La disparità di genere la fa ancora da padrone nel mondo del lavoro. Saremo pure nel 2017, ma a leggere il rapporto dell’Internationl Labour Organization sulle prospettive occupazionali e sociali mondiali. tendenze del lavoro femminile nel 2017 (“World Employment and Social Outlook. Trends for Women 2017” wcms_557245) sembra di fare un balzo, in alcuni casi, nel Medioevo. Minori possibilità di accesso all’impiego e qualità delle condizioni di lavoro di gran lunga inferiori, con un tasso di attività delle donne che è del 49%, inferiore di 27 punti percentuali rispetto agli uomini e con un livello di disoccupazione più alto con le donne che arrivano al 6,2%. Che vuol dire una differenza di 0,7 punti rispetto al tasso maschile a quota 5,5%. Un quadro allarmante. Per fronteggiare questo scenario che rischia di peggiorare, l’International Labour Organization chiede agli Stati di abbattere le barriere contro le quali si scontrano le donne soprattutto nei Paesi dell’Africa del Nord, negli Stati arabi e nell’Asia del sud e di mettere in campo misure per migliorare l’uguaglianza delle condizioni di lavoro. Nell’agenda dei prossimi anni interventi per favorire la promozione della parità della remunerazione per lavori di uguale valore, la rimozione delle cause che portano alla segregazione occupazionale e settoriale. Con un ruolo centrale delle istituzioni anche per la lotta alle molestie sul luogo di lavoro.

Scritto in: discriminazione | in data: 16 giugno 2017 |
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Con una sentenza che, almeno a prima vista, può non apparire sulla stessa scia di una protezione rafforzata a vantaggio dei giornalisti, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha chiarito i limiti alla pubblicazione di atti coperti da segreto istruttorio. Nella pronuncia Y. contro Svizzera (ricorso n. 22998/13, AFFAIRE Y c. SUISSE) Strasburgo, infatti, ha dato ragione allo Stato in causa ritenendo che la sanzione pecuniaria disposta contro un giornalista che aveva pubblicato atti coperti da segreto istruttorio non era incompatibile con l’articolo 10 della Convenzione che assicura la libertà di espressione, individuando, però, i parametri da rispettare per ottenere, nei casi di divulgazione di atti giudiziari, una tutela da Strasburgo. Ed invero, dalla pronuncia risulta chiara la posizione della Corte europea che non ritiene conforme alla Convenzione un divieto assoluto circa la pubblicazione di atti coperti da segreto laddove vi sia un interesse pubblico per la notizia, ma considera compatibile con il diritto convenzionale un intervento delle autorità nazionali che sanzionano la violazione del segreto istruttorio solo se manca l’interesse della collettività e se il giornalista compromette la privacy di vittime minorenni. Alla Corte europea si era rivolto il reporter di un settimanale svizzero che, in un articolo su un’inchiesta sulla pedofilia, aveva riprodotto passi relativi al fascicolo processuale relativi al ricorso del pubblico ministero contro la decisione del giudice istruttore che aveva deciso la scarcerazione. Di qui l’apertura di un’azione penale che aveva condotto alla condanna del giornalista al pagamento di una sanzione pecuniaria pari a 3.850 euro. Strasburgo ha ripreso i parametri utilizzati nella sentenza della Grande Camera del 29 marzo 2016 Bédat contro Svizzzera (n. 56925/08) per stabilire se l’ingerenza delle autorità nazionali era legittima. Pertanto, i giudici internazionali hanno preso in considerazione le modalità con le quali il giornalista ha ottenuto le informazioni, il tenore dell’articolo, il contributo a un dibattito di interesse generale, l’influenza dell’articolo sullo svolgimento del procedimento penale, la violazione della vita privata dell’indagato o di una delle parti al procedimento (parametro aggiunto nella sentenza Y. contro Svizzera) e la proporzionalità della sanzione. Ed invero, nel caso di specie il giornalista non aveva acquisito gli atti illegalmente perché consegnati dal genitore di una vittima, ma li aveva pubblicati sapendo di commettere un reato. Ma la giustificazione della condanna disposta nei confronti del giornalista deriva dal fatto che il reporter aveva divulgato troppi dettagli inutili, non necessari a soddisfare alcun interesse pubblico, puntando al sensazionalismo e suggerendo la colpevolezza del soggetto coinvolto nelle indagini. Inoltre, l’indagato non era un personaggio conosciuto al grande pubblico. Questo vuol dire la Corte non legittima alcun divieto assoluto di pubblicazione di atti coperti da segreto istruttorio, ma ritiene compatibile la restrizione alla libertà di stampa nei casi in cui sono diffuse informazioni dettagliate non necessarie a un dibattito pubblico sul funzionamento della giustizia o su eventuali omissioni commesse nel corso delle indagini. “Né le numerose informazioni dettagliate sugli atti dei quali l’indagato era accusato, né gli estratti delle dichiarazioni della vittima dinanzi alla polizia – osserva la Corte europea – erano suscettibili di animare un dibattito pubblico sul funzionamento della giustizia”. A ciò si aggiunga che erano stati forniti troppi dettagli tratti dal fascicolo d’indagine che potevano condurre a un’identificazione delle vittime minorenni. Sul punto, la Corte europea ritiene che il giornalista avrebbe dovuto applicare e rispettare gli obblighi deontologici che non vengono meno anche se il familiare di una delle vittime fornisce particolari. Di conseguenza, il fatto che non è stato tenuto in conto l’interesse e la tutela del minore porta la Corte a non proteggere il giornalista nella divulgazione di atti coperti da segreto. A ciò si aggiunga che, sul fronte delle sanzioni comminate, esse non erano particolarmente gravose e, quindi, non erano in grado di avere un  effetto dissuasivo né sul giornalista colpito dalla sanzione né su altri reporter che intendono informare la collettività sui procedimenti penali in corso.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 15 giugno 2017 |
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La protezione internazionale va assicurata se il richiedente omosessuale corre il rischio di rientrare nel Paese di origine che persegue l’omosessualità. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, sesta sezione civile 1, con la sentenza n. 9946 depositata il 19 aprile (9946). A rivolgersi alla Suprema Corte, un cittadino pakistano al quale era stata respinta la domanda di riconoscimento di protezione internazionale che l’uomo aveva avanzato perché nel suo Paese l’omosessualità è punita con la detenzione a vita. Il Tribunale e la Corte di appello di Cagliari avevano respinto l’istanza. Di diverso avviso la Cassazione che ha ritenuto il ricorso fondato perché il fatto che l’omosessualità è considerata reato nel Paese di provenienza è rilevante ai fini della protezione internazionale in quanto è “una grave ingerenza nella vita privata dei cittadini omosessuali, che compromette grandemente la loro libertà personale e li pone in una situazione oggettiva di persecuzione”. Così la Cassazione ha accolto il ricorso e annullato la pronuncia rinviandola alla Corte di appello di Cagliari in diversa composizione.

Scritto in: diritti dei migranti | in data: 14 giugno 2017 |
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La Corte europea dei diritti dell’uomo ha comunicato al Governo di Ankara, l’8 giugno, un ricorso presentato da dieci giornalisti del quotidiano turco Cumhuriyet (“Repubblica”) sottoposti a custodia cautelare in carcere per propaganda a vantaggio di un’organizzazione terroristica (SABUNCU ET AUTRES c. TURQUIE). I giornalisti, che avevano subito perquisizioni e sequestro di materiale informatico, avevano chiesto al giudice di pace di rimuovere il provvedimento di carcerazione ma l”istanza era stata respinta. La vicenda pende dinanzi alla Corte costituzionale, ma i cronisti si sono rivolti alla Corte europea denunciando una violazione dell’articolo 5 che assicura il diritto al rispetto alla libertà personale e dell’articolo 10 che tutela la libertà di espressione e, quindi, di stampa, nonché dell’articolo 18 in base al quale le restrizioni ai diritti, previste dalla stessa Convenzione, non possono essere applicate se non per gli scopi per le quali sono state previste. A seguito di un esame preliminare sulla ricevibilità, la Corte ha comunicato il ricorso al Governo turco chiedendo di presentare le proprie osservazioni scritte entro il 2 ottobre 2017.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 13 giugno 2017 |
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Ancora il terrorismo al centro del rapporto annuale (il sesto) adottato il 30 maggio 2017 da Moneyval, il comitato di esperti del Consiglio d’Europa che si occupa, dal 1997, della lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo (2016_AnnualReport_en), con l’esigenza, quindi, di seguire il denaro per bloccare i flussi che arrivano ai gruppi terroristici. Il rapporto di quest’anno introduce una novità perché non è più incentrato unicamente sull’adozione formale delle norme interne idonee a rispettare gli obblighi internazionali, ma sull’effettiva attuazione delle regole esistenti sul piano nazionale. E subito appaiano lacune con molti Stati membri che non hanno proceduto ad indagini adeguate tant’è che non ci sono state condanne per finanziamento del terrorismo. Il 2016, poi, – scrive il Presidente Daniel Thelesklaf – è stato anche l’anno dei Panama Papers, segnale di un fenomeno diffuso, che richiede un constante controllo dell’organismo competente nella lotta al riciclaggio.

Scritto in: riciclaggio | in data: 12 giugno 2017 |
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In libreria il volume “Dialoghi con Ugo Villani” (Cacucci editore, 1244 pagine, 120 euro), che raccoglie gli scritti di studiosi con al centro i numerosi interessi scientifici del professore Ugo Villani, dal diritto internazionale pubblico al diritto dell’Unione europea passando per il diritto internazionale privato. 
I contributi sono raccolti in due volumi articolati in undici sezioni: controversie internazionali, mantenimento della pace e diritto umanitario, diritti umani, immigrazione e cittadinanza europea, Unione europea, recesso dall’Unione europea, tutela dell’ambiente, diritto internazionale dell’economia, rapporti tra ordinamenti, diritto internazionale privato e processuale, miscellanea.
Gli scritti saranno presentati venerdì 16 giugno a Bari (ore 9.30), nel Salone degli Affreschi del Palazzo di Ateneo dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro (Piazza Umberto I, qui il programma http://www.uniba.it/eventi-alluniversita/2017/dialoghi-con-ugo-villani).

Qui l’indice completo del volume Dialoghi-con-Ugo-Villani

Scritto in: libri | in data: 11 giugno 2017 |
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C’è tempo fino al 30 giugno 2017 per partecipare alla call for papers indetta in vista del convegno “Il processo di integrazione europea tra limiti e antinomie: cittadinanza, immigrazione e identità nazionali” che si terrà a Salerno a novembre 2017. L’evento è organizzato dalla rivista Freedom, Security & Justice: European Legal Studies (http://www.fsjeurostudies.eu) e dall’Osservatorio sullo spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia dell’Università di Salerno. Gli abstracts, in lingua italiana, inglese o spagnola, dovranno essere inviati entro il 30 giugno.

Qui tutti i dettagli Call Rivista FSJ – III numero italiano-inglese

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Scritto in: convegni | in data: 10 giugno 2017 |
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Il giudice italiano non ha giurisdizione se il minore ha residenza abituale negli Stati Uniti. Lo ha chiarito, il 5 giugno, la Corte di Cassazione, sezioni unite civili, con ordinanza n. 13912/17 (13912).

Questi i fatti. Il padre di una bambina aveva chiesto al Tribunale di Roma di modificare le condizioni della separazione consensuale dalla moglie in particolare con riferimento all’affidamento della figlia minorenne. La ex moglie aveva eccepito il difetto di giurisdizione perché la bimba risiedeva con lei da due anni negli Stati Uniti. Il tribunale aveva respinto l’eccezione perché riteneva l’istanza come integrativa del provvedimento di separazione per la quale la donna aveva accettato la giurisdizione del giudice italiano. La donna, però, aveva sollevato, ex articolo 41 c..p.c., la questione della giurisdizione dinanzi alla Cassazione che si è così pronunciata sul regolamento di giurisdizione. Prima di tutto, la Suprema Corte ha ribadito l’autonomia tra il giudizio di separazione e il successivo procedimento sulla revisione per la parte relativa all’affidamento del minore in linea con l’articolo 12, paragrafo 2, lett. a del regolamento 2201/2003 relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e di responsabilità genitoriale. Questo anche perché il criterio di attribuzione della giurisdizione fondato sulla vicinanza, che è incentrato sul principio dell’interesse superiore del minore, “assume una pregnanza tale da comportare anche l’esclusione della validità del consenso del genitore sulla proroga della giurisdizione”. Nel caso in esame, la minore aveva doppia cittadinanza, italiana e statunitense, con residenza abituale negli Stati Uniti. Ed invero, il provvedimento richiesto, secondo la Cassazione,  persegue l’obiettivo di proteggere la minore e, quindi, rientra nell’ambito di applicazione dell’articolo 42 della legge n. 218/1995 che rinvia alla Convenzione dell’Aja del 5 ottobre 1961 sulla competenza delle autorità e sulla legge applicabile in materia di protezione dei minori resa esecutiva con legge 24 ottobre 1980 n. 742. Questo ha come conseguenza che, trattandosi di minore con doppia cittadinanza, non si può applicare l’articolo 4 della Convenzione che sancisce la prevalenza “delle misure adottate dal giudice del luogo di cui il minore è cittadino su quelle adottate nel luogo di residenza abituale”. A ciò si aggiunga che – scrive la Cassazione – l’Italia non si è avvalsa della possibilità “di creare una competenza speciale per le misure attinenti ai minori”, come previsto dall’articolo 15 della citata Convenzione. D’altra parte, va anche considerato che il parametro della residenza abituale garantisce la tutela della continuità affettiva e valorizza, così, la preminenza dell’interesse superiore del minore. Pertanto, per la Cassazione, il giudice italiano non è competente in forza della residenza abituale della minore negli Stati Uniti.

Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 9 giugno 2017 |
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Potrebbe riaprirsi la mai sopita diatriba tra Corte europea dei diritti dell’uomo e Corte costituzionale italiana sulle cosiddette “pensioni svizzere”. L’occasione potrebbe arrivare dalla sentenza depositata il 1° giugno da Strasburgo relativa alla liquidazione del danni subiti da otto cittadini italiani, che erano stati vittime di drastiche decurtazioni alle pensioni a causa di un sistema di calcolo nuovo (ricorso n. 21838/10, AFFAIRE STEFANETTI ET AUTRES c. ITALIE). Nella sentenza Stefanetti e altri, infatti, la Corte ha stabilito che il Governo italiano dovrà versare, nel complesso, ai ricorrenti, 871mila euro a cui aggiungere 96mila euro per i danni morali. La Corte aveva già accertato la violazione italiana con la sentenza del 15 aprile 2014 con la quale aveva constatato che l’adozione di una legge che porta a un ribaltamento del sistema del calcolo delle pensioni e che viene applicata retroattivamente, con sacrifici sproporzionati per i pensionati, è una violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e, in particolare, dell’articolo 6, che assicura il diritto all’equo processo e dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 sul diritto di proprietà. La Corte si era riservata di decidere sulla quantificazione dell’indennizzo dovuto per i danni materiali provocati ai ricorrenti. L’azione era stata avviata da otto cittadini italiani che avevano lavorato in Svizzera per diversi anni e avevano poi trasferito in Italia i contributi versati nel Paese elvetico chiedendo l’applicazione, per il calcolo della pensione, della Convenzione italo-svizzera del 1962. Così non era stato perché l’istituto di previdenza aveva utilizzato una retribuzione teorica e non quella effettiva. Di qui i ricorsi dinanzi ai giudici nazionali ma, mentre pendevano i procedimenti interni, il Parlamento aveva adottato la legge n. 296/2006, che prevedeva un calcolo molto penalizzante. Per Strasburgo l’applicazione retroattiva della legge a danno dei pensionati è contraria all’articolo 6. Sotto il profilo della violazione del diritto di proprietà, la Corte aveva respinto ogni giustificazione avanzata dal Governo ritenendo che l’equilibrio del sistema pensionistico, nel caso di specie, non potesse essere classificato come motivo imperativo di interesse generale anche perché il danno subito era stato del tutto sproporzionato. La Corte si era riservata di decidere sulla quantificazione dell’indennizzo e lo ha fatto con la sentenza del 1° giugno tenendo conto della doppia violazione perpetrata dall’Italia e della legittima aspettativa delle cifre da ottenere da parte dei ricorrenti, prima dell’adozione di una legge applicata retroattivamente. Non c’è dubbio – osserva la Corte – che esiste un legame di causalità tra il pregiudizio subito e la violazione commessa dall’Italia che non può condurre a ritenere che i ricorrenti abbiano subito un danno limitato alla perdita di chance. I ricorrenti, infatti, hanno subito un grave pregiudizio, con una riduzione di più della metà dell’importo della pensione, segno evidente di tagli sproporzionati e irragionevoli. Per la Corte, tuttavia, poiché un intervento ragionevole sarebbe stato compatibile con la Convenzione in presenza di esigenze generali, il calcolo del danno subito va fatto solo per la parte che va al di là di quella considerata ragionevole. Così, Strasburgo ha deciso di non procedere a un calcolo automatico basato sulla pensione che i ricorrenti avrebbero dovuto percepire prima dell’entrata in vigore della legge e le somme effettivamente percepite, ma ha preso in considerazione il 55% dell’importo che sarebbe stato ottenuto senza le modifiche legislative.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/pensioni-svizzere-nuovo-round-con-strasburgo-dinanzi-alla-consulta.html

Scritto in: CEDU | in data: 8 giugno 2017 |
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Uno strumento per accelerare le indagini che, soprattutto in materia di lotta al terrorismo, è di fondamentale importanza per combattere i fenomeni criminali nello spazio Ue. Si tratta della direttiva 2014/41/UE relativa all’ordine europeo di indagine penale (OEI) che permetterà una rapida acquisizione delle prove oltre frontiera, in vigore dal 22 maggio 2017. Malgrado l’importanza dell’atto Ue, però, non tutti gli Stati hanno rispettato i termini di recepimento. Dall’analisi della Commissione risulta che solo Belgio e Francia hanno recepito in tempo la direttiva, mentre molti Paesi stanno concludendo l’iter di attuazione. Il Governo italiano, delegato in base alla legge 9 luglio 2015 n. 114 (legge di delegazione europea 2014) ad adottare la normativa interna di recepimento, ha approvato il testo del decreto legislativo che è in attesa di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

L’ordine europeo di indagine ha al centro il principio del riconoscimento automatico, con l’obbligo per le autorità nazionali di dare seguito alla richiesta proveniente da un altro Stato Ue con le stesse modalità applicabili previste per le istanze interne. L’atto copre l’intero iter di raccolta delle prove: dal sequestro probatorio al trasferimento delle prove, con una riduzione e un taglio agli oneri burocratici grazie all’utilizzo di un unico modulo standard tradotto nella lingua dello Stato di esecuzione. Garantito il rispetto dei diritti fondamentali della difesa con l’obbligo, per ogni ordine europeo d’indagine, di emissione o convalida da parte dell’autorità giudiziaria e con la possibilità per la parte di impugnare i provvedimenti. Tra gli elementi positivi della direttiva – osserva la Commissione europea – la sostituzione dell’attuale “quadro frammentato per l’acquisizione delle prove” con “uno strumento globale di ampia portata”. Termini ridotti all’osso: entro 30 giorni dalla richiesta, gli Stati membri dovranno decidere se dare seguito alla richiesta e, in caso positivo, entro 90 giorni dovranno procedere all’attuazione effettiva della richiesta. Il rifiuto è circoscritto alle condizioni indicate nella direttiva. 

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/ordine-europeo-di-indagine-penale-e-nuove-regole-sulla-confisca-pubblicate-due-direttive.html

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 7 giugno 2017 |
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