L’Unesco ha pubblicato un manuale sulla protezione dei beni culturali durante i conflitti armati (“Military Manual – Protection of Cultural Property”, (246633E). Sono sempre di più i casi di beni culturali danneggiati o in conseguenza di effetti collaterali o perché oggetto diretto delle azioni militari. Il volume, redatto in collaborazione con l’International Institute of Humanitarian Law di Sanremo, è stato redatto dal prof. Roger O’Keeefe, da Camille Péron, da Togiv Musayev e da Gianluca Ferrari. Nel testo sono indicate e analizzate le fonti pattizie e le regole di diritto internazionale penale, con l’illustrazione dei casi di cui si sono occupati i tribunali penali internazionali. Spazio anche all’individuazione delle migliori prassi, al fine di individuare i passi necessari per guidare i militari nella protezione dei beni culturali.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/lassemblea-generale-chiede-la-punizione-di-coloro-che-distruggono-i-beni-culturali-in-iraq.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/allarme-onu-per-gli-attacchi-al-patrimonio-culturale.html

Scritto in: beni culturali | in data: 23 febbraio 2017 |
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Non è un aiuto di Stato incompatibile con il diritto Ue l’esenzione fiscale sull’imposta su costruzioni concessa da uno Stato alla chiesa cattolica per le opere realizzate all’interno di un edificio scolastico. A patto, però, che la struttura sia utilizzata per fini educativi e sociali e non per motivi commerciali, anche quando le prestazioni di insegnamento non perseguono un obiettivo strettamente religioso. E’ l’Avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Kokott, a stabilirlo nelle conclusioni depositate il 17 febbraio nella causa C-74/16 (C-74:16). La controversia nazionale vedeva al centro un istituto della Chiesa cattolica e il comune di Getafe (Madrid). L’ente, dopo l’ampliamento di un edificio utilizzato dalla scuola come sala conferenze, aveva presentato domanda di rimborso delle imposte in base a una Convenzione del 1979 tra Spagna e Santa Sede. Il Comune aveva respinto la richiesta perché l’attività, a suo dire, non era collegata agli obiettivi religiosi della Chiesa cattolica. I giudici amministrativi spagnoli, prima di decidere a seguito dell’impugnazione del diniego all’esenzione, hanno chiamato in aiuto i giudici Ue per alcune questioni interpretative in materia di aiuti di Stato. Prima di tutto, l’Avvocato generale della Corte ha chiarito che anche se al centro dell’attività della chiesa vi sono compiti religiosi, pastorali e sociali non può essere escluso che singole attività possano essere considerate di carattere economico. Pertanto, per verificare l’applicazione dell’articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea che si occupa degli aiuti di Stato, è necessario analizzare le singole attività dell’ente. Se l’ente religioso – osserva Kokott – gestisce i propri istituti con un approccio commerciale “ed eroga le attività didattiche ivi tenute essenzialmente quale controprestazione per i contributi economici e le altre prestazioni pecuniariamente quantificabili degli scolari e dei loro genitori” vuol dire che l’ente eroga servizi e, quindi, svolge un’attività economica. Lo scenario cambia se l’ente religioso gestisce l’istituto scolastico non con modalità commerciali ma nell’ambito sociale, culturale ed educativo “non ricorrendo o ricorrendo solo marginalmente per il finanziamento delle lezioni ai contributi degli scolari o dei loro genitori”. In quest’ultima ipotesi, manca l’attività economica e, quindi, la normativa Ue sulla libera concorrenza non va applicata. Di conseguenza, l’esenzione fiscale non è un aiuto di Stato e può essere concessa all’ente ecclesiastico. E questo anche quando l’attività svolta negli edifici non persegua un obiettivo strettamente religioso, proprio perché è sufficiente che con i servizi didattici l’ente persegua realmente un obiettivo sociale, culturale ed educativo. Per l’Avvocato generale, spetta poi ai giudici nazionali verificare, per l’ente che svolge una pluralità di servizi didattici, quale attività è realizzata senza motivi commerciali nell’edificio per il quale è chiesta l’esenzione, tenendo conto del numero di classi e di ore di lezione, del numero di scolari e di insegnanti impegnati nelle diverse attività, nonché del budget medio annuale che la scuola destina alle diverse attività didattiche. Se l’attività imprenditoriale è marginale è giusto negare che si tratti di attività economica lasciando spazio alle esenzioni.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 22 febbraio 2017 |
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E’ stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del 19 gennaio 2017, C 18, la risoluzione del Consiglio relativa alla predisposizione di un modello di accordo per la costituzione di una squadra investigativa comune (SIC, SIC). In particolare, tenendo conto della Convenzione relativa all’assistenza giudiziaria in materia penale tra gli Stati membri dell’Unione europea, del 29 maggio 2000 e della decisione quadro 2002/465 del Consiglio, del 13 giugno 2002 relativa alle squadre investigative comuni, è stato messo a punto, anche alla luce delle buone pratiche seguite dagli Stati membri, un modello da utilizzare per la costituzione di queste squadre sia in rapporto agli Stati membri sia agli Stati terzi. Secondo il format dovrà essere indicata la base giuridica, le parti dell’accordo, le finalità della squadra investigativa e il periodo in cui opererà la SIC. Gli Stati che partecipano alla SIC dovranno indicare il direttore e le regole per l’accesso alle informazioni da parte dei partecipanti.

Va ricordato che l’Italia, con il decreto legislativo n. 34 del 15 febbraio 2016, ha recepito, con un ritardo di 15 anni, la decisione quadro 2002/465.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/squadre-investigative-comuni-dopo-15-anni-il-decreto-legislativo.html

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 21 febbraio 2017 |
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Boom di produttività della Corte di giustizia dell’Unione europea. Con un dialogo con i giudici nazionali sempre più intenso. E’ quanto risulta dal documento sulle statistiche giudiziarie diffuso da Lussemburgo il 17 febbraio (statistiche giudiziarie). Nel complesso, nel 2016, sono state definite ben 1.628 cause: 704 quelle di competenza della Corte di giustizia con un +14% rispetto al 2015 (erano 692 quelle chiuse nell’anno precedente) e 974 (+17%) le cause definite dinanzi al Tribunale.

Per quanto riguarda la Corte di giustizia, il numero più elevato di procedimenti ha visto al centro rinvii pregiudiziali (470). Un record – scrive Lussemburgo – segno della “fiducia riposta dai giudici nazionali in questa forma di cooperazione giudiziaria ai fini dell’interpretazione e dell’applicazione uniformi” del diritto dell’Unione. Elemento sicuramente positivo, poi, la diminuzione dei tempi dei procedimenti che si assesta a 15 mesi, la durata più breve da oltre trent’anni. Dati positivi anche dal Tribunale che vede un aumento del numero delle cause promosse con un +17% che significa 976 cause promosse nel 2016 a fronte delle 831 nel 2015, aumento dovuto anche alle nuove competenze derivanti dalla cessazione dell’attività del Tribunale per la funzione pubblica. Incremento per le cause pendenti che arrivano a 1.486 nel 2016 (erano 1.267 nel 2015). Il Tribunale ha il migliore risultato per cause definite tra gli organi giurisdizionali di Lussemburgo e segna una diminuzione anche per la durata dei procedimenti con una media di 18,7 mesi ossia un calo di 1,9 mesi rispetto al 2015. Sul fronte dei contenuti, in primo piano le cause sulla proprietà intellettuale (+11%), sugli aiuti di Stato (76 cause) e il nuovo contenzioso sulle regole di vigilanza prudenziale nei confronti degli enti creditizi.

Tra le novità del 2016 anche la cessazione dell’attività del Tribunale della funzione pubblica, organo sciolto il 1° settembre 2016 con il trasferimento di competenze al Tribunale Ue.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 20 febbraio 2017 |
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Prosegue il corso organizzato dall’Ordine degli Avvocati di Trani, commissione di diritto internazionale e dell’Unione europea, dal titolo “Il processo civile italiano: l’incidenza delle norme dell’Unione europea”, che punta a diffondere la corretta applicazione dei regolamenti Ue in materia di cooperazione giudiziaria civile. Dopo le prime due lezioni dedicate alle notificazioni (prof. Bruno Barel) e alle decisioni in materia matrimoniale e responsabilità genitoriale (prof.ssa Emilia Maria Magrone), si prosegue il 2 marzo con il cd. decreto ingiuntivo europeo. Lezione conclusiva del prof. Antonio Leandro il 24 marzo sulle procedure di insolvenza transfrontaliere.

Le lezioni si terranno presso l’Ordine degli Avvocati di Trani (P.zza Sacra Regia Udienza n. 9) alle ore 15.30. Sono attribuiti 3 crediti formativi per ogni incontro.

Qui il programma completo Incontri Dir Internaz e UE Trani.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 18 febbraio 2017 |
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Per stabilire la giurisdizione su questioni che hanno al centro la tutela del minore, pur incidendo sulla potestà dei genitori, deve essere applicato l’articolo 42 della legge n. 218/1995. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, sezioni unite civili, con la sentenza n. 1310/17 depositata il 19 gennaio (1310) con la quale è stato respinto il ricorso di una donna, cittadina brasiliana, la quale aveva impugnato la decisione della Corte di appello di Firenze che aveva stabilito la sussistenza della giurisdizione italiana sulla domanda di affidamento e mantenimento del figlio minore (con cittadinanza italiana e brasiliana) presentata dal coniuge nell’ambito del procedimento di separazione personale promosso dall’uomo. I giudici di secondo grado avevano ribaltato la pronuncia del Tribunale che, invece, applicando il regolamento n. 2201/2003 aveva escluso la giurisdizione italiana attribuendola al Brasile. La Cassazione ha condiviso la soluzione della Corte di appello e ha ritenuto applicabile l’articolo 42 della legge n. 218/95 il quale rinvia alla Convenzione dell’Aja del 5 ottobre 1961 sulla competenza e sulla legge applicabile in materia di protezione dei minori, resa esecutiva dall’Italia con legge n. 742/1980. Per la Suprema Corte non va riconosciuta una prevalenza alle misure adottate dal giudice dello Stato di cui il minore è cittadino su quelle adottate nel luogo di  residenza abituale. Così, sussiste la giurisdizione dello Stato con il quale il minore ha il collegamento più stretto ossia – scrive la Cassazione – lo Stato in cui il minore ha la residenza abituale. A tal proposito, la Corte ha osservato che in questo modo è pienamente realizzato il principio dell’interesse superiore del minore proprio perché il parametro della residenza abituale è indice della salvaguardia “della continuità affettivo – relazione del minore”. Detto questo, poi, nell’adottare i provvedimenti sull’affidamento e il diritto di visita il giudice terrà conto, come parametro, dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo sul diritto al rispetto della vita privata e familiare.

Scritto in: diritto processuale civile internazio | in data: 17 febbraio 2017 |
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Arriva da Bruxelles il rapporto sulle misure prese dagli Stati membri per applicare la direttiva 2011/93/UE relativa alla lotta contro l’abuso e  lo  sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile (recepita in Italia con Dlgs 4 marzo 2014, n. 39). La Commissione europea, nel documento presentato il 16 dicembre 2016 (COM(2016)871, ST_15693_2016_INIT_EN), ha fatto il punto sullo stato di attuazione dell’atto Ue, con riferimento a tutti i suoi aspetti, dalla definizione dei ben 20 reati introdotti con la direttiva, fino all’individuazione delle sanzioni, passando per l’assistenza alle vittime e per le questioni legate alla giurisdizione. Dal rapporto risulta un alto tasso di variabilità circa l’età al di sotto della quale un atto sessuale è sempre considerato violenza. La direttiva, all’articolo 5, par. 3, sancisce che “Chiunque compie atti sessuali con un minore che non ha raggiunto l’età del consenso sessuale è punito con una pena detentiva massima di almeno cinque anni”, lasciando, però, agli Stati la determinazione dell’età. Divergenze anche sul fronte delle sanzioni per le persone giuridiche.

Per quanto riguarda il sequestro e la confisca degli strumenti e dei proventi derivanti dai reati di cui agli articoli 3, 4 e 5, alcuni Paesi, tra i quali l’Italia, hanno predisposto norme ad hoc. Non ancora adeguato il recepimento dell’articolo 19, par. 1, in base al quale gli Stati sono tenuti ad adottare le misure necessarie “per assicurare che le vittime ricevano assistenza e sostegno prima, durante e per un congruo periodo di tempo dopo la conclusione del procedimento penale”. Sul punto, ad esempio, le informazioni fornite dall’Italia, così come da altri Paesi, non risultano soddisfacenti. Così, lacune sul livello di informazioni con riguardo all’articolo 10 che è centrale, riguardando le misure interdittive per prevenire la commissione dei reati interessati dalla direttiva e far sì che chi è stato condannato non sia più coinvolto in attività professionali che comportano contatti diretti e regolari con minori. Non del tutto positivo il recepimento, anche con riguardo all’Italia, dell’articolo 23 (training del personale coinvolto per combattere i reati). In via generale, analizzato il quadro esistente, la Commissione ritiene di non dover proporrre una modifica della direttiva, ma mantenere un monitoraggio sull’attuazione effettiva con un necessario rafforzamento nei programmi di prevenzione e di assistenza alle vittime.

Va evidenziato che l’attuazione dell’articolo 25 sulle misure contro i siti web che hanno materiale pedopornografico è oggetto di un rapporto ad hoc (COM-2016-872). Gli Stati, in base alla norma in esame, devono procedere alla rimozione immediata delle pagine web che “che contengono o diffondono materiale pedopornografico ospitate nel loro territorio e si adoperano per ottenere la rimozione di tali pagine ospitate al di fuori del loro territorio”. Va detto che solo 12 Stati membri avevano comunicato le misure adottate tant’è che la Commissione aveva avviato procedure d’infrazione, anche contro l’Italia, oggi chiuse. Sul sistema di hotline, funzionale a verificare i contenuti e la loro rimozione, la Commissione ha espresso talune critiche nei confronti di Italia, Belgio e Spagna con riguardo alla tempestività della rimozione.

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 16 febbraio 2017 |
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L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, con la risoluzione n. 2151 (2151) approvata con 48 sì, 3 no e 5 astensioni, ha approvato il rapporto sulla compatibilità con i diritti dell’uomo dei sistemi arbitrali tra Stati e investitori negli accordi internazionali in materia di investimenti. Questi accordi, che diventano sempre più frequenti, includono clausole arbitrali che suscitano qualche problema in ragione delle implicazioni sul rispetto dei diritti umani, sulla rule of law, sulla democrazia e sulla sovranità nazionale. La risoluzione segue il rapporto n. 14225 del Relatore Omtzigt approvato il 5 gennaio 2017 (14225) nel quale è ricostruita la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in materia, di particolare rilievo anche in ragione della circostanza che l’articolo 1 del Protocollo n. 1 alla Convenzione europea, che assicura il diritto di proprietà, si applica anche alle persone giuridiche straniere che agiscono sul territorio di uno Stato parte alla Convenzione. Nel rapporto sono esaminati, altresì, gli sviluppi più recenti nell’ambito dell’Unione europea, con particolare riguardo all’accordo commerciale con il Canada (cd. CETA).

Scritto in: Consiglio d'europa | in data: 15 febbraio 2017 |
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Il Gruppo di esperti del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani (GRETA) ha divulgato, il 30 gennaio, il rapporto sull’attuazione della Convenzione sulla lotta contro la tratta di esseri umani da parte dell’Italia (rapporto). Molti gli sforzi fatti dall’Italia per garantire un adeguato supporto ai migranti, ma sussistono ancora lacune nell’individuazione delle vittime della tratta e dei minori non accompagnati. Le particolari preoccupazioni del GRETA riguardano i ritardi nell’identificazione delle donne provenienti dalla Nigeria, vittime della tratta così come la scomparsa di minori non accompagnati. Il GRETA ha chiesto all’Italia di migliorare la formazione dei funzionari che si occupano di immigrazione e di coloro che operano negli hotspots, nei centri di accoglienza, nei centri di identificazione e di espulsione e nei centri di accoglienza per i richiedenti asilo. Tra le altre lacune, la mancanza di specialisti dell’infanzia nelle procedure di identificazione dei minori e pochi risultati nella costituzione di partenariati internazionali, funzionali a contrastare le reti criminali coinvolte nella tratta. L’Italia ha ratificato la Convenzione con legge n. 108 del 2 ottobre 2010.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/tratta-degli-esseri-umani-il-consiglio-deuropa-diffonde-una-guida-sulle-buone-prassi.html

Scritto in: Consiglio d'europa | in data: 14 febbraio 2017 |
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Se la detenzione all’estero riguarda un fatto diverso da quello per cui si è proceduto in Italia non è possibile computare nel calcolo della pena decisa dai giudici italiani il periodo di custodia all’estero. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, prima sezione penale, con la sentenza n. 35808/16 depositata il 30 agosto (3580816). La richiesta di fungibilità della carcerazione in Svizzera per una condanna per tentato furto non era stata accolta dal Tribunale di Trento con riferimento alla condanna in Italia per riciclaggio di autoveicolo. Una conclusione condivisa dalla Cassazione proprio tenendo conto della diversità delle condotte che non possono essere considerate come una condotta naturalisticamente unica parte di un iter criminis iniziato in uno Stato  e proseguito in un altro. Non applicabile poi l’articolo 54 dell’Accordo di applicazione della Convenzione Schengen ( CAAS) del 14 giugno 1985 (ratificata dall’Italia con legge 30 settembre 1993 n. 388), il quale afferma che una persona giudicata con sentenza definitiva in uno Stato contraente non può essere sottoposta a un procedimento penale per i medesimi fatti in un altro Paese parte al trattato “a condizione che, in caso di condanna, la pena sia stata eseguita o sia effettivamente in corso di esecuzione attualmente o, secondo la legge dello Stato contraente di condanna, non possa più essere eseguita”. La norma, infatti, fa esplicito riferimento al medesimo fatto, mentre nel caso in esame i fatti erano differenti. Pertanto, per la Cassazione “la diversità dei fatti-reato commessi costitutiva mancanza di un presupposto indispensabile per l’accoglimento della istanza dell’interessato”. Respinto, così, il ricorso.

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 13 febbraio 2017 |
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