I giornalisti sono esposti, troppo di frequente, a ingerenze ingiustificate nello svolgimento della propria professione. E’ quanto risulta da uno studio del Consiglio d’Europa, presentato il 20 aprile, effettuato su un campione di 940 giornalisti in 47 Paesi membri del Consiglio e in Bielorussia (journalists). L’ingerenza più frequente – si legge nel rapporto – è la violenza psicologica costituita da un mix di intimidazioni, minacce e calunnie. Seguono poi le campagne di diffamazione a danno dei giornalisti, minacce fisiche, sorveglianza, intimidazioni della polizia. La metà dei giornalisti intervistati ha poi dichiarato “di non essere in grado di proteggere totalmente le proprie fonti”. Ben il 21% dei cronisti intervistati ha subito furti, confische o distruzione di beni legati all’attività professionale e il 19% è stato vittima di intrusioni nel sistema informatico e il 13% di molestie sessuali. Grave problema quello delle intimidazioni giudiziarie provocate molto spesso dalle leggi sulla diffamazione, evidentemente non in linea con gli standard internazionali.

Dallo studio, realizzato da Marilyn Clark e Anna Grech dell’Università di Malta con l’Associazione dei giornalisti europei, la Federazione europea dei giornalisti e dalle organizzazioni Index on Censorship, International News Safety Institute e Reporter senza frontiere, risulta che le minacce fisiche hanno colpito soprattutto i giornalisti che lavorano in Turchia e nel Caucaso meridionale.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 12 maggio 2017 |
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Se i giudici nazionali non applicano gli standard fissati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo a tutela della libertà di stampa è certa la violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea che assicura la libertà di espressione. In particolare, ha chiarito la Corte di Strasburgo nella sentenza di condanna alla Russia depositata il 25 aprile (CASE OF OOO IZDATELSKIY TSENTR KVARTIRNYY RYAD v. RUSSIA), i giudici nazionali devono verificare se l’articolo ritenuto diffamatorio raggiunge un certo livello di gravità, se procura un effettivo pregiudizio al godimento del diritto alla vita privata e personale e se l’articolo in discussione è di interesse generale. Senza dimenticare che certo non si può chiedere al giornalista o all’editore di fornire la prova di un giudizio di valore e che chi riveste un ruolo pubblico, anche quando agisce nella sua attività privata, è sottoposto a uno scrutinio di più ampia portata rispetto al privato cittadino. A rivolgersi alla Corte europea è stata una società editoriale con sede a Mosca che pubblicava un quotidiano sul mercato immobiliare nella zona di Mosca. In un articolo un giornalista aveva criticato l’amministrazione di un’associazione di comproprietari, contestando al presidente dell’associazione il contemporaneo svolgimento di un’attività pubblica nella circoscrizione municipale. Di qui l’azione civile per diffamazione, con i tribunali nazionali che avevano dato torto all’editore imponendogli di versare un risarcimento di 270 euro. L’editore ha così fatto ricorso a Strasburgo che ha ritenuto che la Russia avesse violato la Convenzione perché i giudici nazionali hanno trascurato del tutto i criteri di Strasburgo e dato peso unicamente alla reputazione del protagonista dell’articolo, senza considerare l’interesse pubblico della notizia e che il giornalista aveva agito in buona fede e nel rispetto delle regole deontologiche. Per di più, è evidente che la decisione nazionale è contraria alla Convenzione perché è stata affermata la responsabilità dell’editore senza valutare che un personaggio pubblico deve essere sottoposto a critiche più dure rispetto a un privato. A ciò si aggiunga – osserva la Corte – che i giudici nazionali hanno chiesto al giornalista di provare la verità di quanto scritto rispetto a quello che era un giudizio di valore, in modo del tutto contrario alla Convenzione europea.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 3 maggio 2017 |
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La libertà di stampa va rafforzata nei periodi elettorali. Non solo le eccezioni alla libertà di espressione devono essere interpretate restrittivamente, ma è necessario garantire una libertà ancora più ampia, che include satira e parodia, nel caso di discorsi politici e di questioni di interesse per la collettività. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Grebneva e Alisimchik contro Russia (ricorso n. 8918/05, case-of-grebneva-and-alisimchik-v-russia) depositata il 22 novembre con la quale Strasburgo ha condannato la Russia per violazione della libertà di stampa garantita dall’articolo 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo. A rivolgersi alla Corte, l’editrice e la giornalista di un settimanale che, durante il periodo delle elezioni alla Duma, avevano pubblicato un’intervista satirica e un’immagine che ritraeva il corpo di una donna avvolta in una banconota e il volto di un candidato, procuratore della regione di Primorskiy. La giornalista e l’editrice erano state condannate in sede penale a una multa di 820 euro per ingiuria aggravata. Una condanna che non ha convinto affatto Strasburgo, che ha respinto le obiezioni del Governo secondo il quale andava tutelata la morale pubblica colpita anche dalle espressioni offensive e dall’uso dello slang. Chiarito che le limitazioni alla libertà di stampa vanno interpretate restrittivamente a maggior ragione nel caso di pubblicazioni che hanno al centro la politica, la Corte ha precisato che se certo il linguaggio offensivo non è protetto dall’articolo 10 della Convenzione quando raggiunge un livello di gratuita e volontaria denigrazione e quando ha il solo fine di insultare, l’uso di frasi volgari, in sé, non è decisivo, però, per ritenere che un articolo sia offensivo perché talune frasi possono essere necessarie per motivi stilistici. D’altra parte, osserva la Corte, lo stile è un componente della comunicazione perché è una forma di espressione e va protetto allo stesso modo del contenuto. La libertà di stampa, poi, copre anche il ricorso a un certo grado di esagerazione e provocazione, con la conseguenza che quando è in gioco la libertà di stampa il margine di intervento e di apprezzamento degli Stati va limitato. Senza dimenticare, poi, che la libertà di stampa è “particolarmente importante nel periodo che precede le elezioni” ed è così necessario che “le opinioni e le informazioni di ogni genere circolino liberamente”. E’ vero che nell’immagine e nell’intervista a un autore di satira si faceva un parallelismo tra il procuratore regionale e una prostituta, ma era evidente il carattere provocatorio che non era certo equiparabile a un attacco gratuito, tanto più che non si richiamava alcun aspetto della vita privata. Al contrario, l’intervento satirico e la distorsione della realtà – che è un elemento essenziale della satira e della parodia – si inserivano in un contesto generale in cui si discuteva del sostegno economico e politico ad alcuni candidati piuttosto che ad altri. E la Corte bacchetta le autorità nazionali che non hanno tenuto conto del contesto, estrapolando l’immagine e le singole espressioni, senza valutare l’interesse della collettività e il fatto che si trattava di argomenti di interesse generale. Così, le autorità nazionali hanno sbagliato perché non hanno preso in considerazione la circostanza che si trattava di una figura pubblica (seppure non un politico), con la conseguenza che la persona al centro dell’articolo doveva mostrare una maggiore tolleranza. I giudici nazionali, poi, non hanno effettuato alcun bilanciamento tra i diversi interessi in gioco e non hanno considerato che la libertà di espressione è essenziale per una società democratica. Così, accertata la violazione della Convenzione, la Corte, ribadito che una condanna in sede penale è in sé un deterrente per la libertà di stampa, ha imposto allo Stato in casusa di versare 920 euro per i danni patrimoniali e 3mila euro a ciascun ricorrente per i danni non patrimoniali.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 1 dicembre 2016 |
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Nell’Europa ex culla della civiltà, continuano le minacce, le intimidazioni ai giornalisti e le limitazioni alla libertà di stampa. Con gravi danni per la democrazia. E’ il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa a scriverlo e ad adottare le linee guida che gli Stati dovrebbero seguire anche per rispettare l’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura la libertà di espressione e le sentenze della Corte di Strasburgo. Nella raccomandazione divulgata il 13 aprile (CM/Rec(2016)4 protezione giornalisti), il Comitato individua alcuni pilastri considerati indispensabili per garantire la libertà di stampa. Dalle misure preventive, alla protezione effettiva dei giornalisti che non devono subire attacchi, finanche giudiziari e la lotta contro l’impunità verso coloro che sferrano attacchi ai reporter. Agli Stati, il Comitato chiede l’adozione di misure positive e, quindi, azioni concrete. Tra le altre, l’adozione di leggi interne che favoriscano l’accesso alle informazioni e un pluralismo effettivo. Indispensabile, poi, l’abolizione del carcere nei casi di diffamazione, ammissibile solo nelle ipotesi di incitamento alla violenza. Il Comitato riconosce che l’attività giurisdizionale è competenza degli Stati, ma chiede l’adozione di misure volte a impedire attacchi giudiziari che producono un chilling effect sulla libertà di stampa, nonché la messa al bando di sanzioni sproporzionate e di misure giudiziarie e amministrative volte a ostacolare l’esercizio dell’attività dei giornalisti.

Qui le statistiche di reporters without borders https://rsf.org/en/news/2016-world-press-freedom-index-leaders-paranoid-about-journalists.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 19 maggio 2016 |
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La sanzione sarà pure stata lieve, ma il fatto stesso che un giornalista abbia subito una condanna in sede penale rende lo Stato responsabile per violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che garantisce il diritto alla libertà di espressione. Questo anche in considerazione del fatto che una sanzione penale ha in sé un effetto dissuasivo sulla libertà di stampa, che non viene meno malgrado la lieve entità della sanzione pecuniaria. E’ ancora una volta la Corte europea dei diritti dell’uomo a rafforzare la tutela dei giornalisti con la sentenza De Carolis e altri contro Francia, condannata da Strasburgo (AFFAIRE DE CAROLIS ET FRANCE TELEVISIONS c. FRANCE). E’ stato il presidente di France 3, diventata poi France Télévision, e 3 giornalisti a rivolgersi a Strasburgo dopo essere stati condannati per diffamazione a seguito della denuncia del Principe saudita Turki Al Faisal. Quest’ultimo riteneva di essere stato diffamato per un reportage sull’11 settembre 2001 in cui i familiari delle vittime lamentavano i ritardi nelle inchieste giudiziarie in cui erano coinvolti alcuni sauditi da loro accusati di aver finanziato al Qaida. Il principe era accusato di aver aiutato i talebani quando era capo del servizio di sicurezza saudita. I giudici francesi avevano accolto la sua domanda e condannato i giornalisti. Una conclusione in violazione della Convenzione europea, per Strasburgo. E’ vero che l’ingerenza nel diritto alla libertà di stampa era previsto dalla legge ma non era necessaria in una società democratica anche tenendo conto che nei casi in cui il giornalista riporta fatti di interesse pubblico, per di più relativi a personaggi pubblici, il margine di apprezzamento dello Stato è “particolarmente limitato”. Non solo. La Corte è netta nello sbarrare la strada ai giudici nazionali che non possono certo sostituirsi alla stampa, scritta o televisiva,  per decidere quale tecnica di resoconto i giornalisti devono adottare. Tra l’altro, nel caso di specie, i reporter avevano riportato fatti, espresso dei giudici di valore con una base fattuale sufficiente, usato varie volte il condizionale, invitato gli avvocati del principe e indicato quest’ultimo come presunto sostenitore di Osama bin Laden. Accortezze sufficienti a garantire il rispetto delle regole deontologiche del giornalismo. Detto questo, però, non si può certo chiedere al giornalista “di prendere sistematicamente e formalmente le distanze dal contenuto di una dichiarazione che potrebbe offendere terzi”. Tra l’altro, per la Corte, anche se l’entità della sanzione è stata limitata a 1.000 euro per i danni materiali e a un euro per quelli morali, il fatto che i giornalisti abbiano subito una condanna in sede civile e penale rende la sanzione sproporzionata perché la misura penale ha un effetto deterrente sulla libertà di stampa con inevitabile violazione della Convenzione.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 8 febbraio 2016 |
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Non ci sono motivi di sicurezza nazionale che tengano se uno Stato parte alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo condanna un giornalista per aver pubblicato un articolo che contiene un’intervista a un membro di un’organizzazione illegale, senza alcuna forma di hate speech. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Belek e Veliogly contro Turchia depositata il 6 ottobre (AFFAIRE BELEK ET VELIOGLU c. TURQUIE) con la quale Strasburgo ha condannato Istanbul per violazione dell’articolo 10 della Convenzione che assicura il diritto alla libertà di espressione. A rivolgersi alla Corte il proprietario e il redattore capo di un quotidiano di Istanbul. Il giornalista aveva pubblicato un articolo con la dichiarazione di un rappresentante curdo in cui si criticavano le condizioni di detenzione di Ocalan. Ora, poiché la legge turca vieta la pubblicazione di dichiarazioni di membri di un’organizzazione illegale armata, i due ricorrenti erano stati condannati al pagamento, rispettivamente, di 527 e 285 euro. Era stata poi vietata la pubblicazione del quotidiano per tre giorni, sanzione che era caduta per una modifica legislativa. Secondo la Corte, i giudici nazionali hanno violato la Convenzione perché non hanno considerato l’articolo nel suo insieme. Inoltre, ad avviso dei giudici internazionali, l’articolo non conteneva alcun appello all’uso della violenza, all’insurrezione e non conteneva alcun discorso d’odio. Di conseguenza, l’ingerenza nel diritto alla libertà di espressione non era giustificata. La Corte ha così condannato lo Stato a pagare la cifra che i due giornalisti avevano dovuto versare e, come indennizzo per i danni non patrimoniali, 1.250 euro a ciascun ricorrente.

Scritto in: libertà di espressione | in data: 15 ottobre 2015 |
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L’utilizzo di frasi che deridono un politico non possono essere considerate diffamatorie se contribuiscono al dibattito su questioni di interesse generale e se non si tratta di attacchi personali gratuiti. Mentre sul piano nazionale si comprime la libertà di stampa (in Italia come in altri Paesi), la Corte europea dei diritti dell’uomo procede nella sua opera di rafforzamento nella protezione dei giornalisti proprio in ragione della strumentalità della libertà di stampa per  la democrazia. In questa direzione, con la sentenza depositata il 22 settembre (AFFAIRE KOUTSOLIONTOS ET PANTAZIS c. GR?CE), Strasburgo ha condannato la Grecia per violazione dell’articolo 10 che assicura la libertà di espressione. A rivolgersi alla Corte europea l’editore di un giornale locale di Ioannina e il direttore del dipartimento dei monumenti storici che aveva scritto un articolo polemico su un politico, ex sindaco della città. Quest’ultimo li aveva citati in giudizio e i tribunali greci li avevano condannati per diffamazione a una sanzione di 15mila euro. I giudici nazionali avevano analizzato la vicenda tenendo conto dell’articolo 10 della Convenzione, ma erano giunti alla conclusione che era stato oltrepassato il limite previsto poiché era stata lesa la reputazione dell’ex sindaco. Una conclusione che non ha convinto Strasburgo. Per i giudici internazionali, infatti, non è conforme alla prassi di Strasburgo estrapolare una singola frase dal contesto dell’articolo senza valutare elementi essenziali come il contributo di un articolo di stampa al dibattito su questioni di interesse per l’intera collettività. L’autore dell’articolo aveva usato uno stile polemico, sarcastico, incisivo e provocatorio ma ciò non può giustificare una restrizione alla libertà di espressione se l’articolo ha un interesse generale. Tanto più – osserva la Corte – che non spetta ai giudici indicare all’interessato lo stile da utilizzare. Nel caso di specie, poi, l’autore aveva espresso critiche nei confronti di un politico senza alcun attacco personale gratuito perché le espressioni utilizzate avevano un legame sufficientemente stretto con la situazione commentata dall’autore e con la gestione della città. Di qui la violazione dell’articolo 10 a seguito della condanna disposta dai tribunali nazionali e l’obbligo, per lo Stato in causa, di versare a ciascun ricorrente poco più di 10mila euro per i danni patrimoniali subiti.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 25 settembre 2015 |
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Una sanzione pecuniaria pari a 50 volte il salario medio all’epoca dei fatti è una violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Senza dimenticare che il livello di esagerazione e di provocazione concesso a un giornalista è più ampio quando rivolto a persone che, pur non essendo uomini politici, entrano nella sfera pubblica. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza depositata il 7 luglio relativa al ricorso Morar contro Romania (AFFAIRE MORAR c. ROUMANIE). Oltre che per il rafforzamento costante della libertà di stampa operato da Strasburgo, in forza dell’articolo 10 della Convenzione europea che assicura il diritto alla libertà di espressione, la sentenza va segnalata per la durata eccessivamente lunga del procedimento considerato che il ricorso era stato presentato nel 2006 e la sentenza è stata resa dopo 10 anni. Segno che anche a Strasburgo qualcosa sui tempi processuali non funziona.

E’ stato il giornalista di un giornale satirico rumeno a rivolgersi alla Corte europea dopo la condanna in sede civile e penale per la pubblicazione di alcuni articoli che avevano preso di mira il consigliere politico di un candidato alle elezioni presidenziali. In particolare, nell’articolo, erano sottese accuse di spionaggio. Le condanne – scrive la Corte europea – non sono state adottate seguendo gli standard di Strasburgo perché i giudici nazionali non hanno tenuto conto del fatto che il giornalista ha agito nel rispetto delle regole deontologiche ed entro i limiti di esagerazione e provocazione ammissibili. Il giornalista, inoltre, aveva sempre indicato i dati forniti come sospetti e non come fatti, utilizzando uno stile proprio della satira. Né è stato considerato, da parte del giudice nazionale,  il contesto poiché era stato trascurato il fatto che, pur non trattandosi di un politico che sceglie di scendere nell’arena pubblica, l’uomo oggetto dell’articolo era un consigliere politico che era entrato nella sfera pubblica. Con la conseguenza che i limiti della critica concessi a un giornalista sono più ampi rispetto a quelli ammessi nel caso di privati cittadini tanto più quando contribuiscono a un dibattito su questioni di interesse generale. La sanzione pecuniaria è stata poi sproporzionata perché il giornalista è stato condannato a versare una somma pari a 19.262 dollari americani e 22.233 lei rumeni. La Corte ha così condannato la Romania per violazione dell’articolo 10, con l’obbligo per lo Stato in causa di versare al giornalista 18.445 euro per i danni materiali e 6mila euro per quelli morali considerando che il reporter ha subito un pregiudizio innegabile a causa della condanna.

Scritto in: libertà di espressione | in data: 3 agosto 2015 |
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Le sanzioni penali, anche quando sono unicamente pecuniarie, non passano il vaglio della Corte europea dei diritti dell’uomo che, con la sentenza del 23 giugno, Niskasaari contro Finlandia (NISKASAARI), continua nell’opera di rafforzamento della libertà di stampa dei giornalisti che, per Strasburgo, hanno una posizione diversa da coloro che si avvalgono generalmente della libertà di espressione. Con la conseguenza che, anche in ragione del ruolo di informazione della collettività, essenziale per la democrazia, vanno tutelati in modo diverso da altri soggetti. A rivolgersi a Strasburgo, editore e giornalista di un magazine che aveva pubblicato un articolo critico nei confronti di un collega della televisione pubblica per un reportage sulle foreste, con alcuni dati falsi. Citati in giudizio, i due erano stati condannati: il giornalista a una multa di 240 euro e 2mila euro per i danni, e l’editore a 4mila euro per danni e 25mila per i costi sostenuti dal diffamato in tribunale. Il giornalista e l’editore si sono così rivolti a Strasburgo che ha dato ragione ai due ricorrenti. Gli Stati e, in particolare le autorità giurisdizionali nazionali, – scrive la Corte europea – hanno un certo margine di apprezzamento nello stabilire a quale diritto dare la prevalenza – reputazione o libertà di espressione (articoli 8 e 10 della Convenzione) – ma la Corte europea mantiene il diritto di supervisionare il pieno rispetto della Convenzione. Inoltre, i tribunali interni sono tenuti a seguire i parametri fissati dalla Corte ossia il contributo al dibattito su questioni di interesse generale, la notorietà della persona oggetto dell’articolo e il contenuto, la condotta della persona interessata, il metodo utilizzato per ottenere informazioni e la veridicità, il contenuto, la forma e le conseguenze della pubblicazione e la severità della sanzione. La Corte utilizza la congiunzione “e”, segno che tutti gli elementi devono essere oggetto di valutazione, con un margine che così diventa ristretto. Tanto più che – scrivono i giudici internazionali – solo se sussistono forti ragioni è possibile sostituire i parametri individuati dalla Corte con quelli propri dei giudici nazionali, tenuti a considerare il ruolo particolare del giornalista. Proprio a quest’ultimo aspetto i giudici interni non avevano prestato sufficiente attenzione, mentre avrebbero dovuto farlo secondo Strasburgo, che tiene a sottolineare così la necessità di un diverso trattamento per la stampa. Nel valutare, poi, la proporzionalità della sanzione la Corte europea ha effettuato un confronto con le misure previste dal diritto finlandese per altri reati, giungendo alla conclusione della sproporzionalità della sanzione. Di qui la condanna dello Stato in causa, tenuto a versare 32mila euro per i danni patrimoniali, 1.500 per quelli non patrimoniali e 3mila per le spese.

Scritto in: libertà di espressione | in data: 14 luglio 2015 |
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Gli Stati devono rispettare il diritto internazionale umanitario e assicurare la protezione dei giornalisti e del personale associato durante i conflitti armati, garantendo che i colpevoli di crimini contro i reporter siano puniti. Lo chiede il Consiglio di sicurezza dell’Onu nella risoluzione n. 2222 approvata il 27 maggio 2015 (N1515380), riprendendo quanto affermato a tutela dei giornalisti nella risoluzione n. 1738 del 23 dicembre 2006.

Gli atti di violenza contro i giornalisti – scrive il Consiglio – sono in aumento così come si segnala un incremento di attacchi deliberati in violazione del diritto internazionale umanitario. Resta poi il problema dell’impunità, mentre gli Stati devono assicurare la punizione di coloro che commettono crimini contro i giornalisti anche per evitare futuri attacchi nei loro confronti. Tanto più che i giornalisti, oltre ad avere diritto a una protezione in quanto civili, svolgono un ruolo essenziale nella denuncia dei crimini di guerra. Basti ricordare, a tal proposito,  la testimonianza e i video del giornalista della BBC, Jeremy Bowen, relative alle deportazioni della popolazione civile a Mostar assunte nel corso del procedimento contro gli accusati Martinovic e Naletilic,  poi condannati dal Tribunale penale internazionale per i crimini commessi nell’ex Iugoslavia.

Oggi, poi, una nuova minaccia per i giornalisti arriva dai gruppi terroristici: il Consiglio di sicurezza ha così chiesto agli Stati di agire precisando, però, che la loro liberazione deve avvenire senza pagamento di riscatti e senza concessioni politiche.

JournalistsIl Consiglio chiede al Segretario generale di dedicare, nel rapporto sulla protezione dei civili, una sezione rivolta all’esame della situazione dei giornalisti.

In questo modo, sarà più agevole individuare anche le violazioni del diritto internazionale umanitario. Va ricordato che gli Stati sono tenuti a rispettare, tra i numerosi atti internazionali, il I Protocollo relativo alla protezione delle vittime durante i conflitti armati internazionali dell’8 giugno 1977 aggiuntivo alla Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 che dedica il capitolo III alla protezione dei giornalisti, differenziandoli dagli altri individui. In particolare, l’articolo 79, intitolato «Misure di protezione dei giornalisti», stabilisce che «i giornalisti che svolgono missioni professionali pericolose nelle zone di conflitto armato saranno considerati come persone civili ai sensi dell’articolo 50, paragrafo 1» e, quindi, non potranno essere oggetto di attacchi diretti o di attacchi indiscriminati tanto più che, come stabilito dall’articolo 8, lett. b), i) dello Statuto della Corte penale internazionale del 17 luglio 1998 gli attacchi intenzionali contro individui civili non partecipanti alle ostilità sono considerati come crimini di guerra.

Si veda la pagina web dell’Unesco dedicata ai reporter vittime di crimini http://www.unesco.org/new/en/communication-and-information/freedom-of-expression/press-freedom/unesco-condemns-killing-of-journalists/

Scritto in: libertà di espressione | in data: 29 maggio 2015 |
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