La Corte internazionale di giustizia, con ordinanza depositata il 19 aprile, ha disposto, a vantaggio dell’Ucraina, alcune misure provvisorie richieste da Kiev nei confronti della Federazione Russa (ordinanza). La controversia tra i due Paesi, arrivata dinanzi al principale organo giurisdizionale delle Nazioni Unite, ha preso il via a seguito del ricorso presentato dall’Ucraina il 16 gennaio 2017.

La Corte dell’Aja, dopo aver accertato la sussistenza prima facie della propria giurisdizione, sia con riguardo alla Convenzione internazionale per la repressione del finanziamento del terrorismo (articolo 24) sia in base alla Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (articolo 22), ha accordato all’Ucraina, seppure non con riferimento a tutte le richieste, alcune misure provvisorie proprio per impedire un aggravamento della già grave situazione. Prima di tutto, la Corte ha precisato che l’Ucraina, per le questioni relative alla parte orientale del territorio, ha concentrato le richieste sull’applicazione della Convenzione sulla repressione del finanziamento del terrorismo con riferimento anche all’abbattimento dell’aereo della Malesia Airlines (volo MH117). Per gli eventi in Crimea, invece, il ricorso è stato fondato unicamente sulla Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale. Pertanto, per la prima questione, la Corte internazionale di giustizia, analizzando il ricorso, ha precisato che l’Ucraina si è fondata sull’articolo 18 della Convenzione sulla lotta al terrorismo in base al quale gli Stati devono mettere in campo tutte le misure necessarie per prevenire il finanziamento del terrorismo. Di conseguenza, secondo la Corte, l’Ucraina può avvalersi della norma in esame per ottenere misure provvisorie solo se è “plausibile che gli atti in causa possano costituire degli illeciti ai sensi dell’articolo 2 della Convenzione”. Ed invero, per i giudici internazionali, l’Ucraina non ha fornito elementi sufficienti per concludere che sussistano le condizioni applicative di cui all’articolo 2 della Convenzione ossia l’intenzione e la consapevolezza di commettere atti di terrorismo. Detto questo, però, ciò non preclude che nella fase di merito questi elementi possano essere provati. Diversa conclusione per i casi di discriminazione razziale per i quali la Corte ha ritenuto plausibile che gli atti contestati costituiscano comportamenti vietati ai sensi della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale. Pertanto, ritenendo sussistente il rischio di un danno irreparabile e la necessità di intervenire con urgenza, la Corte internazionale di giustizia ha disposto misure provvisorie a carico della Russia che deve astenersi dal mantenere o imporre limitazioni a danno della comunità dei tatari di Crimea (verdetto 13 sì, 3 no) e consentire l’educazione nella lingua ucraina (conclusione raggiunta all’unanimità). Entrambi gli Stati, poi, devono astenersi dall’adottare ogni misura che possa portare a un aggravamento della situazione.

I giudici Owada, Cancado Trindade e Bhandari hanno allegato un’opinione separata, così come i giudici ad hoc Pocar e Skotnikov. I giudici Crawford e Tomka hanno annesso una dichiarazione. Qui tutti i documenti http://www.icj-cij.org/docket/index.php?p1=3&p2=1&k=f1&case=166&code=ur&p3=3.

Scritto in: Corte internazionale di giustizia | in data: 28 aprile 2017 |
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L’Ufficio del massimario penale della Corte di Cassazione ha pubblicato una relazione di orientamento su “Ne bis in idem. Percorsi interpretativi e recenti approdi della giurisprudenza nazionale ed europea” (Relc26_17). Nel documento, diffuso a fine marzo, è analizzato il ne bis in idem come principio fondamentale alla luce degli atti internazionali ed europei, tra i quali l’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e l’articolo 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. In particolare, la relazione considera l’evoluzione nella prassi giurisprudenziale della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia dell’Unione europea per poi accertare l’incidenza sul diritto interno fino alla pronuncia n. 200 della Corte costituzionale con particolare riguardo all’idem factum.

L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa mantiene accesi i riflettori sulla grave situazione dei diritti umani in Turchia. Il 25 aprile, infatti, l’Assemblea ha adottato la risoluzione n. 2156 con 113 sì, 45 no e 12 astensioni, con la quale ha deciso che il monitoraggio sulla Turchia, finalizzato a verificare il funzionamento delle istituzioni democratiche, deve continuare (2156). La decisione è la diretta conseguenza dell’allarmante rapporto, Doc. n. 14282, del 5 aprile (14282), redatto da Ingebjørg Godskesen e Marianne Mikko. Il testo evidenzia che nove mesi dopo il tentativo di colpo di Stato, “la situazione si è aggravata e le misure sono andate al di là di quanto necessario e proporzionato”. Le autorità governano “emanando decreti legge”, andando ben oltre quello che una situazione d’emergenza richiederebbe e superando la competenza legislativa del parlamento. Aleggia poi nuovamente lo spettro della reintroduzione della pena di morte che sarebbe di sicuro incompatibile con l’appartenenza al Consiglio d’Europa. In pratica, da quasi un anno la Turchia utilizza misure sproporzionate, con le autorità di Governo che hanno allontanato ben 5mila accademici e 1/4 tra giudici e procuratori. Senza dimenticare i 150 giornalisti arrestati, molti dei quali in custodia senza essere a conoscenza delle accuse rivolte, a cui si aggiungono 2.500 cronisti che hanno perso il lavoro. Migliaia i ricorsi pendenti dinanzi alla Corte costituzionale che non ha ancora deciso sulla propria competenza per i ricorsi individuali contro i decreti legge adottati all’indomani del golpe. Con tanti individui che, in pratica, vivono in un limbo giudiziario anche perché la Corte europea ha dichiarato irricevibili alcuni ricorsi per il mancato rispetto del previo esaurimento dei ricorsi interni proprio in ragione del fatto che la Corte costituzionale turca non si è ancora pronunciata sui ricorsi.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/commissione-venezia-la-turchia-non-rispetta-gli-standard-democratici.html

Scritto in: diritti umani | in data: 26 aprile 2017 |
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Ascolto del minore indispensabile per i procedimenti relativi alla sottrazione internazionale di minori. La Corte di cassazione, prima sezione civile, con la sentenza n. 3319/17 dell’8 febbraio (3319), ha accolto il ricorso del pubblico ministero che chiedeva l’annullamento del provvvedimento del Tribunale per i minorenni di Catanzaro con il quale era stato disposto il ritorno in Irlanda di una bambina. La madre aveva sottratto la minore conducendola in Italia. I giudici avevano ordinato il rientro in Irlanda anche perché non sussistevano condizioni ostative ai sensi dell’articolo 13 della Convenzione dell’Aja del 1980 sugli aspetti civili della sottrazione internazionale di minori, ossia il fondato rischio per il minore di essere esposto, al rientro, a pericoli fisici o psichici. Per la Suprema Corte, i giudici avevano l’obbligo di sentire il minore anche alla luce della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo. Ed invero, poiché il Tribunale per i minorenni non ha neanche indicato le ragioni che l’hanno spinto a non sentire il minore, la Cassazione ha disposto l’annullamento con rinvio.

Scritto in: sottrazione internazionale di minori | in data: 25 aprile 2017 |
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Sono state diffuse, tradotte in italiano, alcune schede tematiche sulla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, predisposte dal servizio stampa di Strasburgo. In particolare, i documenti in italiano riguardano i diritti dei minori, quelli dei genitori, la protezione dei minori, la discriminazione razziale, i diritti legati alla riproduzione, la prassi in materia di orientamento sessuale, l’omosessualità, l’identità di genere, la giurisprudenza su rom e nomadi. Nelle schede si dà conto anche dei casi pendenti.

Qui i testi in italiano http://www.echr.coe.int/Pages/home.aspx?p=press/factsheets/italian

Scritto in: CEDU | in data: 24 aprile 2017 |
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Per accertare se una sentenza emessa dal Tribunale ecclesiastico può essere riconosciuta in Italia  è necessario verificare se sussista un contrasto con l’ordine pubblico tenendo conto del “matrimonio-rapporto” che ha un fondamento nella Costituzione, nelle Carte europee dei diritti e nella legislazione italiana. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, prima sezione civile, con la sentenza n. 8800/17 depositata il 5 aprile (8800). La Suprema Corte ha respinto il ricorso di un uomo che aveva impugnato la pronuncia della Corte di appello di Roma con la quale era stata rigettata la sua istanza che mirava a ottenere il riconoscimento di una sentenza del Tribunale ecclesiastico regionale del Lazio con la quale era stata dichiarata la nullità del matrimonio. La Corte di appello, invece, aveva impedito il riconoscimento tenendo conto della lunga durata del vincolo matrimoniale e ravvisando che il riconoscimento sarebbe stato contrario all’ordine pubblico. Dello stesso avviso la Cassazione che ha così respinto il ricorso dell’uomo. Per la Suprema Corte, l’esistenza di un limite dell’ordine pubblico alla declaratoria di efficacia delle sentenze emesse dai tribunali ecclesiastici sulla nullità di un matrimonio celebrato con il rito concordatario in ragione della necessità di tutelare il cosiddetto “matrimonio-rapporto” è stato già affermato dalla Cassazione a Sezioni Unite con le decisioni n. 16379 e n. 16380. Già in quell’occasione, la Cassazione ha precisato che la tutela della lunga durata della convivenza tra coniugi ha “un solido fondamento nella Costituzione, nelle Carte europee dei diritti e nella legislazione italiana”. In questa direzione, la Suprema Corte ha richiamato anche la giurisprudenza della Corte costituzionale, della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia Ue. La lunga convivenza, per la Cassazione, è connessa a una pluralità di diritti inviolabili, di doveri inderogabili e di responsabilità genitoriale. Di qui la conclusione che il riconoscimento della sentenza ecclesiastica è incompatibile con l’ordine pubblico.

Scritto in: delibazione | in data: 21 aprile 2017 |
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Lacune e carenze nella protezione dei minori migranti. Sarà pure vero che i sistemi nazionali sono sotto pressione per gli arrivi massicci di minori non accompagnati che, nel 2016, sono stati il 30% del totale dei richiedenti asilo, ma certo le autorità nazionali sono tenute a proteggere i minori e ad assicurare una rapida identificazione. La Commissione europea prova a fornire nuovi strumenti partendo dall’individuazione di azioni prioritarie e lo fa con l’adozione di una comunicazione (COM(2017)211) diffusa il 12 aprile (412). In primo luogo, Bruxelles chiede un rafforzamento della presenza di personale qualificato per assistere i minori anche prima della determinazione del loro status, migliorando l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria.

Nella comunicazione sono stati individuati alcuni settori prioritari: rapida identificazione e protezione sin dall’arrivo; individuazione negli hotspot di persone incaricate della protezione dei minori; messa a disposizione di condizioni di accoglienza adeguate; accesso all’assistenza legale, a quella sanitaria, al sostegno psicosociale e all’istruzione, prescindendo dallo status. Senza dimenticare l’affidamento o l’assistenza su base familiare e alternative al trattenimento amministrativo. Va poi potenziato il ruolo dei tutori per i minori non accompagnati e vanno diffuse misure di integrazione precoce. Gli Stati membri, inoltre, sono tenuti ad accelerare le procedure di reinsediamento e potenziare i sistemi nazionali per arginare il dramma della tratta di minori. Avendo sempre chiaro l’obiettivo ossia assicurare la piena realizzazione dell’interesse superiore dei minori.

Qui il documento di lavoro della Commissione (SWD)

Scritto in: diritti dei migranti, minori | in data: 19 aprile 2017 |
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Se l’estradizione per altri reati avviene dopo la pronuncia di condanna di primo grado il procedimento può andare avanti senza che possa essere opposta la violazione del principio di specialità. E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 5816/17 depositata l’8 febbraio (5816). La vicenda riguardava il ricorso avverso la sentenza della Corte di appello di Milano che aveva condannato due persone per detenzione e cessione di droga. Tra i motivi di ricorso la violazione dell’articolo 14 della Convenzione europea di estradizione, resa esecutiva con legge n. 300/1963, per contrasto con il principio di specialità, considerando che uno dei condannati era stato estradato dall’Albania in esecuzione di altra pronuncia, situazione che avrebbe dovuto bloccare, per il ricorrente, il giudizio di appello. Una posizione che la Suprema Corte non ha condiviso in ragione del fatto che se al momento dell’estradizione in Italia è già stata pronunciata una sentenza di condanna in primo grado il giudizio deve proseguire, in linea con lo scopo stesso dell’articolo 14 che è quelo di interrompere la prescrizione. D’altra parte – osserva la Cassazione – questa soluzione “non è estemporanea nell’ambito dei rapporti estradizionali” ed è conforme all’istituto del mandato di arresto europeo. Così, il ricorso è stato respinto.

Scritto in: estradizione | in data: 18 aprile 2017 |
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Prosegue il ciclo di incontri sul diritto internazionale privato nell’Università Roma Tre, organizzato dal Dottorato in Discipline giuridiche. Il 2 maggio alle 10.00 Caroline Adolphsen dell’Università di Aarhus terrà una lezione su “Children seeking asylum in Europe: a Scandinavian approach” (Aula 4, via Ostiense 139). Alle 16.00 dello stesso giorno il professore Francesco Salerno, dell’Università di Ferrara, interverrà su “Bruxelles I-bis e titolo esecutivo europeo: l’efficacia delle decisioni straniere nelle discipline uniformi europee” (Aula 2). L’incontro successivo è fissato per l’8 maggio, alle 10.00, con i docenti dell’Università della Murcia, Javier Carrascosa Gonzalez su “Il nome nel diritto internazionale privato. Matrimonio tra persone dello stesso e unioni registrate in Europa”e alle 15.00 con Maria Asunción Cebrián Salvat su “Il regime patrimoniale nel matrimonio e nelle unioni registrate”. Il 9 maggio alle 10.00 si prosegue con i due docenti su “Il divorzio nel diritto dell’Unione europea: giurisdizione e legge applicabile e “Il regolamento dell’Unione europea sulle successioni”. Poi il 15 maggio conclusione del ciclo di incontri, alle 10.00, con l’avvocata internazionalista Francesca Pietrangeli che parlerà de “La clausola di individuazione della legge applicabile al contratto”.

Qui il programma completo del corso (LOCANDINA)

Scritto in: diritto internazionale privato | in data: 18 aprile 2017 |
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Solo 11 giudici per 100mila abitanti, con un dato identico a quello del 2010. E’ l’Italia in fondo alla classifica per numero di giudici per abitante, a fronte del Lussemburgo che ne conta 46. Boom di avvocati, invece, per l’Italia con 391 legali per 100mila abitanti, superata solo dal Lussemburgo a quota 413. E’ quanto risulta dal Quadro di valutazione della giustizia 2017 (Scoreboard2017-Report) pubblicato il 10 aprile dalla Commissione europea che, per la prima volta, introduce anche un nuovo dato relativo alla durata dei procedimenti penali per i reati connessi al riciclaggio di denaro. Ancora una volta, l’Italia che conquista la maglia nera per i tempi di soluzione dei procedimenti in materia civile e commerciale in primo grado, con riferimento ai dati 2015 (Quantitativedatafromthe2017EUJusticeScoreboard), con una media di 527 giorni. Un dato migliore rispetto al 2014, ma peggiorato rispetto al 2010 (493 giorni). Segue Malta con 445 giorni. Fa meglio di tutti il Lussemburgo con 86 giorni. Alcuni Paesi come Cipro, Bulgaria, Irlanda e Regno Unito non hanno fornito dati per il 2015. Nel campo dei procedimenti amministrativi Cipro ha il dato più negativo con 1.391 giorni (migliorando però la situazione rispetto al 2014, con 1.775). L’Italia è al secondo posto con 1.008 giorni, peggiorando la situazione del 2014 (984 giorni). Sul fronte delle controversie in materia di concorrenza è la Repubblica ceca ad avere i procedimenti più lunghi con la cifra record di 2.091 giorni in primo grado, seguita dalla Germania (1.187) e dalla Grecia (495). Qui invece l’Italia ha una buona performance con 200 giorni, con un netto miglioramento rispetto al 2013 (281). Tra le novità del quadro di valutazione 2017, l’introduzione di un dato sulla facilità di accesso alla giustizia da parte dei consumatori che si traduce in una azionabilità dei diritti in modo effettivo. Le regole comuni, adottate a livello Ue, ricevono un’applicazione differenziata con problemi circa la possibilità di far valere in giudizio i diritti dei consumatori. “Il quadro di valutazione – osserva la Commissione europea – evidenzia che in questo settore la durata dei procedimenti in sede amministrativa o giurisdizionale varia notevolmente a seconda del Paese”. Con alcuni Stati che hanno spostato la soluzione delle controversie dinanzi ad autorità nazionali per la tutela dei consumatori. Dai dati raccolti dalla Commissione e dal Network sulla protezione dei consumatori è la Francia a impiegare più tempo nei procedimenti in primo grado (820 giorni), seguita dalla Polonia (741) e dall’Italia (685). La situazione migliore in Estonia con 91 giorni. La Commissione ha poi testato la durata dei procedimenti in materia di riciclaggio: i tempi più lunghi in primo grado sono quelli dell’Ungheria (1.112), seguita dalla Lettonia (775) e dall’Italia con 659 giorni.

Scritto in: giustizia | in data: 17 aprile 2017 |
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