Gli aggiornamenti sul blog riprenderanno dopo la pausa estiva il 29 agosto. Buone vacanze a tutti

Scritto in: Senza categoria | in data: 5 agosto 2016 |

Il matrimonio contratto in via telematica secondo la legge straniera, tra un’italiana e un pakistano, supera il vaglio del limite dell’ordine pubblico. Di conseguenza, anche se i coniugi non sono presenti contestualmente nel luogo di celebrazione del matrimonio l’atto è valido. Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza n. 15343 depositata il 25 luglio 2016 (15343_07_2016). La vicenda aveva preso il via dal no opposto dall’ufficiale dello stato civile alla trascrizione per contrarietà all’ordine pubblico dell’atto di matrimonio tra i due richiedenti, sposatisi in via telematica. L’assenza della contestuale presenza dei nubendi impediva la configurazione di un matrimonio valido. Una tesi non condivisa dal tribunale adito dalla coppia e dalla Corte di appello. Il ministero dell’interno ha così impugnato la decisione dinanzi alla Cassazione che, però, ha confermato il giudizio della Corte di appello. Per la Suprema Corte, infatti, il matrimonio risulta valido ai sensi dell’articolo 28 della legge 218/1995 perché, quanto alla forma, è stato contratto secondo la legge del luogo di celebrazione del matrimonio e secondo la legge di uno dei due coniugi al momento della celebrazione. Ad accogliere una tesi diversa, si dovrebbe ritenere una contrarietà all’ordine pubblico tutte le volte in cui la legge straniera ha una disciplina diversa da quella italiana. Tra l’altro – osserva la Cassazione – il giudizio circa la compatibilità con l’ordine pubblico deve essere effettuato tenendo conto unicamente del nucleo essenziale dei valori dell’ordinamento italiano la cui deroga non è consentita “nemmeno dal legislatore ordinario interno” che non può  ”modificare o alterare, ostandovi principi costituzionali inderogabili”. Tra l’altro, il limite dell’ordine pubblico opera solo con riguardo agli effetti dell’atto straniero, senza che sia previsto un sindacato contenutistico o di merito. A ciò si aggiunga che il matrimonio inter absentes è, seppure in via eccezionale, previsto nell’ordinamento italiano (articolo 111 del codice civile) e già in passato la Suprema Corte ha ammesso il ricongiungimento familiare di un coniuge che aveva contratto il matrimonio telefonico in presenza di testimoni.

Scritto in: diritto internazionale privato | in data: 5 agosto 2016 |
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Dal 2019 vita quotidiana semplificata per i cittadini interessati da questioni transfrontaliere. E’ stato pubblicato, infatti, sulla Gazzetta Ufficiale Ue L 200 del 26 luglio il regolamento che promuove la libera circolazione dei cittadini semplificando i requisiti per la presentazione di alcuni documenti pubblici nell’Unione europea e che modifica il regolamento (UE) n. 1024/2012 (regolamento) che, in via generale, salvo alcune norme, sarà applicabile dal 16 febbraio 2019. Grazie alle nuove disposizioni, con l’utilizzo di moduli standard multilingue, sarà assicurata un’effettiva circolazione di documenti come il certificato di nascita, l’atto di matrimonio, il certificato di morte, senza necessità di legalizzazione. Un netto miglioramento “dell’iter burocratico del cittadino europeo mobile”. In ogni caso, il regolamento riguarda unicamente l’autenticità dei documenti pubblici, con la conseguenza che gli Stati membri “continueranno ad applicare le norme nazionali sul riconoscimento del contenuto e degli effetti dei documenti pubblici rilasciati in un altro Paese dell’Unione”. Per quanto riguarda l’ambito di applicazione oggettivo, il futuro regolamento si occuperà unicamente di taluni documenti come quelli che certificano: la nascita, l’esistenza in vita, il decesso, il nome, il matrimonio, compresi la capacità di contrarre matrimonio e lo stato civile, il divorzio, la separazione legale e l’annullamento del matrimonio, le unioni registrate, compresi la capacità di contrarre un’unione registrata e lo stato di unione registrata, lo scioglimento di un’unione registrata, la separazione legale o l’annullamento di un’unione registrata, la filiazione, l’adozione, il domicilio e/o la residenza, la nazionalità, l’assenza di precedenti penali, il diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni amministrative nello Stato membro di residenza e alle elezioni del Parlamento europeo. Sono esclusi i documenti pubblici rilasciati da un’autorità di uno Stato terzo e copie autenticate prodotte dalle autorità di uno Stato membro.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/passi-avanti-per-lapprovazione-del-regolamento-ue-sul-riconoscimento-dei-documenti-pubblici.html

Scritto in: libera circolazione | in data: 4 agosto 2016 |
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Solo ad alcune condizioni le misure restrittive della libertà personale possono essere equiparate a quelle privative come la detenzione. Con la conseguenza che, in questi casi, lo Stato che emette il mandato di arresto europeo è tenuto a decurtare dalla pena che il condannato deve scontare il periodo in cui il destinatario del provvedimento è stato sottoposto a misure come arresti domiciliari e braccialetto elettronico nello Stato di esecuzione. Lo ha chiarito la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza depositata il 28 luglio (C-294/16, C-294:16), con la quale, per la prima volta, Lussemburgo si è occupata della nozione di custodia ai sensi dell’articolo 26 della decisione quadro 2002/584 relativa al mandato di arresto europeo e alle procedure di consegna (recepita in Italia con legge n. 69/2005), come modificata dalla 2009/299 che rafforza i diritti processuali delle persone. E’ stato il Tribunale distrettuale di Lodz (Polonia) a rivolgersi alla Corte Ue per chiarire se, nel calcolare la pena detentiva pronunciata nei confronti di un proprio cittadino condannato a tre anni e due mesi di carcere, si dovesse tener conto del fatto che, a seguito dell’arresto dell’uomo nel Regno Unito, il condannato aveva subito una limitazione della libertà personale perché sottoposto agli arresti domiciliari per 9 ore durante la notte e all’obbligo di indossare il braccialetto elettronico. La Corte ha osservato che nella decisione quadro manca una nozione di custodia e che vi sono difficoltà interpretative dovute anche alla circostanza che la nozione varia a seconda delle differenti versioni linguistiche, ma ha stabilito che la nozione non può essere desunta dagli ordinamenti nazionali perché è propria dell’ordinamento Ue. Con la conseguenza che, tenendo conto delle finalità dell’atto Ue e di altre decisioni quadro, in via generale, le misure restrittive della libertà personale non possono essere equiparate a quelle privative come la detenzione. Detto questo, però, anche tenendo conto della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sulla nozione di diritto alla libertà personale che corrisponde all’articolo 6 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dell’articolo 52 par. 3 della Carta, la Corte di giustizia ha stabilito che, in taluni casi, alla luce di un accertamento concreto basato sulla tipologia, la durata, gli effetti e le modalità di esecuzione della misura considerata, quest’ultima, pur essendo qualificata come restrizione è da assimilare, proprio per la sua intensità, a una privazione della libertà. Così, il periodo va decurtato dal calcolo complessivo della pena rientrando nella nozione di custodia. Situazione che, però, non sembra alla Corte si sia realizzata nel caso in esame.

Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 3 agosto 2016 |
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Matrimoni e cronache nuziali sotto i riflettori sdoganati a Strasburgo se il reportage sulle nozze riguarda un personaggio pubblico, come un presentatore televisivo, e nell’articolo non ci sono elementi lesivi della reputazione. Con un passo indietro della privacy rispetto alla libertà di stampa. E’ la Corte europea dei diritti dell’uomo a stabilirlo con la decisione Sihler-Jauch e Jauch contro Germania adottata il 24 maggio e depositata il 16 giugno (SIHLER-JAUCH AND JAUCH v. GERMANY). Per Strasburgo, è vero che il matrimonio rientra nella nozione di vita privata, ma non va dimenticato che la sua celebrazione ha un lato pubblico e può avere un interesse generale se l’evento riguarda persone note e se la sua cronaca non serve solo a soddisfare la curiosità della collettività. E’ stato così respinto il ricorso di una coppia che si era rivolta alla Corte europea sostenendo che era stato violato l’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo, che assicura il rispetto del diritto alla vita privata e familiare e l’articolo 1 del Protocollo n. 1 sul diritto di proprietà a causa della pubblicazione, su un magazine popolare, di alcune fotografie dell’evento. In primo grado, dinanzi alla Corte regionale di Amburgo, i coniugi avevano ottenuto 25mila euro per i danni derivanti dalla violazione dei diritti della personalità, ma poi il giudizio era stato ribaltato in forza dell’interesse della collettività a ricevere notizie. Questo ha spinto la coppia a rivolgersi a Strasburgo ritenendo che il rigetto della richiesta di risarcimento dei danni, da parte dei giudici interni, implicava una sorta di approvazione dell’articolo da parte delle autorità nazionali. Ma anche la Corte europea ha bocciato il ricorso, applicando gli standard consolidati nella propria giurisprudenza. E’ vero – osservano i giudici internazionali – che lo Stato ha un obbligo positivo funzionale a garantire la privacy degli individui, ma al tempo stesso va tutelata la libertà di stampa. Per la Corte, i giudici nazionali hanno raggiunto un giusto equilibrio tra i due diritti in gioco valutando il contributo al dibattito su una questione di pubblico interesse, il grado di popolarità del soggetto, la condotta precedente all’evento contestato, il contenuto, la forma e le conseguenze della pubblicazione, le circostanze nelle quali le fotografie sono state scattate. Il marito era un presentatore televisivo noto e al matrimonio avevano partecipato anche politici come il sindaco di Berlino. La cronaca del matrimonio, con l’elenco degli invitati, il menu, gli abiti non aveva una connotazione negativa e, quindi, nessun danno è stato portato alla reputazione del presentatore. Tra l’altro, prosegue la Corte, il diritto di cronaca non è certo limitato a questioni politiche o legate a fatti di cronaca nera, ma può ben riguardare eventi sportivi, artistici e popolari. Inoltre, nel caso in esame, le informazioni erano vere e non erano state contestate dalla coppia. Di qui l’arretramento della privacy rispetto alla libertà di stampa.

Scritto in: CEDU | in data: 2 agosto 2016 |
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Quasi sessanta milioni di civili costretti a lasciare le proprie abitazioni, la propria vita, i familiari a causa di conflitti di diverso genere. E’ questo l’allarmante dato messo in luce nel 12esimo rapporto annuale sulla protezione dei civili nei conflitti armati diffuso dal Segretario generale delle Nazioni Unite il 13 maggio (S/2016/447 s_2016_447) e trasmesso al Consiglio di sicurezza. Nodo principale l’impunità diffusa nei confronti degli autori di crimini contro i civili in particolare in Afghanistan, in Siria e nello Yemen, luoghi nei quali si verificano le più gravi violazioni del diritto internazionale umanitario sia da parte di attori statali sia non statali. Nel 2015 – si legge nel rapporto – in Afghanistan sono stati colpiti ben 11.002 civili, con 3.545 morti e 7.457 feriti, molti dei quali bambini. I giornalisti uccisi, nel complesso, sono stati 52. Pochi i dati positivi riguardo alle misure per la protezione dei civili e, soprattutto, alla punizione degli autori di crimini. Tra questi, l’azione avviata nei confronti dell’ex Presidente del Ciad Hissène Habré, primo caso di esercizio della giurisdizione universale in Africa.

Scritto in: diritto internazionale umanitario | in data: 1 agosto 2016 |
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Lo scambio forzoso di titoli di Stato imposti dalla Grecia ai risparmiatori per evitare il fallimento e ristrutturare il debito sovrano è conforme alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo con sentenza del 21 luglio (n. 63066/14, AFFAIRE MAMATAS ET AUTRES c. GR?CE), che apre le porte a una discrezionalità ad ampio raggio per le autorità nazionali che, invocando esigenze per l’economia dello Stato, possono imporre misure con ripercussioni negative sui diritti dei risparmiatori. Con buona pace del diritto di proprietà riconosciuto dall’articolo 1 del Protocollo n. 1 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Sono stati ben 6.320 cittadini greci, piccoli risparmiatori, che avevano obbligazioni statali e che erano stati costretti a scambiare i propri bond con altri strumenti di debito, a rivolgersi alla Corte europea. Alcuni risparmiatori avevano concluso un accordo collettivo con lo Stato. Queste regole erano poi state estese, su richiesta del Fondo monetario internazionale, a tutti i detentori di obbligazioni statali malgrado molti avessero rifiutato di aderire all’accordo. Per decisione delle autorità greche le obbligazioni erano state sostituite con altri strumenti di valore inferiore del 53,5% rispetto a quello nominale dei titoli statali. Alcuni risparmiatori si erano rivolti al Consiglio di Stato impugnando lo swap e poi, a fronte della bocciatura interna, hanno agito dinanzi alla Corte europea. Che, però, ha respinto tutti ricorsi, dichiarandone alcuni inammissibili e altri infondati nel merito. In nome delle esigenze di stabilità economica dello Stato e della primazia della ristrutturazione del debito sovrano. Riconosciuta l’esistenza di un’ingerenza nel diritto di proprietà garantito dall’articolo 1 la Corte l’ha, però, ritenuta ammissibile perché prevista dalla legge e giustificata in ragione del perseguimento di un interesse pubblico, ossia preservare l’economia in un periodo di grave crisi. In quest’ambito – osserva la Corte – gli Stati hanno un ampio margine di apprezzamento e possono intervenire riducendo il valore delle obbligazioni. D’altra parte, come affermato anche dal Tribunale Ue e dalle istituzioni dell’Unione europea, se la Grecia non avesse adottato quel provvedimento le obbligazioni iniziali non sarebbero state ripagate. La misura è stata così considerata – con una buona dose di realpolitik – proporzionata anche perché, a dire della Corte, non ha prodotto un onere eccessivo a carico dei risparmiatori che sanno in anticipo che le obbligazioni non sono “risk-free”. “Anche ammettendo – osserva Strasburgo – che i ricorrenti non erano coinvolti in attività speculative”, i risparmiatori avrebbero dovuto avere consapevolezza dei rischi nell’acquisto di obbligazioni statali, per di più tenendo conto della lunga durata dell’investimento. La Corte, poi, prosegue a “bacchettare” i risparmiatori che dovevano essere consapevoli del rischio di una perdita di valore delle proprie obbligazioni considerando il deficit greco e il debito del Paese già prima della crisi del 2009. Di conseguenza, i risparmiatori “non hanno agito come operatori economici prudenti e consapevoli”. Esclusa, altresì, una discriminazione tra i ricorrenti e i risparmiatori che avevano dato il proprio consenso tanto più che interventi in questo settore rendono impossibile differenziare misure a seconda degli obbligazionisti. Senza dimenticare – precisa Strasburgo – che una misura differenziata avrebbe avuto per la Grecia conseguenze catastrofiche sulla sua economia e su quella di altri Stati.

Scritto in: CEDU | in data: 29 luglio 2016 |
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150115_logo_edps-seul_FINAL_VECTO_CS5La lotta alla corruzione e ad altre forme di criminalità passa oggi attraverso i whistleblowers. Di conseguenza, anche l’Unione europea deve predisporre meccanismi per assicurare la protezione di chi svolge un ruolo strategico nel far venire alla luce fenomeni criminali in particolare svelando casi di corruzione e frode. Per dare un maggiore supporto e assicurare l’utilizzo di canali adeguati da parte degli organi competenti, l’Autorità europea sulla protezione dei dati ha diffuso, il 18 luglio, le linee guida per indicare come usare canali sicuri per lo staff che denuncia, senza voler rivelare la propria identità, frodi, casi di corruzione etc. (16-07-18_Whistleblowing_Guidelines_EN). Nel documento sono indicate le procedure da attuare per rispettare il regolamento n. 45/2001 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 18 dicembre 2000, concernente la tutela delle persone fisiche in relazione al trattamento dei dati personali da parte delle istituzioni e degli organismi comunitari, nonché la libera circolazione di tali dati. Le linee guida – scrive il Garante – sono state adottate dopo aver raccolto prassi  ed esperienze nel corso degli anni e sono applicabili prima che parta un’indagine dell’Ufficio antifrode (Olaf). Tra l’altro, se certo le “gole profonde” servono a far luce su casi di corruzione, è necessario evitare usi distorti, ad esempio per raccogliere notizie riservate sui dipendenti.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/per-i-whistleblowers-piu-garanzie-e-concessione-dellasilo-lo-chiede-il-consiglio-deuropa.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/whistleblowers-pubblicate-le-linee-guida-dellautorita-anticorruzione.html

Scritto in: protezione dati | in data: 28 luglio 2016 |
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Quello che non è riuscito ai militari che hanno organizzato il colpo di Stato del 15 luglio in Turchia sta riuscendo ad Erdogan. Il Presidente turco, infatti, all’indomani del fallito golpe dei militari ha iniziato un immediato abbattimento della democrazia in Turchia e avviato, di fatto, un contro golpe inteso come attacco ai valori democratici e alla libertà. Prima i giudici, poi gli avvocati, seguiti dai professori, oggi i giornalisti. Una repressione ad ampio raggio, con misure proprie di una dittatura militare. E se certo Erdogan sarà stato liberamente eletto, non c’è dubbio che questo non legittima ogni misura di un Paese che è fuori (in realtà da tempo) non solo dall’Europa ma da ogni consesso democratico, avvicinandosi sempre più rapidamente all’integralismo islamico e a regimi teocratici. Ultima misura la sospensione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo di fatto già messa da parte da tempo. Da quando, il Presidente eletto nel 2014, dopo essere stato per 11 anni Primo ministro, ha iniziato una resa dei conti contro ogni forma di dissenso. Senza limiti. Con scene apparse sui network di tutto il mondo proprie di una discesa nel baratro delle violazioni dei diritti umani che hanno portato ad arresti di massa, inclusi quelli di giudici e giornalisti accompagnati dall’impossibilità di accedere a un legale. I numeri del decreto di Erdogan “Kanun Hükmünde Kararname”, KHK/667″, parlano chiaro: 1.125 associazioni, 104 fondazioni, 19 sindacati, 15 università, 934 scuole private e 35 strutture sanitarie private passano automaticamente sotto il controllo statale. Il decreto prevede poi il diritto delle autorità di Governo di licenziare dipendenti pubblici senza possibilità di ricorsi amministrativi e senza prove, il ritiro del passaporto per ogni persona sotto inchiesta, nessuna possibilità di impugnare il decreto. Come ha dichiarato il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Nils Muižnieks, in un duro documento del 26 luglio, misure contrarie alla Convenzione che, tra l’altro, può essere sospesa ma non senza limiti tanto più che la Corte europea mantiene il controllo per verificare se  le misure prese durante lo stato di emergenza sono conformi o meno alla Convenzione (Coe – Turchia). La dichiarazione di sospensione è stata notificata nei giorni scorsi al Segretario generale del Consiglio d’Europa Thorbjørn Jagland che ha ricordato l’impossibilità di derogare ad articoli quali il 2 (diritto alla vita), il 3 (divieto di tortura), il 4, comma 1 (divieto di schiavitù) e il 7 (nulla ponea sine lege).

L’Unione europea, intanto, svolge un ruolo fondamentale (si fa per dire, ovviamente), come sempre, e monitora la situazione (European Union – EEAS (European External Action Service) | HRVP Mogherini and Commissioner Hahn on the latest developments in Turkey). Proprio la reazione debole, fatta di parole di circostanza, è un segno dell’implosione dell’Unione. Dal canto loro i capi di Stato proseguono in comportamenti ipocriti, guardandosi bene dal presentare un ricorso contro la Turchia alla Corte europea dei diritti dell’uomo e contrabbandano come reazione effettiva un possibile blocco all’ingresso nell’Unione europea, ma lasciano in piedi accordi con chi sta violando i diritti umani, senza neanche ipotizzare la sospensione o il recesso dall’accordo di associazione del 1963 e dal Protocollo del 1973 e dall’ultima vergognosa intesa sui migranti che fa affluire soldi utilizzabili, in assenza di controlli esterni, anche per  fini diversi da quelli previsti (sull’accordo Ue Turchia si veda http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3409). Un trionfo di solidarietà di facciata e di parole senza fatti. Con buona pace dei cittadini turchi che subiscono una repressione senza fine.

Qui la presa di posizione dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ra’ad Al Hussein (Turkey).

 

Scritto in: diritti umani | in data: 27 luglio 2016 |
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Il Parlamento europeo ha diffuso uno studio sull’applicazione del  regolamento (CE) n. 1896/2006, che istituisce un procedimento europeo d’ingiunzione di pagamento (EPRS_IDA(2016)587344_EN), condotto da Stephane Reynolds. Nello studio si evidenzia l’applicazione a macchia di leopardo del regolamento perché in alcuni Stati, come Austria e Germania, si è assistito a un boom nell’utilizzo di questo strumento, mentre in molti altri Paesi membri si arranca nell’effettiva attuazione. Molti Stati, tra l’altro, non hanno fornito dati sull’attuazione (tra questi Italia, Lettonia e Romania). L’autore dello studio suggerisce, tenendo conto dell’assenza di armonizzazione dei procedimenti nazionali, l’istituzione di organi specializzati che rendano più agevole l’attuazione (così è avvenuto proprio in Austria e Germania). E’ poi emersa una certa difficoltà nell’applicazione dell’articolo 20 del regolamento che consente al convenuto di chiedere il riesame dell’ingiunzione con alcune proposte di prendere a modello il regolamento n. 4/2009. Necessario intervenire anche sui costi che, per quanto riguarda l’Italia, vanno da 100 a 500 euro per le spese processuali a cui aggiungere i costi dei legali dai mille euro in su a secondo dell’entità del procedimento.

Giova ricordare che dal 14 luglio 2017 sarà applicato il regolamento n. 2015/2421 del 16 dicembre 2015 recante modifica del regolamento (CE) n. 861/2007, che istituisce un procedimento europeo per le controversie di modesta entità, e del regolamento (CE) n. 1896/2006, che istituisce un procedimento europeo d’ingiunzione di pagamento (2015:2421).

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 26 luglio 2016 |
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