La Corte di cassazione, sezioni unite civili, fa chiarezza sull’individuazione del giudice competente in una complessa controversia che vede contrapposti il Comune di Milano e diverse banche estere incluse la J.P. Morgan. Con ordinanza n. 2926/2012 depositata il 27 febbraio 2012 (2926), la Suprema Corte, ammettendo la possibilità del Comune di Milano di esperire un regolamento di giurisdizione in relazione al giudizio pendente n. 5677/2009 del Tribunale di Milano, ha accertato la sussistenza della competenza del giudice italiano sia in base all’articolo 5, n. 3 del regolamento n. 44/2001 sulla competenza giurisdizionale e il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, sia in forza, per alcune banche, dell’inclusione, tra le condizioni generali del contratto, di una clausola di proroga di giurisdizione che attribuiva la competenza a risolvere le controversie al Foro di Milano. Un istituto di credito, inoltre, aveva la sua sede a Milano, con la conseguenza dell’attribuzione della giurisdizione al giudice italiano in base all’articolo 2 e 60 del regolamento, trattandosi di convenuto persona giuridica con sede statutaria in Italia. Centrale, poi, l’articolo 5, n. 1 lett. b del regolamento che prevede come foro speciale quello del luogo in cui l’obbligazione dedotta in giudizio è stata o deve essere eseguita, specificando che per la prestazione di servizi esso è il luogo in cui i servizi sono stati o avrebbero dovuto essere prestati in base al contratto. In questo caso – precisa la Corte – l’indicato luogo è Milano proprio perché, in base al diritto Ue, l’attività di consulenza rientra nella prestazione di servizi. Nessun dubbio, quindi, sulla giurisdizione italiana.

Scritto in: giurisdizione civile, regolamento 44/2001 | in data: 28 febbraio 2012 |
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Sarò discusso nella riunione del Comitato dei ministri del 18-20 aprile 2012 a Londra il rapporto conclusivo dello Steering Committeee for Human Rights (CDDH(2012)R74 Add. 1 del 15 febbraio (74_Final_Report_en) sulle misure necessarie per modificare il sistema di ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Al centro dell’attenzione i problemi causati dall’eccessivo numero di ricorsi che ormai arrivano a Strasburgo che, di fatto, compromettono il principio di sussidiarietà alla base del funzionamento della Corte. Il Comitato vuole accertare le conseguenze che possono derivare dall’introduzione di un meccanismo di spese a carico del ricorrente: manca una presa di posizione ma il Comitato vuole studiare la praticabilità e l’utilità di questa modifica. Da verificare anche l’introduzione del principio dell’obbligatoria presenza di un legale sin dall’inizio dell’azione a Strasburgo, dell’introduzione di sanzioni per coloro che presentano ricorsi “futili”, dei cambiamenti da apportare alla condizione di ricevibilità del pregiudizio rilevante fissata dall’articolo 35, par. 3, lett. b). Sul tappeto anche l’ampliamento di una competenza consultiva della Corte.

Scritto in: CEDU | in data: 28 febbraio 2012 |
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La Corte di cassazione applica la sentenza della Corte di giustizia Ue nel caso Eurofood (causa C-341/04, sentenza del 2 maggio 2006)  e dispone che la giurisdizione in materia di insolvenza deve essere attribuita al giudice italiano se la sede straniera della società ha natura soltanto fittizia e, invece, il centro degli interessi principale del debitore è sul territorio italiano e detto centro è riconoscibile dai terzi. E’ la conclusione contenuta nella sentenza depositata il 12 dicembre 2011 n. 26518, sezione I civile (insolvenza) con la quale la Suprema Corte, a seguito di un ricorso della Burani, società di diritto olandese che eccepiva l’assenza di giurisdizione del giudice italiano, ha precisato che, in base al regolamento n. 1346/2000 relativo alle procedure d’insolvenza del 29 maggio 2000 per accertare il giudice competente tra i diversi Stati membri è centrale l’individuazione del centro principale degli interessi del debitore e che detto centro sia riconoscibile da terzi. Poco importa, quindi, la sede legale – che in questo caso era in Olanda – se vi sono diversi elementi che portano a ritenere che la sede effettiva è in un altro Stato, in questo caso l’Italia, dove vi è la sede secondaria. E’ vero che per quanto riguarda le società, il regolamento n. 1346 attribuisce  la competenza per l’apertura dell’insolvenza all’autorità giudiziaria del luogo in cui la società ha la sede statutaria, ma lo stesso regolamento fa salva la prova contraria proprio per  favorire l’individuazione dell’autorità giudiziaria competente più vicina all’effettiva attività del debitore.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 26 febbraio 2012 |
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Il Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia, sezione distaccata di Brescia (sezione seconda) ha ordinato con sentenza n. 214 del 9 febbraio 2012 (http://www.giustizia-amministrativa.it/DocumentiGA/Brescia/Sezione%202/2011/201101381/Provvedimenti/201200214_01.XML, analoga alla n. 213/2012), la disapplicazione immediata dell’articolo 3, comma 7 della legge Pinto che condiziona gli indennizzi alle vittime di processi troppo lunghi alla presenza in bilancio di risorse disponibili. Un limite incompatibile con l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo come interpretata dalla Corte di Strasburgo e che va disapplicato direttamente, senza rimessione della questione alla Corte costituzionale. Con la conseguenza che l’amministrazione è obbligata a effettuare le variazioni di bilancio necessarie a reperire i fondi sufficienti al pagamento degli indennizzi come stabilito dalla Corte europea nei casi Cocchiarella e Gaglione (sentenze del 21 dicembre 2010).

L’azione dinanzi al Tar contro il Ministero dell’economia e il ministero della giustizia era stata avviata da un cittadino vittima di un processo civile troppo lungo. Si era così rivolto alla Corte di appello competente che gli aveva dato ragione su tutta la linea condannando il Ministero della giustizia a pagare 5.600 euro. Il decreto era passato in giudicato ma la vittima non aveva ottenuto nulla. Di qui il ricorso al Tar che gli ha dato ragione, rafforzando l’incidenza delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo rispetto alla legislazione interna. Chiarito che il provvedimento giudiziario che dispone l’indennizzo può essere oggetto di un procedimento di ottemperanza dinanzi al Tar anche se non ha la forma della sentenza, i giudici amministrativi si sono soffermati sui rapporti tra Convenzione, come interpretata dalla Corte europea, e legge Pinto. La vittima del processo troppo lungo non era riuscita ad ottenere l’indennizzo che le spettava malgrado fossero decorsi 6 mesi dalla pronuncia, periodo che la Corte europea ha considerato come intervallo accettabile per liquidare gli importi ai ricorrenti. Di conseguenza – osservano i giudici amministrativi – l’articolo 3, comma 7 della legge 89/2001, che pone il vincolo delle risorse disponibili fissate in sede di bilancio per versare le somme dovute alle vittime, deve essere disapplicato. Pertanto, “l’amministrazione è obbligata a operare le necessarie variazioni di bilancio per reperire fondi sufficienti al pagamento degli indennizzi”. Non solo. Per quantificare il danno derivante dai ritardi su base equitativa, il Tar aderisce alla decisione della Corte europea nel caso Cocchiarella con la quale i giudici di Strasburgo hanno stabilito che deve essere attribuita una somma di 100 euro per ogni mese di ritardo nella liquidazione dell’indennizzo rispetto al forfait previsto nella sentenza Gaglione di soli 200 euro “indipendentemente dalla durata del ritardo”.

Si ringrazia il collega dell’Università di Bari Giuseppe Morgese per la segnalazione.

 

 

Scritto in: durata dei processi | in data: 24 febbraio 2012 |
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L’Italia condannata per le espulsioni di massa verso la Libia. La Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, con una storica sentenza depositata oggi (ricorso n. 27765/09, Hirsi Jamaa a altri, http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?action=html&documentId=901565&portal=hbkm&source=externalbydocnumber&table=F69A27FD8FB86142BF01C1166DEA398649) ha accertato che il Governo italiano ha violato l’articolo 3 della Convenzione dei diritti dell’uomo che vieta la tortura e i trattamenti disumani e degradanti e l’articolo 4 del Protocollo n. 4 che mette al bando le espulsioni collettive. E’ la prima volta che la Corte applica la norma a un caso di consegna di immigrati a un terzo Stato che poi esegue le espulsioni. 

Alla Corte europea si erano rivolti 11 cittadini somali e 13 eritrei. Fermati a bordo di alcuni pescherecci dalla Guardia di Finanza, in alto mare, erano stati trasferiti su una nave militare e ricondotti in Libia, luogo di partenza. Il Governo italiano le ha provate tutte per far dichiarare il ricorso irricevibile, avanzando addirittura un’eccezione fondata sull’assenza di giurisdizione italiana. Una tesi del tutto respinta dalla Corte: gli Stati, in base al diritto internazionale, hanno la giurisdizione sui fatti che avvengono a bordo delle proprie navi e quindi il Governo non può negare di aver avuto un controllo analogo a quello che ha sul proprio territorio a bordo di una nave battente bandiera italiana. Senza dimenticare che la nave che ha trasportato i profughi in Libia era una nave militare: chiara, quindi, la giurisdizione italiana con la consequenziale applicazione della Convenzione in base all’articolo 1.

Detto questo, la Corte è passata ad analizzare la violazione dell’articolo 3 della Convenzione. Nessun dubbio che gli immigrati in Libia erano trattati in modo disumano, come confermato anche dal rapporto del Comitato sulla prevenzione della tortura. Non solo. Per tutti gli immigrati, inclusi coloro che avevano diritto alla concessione dell’asilo, la Libia disponeva il rientro in Patria, malgrado i rischi di tortura. Non basta – precisa la Corte – ratificare trattati internazionali per dedurre che uno Stato rispetta i diritti umani tanto più nei casi in cui vi sono rapporti di organizzazioni internazionali che attestano il contrario. L’Italia, poi, consegnando tutti gli immigrati alle autorità libiche ha anche violato il principio di non refoulement effettuando, di fatto, un respingimento in mare di migranti e senza poi preoccuparsi che in Libia non vi fossero garanzie sulla sicurezza di persone a rischio di persecuzioni nel Paese di origine.

Per quanto riguarda l’articolo 4 del Protocollo 4, la Corte ha riconosciuto che, in via generale, la nozione di espulsione ha carattere territoriale e che quindi lo Stato parte alla Convenzione non deve procedere a espulsioni partendo dal proprio territorio. Tuttavia, nel caso di specie, la Corte non ha esitazioni nel riconoscere che l’esercizio della giurisdizione al di fuori del proprio territorio, a bordo della nave, determina la responsabilità dello Stato perché il comportamento italiano ha consentito le espulsioni collettive dalla Libia verso i Paesi di origine. D’altra parte, le stesse autorità italiane non hanno svolto alcun accertamento sull’identità degli immigrati: gli stranieri sono stati imbarcati su una nave italiana e consegnati in Libia. Né – precisa la Corte europea – l’Italia può sottrarsi al rispetto delle proprie responsabilità invocando il Trattato bilaterale con la Libia.

Accertate le violazioni, inclusa quella dell’articolo 13 poiché gli immigrati non hanno avuto a disposizione alcun rimedio giurisdizionale effettivo, la Corte ha concesso a ogni ricorrente 15mila euro per i danni morali subiti.

Scritto in: asilo | in data: 23 febbraio 2012 |
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Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Ue di oggi il regolamento n. 156/2012 del 22 febbraio 2012 recante modifica degli allegati da I a IV del regolamento (CE) n. 44/2001 del Consiglio concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2012:050:0003:0010:IT:PDF). Sono così aggiornati, a seguito delle segnalazioni degli Stati, inclusa la Danimarca, gli elenchi contenenti le norme interne in materia di giurisdizione secondo gli articoli 3 e 4 del regolamento n. 44/2001 (per l’Italia, gli articoli 3 e 4 della legge 31 maggio 1995 n. 218), l’elenco dei giudici competenti a trattare le questioni relative all’esecuzione delle decisioni emesse in uno Stato membro (per l’Italia, la Corte d’appello) e l’elenco degli organi giurisdizionali nazionali competenti a decidere sui ricorsi contro la pronuncia interna sull’esecutività (in Italia, la Corte di cassazione).

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile, regolamento 44/2001 | in data: 23 febbraio 2012 |
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Continua la strage di civili in Siria, ma contro Bashar al-Assad l’Onu non può fare altro che adottare una risoluzione non vincolante che è un chiaro segno del fallimento delle Nazioni Unite e del differente trattamento di situazioni che sono pressoché identiche. Di fronte a oltre 5.400 morti, a un numero imprecisato di desaparacidos, a 25.000 rifugiati, come attestato dall’Alto Commissario dei diritti umani dell’Onu Navi Pillay nella sua relazione del 13 febbraio (http://www.ohchr.org/en/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=11820&LangID=E) e ai venti di guerra che soffiano anche verso il Libano e l’Iran, l’Onu non  può fare nulla di più che chiedere la cessazione delle sistematiche violazioni dei diritti umani e ad Assad di fermarsi. Il veto opposto da Cina e Russsia, che sono corsi subito in aiuto del “collega” Assad  e che guardano con molta preoccupazione alle proprie tasche e ai mancati entroiti che potrebbero derivare da un embargo di armi, ha impedito al Consiglio di sicurezza di adottare una risoluzione vincolante ed efficace, passando così la parola all’Assemblea generale. La risoluzione Onu, con la quale l’Assemblea ha chiesto la cessazione dell’uso della forza, degli attacchi ai giornalisti, delle violenze sessuali  e delle azioni violente contro bambini, dei crimini contro l’umanità, è stata adottata con 193 sì, 12 no e 17 astenuti (il testo definitivo non è stato ancora diffuso, qui quello della proposta http://www.new-york-un.diplo.de/Vertretung/newyorkvn/en/__pr/press-releases/2012/20120216-syria-resolution-ga.html?archive=2984636, mentre sulle diverse posizioni degli Stati in sede di voto si veda http://www.un.org/News/Press/docs/2012/ga11207.doc.htm. Il video a quest’indirizzo http://www.unmultimedia.org/tv/webcast/2012/02/97th-plenary-meeting-general-assembly.html). La risoluzione ricalca il testo bocciato in Consiglio con il determinante contributo di Russia e Cina (http://www.un.org/News/Press/docs/2012/sc10536.doc.htm) e punta a rafforzare il Piano d’azione della Lega araba del 30 ottobre 2011 e la decisione del 12 febbraio 2012 con cui la Lega araba (http://www.arableagueonline.org/) ha chiesto la liberazione dei detenuti, il ritiro delle forze armate dalla città di Homs, l’ingresso di osservatori della Lega araba e della stampa internazionale.

Intanto, al fianco di Assad, oltre alla Cina e Russia, che certo non vogliono perdere un prezioso acquirente di armi, si è schierato anche l’Iran: dai servizi segreti americani arrivano i primi allarmi per l’infiltrazione di terroristi di al-Qaeda, mentre si prepara la farsa del referendum sulla nuova costituzione del 26 febbraio 2012 dietro il quale, come massima espressione di democrazia, si trincera il governo di Assad.

L’Unione europea, dal canto suo, ha  rafforzato le misure restrittive ampliando gli elenchi delle persone destinatarie  di sanzioni con il regolamento di esecuzione n. 55/2012 del 23 gennaio 2012 che attua l’articolo 33, paragrafo 1, del regolamento (UE) n. 36/2012 concernente misure restrittive in considerazione della situazione in Siria (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2012:019:0006:0009:IT:PDF) e con la decisione di esecuzione n. 2012/37/PESC del 23 gennaio 2012 (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2012:019:0033:0036:IT:PDF).

Qui il testo del regolamento del 18 gennaio 2012 n. 36/2012 (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2012:016:0001:0032:IT:PDF)

Scritto in: conflitto interno, ONU | in data: 22 febbraio 2012 |
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La Commissione sulle libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento Ue si pronuncerà nella riunione del 27 febbraio 2012 sulla richiesta di parere presentata dalla Commissione sugli affari giuridici che ha formulato alcuni emendamenti alla versione della proposta di regolamento riguardante la giurisdizione, la legge applicabile, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia di rapporti patrimoniali tra coniugi (com_2011_126_en) e a quella sul regolamento sulla giurisdizione, la legge applicabile, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia di effetti patrimoniali delle unioni registrate (com_2011_127_en). Il Comitato sulle libertà civili richiede maggiori possibilità di scelta per individuare la legge applicabile e una definizione di residenza abituale.

Si veda il progetto di parere del relatore Gebhard sul regolamento relativo ai rapporti patrimoniali tra coniugi (http://www.europarl.europa.eu/meetdocs/2009_2014/documents/libe/pa/880/880456/880456en.pdf) e quello del relatore Cashman sugli effetti patrimoniali sulle unioni registrate (http://www.europarl.europa.eu/meetdocs/2009_2014/documents/libe/pa/892/892209/892209en.pdf).

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 21 febbraio 2012 |
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Un diritto societario più adatto alla nuova realtà economica. E’ quello che vuole la Commissione europea che ha lanciato una consultazione pubblica per raccogliere il punto di vista delle parti interessate sul futuro del diritto societario europeo (http://ec.europa.eu/yourvoice/ipm/forms/dispatch?form=companylaw2012). Giusto rispettare le tradizioni giuridiche degli Stati membri, ma è necessario rafforzare l’armonizzazione delle norme di base anche perché – osserva la Commissione – ciò consente una “crescita degli scambi commerciali transfrontalieri e lo sviluppo del commercio elettronico”. La consultazione è a tutto campo e riguarda anche i rapporti tra diritto societario e governance, i passi da compiere per codificare in un unico testo le diverse direttive esistenti, lo statuto della società europea e l’individuazione “dei punti forti e dei punti deboli delle forme giuridiche delle società europee”. Punto cruciale l’individuazione di nuovi meccanismi per favorire la mobilità transfrontaliera e i requisiti minimi in materia di capitale.

Il termine per inviare i contributi è il 14 maggio 2012.

Scritto in: diritto societario | in data: 20 febbraio 2012 |
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La proposta di regolamento sul diritto comune europeo della vendita torna sul tavolo della Commissione giuridica del Parlamento europeo. Sulla proposta di regolamento dell’11 ottobre 2011 (COM(2011)635 def., http://www.europarl.europa.eu/meetdocs/2009_2014/documents/com/com_com(2011)0635_/com_com(2011)0635_it.pdf) hanno espresso il proprio parere il Bundesrat austriaco (parere Bundesrat), la Camera dei Comuni del Regno Unito (parere regno unito), il Bundestag tedesco (Bundestag) e il senato belga (senato belga), tutti accomunati, seppure con diverse sfumature, sul no al regolamento che rischia di provocare sovrapposizioni tra regole uniformi e diritto interno senza una effettiva armonizzazione e senza che la proposta rispetti il principio di sussidiarietà. La Commissione degli affari giuridici dell’europarlamento discuterà il 1° marzo, nel corso di una tavola rotonda, della proposta tenendo conto del rapporto tra le novità introdotte dalla Commissione europea e le regole di diritto internazionale privato degli Stati membri.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 19 febbraio 2012 |
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