La Corte europea dei diritti dell’uomo allarga il perimetro di applicazione dell’articolo 8 della Convenzione che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare e chiarisce che la rimozione da una posizione professionale può costituire un’ingerenza nella vita privata e, di conseguenza, può configurarsi una violazione dell’indicata norma. Con la sentenza depositata il 22 novembre, nel caso Erményi contro Ungheria, ricorso n. 22254/16 (case-of-a-and-b-v-norway case-of-ermnyi-v-hungary), la Corte interviene nuovamente, dopo il caso Baka (http://www.marinacastellaneta.it/blog/leggi-ad-hoc-contro-i-magistrati-bocciatura-da-strasburgo.html), sulle leggi adottate dall’Ungheria che hanno intaccato numerosi diritti dei magistrati. In questo caso, a rivolgersi a Strasburgo, il vicepresidente della Corte suprema ungherese (deceduto nel corso del procedimento) che era stato rimosso dal suo incarico prima del termine ordinario di scadenza. Non solo. A causa di una successiva legge, che aveva abbassato il limite di età per il pensionamento, aveva dovuto lasciare la magistratura. E’ vero che la legge ungherese era stata dichiarata incostituzionale, ma il ricorrente aveva deciso di non rientrare nei ranghi della magistratura proprio a causa della sua rimozione come vicepresidente. Di qui il ricorso alla Corte europea che ha dato ragione al magistrato e ai suoi eredi che hanno continuato il procedimento dinanzi a Strasburgo. La nozione di vita privata – osserva la Corte europea – include anche le relazioni di natura professionale ed economica tanto più che proprio durante lo svolgimento dell’attività lavorativa le persone hanno la possibilità di sviluppare le relazioni personali con il mondo esterno. Di conseguenza, è evidente che la rimozione dall’ufficio interferisce con il rispetto della vita privata. A ciò si aggiunga che le eccezioni all’ingerenza nella vita privata, previste dal paragrafo 2 dell’articolo 8, vanno interpretate restrittivamente e che il Governo ungherese non ha dimostrato un collegamento tra la rimozione dall’incarico di vicepresidente e le eccezioni indicate nel paragrafo 2. Così, l’ingerenza non perseguiva un fine legittimo e la rimozione da vice presidente è stata contraria alla Convenzione. La Corte ha anche concesso 20mila euro per i danni patrimoniali e non patrimoniali.

Scritto in: CEDU | in data: 2 dicembre 2016 |
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La libertà di stampa va rafforzata nei periodi elettorali. Non solo le eccezioni alla libertà di espressione devono essere interpretate restrittivamente, ma è necessario garantire una libertà ancora più ampia, che include satira e parodia, nel caso di discorsi politici e di questioni di interesse per la collettività. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Grebneva e Alisimchik contro Russia (ricorso n. 8918/05, case-of-grebneva-and-alisimchik-v-russia) depositata il 22 novembre con la quale Strasburgo ha condannato la Russia per violazione della libertà di stampa garantita dall’articolo 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo. A rivolgersi alla Corte, l’editrice e la giornalista di un settimanale che, durante il periodo delle elezioni alla Duma, avevano pubblicato un’intervista satirica e un’immagine che ritraeva il corpo di una donna avvolta in una banconota e il volto di un candidato, procuratore della regione di Primorskiy. La giornalista e l’editrice erano state condannate in sede penale a una multa di 820 euro per ingiuria aggravata. Una condanna che non ha convinto affatto Strasburgo, che ha respinto le obiezioni del Governo secondo il quale andava tutelata la morale pubblica colpita anche dalle espressioni offensive e dall’uso dello slang. Chiarito che le limitazioni alla libertà di stampa vanno interpretate restrittivamente a maggior ragione nel caso di pubblicazioni che hanno al centro la politica, la Corte ha precisato che se certo il linguaggio offensivo non è protetto dall’articolo 10 della Convenzione quando raggiunge un livello di gratuita e volontaria denigrazione e quando ha il solo fine di insultare, l’uso di frasi volgari, in sé, non è decisivo, però, per ritenere che un articolo sia offensivo perché talune frasi possono essere necessarie per motivi stilistici. D’altra parte, osserva la Corte, lo stile è un componente della comunicazione perché è una forma di espressione e va protetto allo stesso modo del contenuto. La libertà di stampa, poi, copre anche il ricorso a un certo grado di esagerazione e provocazione, con la conseguenza che quando è in gioco la libertà di stampa il margine di intervento e di apprezzamento degli Stati va limitato. Senza dimenticare, poi, che la libertà di stampa è “particolarmente importante nel periodo che precede le elezioni” ed è così necessario che “le opinioni e le informazioni di ogni genere circolino liberamente”. E’ vero che nell’immagine e nell’intervista a un autore di satira si faceva un parallelismo tra il procuratore regionale e una prostituta, ma era evidente il carattere provocatorio che non era certo equiparabile a un attacco gratuito, tanto più che non si richiamava alcun aspetto della vita privata. Al contrario, l’intervento satirico e la distorsione della realtà – che è un elemento essenziale della satira e della parodia – si inserivano in un contesto generale in cui si discuteva del sostegno economico e politico ad alcuni candidati piuttosto che ad altri. E la Corte bacchetta le autorità nazionali che non hanno tenuto conto del contesto, estrapolando l’immagine e le singole espressioni, senza valutare l’interesse della collettività e il fatto che si trattava di argomenti di interesse generale. Così, le autorità nazionali hanno sbagliato perché non hanno preso in considerazione la circostanza che si trattava di una figura pubblica (seppure non un politico), con la conseguenza che la persona al centro dell’articolo doveva mostrare una maggiore tolleranza. I giudici nazionali, poi, non hanno effettuato alcun bilanciamento tra i diversi interessi in gioco e non hanno considerato che la libertà di espressione è essenziale per una società democratica. Così, accertata la violazione della Convenzione, la Corte, ribadito che una condanna in sede penale è in sé un deterrente per la libertà di stampa, ha imposto allo Stato in casusa di versare 920 euro per i danni patrimoniali e 3mila euro a ciascun ricorrente per i danni non patrimoniali.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 1 dicembre 2016 |
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naples%20seafront_0C’è tempo fino al 31 gennaio 2017 per partecipare al call for papers in vista della 13esima Conferenza annuale della European Society of International Law, dal titolo “Global Public Goods, Global Commons and Fundamental Values: The Responses of International Law”, che si terrà a Napoli dal 7 al 9 settembre 2017, presso l’Università Federico II.

Gli abstract, da inviare entro il 31 gennaio 2017, non devono superare 800 parole e devono essere inviati in word o pdf al seguente indirizzo email esilconference2017papers@unina.it, indicando nell’oggetto il numero dell’Agora al quale si intende partecipare (nove in tutto, qui le regole dettagliate per la partecipazione (naples-2017-call-for-papers_3).

logo2Per ulteriori informazioni si veda il sito http://www.esil-sedi.eu/node/1444

Scritto in: convegni | in data: 1 dicembre 2016 |
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Sono state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea del 25 novembre, C-439, le raccomandazioni indirizzate ai giudici nazionali per la presentazione delle domande di pronuncia pregiudiziale (raccomandazioni). Il testo aggiorna le raccomandazioni adottate all’indomani dell’entrata in vigore, il 1o novembre 2012, del nuovo regolamento di procedura della Corte di giustizia. Tra le indicazioni pratiche da seguire, l’individuazione del momento in cui è opportuno effettuare il rinvio pregiudiziale, la forma e il contenuto della domanda, l’interazione tra rinvio pregiudiziale e procedimento nazionale, le questioni relative alle spese e al gratuito patrocinio. Indicate anche le questioni per presentare la richiesta di procedimento accelerato e di urgenza, con l’allegato sugli elementi essenziali del rinvio pregiudiziale.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/pubblicate-le-raccomandazioni-ai-giudici-nazionali-per-i-rinvii-pregiudiziali.html

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 30 novembre 2016 |
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Quale ruolo svolge la Carta Ue dei diritti fondamentali nell’attività delle istituzioni dell’Unione europea e nel sistema predisposto con il meccanismo di stabilità e con il fiscal compact? In che modo la Carta influenza l’attività legislativa delle istituzioni  e come viene applicata sul piano interno? Alcune risposte arrivano dallo studio commissionato dal Parlamento europeo – Dipartimento dei diritti dei cittadini e degli affari costituzionali dedicato all’attuazione della Carta dei diritti fondamentali nel quadro istituzionale dell’Unione (PE 571.39 (ipol_stu2016571397_en). Autore del volume, il professore De Schutter, dell’Università cattolica di Lovanio. Dallo studio risulta che se la Carta trova sempre più spazio anche nelle valutazioni di impatto preliminari all’adozione di atti legislativi dell’Unione, una grave lacuna emerge nell’ambito della governance economica. Sul punto l’autore ritiene indispensabile che si vada oltre la stessa Carta, peraltro non del tutto applicata, integrando nel sistema macroeconomico i diritti del Patto sui diritti economici, sociali e culturali e della Carta sociale europea. Per migliorare il quadro attuale, altamente insoddisfacente, sarebbe utile l’adozione di un Memorandum per indirizzare le riforme macroeconomiche verso un’incisiva valutazione d’impatto delle scelte economiche sui diritti fondamentali. Dopo un’analisi dell’attuazione della Carta da parte delle Agenzie Ue (tra le quali Frontex) e nell’ambito delle relazioni esterne, lo studio si concentra sul ruolo della Corte di giustizia nell’attuazione della Carta, sull’azione dei privati nei procedimenti di annullamento e sull’applicazione da parte dei giudici nazionali. Emerge, tra l’altro, la necessità di una funzione circolare e integrata dei diritti fondamentali con un ruolo centrale della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo nell’attuazione del diritto Ue. A tal proposito, si ricorda la recente sentenza Tadducci e McCall (ricorso n. 51362/09) del 30 giugno 2016, con la quale l’Italia è stata condannata per violazione dell’articolo 8 che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare perché ha negato il permesso di soggiorno per motivi familiari al partner di una coppia dello stesso sesso che, certo, scrive l’autore, inciderà sull’applicazione della direttiva 2004/38 sul diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.

Scritto in: Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea | in data: 29 novembre 2016 |
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I giudici di pace hanno ragione. L’Italia ha violato gli obblighi in materia di sicurezza sociale riconosciuti dalla Carta sociale europea. Lo dice il Comitato europeo dei diritti sociali che ha accolto il ricorso dell’Associazione nazionale dei giudici di pace e, con decisione del 5 luglio 2016, pubblicata il 15 novembre, ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 12, par. 4, lett. b, della Carta sociale europea del 1961 modificata nel 1996 (ratificata dall’Italia con legge 9 febbraio 1999 n. 30), in base al quale gli Stati sono tenuti ad assicurare “l’erogazione, il mantenimento ed il ripristino dei diritti alla sicurezza sociale con mezzi quali la totalizzazione dei periodi di contribuzione o di lavoro compiuti secondo la legislazione di ciascuna delle Parti” (decisione n. 102/2013, giudicidipace). Il Comitato ha respinto tutte le eccezioni del Governo sottolineando l’importanza del principio di non discriminazione con rispetto all’acquisizione di diritti sostanziali contenuti nell’art. 12 della Carta sociale europea. Nel caso in esame, il Comitato ha accertato che i giudici di pace sono pienamente integrati nello staff del sistema giudiziario come risulta anche dal Piano delle perfomance del 2014 e, di conseguenza, non è ammissibile una differenza di trattamento, anche rispetto ai giudici onorari, proprio sul piano della sicurezza sociale. Tra l’altro, osserva il Comitato, i giudici di pace riducono l’attività come professionisti avvocati, con conseguenze negative perché non raggiungono la soglia necessaria ai fini della registrazione nella Cassa forense. E’ vero che sono state introdotte alcune modifiche ma quello che manca, secondo il Comitato, è una regola chiara dalla quale si possa evincere che il Governo abbia deciso di garantire a tutti i giudici di pace una copertura sul fronte della sicurezza sociale. Incomprensibile anche la differenza di trattamento rispetto ai giudici onorari aggregati. Il Comitato ha respinto le giustificazioni del Governo che sosteneva la legittimità delle diversità nel sistema di sicurezza sociale in ragione delle differenze nelle procedure di selezione.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/reclamo-dei-giudici-di-pace-superato-il-primo-step-dinanzi-al-comitato-europeo-dei-diritti-sociali.html

Scritto in: diritti dei lavoratori | in data: 28 novembre 2016 |
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corte-di-cassazione-ceduE’ da pochi giorni in libreria il volume “Dialogando sui diritti. Corte di Cassazione e CEDU a confronto”, Editoriale scientifica, Napoli, 2016. Il testo, pubblicato con l’obiettivo di rafforzare la diffusione delle questioni problematiche con al centro il dialogo tra Corte europea dei diritti dell’uomo e giudici nazionali, è costituito da una prima parte generale e da due sezioni: la prima con un focus sul diritto civile e la seconda sul diritto penale. Il testo s’inserisce nel quadro delle attività collegate all’attuazione del Protocollo d’intesa tra Corte di cassazione e Corte di Strasburgo (si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/protocollo-dintesa-tra-cedu-e-cassazione-nel-segno-del-dialogo-tra-corti.html) che hanno portato a un primo incontro a Strasburgo il 26 maggio 2016. Punto di contatto nazionale per l’attuazione del Protocollo è il Consigliere di Cassazione Roberto Giovanni Conti.

 

 

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 27 novembre 2016 |
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E’ stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale di ieri la legge n. 214 del 3 novembre 2016 di ratifica ed esecuzione, da parte dell’Italia, dell’Accordo su un tribunale unificato dei brevetti (tribunale-brevetti). L’Accordo è l’ultimo e indispensabile tassello del mosaico che costituisce la tutela brevettuale unitaria voluta dall’Unione europea, di fondamentale importanza visto che i regolamenti 1257/2012 sulla cooperazione rafforzata nel settore dell’istituzione di una tutela brevettuale unitaria (GU L 361 del 31.12.2012, pag. 1) e 1260/2012 sul regime di traduzione applicabile (GU L 361 del 31.12.2012, pag. 89) possono essere attuati solo a partire dalla data di entrata in vigore dell’Accordo. Del sistema non fanno parte Spagna e Croazia e dall’Accordo sul tribunale anche la Polonia.

L’Accordo istituisce altesì un centro di mediazione e arbitrato nelle controversie in materia di brevetti che rientrano nell’ambito di applicazione dell’atto, con sedi a Lubiana e Lisbona. Va poi ricordato che, a seguito del parere 1/09 dell’8 marzo 2011, sono state inserite specifiche norme volte a ribadire il principio della primazia del diritto dell’Unione sull’Accordo istitutivo del Tribunale e la responsabilità degli Stati parti per violazioni del diritto dell’Unione da parte del Tribunale. La legge n. 214, intanto, modifica l’articolo 3 del Dlgs 168/2003 istitutivo delle sezioni specializzate in materia d’impresa, con un passaggio di competenze al Tribunale e l’articolo 4 del Dlgs n. 30/2015 sul codice della proprietà industriale.

Qui lo stato delle ratifiche dell’accordo, non ancora aggiornato con la novità italiana (agreement-consilium). All’appello continua però a mancare la ratifica del Regno Unito, essenziale per l’applicazione dell’Accordo.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/tribunale-unificato-dei-brevetti-modificato-il-regolamento-n-12152012.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/si-alla-partecipazione-dellitalia-al-brevetto-ue-al-via-anche-al-protocollo-sul-tribunale-unificato.html

 

Scritto in: Unione europea | in data: 25 novembre 2016 |
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Limiti di età nei concorsi per l’accesso alle attività operative della polizia compatibili, in alcune circostanze, con il diritto Ue. Per la Corte di giustizia dell’Unione europea, che si è pronunciata il 15 novembre (C-258/15, c-25815), la fissazione di un’età massima per accedere ai concorsi in settori che richiedono lo svolgimento di attività esecutive e non amministrative non è in contrasto con la direttiva 2000/78 che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro (recepita in Italia con Dlgs n. 216/2003). Al centro della vicenda approdata a Lussemburgo, l’impugnazione dinanzi ai giudici nazionali di un bando di concorso per agenti di polizia della Comunità autonoma dei Paesi Baschi, che sbarrava l’accesso ai candidati con più di 35 anni. Un requisito considerato dal ricorrente contrario al divieto di discriminazione in base all’età. La Corte superiore di giustizia spagnola prima di decidere ha passato la parola agli eurogiudici chiamati a interpretare la direttiva, in un procedimento in cui sono intervenuti altri Stati inclusa l’Italia. E’ vero – scrive la Corte – che la direttiva mira a eliminare le discriminazioni sull’età per rendere effettivo in tutti gli Stati membri il principio della parità di trattamento, ma per alcune attività possono essere richieste caratteristiche essenziali per le funzioni che un candidato è poi chiamato a svolgere. L’attività operativa di un agente di polizia è strettamente legata a un’attitudine fisica, richiesta, nel bando al centro della controversia, per proteggere persone e beni, assicurare l’esercizio dei diritti e delle libertà individuali e garantire la sicurezza dei cittadini. Così, tenendo conto che i nuovi assunti sono chiamati a svolgere “i compiti più gravosi dal punto di vista fisico durante un periodo relativamente lungo della carriera”, l’obiettivo perseguito nell’imporre un limite di età è giudicato da Lussemburgo legittimo. Proprio la circostanza che i nuovi assunti sono destinati ai compiti più impegnativi sul piano fisico e che un’assunzione in età più avanzata potrebbe compromettere il risultato di destinare alcuni agenti per un periodo lungo ai compiti più significativi sul piano operativo fa dire alla Corte che la condizione dell’età persegue un fine compatibile con la direttiva. Via libera anche sotto il profilo della proporzionalità della misura. Per Lussemburgo, infatti, non è necessario ricorrere ad altri strumenti come prove fisiche impegnative ed eliminatorie.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 24 novembre 2016 |
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wcms_237568In vigore, dal 9 novembre 2016, il Protocollo n. P029 adottato l’11 giugno 2014 relativo alla Convenzione sul lavoro forzato del 1930 (protocol-p029). Una buona notizia accompagnata, però, da un dato negativo, ossia dal numero limitato di Stati parti che hanno ratificato il Protocollo. Si tratta di Niger, Norvegia, Regno Unito, Mauritania, Mali, Francia, Repubblica Ceca, Panama e Argentina. Il Protocollo è oggi in vigore per Niger e Norvegia, mentre per gli altri Paesi ratificanti entrerà in vigore in date differenziate nel 2017.

Grandi assenti proprio i Paesi Ue, malgrado la decisione 2015/2037 del Consiglio del 10 novembre 2015 che autorizza gli Stati membri a ratificare, nell’interesse dell’Unione europea, il Protocollo del 2014 della Convenzione sul lavoro forzato del 1930 dell’Organizzazione internazionale del lavoro per quanto riguarda le questioni relative alla politica sociale (decisione). Eppure che si tratti di un’emergenza, per di più strettamente connessa alla tratta di esseri umani, lo dicono i numeri, con 21 milioni di vittime di lavoro forzato (11,4 milioni di donne), soprattutto da parte di imprese private (19 milioni, 2 invece sono vittime di Stati e gruppi insurrezionali). Un dramma che genera profitti per un importo pari a 150 miliardi di dollari l’anno. Settori più coinvolti lavoro domestico, agricoltura, edilizia, settore manufatturiero e artistico. Il Protocollo chiede agli Stati la previsione di sanzioni penali, un piano d’azione per l’eliminazione di questa piaga e un sistema di indennizzo alle vittime.

Scritto in: diritti umani | in data: 23 novembre 2016 |
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