legittimità costituzionale ex articolo 117 della Costituzione in relazione all’articolo 4 del Protocollo n. 7 nella parte in cui l’articolo 649 non prevede l’applicabilità del divieto di un secondo giudizio se l’imputato è stato già giudicato con un provvedimento irrevocabile, per il medesimo fatto, nell’ambito di un procedimento amministrativo.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 23 giugno 2016 |
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In linea con la legge di delegazione europea 2014, è stato adottato e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 7 marzo il decreto legislativo del 15 febbraio n. 29 finalizzato a garantire l’attuazione della decisione quadro 2009/948/GAI del Consiglio, del 30 novembre 2009, sulla prevenzione e la risoluzione dei conflitti relativi all’esercizio della giurisdizione nei procedimenti penali (DLGS). Con l’entrata in vigore del testo, saranno evitati  procedimenti penali superflui. In particolare, il testo punta a evitare procedimenti paralleli sia nella fase delle indagini preliminari che in quelle successive, per impedire la pendenza di processi tra due o più Stati membri per gli stessi fatti e la stessa persona. Piena attuazione, così, del principio del ne bis in idem anche per bloccare decisioni confliggenti.

Il sistema è basato su contatti diretti tra le autorità giudiziarie competenti e, in caso di difficoltà nell’individuazione di quella competente, anche attraverso i punti di contatto della rete giudiziara europea. Il Decreto legislativo disciplina le situazioni in cui l’autorità italiana deve contattare quella di un altro Stato nonché l’ipotesi inversa, con l’obbligo di rispondere senza indebito ritardo.

In particolare, l’articolo 6 elenca le informazioni che l’autorità giudiziaria italiana deve indicare nella richiesta tra le quali la descrizione dei fatti oggetto del procedimento penale, l’identità dell’indagato e dell’imputato, l’eventuale custodia cautelare alla quale è sottoposto l’interessato e ogni alta informazione necessaria. E’ previsto, inoltre, un meccanismo di consultazioni dirette (articolo 8) che, però non sospengono il procedimento anche se il giudice nazionale non può pronunciare sentenza. Tuttavia, in questo caso, la sospensione non può superare i 20 giorni. Se è raggiunto il consenso sulla concentrazione dei procedimenti in Italia, il periodo di custodia cautelare all’estero è computato in Italia e gli atti probatori compiuti all’estero sono utilizzabili secondo la legge italiana. Nei casi in cui l’accordo porti alla competenza del giudice di un altro Stato Ue, l’autorità giudiziaria italiana dichiara la sopravvenuta improcedibilità.

 

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 14 marzo 2016 |
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