La parola a Lussemburgo. La Corte di cassazione, IV sezione lavoro, con ordinanza n. 6101 del 9 marzo 2017 ha deciso di sospendere il procedimento e di chiamare in aiuto gli eurogiudici (6101_03_2017).

La vicenda dinanzi ai giudici nazionali riguardava alcune ballerine della Fondazione Teatro Pubblico di Roma che erano state licenziate per il raggiungimento del limite di età. Le donne si erano opposte sostenendo che la legge n. 100/2010 era in contrasto con l’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che sancisce il principio della parità di trattamento uomo donna, con l’articolo 157 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e con la direttiva 2006/54 riguardante l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego, recepita in Italia con il Dlgs n. 5/2010. La Suprema Corte, prima di pronunciarsi, ha chiesto agli eurogiudici di chiarire se le diverse regole per l’esercizio dell’opzione in rapporto alla pensione sia compatibile con il diritto Ue e questo in particolare nella parte in cui l’articolo 3, comma 7, del d.l. n. 64 del 2010, convertito con modifiche, dalla l. n. 100 del 2000, fissa il limite massimo per l’esercizio dell’opzione di permanenza in servizio, oltre l’età pensionabile fissata a quarantacinque anni, in quarantasette anni per le donne e cinquantadue per gli uomini.

Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 12 aprile 2017 |
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In vigore dal 14 aprile il decreto legislativo 15 marzo 2017, n. 38 con il quale si dà attuazione alla decisione quadro 2003/568/Gai del Consiglio, del 22 luglio 2003, relativa alla corruzione nel settore privato (Dlgs corruzione). Il Decreto è frutto della legge di delegazione europea 2015 e provvede ad adeguare la normativa italiana, innovata con la legge Severino del 2012 in modo non del tutto soddisfacente agli standard europei, al quadro normativo dell’Unione europea. Sono state così ampliate le condotte che costituiscono reato di una specifica fattispecie di corruzione passiva che si realizza con la sollecitazione e sono state apportate modifiche all’articolo 2635 del codice civile con cambiamenti per le pene accessorie e per le sanzioni pecuniarie.

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 11 aprile 2017 |
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Una risoluzione storica. Così è stata salutata dai componenti del Consiglio di sicurezza l’approvazione del testo della risoluzione n. 2347 del 24 marzo 2017, fortemente voluta da Italia e Francia, con la quale si rafforza la tutela del patrimonio storico e culturale durante i conflitti armati (N1707904). Obiettivo principale: arginare i gruppi terroristici, dall’Isis ad Al-Qaida, che hanno ormai come tragica routine la distruzione di beni artistici e storici dal valore inestimabile. Il Consiglio chiede agli Stati di adottare le misure necessarie a prevenire e combattere il traffico illecito di beni artistici e di predisporre liste di individui associati ad organizzazioni terroristiche, coinvolti nel traffico illecito. Inoltre, è chiarito che le missioni di peacekeeping possono avere come mandato, su richiesta delle autorità nazionali, anche la protezione dei beni culturali.

Scritto in: beni culturali | in data: 10 aprile 2017 |
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Se il trasferimento della sede legale è fittizio non è possibile applicare la presunzione in base alla quale il centro degli interessi principali della società coincide con la sede legale. Di conseguenza, sussiste la giurisdizione italiana in materia di insolvenza se un’azienda dispone il trasferimento della sede all’estero “quando il suo stato di insolvenza era del tutto palese”. La Corte di Cassazione ha confermato, con la sentenza della prima sezione civile n. 7470/17 (7470), l’operato dei giudici di primo e secondo grado, dichiarando la competenza dei giudici italiani. E’ stato così respinto il ricorso di un’azienda che aveva impugnato la pronuncia della Corte di appello con la quale era stata segnalata la natura fittizia del trasferimento della sede e la competenza dei tribunali nazionali. La Cassazione, nel raggiungere l’indicata conclusione, ha tenuto conto del considerando n. 13 del regolamento n. 1346/2000 (sostituito dal regolamento 2015/848, in vigore dal 26 giugno 2017) che richiede di individuare il luogo in cui il debitore gestisce i suoi interessi in modo abituale e riconoscibile da terzi e di alcune circostanze ossia l’irreperibilità della società presso la sede sociale al momento della notifica del ricorso, il fatto che il legale rappresentante avesse mantenuto la residenza in Italia, l’individuazione di beni ed attività riferibili alla società in Italia. E’ vero che l’articolo 3 del regolamento attribuisce la giurisdizione, in via presuntiva, al giudice del luogo in cui il debitore ha il centro degli interessi principali e che questo, fino a prova contraria, per le persone giuridiche, è il luogo della sede statutaria, ma la Corte Ue ha precisato che la presunzione di cui all’articolo 3 deve essere superata se “il centro degli interessi principali non ha seguito il cambiamento di sede statutaria”. Per la Cassazione, la Corte territoriale ha svolto l’accertamento circa la giurisdizione italiana “in modo del tutto coerente” con i principi fissati dalla Corte Ue e non ha trascurato alcun indicatore. Giusto, quindi, il riconocimento della giurisdizione italiana.

Scritto in: insolvenza transfrontaliera | in data: 7 aprile 2017 |
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La frase sarà stata pure offensiva, ma la valutazione circa la diffamazione va effettuata tenendo conto dell’intero articolo e del contesto. Senza dimenticare che ogni provvedimento di natura penale posto a carico di un giornalista ha un sicuro effetto deterrente sulla libertà di stampa. E’ ancora una volta la Corte europea dei diritti dell’uomo a intervenire a tutela dei giornalisti con la sentenza Milisavljević contro Serbia (ricorso n. 50123/06, depositata il 4 aprile (CASE OF MILISAVLJEVIC v. SERBIA) con la quale Strasburgo ha condannato la Serbia per violazione della libertà di espressione garantita dall’articolo 10 della Convenzione europea dei dritti dell’uomo. Questi i fatti. Una giornalista del principale quotidiano serbo aveva pubblicato un articolo su un tema caldo, come la cooperazione delle autorità serbe con il Tribunale penale internazionale per i crimini commessi nell’ex Iugoslavia. In particolare, l’articolo era critico nei confronti di un’attivista dei diritti umani. Nell’articolo era ripresa un’espressione contenuta in un altro articolo, non scritto dalla giornalista, che definiva l’attivista come “prostituta, venduta agli interessi degli stranieri”. Tuttavia, tale espressione non era riportata tra virgolette. Così la giornalista era stata condannata, seppure solo con un ammonimento, per non aver riportato il contenuto dell’indicata espressione tra virgolette, mostrando di condividere quell’espressione. Di diverso avviso la Corte europea che, prima di tutto, ha precisato che anche senza che fossero riprodotte le virgolette, la frase riportata non costituiva un’opinione della giornalista ma una comunicazione sul come la donna era percepita da altri. D’altra parte – scrive Strasburgo – non si può chiedere a un giornalista di prendere le distanze sistematicamente e formalmente in un articolo dalle opinioni di altri. Non solo. I tribunali nazionali non hanno effettuato un bilanciamento tra i diversi diritti in gioco: da un lato il diritto alla tutela della reputazione dell’attivista e, dall’altro lato, il diritto, ma anche il dovere, del giornalista di fornire informazioni di interesse generale. E’ mancato, così, un giusto bilanciamento tra i diritti in gioco, non valutando che nell’articolo erano anche riportati diversi giudizi positivi sulla donna e che non vi era alcun attacco personale gratuito. Senza dimenticare che la donna era una figura pubblica più esposta alle critiche e che una condanna penale a danno di una giornalista ha un effetto deterrente anche su altri giornalisti, a prescindere dalla severità della pena. Di qui la condanna della Serbia per violazione dell’articolo 10 e l’obbligo di corrispondere alla cronista 500 euro per i danni non patrimoniali e 386 euro per i costi e le spese.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 6 aprile 2017 |
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Gli atti di terrorismo divampano in Europa e l’Unione europea prova a fronteggiare il grave fenomeno criminale con una nuova direttiva, la 2017/541 sulla lotta contro il terrorismo, che sostituisce la decisione quadro 2002/475/GAIdel Consiglio e che modifica la decisione 2005/671/GAI del Consiglio (terrorismo). Con questo nuovo atto, l’Unione aggiorna e amplia gli strumenti di lotta al terrorismo, includendo nuovi reati come l’addestramento e i viaggi per scopi terroristici e rafforzando la tutela delle vittime. In particolare, sono considerati reati i viaggi all’interno, all’esterno o verso l’UE per fini terroristici, l’organizzazione e l’agevolazione di tali viaggi, anche tramite sostegno logistico e materiale, come l’acquisto di biglietti o la pianificazione di itinerari, la partecipazione e la realizzazione di addestramento a fini terroristici, ad esempio per la fabbricazione o l’uso di esplosivi, armi da fuoco o sostanze nocive o pericolose, la raccolta e la messa a disposizione di capitali con l’intenzione o la consapevolezza “che tali capitali saranno utilizzati per commettere reati di terrorismo e reati connessi a gruppi terroristici o ad attività terroristiche”. Spazio alle sanzioni per persone fisiche e giuridiche e norme comuni in materia di giurisdizione. Termine ultimo per il recepimento l’8 settembre 2018.

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 5 aprile 2017 |
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Non solo un boom di produttività della Corte di giustizia dell’Unione europea, ma anche un’attività di Lussemburgo che vede sempre più al centro i diritti fondamentali. E’ quanto risulta dal rapporto annuale sull’attività della Corte Ue relativa al 2016 (ra_jur_2016_en_web).

Nel complesso, nel 2016, sono state definite ben 1.628 cause: 704 quelle di competenza della Corte di giustizia con un +14% rispetto al 2015 (erano 692 quelle chiuse nell’anno precedente) e 974 (+17%) le cause definite dinanzi al Tribunale (statistiche giudiziarie, si veda, per dettagli, il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/statistiche-giudiziarie-della-corte-ue-record-di-rinvii-pregiudiziali-e-stretta-sui-tempi.html).

Per quanto riguarda gli aspetti contenutistici, di particolare rilievo la sentenza del 6 ottobre 2016  con la quale la Corte ha chiarito che il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è applicabile anche se l’ingresso illegale riguarda cittadini extra Ue all’epoca dei fatti e che, successivamente, hanno acquisito la cittadinanza europea per l’ingresso del proprio Stato nell’Unione (C-218/15), stabilendo, inoltre, che ciò non costituisce una violazione del principio di retroattività della legge penale più favorevole agli imputati assicurato dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri. La relazione annuale raccoglie le sentenze più significative in tutti i settori, dai diritti dei cittadini alla libera circolazione, passando per la cooperazione giudiziaria civile e penale. La parte finale del documento è dedicata all’attività del Tribunale.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 4 aprile 2017 |
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Il Gruppo di esperti del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani (GRETA) ha pubblicato, il 30 marzo, il rapporto annuale sulle attività nel 2016 (Greta). Un’occasione per fare il punto sullo stato di attuazione effettiva della Convenzione sulla lotta contro la tratta di esseri umani e sulle misure messe in campo dagli Stati. Un dato è certo: sul piano pratico sussistono ancora molte difficoltà nell’individuazione delle vittime, con situazioni paradossali considerando che, in taluni casi, le vittime della tratta sono punite per crimini che hanno commesso sotto costrizione. Resta il problema dei minori non accompagnati e la necessità di rafforzare le misure punitive e preventive, anche procedendo a un più largo utilizzo di strumenti come la confisca.

Nel 2016, il Greta ha proceduto a una verifica speciale sull’Italia http://www.marinacastellaneta.it/blog/tratta-degli-esseri-umani-pubblicato-il-rapporto-del-greta-sullitalia.html

Scritto in: Consiglio d'europa | in data: 3 aprile 2017 |
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Le attività di forze armate durante un conflitto armato possono essere classificate, in base al diritto dell’Unione, come atti terroristici. Di conseguenza, il Consiglio può includere i componenti dell’entità “Tigri per la liberazione della patria Tamil (LTTE)” tra i destinatari di misure come il congelamento di capitali in regolamenti che prevedono azioni per fronteggiare il terrorismo. Lo ha chiarito la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza del 14 marzo (causa C-158/14, C-158:14). La Corte, a seguito del rinvio pregiudiziale dei giudici olandesi, ha colto l’occasione per precisare che la semplice circostanza che un’entità e i suoi componenti siano impegnati in un conflitto armato non obbliga l’Unione ad escludere la qualificazione degli atti compiuti come atti terroristici.

In primo luogo, Lussemburgo ha precisato che l’Unione non è parte a convenzioni internazionali come quelle di Ginevra del 1949 e che il diritto internazionale umanitario “persegue scopi diversi da quelli della posizione comune 2001/931 nonché del regolamento n. 2580/2001”. Non solo. Il diritto internazionale umanitario non vieta l’adozione “al di fuori dell’ambito definito da tale diritto” di misure preventive come quelle indirizzate ai componenti delle Tigri del Tamil. Ed invero, – osservano gli eurogiudici – malgrado alcune convenzioni di diritto internazionale umanitario escludano dal proprio ambito di applicazione le attività delle forze armate in periodo di conflitto armato, “esse non vietano nondimeno agli Stati parti di qualificare come atti terroristici alcune di tali attività o di prevenire la commissione degli atti suddetti”. Tanto più – prosegue la Corte Ue – che sia la posizione comune 2001/931 sia il regolamento n. 2580/2001 non mirano a sanzionare gli atti terroristici, ma a lottare contro il terrorismo. Di qui la conclusione che le attività delle forze armate durante un conflitto armato possono essere qualificate come atti terroristici in base al diritto Ue. Confermate, di conseguenza, le misure restrittive specifiche decise nei confronti di alcuni membri delle Tigri del Tamil.

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 31 marzo 2017 |
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Non mancano i passi avanti con la legge n. 76/2016 sulle unioni tra coppie dello stesso sesso e con la ratifica di numerosi trattati internazionali, ma l’Italia presenta ancora troppe lacune nel sistema di tutela dei diritti civili e politici. E’ quanto risulta dalle osservazioni presentate dal Comitato sui diritti umani chiamato a verificare il livello di adesione dell’Italia al Patto sui diritti civili e politici del 1966. Nelle osservazioni conclusive al sesto rapporto periodico del 28 marzo (CCPR_C_ITA_CO_6_27016_E(1) il Comitato continua a chiedere all’Italia, in primo luogo, l’istituzione di un organo nazionale sui diritti umani, in linea con i Principi di Parigi e l’inserimento del crimine di tortura nel codice penale. Il Comitato, inoltre, ha chiesto all’Italia di prevedere norme che diano la possibilità alle coppie dello stesso sesso di procedere all’adozione e la possibilità per le donne di ricorrere all’aborto, eliminando gli impedimenti che, troppo spesso, in strutture pubbliche impediscono alle donne di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza.

Sul fronte dei migranti, il Comitato bacchetta Roma per i periodi di detenzione negli hotspots troppo lunghi, che vanno ben oltre il periodo di 72 ore fissato per legge e chiede maggiori interventi per i minori non accompagnati.

Ritardi sul fronte della tutela della libertà di stampa: manca ancora, infatti, un intervento che porti alla depenalizzazione della diffamazione e, in particolare, una modifica dell’articolo 595 del codice penale e della legge sulla stampa nella parte in cui è previsto il carcere. Solo un’eliminazione di quest’articolo può condurre l’Italia ad avere una legislazione in linea con il Patto sui diritti civili e politici. L’Italia, poi, deve fare in modo che le querele non diventino strumenti per bloccare la libertà di stampa.

Scritto in: diritti umani | in data: 30 marzo 2017 |
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