La scadenza del termine previsto per l’esecuzione di un mandato di arresto europeo non sottrae lo Stato membro richiesto dall’obbligo di eseguire il provvedimento. Di conseguenza, le autorità nazionali dello Stato di esecuzione sono tenute a pronunciarsi sulla richiesta di consegna che proviene da un altro Paese Ue anche quando i termini fissati dalla decisione quadro 2002/584 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri, recepita in Italia con legge n. 69/2005, sono ormai decorsi. E’ la Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza depositata il 16 luglio (C-237/15, C-237:15) a chiarirlo, privilegiando le esigenze della cooperazione giudiziaria penale sui limiti temporali stabiliti anche a tutela dell’individuo da consegnare.

Il mandato di arresto europeo era stato emesso dalle autorità inglesi nei confronti di un cittadino irlandese accusato di omicidio che, arrestato a gennaio 2013, non aveva dato il proprio consenso alla consegna. Solo a giugno 2014 l’Alta Corte irlandese aveva iniziato il procedimento ma i termini stabiliti dall’articolo 17 della decisione quadro che danno alle autorità nazionali 60 giorni di tempo (con proroga di altri 30) per l’esecuzione erano ormai decorsi. I giudici irlandesi, poiché i termini erano scaduti, hanno chiesto alla Corte Ue di chiarire se malgrado l’inosservanza dei termini, il mandato di arresto debba essere eseguito.

Prima di tutto, gli eurogiudici mettono in primo piano la funzione del mandato di arresto europeo che, nel segno della fiducia reciproca, vuole accelerare la consegna del destinatario del provvedimento. Di qui l’individuazione di termini precisi che, tuttavia, anche se non rispettati non fanno venir meno l’obbligo di adottare una decisione, tanto più che i casi di non esecuzione sono previsti in modo chiaro nella decisione quadro. L’articolo 17, inoltre, pur indicando la scadenza temporale, non limita la validità dell’obbligo di consegnare la persona al rispetto dei termini. A ciò si aggiunga – osserva la Corte – che gli Stati membri non sono obbligati a rimettere in libertà il destinatario del provvedimento nel rispetto, però, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 31 luglio 2015 |
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“Un imperativo morale e un obbligo giuridico”: lo dice il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon che ha presentato, il 5 giugno,  il rapporto sulla situazione dei minori in zone di guerra (N1510923). Il 2014 è stato l’anno peggiore per i bambini, con attacchi e sequestri di minori da gruppi terroristici come Boko Haram. Tuttavia, come dato positivo, è segnalata una diminuzione del reclutamento di bambini soldato, almeno da parte degli Stati. Nel 2014 è stato individuato un solo caso di reclutamento di bambini da parte del Governo del Congo e nessun caso nel 2015. Il Segretario generale e il Relatore speciale per i bambini e i conflitti armati, Leila Zerrougui, hanno chiesto un ruolo più efficace da parte delle Nazioni Unite, necessario ad evitare abusi nei confronti dei minori che vivono in zone colpite da conflitti che, purtroppo, continuano come dimostrano i casi di abusi verificatisi nella Repubblica Centro Africana.

Scritto in: diritti dei bambini | in data: 30 luglio 2015 |
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Nel segno della giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14287 depositata dalla sesta sezione civile l’8 luglio, ha stabilito l’applicabilità delle regole a tutela dei consumatori nel caso di scommesse o giochi d’azzardo (14287). A rivolgersi alla Cassazione per un regolamento di competenza due ricorrenti che chiedevano la condanna della SNAI al pagamento di talune somme a seguito della vincita in alcuni punti di scommesse nel circondario del Tribunale di Arezzo. La società aveva sollevato una questione di incompetenza territoriale che era stata accolta. Il tribunale, infatti, riteneva che la competenza dovesse essere attribuita al giudice del luogo in cui era sorta l’obbligazione non applicando, così, le regole a tutela del consumatore perché “il gioco delle video lotterie è fuori della tutela del consumatore” perché, per sua natura, si tratta di una pratica contraria “alla categoria di educato consumo”. Una tesi respinta dalla Suprema Corte che ha richiamato, correttamente, le sentenze della Corte Ue secondo la quale la raccolta di scommesse rientra nel normale ambito della libera prestazione dei servizi. Inoltre, Lussemburgo ha anche chiarito che se le autorità statali incoraggiano o inducono la diffusione delle lotterie e di giochi d’azzardo per questioni legate all’erario, non possono poi invocare l’ordine pubblico sociale con riguardo alla necessità di ridurre le occasioni di gioco. Proprio alla luce della giurisprudenza della Corte Ue, la Cassazione ha ritenuto applicabile il Codice del consumo e ha dichiarato la competenza per territorio del Tribunale di Arezzo in quanto foro del consumatore.

Scritto in: consumatori | in data: 29 luglio 2015 |
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L’inerzia del legislatore italiano nell’adozione di una regolamentazione sulle unioni civili per il riconoscimento legale delle coppie dello stesso sesso è costata una condanna dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, arrivata con la sentenza del 21 luglio Oliari e altri (ricorsi n. 18766/11 e 36030/11, CASE OF OLIARI AND OTHERS v. ITALY), con la quale la Corte ha accertato una violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea, che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare, a causa del mancato riconoscimento legale di qualsiasi diritto alle coppie dello stesso sesso. A rivolgersi alla Corte europea sono state tre coppie che volevano ottenere una certezza, anche sul piano giuridico, della propria stabile unione e avevano chiesto agli uffici dello stato civile le pubblicazioni matrimoniali. Il no opposto dalle autorità nazionali, inevitabile in assenza di un qualsiasi riconoscimento normativo per le coppie “same-sex”, ha portato una coppia a rivolgersi al Tribunale di Trento che ha respinto il ricorso. La Corte di appello ha rimesso la questione alla Corte costituzionale che, con sentenza n. 138 del 15 aprile 2010, ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Consulta, tuttavia, ha chiesto al legislatore di intervenire per assicurare un riconoscimento giuridico alle coppie. Ai ricorrenti non è rimasto altro che rivolgersi alla Corte europea, sul presupposto che le lacune nella legislazione italiana impediscono la realizzazione della propria vita privata e familiare e costituiscono una discriminazione basata sull’orientamento sessuale.

Il Governo italiano ha fatto di tutto per bloccare l’esame del merito dei ricorsi e ha invocato l’articolo 47 del Regolamento di procedura della Corte europea, come modificato nel 2014, che ha introdotto condizioni di ricevibilità più stringenti. In relazione a quest’obiezione la Corte ha applicato il principio tempus regit actum: il ricorso era stato presentato nel 2011 e, quindi, non era certo possibile applicare una regola adottata nel 2013 e in vigore dal 2014. Strasburgo ha anche respinto l’eccezione del mancato rispetto del previo esaurimento dei ricorsi interni che erano ineffettivi.

LA Corte europea è partita dalla constatazione che, in linea con quanto affermato dalla Grande Camera nella sentenza del 7 novembre 2013, nel caso Vallianatos e altri contro Grecia (ricorsi n. 29381/09 e n. 32684/09), nella nozione di diritto alla vita familiare rientra il diritto di coppie dello stesso sesso a vivere insieme e che i mutamenti nella concezione della famiglia comportano interventi degli Stati volti a impedire forme di discriminazione. Nello stesso senso si era espressa la Corte nella sentenza 24 giugno 2010, Schalk e Kopf contro Austria (ricorso n. 30141/04) nella quale, pur non ritenendo violata la Convenzione, ha affermato che “Sarebbe artificiale mantenere l’opinione secondo la quale, a differenza delle coppie eterosessuali, quelle dello stesso sesso non possono godere del diritto alla vita familiare secondo l’articolo 8”. Pur riconoscendo un margine di apprezzamento agli Stati, soprattutto in materie sensibili, la Corte ha stigmatizzato le gravi lacune dell’ordinamento italiano visto che le iniziative di alcuni comuni sulla registrazione delle unioni non sono in alcun modo comparabili al riconoscimento dei diritti proveniente da una legislazione sulle unioni civili. Cercare, poi, la via giudiziaria non solo non dà alcuna certezza, ma costituisce un onore eccessivo per i ricorrenti “specialmente in un sistema giudiziario sovraccaricato come quello italiano”. Non solo. Secondo la Corte risulta chiara l’esistenza di un conflitto tra la realtà sociale dei ricorrenti e il quadro legislativo che non prevede alcuna forma di riconoscimento. Eppure, un simile riconoscimento non costituirebbe, secondo la Corte, un onere eccessivo per l’Italia, né dal punto di vista giuridico né dal punto di vista amministrativo o altro. Anzi, una legge servirebbe a soddisfare un bisogno sociale evidente se, come dicono i numeri, ci sono numerose coppie dello stesso sesso che richiedono una legittimazione.

A ciò si aggiunga che ormai si assiste a un rapido sviluppo nel riconoscimento delle coppie dello stesso sesso attraverso le unioni civili sia all’interno dei Paesi membri del Consiglio d’Europa (24 su 47 le riconoscono) sia sul piano universale, in Africa, Asia e America. E che i Paesi europei ed occidentali siano ormai decisi a garantire forme di riconoscimento per le coppie dello stesso sesso risulta anche dal dibattito che ha portato alla recente adozione della risoluzione Onu sulla protezione della famiglia, avvenuta da parte del Consiglio per i diritti umani il 1° luglio 2015 (A/HRC/29/L.25 G1513998). La risoluzione non ha ricevuto il voto favorevole degli Stati Uniti, di Francia, Paesi Bassi, Germania e altri Paesi europei proprio perché, per volontà dei Paesi arabi, non è stata presa in considerazione la famiglia in tutte le sue forme, aderendo a un modello tradizionale e certo obsoleto. Proprio di recente, la Corte suprema degli Stati Uniti, nella storica sentenza del 26 giugno 2015, Obergefell e altri v. Hodges Director e altri, ha stabilito che la tutela del matrimonio same sex si estende su tutto il territorio degli Stati Uniti e non solo negli Stati membri che lo hanno finora legalizzato (circa 37) in ragione del principio di uguaglianza. La Corte ha riconosciuto l’esistenza di un diritto fondamentale per tutti a sposarsi e che, inoltre, non sussiste alcuna base giuridica idonea a giustificare un rifiuto al riconoscimento del diritto in esame. E’ evidente che un’affermazione così netta proveniente dal massimo organo giurisdizionale degli Stati Uniti non poteva lasciare indifferente la Corte europea che ha analizzato nel dettaglio l’iter giuridico seguito dai colleghi Usa.

La Corte europea, constatato che il Parlamento italiano non ha prestato attenzione alle indicazioni provenienti dalla collettività e alle affermazioni delle più alte autorità giurisdizionali del Paese, ha accertato il mancato rispetto degli obblighi positivi derivanti dall’articolo 8 perché le lacune nel riconoscimento dei diritti impediscono alle coppie dello stesso sesso di vedersi riconosciuti diritti che, anche sul piano economico hanno rilievo, e di realizzare la propria identità. Una lacuna ingiustificata perché le coppie dello stesso sesso si trovano in una situazione identica alle coppie eterosessuali che vivono insieme in modo stabile, scegliendo di impegnarsi in una relazione duratura. Così, le coppie sono in una situazione identica in relazione alla necessità di ottenere un riconoscimento giuridico e una protezione della propria relazione. Esclusa, invece, la violazione dell’articolo 12 della Convenzione europea il quale riconosce che “uomini e donne in età adatta hanno diritto di sposarsi e di fondare una famiglia secondo le leggi nazionali regolanti l’esercizio di tale diritto”. Per il matrimonio, infatti, la Corte ricorda che solo 11 Stati parti al Consiglio d’Europa lo prevedono per le coppie dello stesso sesso e che l’indicato articolo non impone un obbligo sugli Stati nel senso di prevedere il matrimonio per le coppie dello stesso sesso. In questo modo, ci sembra che la Corte europea abbia aperto la strada a una soluzione agevole anche per il legislatore italiano, che non cammina al passo con i tempi e che mostra di essere fortemente condizionato dagli aspetti religiosi della questione, permettendogli di riconoscere i diritti alle coppie dello stesso sesso attraverso le unioni civili senza passare attraverso l’ampliamento del raggio d’azione del matrimonio.

Va ricordato che il Governo p stato condannato non solo per aver violato gli obblighi positivi derivanti dall’articolo 8, ma anche a versare 5mila euro a ciascun ricorrente a titolo di indennizzo per il danno non patrimoniale subito, oltre alle spese processuali sostenute dalle parti. Resta da vedere se la pronuncia di Strasburgo spingerà verso un rush finale per l’adozione del disegno di legge Cirinnà “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze” che è all’esame della Commissione giustizia del Senato e che, il 23 luglio, ha avuto il via libero dalla ragioneria dello Stato che ha stimato i costi fino al 2025 (nel 2016 l’impegno economico è di 3,7 milioni di euro. Il testo è reperibile nel sito http://www.articolo29.it).

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/cassazione-no-alle-pubblicazioni-per-matrimoni-tra-coppie-dello-stesso-sesso.html http://www.marinacastellaneta.it/blog/discriminazione-sulla-base-dellorientamento-sessuale-un-volume-del-consiglio-deuropa.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/coabitazioni-e-unioni-registrate-necessarie-norme-di-conflitto-comuni.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/trascrizione-nei-registri-di-stato-civile-di-matrimoni-dello-stesso-sesso-celebrati-allestero-lannullamento-non-compete-al-prefetto.html

 

Scritto in: CEDU | in data: 28 luglio 2015 |
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I documenti bancari di un cliente sono dati personali e quindi godono della protezione offerta dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto alla vita privata al pari del diritto alla corrispondenza. Di conseguenza, la confisca di tali atti incluso il sequestro di lettere e e-mail deve avvenire nel rispetto di adeguate garanzie procedurali a tutela della persona che subisce il sequestro, che deve avere la possibilità di contestare i provvedimenti in sede giudiziaria. In caso contrario è certa la violazione della Convenzione europea. E’ quanto ha stabilito la Corte dei diritti dell’uomo nella sentenza depositata il 7 luglio che ha condotto a una condanna di San Marino (M.N. AND OTHERS). A rivolgersi a Strasburgo quattro cittadini italiani che, nel corso di un procedimento penale che non li riguardava, si erano visti sequestrare documenti e corrispondenza. Su richiesta degli inquirenti italiani, il Tribunale di San Marino aveva emesso un provvedimento di sequestro di alcuni documenti bancari. Tali misure erano state notificate ai ricorrenti dopo un anno. Di qui la decisione di presentare un ricorso alla Corte di appello impugnando il provvedimento che aveva disposto il sequestro. L’istanza era stata respinta sulla base della circostanza che i ricorrenti non erano parti interessate al procedimento penale. Inoltre eventuali violazioni frutto dell’esecuzione della richiesta italiana avrebbero dovuto essere sollevate dinanzi ai tribunali italiani. Dichiarato inammissibile il ricorso di due ricorrenti che non avevano rispettato il previo esaurimento dei ricorsi interni, la Corte ha, prima di tutto rigettato la posizione secondo la quale l’articolo 8, che assicura il diritto al rispetto della vita privata, non poteva trovare applicazione nel caso di documenti bancari. Una tesi del tutto respinta da Strasburgo. I documenti bancari – osservano i giudici internazionali – contengono dati personali che riguardano l’individuo, senza che abbia rilievo la circostanza che essi contengano informazioni sensibili. Così, non ha alcuna importanza il fatto che le informazioni ineriscano all’attività professionale. Non c’è alcuna ragione – scrive la Corte – per escludere le attività di un professionista o di natura commerciale dalla nozione di “vita privata”. Emerge poi un ulteriore profilo di contrarietà alla Convenzione nella parte in cui ai destinatari di un provvedimento di documenti non sono state offerte adeguate misure di salvaguardia. In pratica, i ricorrenti si sono trovati in una situazione più negativa rispetto agli indagati perché in base all’ordinamento di San Marino non hanno potuto in alcun modo contestare il provvedimento dinanzi ai giudici di quel Paese. Di qui la condanna allo Stato tenuto a corrispondere 3mila euro per i danni non patrimoniali e 15mila euro per i costi e le spese.

Scritto in: CEDU | in data: 27 luglio 2015 |
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Con ordinanza n. 5, adottata il 24 luglio, il Tribunale internazionale del diritto del mare, con sede ad Amburgo, ha fissato, per il 10 agosto, l’inizio del procedimento per decidere sulla richiesta di misure cautelari proveniente dall’Italia nella controversia “Enrica Lexie” (C24OrderENG24July2015). A partire dal 10, quindi, dinanzi al Presidente del Tribunale, Vladimir Golitsyn, competente in attesa che venga istituito il tribunale arbitrale, India e Italia discuteranno, in particolare, sul rientro in Italia di uno dei due fucilieri, Salvatore Girone e sulla cessazione di ogni attività giudiziaria da parte dell’India.

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Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/litalia-deposita-la-richiesta-di-misure-provvisorie-per-i-due-maro.html

Scritto in: diritto del mare | in data: 25 luglio 2015 |
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L’autorità e l’imparzialità del sistema giudiziario vanno salvaguardate. Di conseguenza, non costituisce una violazione del diritto alla libertà di espressione la decisione dei tribunali nazionali che condannano un avvocato che esprime accuse non fondate verso un magistrato in servizio. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Peruzzi contro Italia depositata il 30 giugno 2015, con la quale Strasburgo ha respinto il ricorso e dato ragione all’Italia (AFFAIRE PERUZZI c. ITALIE). A rivolgersi alla Corte europea è stato un avvocato che aveva prima inviato una lettera al Consiglio superiore della magistratura con la quale si lamentava del comportamento di un giudice che si era occupato di una causa di divisione ereditaria nella quale il legale assisteva alcune parti. Successivamente, la lettera circolare era stata inviata ai giudici del tribunale nel quale il magistrato lavorava. Quest’ultimo lo aveva denunciato e il legale era stato condannato in primo grado a una pena privativa della libertà personale e in secondo grado al pagamento di una sanzione pecuniaria pari a 400 euro, nonché a risarcire il magistrato per un importo pari a 15mila euro. Il legale aveva deciso di agire dinanzi alla Corte europea ritenendo che fosse stato violato l’articolo 10 che assicura il diritto alla libertà di espressione anche perché riteneva di aver agito nel contesto della sua attività professionale e che le critiche riguardavano il sistema giudiziario. Una posizione che Strasburgo non ha condiviso. Prima di tutto, la lettera faceva espresso riferimento alla vicenda nella quale il magistrato aveva svolto la sua attività e non si trattava in alcun modo di un atto legato all’esercizio della sua attività professionale. Il legale aveva accusato il magistrato di aver adottato decisioni ingiuste ed arbitrarie e di aver agito con dolo o colpa violando sostanzialmente le regole deontologiche. Critiche che poi non avevano alcuna base fattuale tanto più che il legale non aveva in alcun modo atteso la chiusura del procedimento dinanzi al Consiglio superiore della magistratura. La Corte europea riconosce che per i magistrati in servizio i limiti di critica ammissibile sono più ampi per i magistrati che agiscono nell’esercizio dei propri poteri rispetto ai privati, ma senza poter essere equiparati ai politici. A ciò si aggiunga che è da tutelare la fiducia che la collettività deve avere nell’amministrazioe della giustizia. Inoltre, la sanzione comminata dai giudici di appello è stata proporzionata proprio tenendo conto che era in gioco non solo la reputazione del magistrato ma anche l’autorevolezza e l’imparzialità del potere giudiziario.

Scritto in: libertà di espressione | in data: 24 luglio 2015 |
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Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sull’indipendenza di giudici e avvocati, Gabriela Knaul, ha presentato al Consiglio per i diritti umani dell’Onu il nuovo rapporto che ha al centro la situazione dei minori nei procedimenti giudiziari (A_HRC_29_26_ENG). Il rapporto, presentato il 18 giugno, mette in risalto le lacune e i ritardi che impediscono la piena realizzazione della Convenzione di New York  del 20 novembre 1989 sui diritti del fanciullo, ratificata dall’Italia con legge 27 maggio 1991 n. 176. Il trattamento dei bambini – scrive il Relatore speciale – non è soddisfacente nei procedimenti giudiziari civili e penali e, anzi, in taluni casi, è del tutto inaccettabile considerando che il principio dell’interesse superiore del minore non trova realizzazione effettiva. Una situazione che comporta ritardi nell’attuazione di una giustizia “child-sensitive”, con ripercussioni negative non solo sul minore e le famiglie, ma sull’intera società.

Il rapporto è articolato in cinque sezioni e si conclude con alcune raccomandazioni al fine di evitare che un minore alle prese con la giustizia, come vittima, come testimone o in altre circostanze, sia traumatizzato e re-vittimizzato. Grande spazio anche i benefici dei sistemi alternativi nei procedimenti in cui sono coinvolti minori e all’importanza di un’adeguata formazione di tutti i soggetti, dai giudici agli inquirenti, passando per gli assistenti sociali, mediatori e psicologi.

Scritto in: diritti dei bambini | in data: 23 luglio 2015 |
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Spetta al Presidente del Tribunale internazionale sul diritto del mare fissare il giorno dell’udienza per decidere sulla concessione delle misure cautelari richieste dall’Italia a tutela dei due ufficiali del Battaglione San Marco, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, sotto processo in India. L’Italia, con grave ritardo, dopo ben tre anni dai fatti, ha deciso di avvalersi del sistema arbitrale previsto dalla Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare del 1982 ratificata, tra gli altri, dall’Italia e dall’India e ha notificato, il 26 giugno, al Governo indiano la sottoposizione della controversia a un organo arbitrale, secondo quanto previsto dall’allegato VII del Trattato (http://www.esteri.it/mae/it/sala_stampa/archivionotizie/comunicati/2015/06/caso-fucilieri-latorre-e-girone.html). Di conseguenza, il 21 luglio, in base all’articolo 290, par. 5 della Convenzione, il Governo italiano ha anche presentato la richiesta di misure provvisorie (IPR_232_EN). In attesa della costituzione del tribunale arbitrale, la norma indicata consente a ogni parte di richiedere l’adozione di misure cautelari sulle quali è chiamato a pronunciarsi, entro due settimane, il Tribunale internazionale del diritto del mare. Le parti sono tenute a conformarsi, “senza indugio”, alle misure cautelari adottate.

In particolare, l’Italia chiede al Tribunale di impedire che l’India adotti misure giudiziarie o amministrative nei confronti dei militari italiani e che cessi dall’esercitare ogni forma di giurisdizione con riguardo alla vicenda Enrica Lexie. Inoltre, l’India, secondo la richiesta italiana, dovrebbe ritirare ogni forma di restrizione alla libertà di movimento dei due militari consentendo a Girone di rientrare in Italia e a Latorre di rimanere in patria, dove già si trova per motivi di salute.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/accordo-tra-italia-e-india-sul-trasferimento-delle-persone-condannate.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/i-militari-italiani-restano-in-india-lo-ha-deciso-la-corte-suprema-indiana.html

Scritto in: diritto del mare | in data: 23 luglio 2015 |
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Lo Steering Committee for Human Rights del Consiglio d’Europa ha diffuso uno studio, che sarà discusso nella riunione di settembre, sui principi consolidati in materia di libertà di religione. In particolare, il Comitato, nel rapporto sulla Compilazione degli standards del Consiglio d’Europa in materia di libertà di pensiero, di coscienza e di religione e i legami esistenti con altri diritti umani (CDDH(2015)R83 Addendum (CDDH(2015)R83_Addendum_EN), ha  fatto il punto sugli obblighi positivi che gravano sugli Stati sia in applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, come interpretata da Strasburgo, sia con riguardo ad altri trattati internazionali. Nel documento è passata in rassegna la giurisprudenza della Corte europea anche per delineare il margine di apprezzamento concesso agli Stati. Oltre all’esame dei principi generali, il documento si sofferma sulla questione del rapporto tra libertà di religione e principio di non discriminazione e sul dovere di imparzialità degli Stati, nonché sugli obblighi delle autorità nazionali nell’esposizione di simboli religiosi in edifici pubblici. Un capitolo è dedicato al rapporto con altri diritti (come libertà di espressione e di associazione), alla questione del riconoscimento delle decisioni dei tribunali ecclesiastici che ha visto al centro della giurisprudenza della Corte europea l’Italia, con il caso Pellegrini, e all’hate speech. Chiude il testo un esame delle buone prassi attuate negli Stati.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/respingere-la-violenza-perpetrata-nel-nome-della-religione-lo-chiede-lonu.html

Scritto in: diritti umani | in data: 22 luglio 2015 |
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