Malgrado sia evidente a tutti che le misure messe in atto da Bruxelles in materia di immigrazione siano fallimentari, la Commissione fa il punto, nella Comunicazione sullo stato di attuazione delle azioni prioritarie sull’immigrazione (COM(2016)85), presentata il 10 febbraio (85) sui “progressi” compiuti per gestire gli arrivi (si veda l’allegato riguardante l’Italia (Italy). Dagli hotspots (sistema di punti di crisi) al meccanismo di ricollocazione sino ad arrivare all’apertura delle procedure di infrazione per gli Stati inadempienti. La Commissione punta soprattutto sulla ricollocazione per  imagesgarantire una distribuzione equa dei richiedenti asilo tra gli Stati membri e, quindi, consentire una gestione ordinata della migrazione. Il sistema, però, arranca perché gli Stati non rispettano le decisioni sulla ricollocazione e la Commissione stessa apre varchi nell’attuazione. Dopo la sospensione degli obblighi per un anno voluta dalla Svezia, la Commissione ha proposto una sospensione annuale della ricollocazione del 30% dei richiedenti assegnati all’Austria.

Sulla situazione italiana managing_the_refugee_crisis_-_italy_state_of_play_report_20160210_en.

Scritto in: immigrazione | in data: 29 febbraio 2016 |
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La cancelleria della Corte europea ha diffuso una nuova scheda informativa, aggiornata a gennaio 2016, sull’applicazione del diritto alla reputazione (FS_Reputation_ENG). La scheda raccoglie i principi affermati dalle principali sentenze della Corte passando in rassegna le pronunce con le quali il diritto alla reputazione appare come limite alla libertà di espressione, nonché le sentenze che considerano la tutela della reputazione come diritto in sé e come elemento del diritto al rispetto della vita privata, malgrado non venga espressamente richiamato dall’articolo 8 della Convenzione europea. Il testo, inoltre, analizza l’approccio dei giudici internazionali in relazione alle diverse persone interessate, dai magistrati ai politici, passando per i funzionari pubblici e i privati.

Scritto in: CEDU | in data: 27 febbraio 2016 |
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La sanzione pecuniaria prevista dal Testo unico in materia bancaria (art. 144) non può essere considerata, in base alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, come una sanzione penale. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, seconda sezione civile, con la sentenza n. 3656 depositata il 24 febbraio (3656_02_2016). La Cassazione, con la sentenza in esame, ha respinto il ricorso di un direttore di una banca che contestava la sanzione di 28mila euro decisa nei suoi confronti dalla Banca d’Italia. Tra gli altri motivi, il ricorrente sosteneva che il procedimento che aveva condotto all’applicazione della sanzione era in contrasto con le regole sull’equo processo di cui all’articolo 6 della Convenzione europea. Tutti i motivi di ricorso sono stati respinti. La Cassazione ha anche chiarito che la sanzione prevista dal Testo unico bancario e comminata dalla Banca d’Italia ha natura diversa rispetto a quella disposta ai sensi dell’articolo 187 ter del decreto legislativo del 24 febbraio 1998, n. 58 contenente il “Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, ai sensi degli articoli 8 e 21 della legge 6 febbraio 1996, n. 52″ (modificato in diverse occasioni). Proprio alla luce della sentenza Grande Stevens del 4 marzo 2014 e della giurisprudenza consolidata di Strasburgo che, a partire dal caso Engel, ha precisato che per qualificare una sanzione come penale è indispensabile la sussistenza di almeno uno dei tre criteri (che hanno carattere alternativo e non cumulativo) ossia la qualificazione giuridica della misura sul piano interno, la natura della misura e il grado di severità della sanzione, la Cassazione giunge alla conclusione che la sanzione decisa dalla Banca d’Italia ha natura amministrativa e non penale. In particolare, la Suprema Corte, per arrivare all’indicata conclusione ha considerato l’entità della sanzione della Banca d’Italia che nel massimo è di 129mila euro a fronte dei 5 milioni previsti per la violazione dell’articolo 187ter TFU, il sistema di sanzioni della Banca d’Italia che non prevede sanzioni accessorie, e la circostanza che secondo il Testo unico bancario non è prevista la confisca del prodotto o del profitto dell’illecito e dei beni utilizzati. Tutti elementi che portano la Cassazione a concludere nel senso di ritenere che le sanzioni irrogate ex art. 144 non sono equiparabili “per tipologia, severità ed idoneità ad incidere sulla sfera patrimoniale e personale dei destinatari” a quelle di cui si è occupata la CEDU nel caso Grande Stevens. Questo vuol dire che le sanzioni hanno carattere amministrativo e, quindi, non si pone “un problema di compatibilità del procedimento sanzionatorio previsto in materia con le garanzie riservate ai processi penali dall’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo”. La Suprema Corte ha ritenuto, inoltre, non necessario, con riguardo all’articolo 41 della Carta dei diritti fondamentali, il rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia Ue.

Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/gli-effetti-della-sentenza-grande-stevens-sul-diritto-interno-uno-studio-della-cassazione.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/le-sanzioni-amministrative-gravi-devono-essere-qualificate-come-penali-nulla-la-riserva-italiana-sul-principio-ne-bis-in-idem-del-protocollo-cedu.html.

Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 26 febbraio 2016 |
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Le autorità italiane sapevano della extraordinary rendition di Abu Omar organizzata dalla Cia e ben quattro Governi hanno abusato del segreto di Stato impedendo di far luce sulle gravi violazioni dei diritti dell’uomo di cui Abu Omar è stato vittima. Una sentenza, quella resa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, depositata il 23 febbraio (AFFAIRE NASR ET GHALI c. ITALIE), che non solo accerta con chiarezza le violazioni della Convenzione perpetrate dall’Italia, condannata per violazione dell’articolo 3 (divieto di tortura e trattamenti disumani e degradanti), del 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza), dell’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare), dell’articolo 13 (diritto alla tutela giurisdizionale effettiva), ma colpisce a tutto campo le istituzioni. Dal Governo che ha abusato del segreto di Stato favorendo l’impunità dei responsabili, alla Corte costituzionale, passando per il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in primis, che ha concesso la grazia a due agenti della Cia condannati dai giudici italiani. Tutti sul banco degli “imputati” della Corte proprio a causa degli atti volti unicamente a sbarrare la strada alla realizzazione della giustizia.

Respinta la debole eccezione del Governo italiano sul previo esaurimento dei ricorsi interni, la Corte ha smontato pezzo per pezzo le tesi del Governo che mai come questa volta si è arrampicato sugli specchi. A rivolgersi alla Corte Abu Omar e sua moglie. Arrivato in Italia nel 1998 e divenuto imam nel 2000, Abu Omar aveva ottenuto l’asilo per motivi politici. Accusato di far parte di un’organizzazione terroristica e condannato poi dal Tribunale di Milano nel 2013, l’imam fu rapito nel centro di Milano nel 2003. Portato nella base Usa di Aviano e poi in quella di Ramstein in Germania, Abu Omar fu consegnato dagli autori del rapimento, ossia gli agenti della Cia, nelle mani dei servizi segreti egiziani. Torturato a più riprese, fu rilasciato nel 2004. La Procura di Milano aveva aperto un’indagine per sequestro di persona. L’inchiesta, che vedeva al centro agenti della Cia e dei servizi segreti italiani (SISMI), è stata lunga e piena di ostacoli anche a causa del Governo che non aveva voluto chiedere l’estradizione degli agenti Usa coinvolti. Malgrado gli ostacoli, con sentenza del 4 novembre 2009, il Tribunale di Milano ha condannato 23 cittadini Usa (22 agenti della Cia e il colonnello Romano) e 2 agenti italiani del SISMI, tenuti a versare un indennizzo alla vittima. In appello la condanna dei due italiani era stata annullata. Questo perché era intervenuta, a seguito del conflitto di attribuzione sollevato dal Governo, la sentenza n. 106/2009 della Corte costituzionale resa il 18 marzo 2009. Per la Consulta i due agenti del SISMI non potevano essere interrogati perché non potevano divulgare fatti coperti dal segreto di Stato, principio che secondo la Corte costituzionale andava esteso anche alla successiva azione civile funzionale a corrispondere il risarcimento dovuto ad Abu Omar. Il procedimento era continuato con la Corte di appello di Milano che nel 2013 aveva condannato alcuni funzionari del Sismi alla reclusione ma, dopo un nuovo intervento della Consulta, la Corte di cassazione aveva dovuto annullare le condanne.

Prima di tutto, la Corte europea riconosce che a livello nazionale sono state condotte indagini idonee a ricostruire gli eventi ma tutto è stato vanificato dal segreto di Stato concesso dalla stessa Corte costituzionale. Strasburgo tiene infatti a precisare che, a differenza di altri casi arrivati nelle proprie aule di giustizia (El Masri, Husayn e Al Nashiri), le autorità inquirenti italiane hanno svolto un’indagine approfondita che, per la prima volta, ha permesso la ricostruzione dei fatti anche a livello nazionale. La Corte, quindi, “rende omaggio al lavoro dei magistrati nazionali che hanno fatto tutto il possibile per stabilire la verità”. Ma nulla hanno potuto di fronte all’abuso del segreto di Stato opposto da ben 4 Governi (Prodi, Berlusconi, Monti e Letta) certo non funzionale a tenere coperti i fatti, ben noti anche grazie alla stampa, ma piuttosto a garantire l’impunità degli agenti del Sismi. Non solo. Il Governo non ha mai chiesto l’estradizione degli agenti della Cia (salvo per uno degli imputati) e due Presidenti della Repubblica hanno concesso la grazia a tre agenti americani condannati, malgrado la gravità del fatto. Di conseguenza, la punizione dei colpevoli non è stata effettiva nonostante gli sforzi degli inquirenti e dei giudici italiani. E’ evidente, quindi, che un principio legittimo come quello del segreto di Stato è stato utilizzato con il solo obiettivo di impedire che i responsabili fossero chiamati a rispondere delle proprie azioni. Di qui la violazione dell’articolo 3 che vieta la tortura e i trattamenti disumani e degradanti, tenendo conto che gli Stati non solo devono impedire atti di questo genere, ma sono anche tenuti ad individuare e punire i colpevoli. Altri elementi poi portano la Corte a stigmatizzare il comportamento dell’Italia tenendo conto che il Governo si è rifiutato di chiedere l’estradizione, malgrado l’esistenza di uno specifico trattato con gli Usa. Senza dimenticare la grazia che ha, di fatto, sottratto tre condannati per l’extraordinary rendition alla giustizia. Pertanto, conclude Strasburgo, nel caso in esame la responsabilità dello Stato non è dovuta all’assenza di disposizioni sulla tortura nel codice penale, perché l’impunità è diretta conseguenza del comportamento del Governo e del Presidente della Repubblica.

La Corte europea, poi, in modo analogo ad altri casi, ha considerato i piani di consegna straordinaria organizzati dalla CIA come tortura e ha ritenuto che le autorità italiane  erano a conoscenza della extraordinary rendition targata Cia e, quindi, del trasferimento all’estero e del rischio di tortura. E’ così evidente che lo Stato non ha adottato le misure necessarie per impedire che gli individui sotto la propria giurisdizione fossero soggetti a tortura o trattamenti disumani e degradanti. La Corte, in linea con altre sentenze sulle renditions, ha anche constatato la violazione dell’articolo 5 in considerazione del fatto che l’uomo è stato privato della libertà in modo arbitrario e dell’articolo 8 che assicura il diritto al rispetto della vita privata. In ultimo, proprio tenendo conto degli effetti negativi provocati dal segreto di Stato ai fini dell’accertamento della verità, considerando che molte prove non sono state utilizzate e che il ricorrente non ha avuto rimedi giurisdizionali effettivi, la Corte ha condannato l’Italia a versare ai due ricorrenti 85mila euro per i danni non patrimoniali e 30mila euro per le spese processuali sostenute.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/extraordinary-renditions-grazia-per-altri-due-agenti-della-cia-condannati-nel-caso-abu-omar.html

Scritto in: extraordinary renditions | in data: 25 febbraio 2016 |
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La nuova intesa per il Regno Unito nell’Unione europea adottata dal Consiglio europeo del 19 febbraio, le cui conclusioni sono state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale UE di ieri (Regno Unito), è destinata a incidere sul futuro stesso dell’Unione europea e sulla sua tenuta. E questo perché, se già il Regno Unito gode, in forza dell’integrazione differenziata, di un regime speciale grazie all’opting out e ad alcuni Protocolli, il salto di qualità nella posizione differenziata di Londra e il collegato arretramento dell’Unione europea è nel fatto che in passato si limitava l’integrazione dando spazio a quella differenziata, mentre con l’intesa raggiunta il 19 febbraio si fanno passi indietro rispetto ad obiettivi di integrazione già raggiunti e consolidati. Ed invero, nel gioco di equilibri nella partita per ora conclusa a Bruxelles ma i cui effetti si vedranno all’indomani del referendum per la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione, fissato per il 23 giugno, è il nodo dei limiti alla libera circolazione dei lavoratori a preoccupare di più sulla tenuta stessa dell’Unione. In particolare, per quanto riguarda le modifiche in questo settore, una volta entrata in vigore la decisione, la Commissione europea dovrà presentare una proposta di modifica del regolamento n. 883/2004 sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale per far sì che le prestazioni per i figli a carico verso uno Stato membro diverso da quello in cui il lavoratore soggiorna siano ricalcolate e indicizzate alle condizioni di vita del Paese in cui risiedono i figli. Previsto poi un meccanismo di allerta in caso di afflusso di lavoratori provenienti da altri Stati membri di portata eccezionale e per un periodo prolungato, “anche a seguito delle politiche passate in ragione dei precedenti allargamenti dell’Ue”, che porterà a una modifica del regolamento n. 492/2011 relativo alla libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione. La Commissione ha già chiarito che il Regno Unito si trova in una situazione di tipo eccezionale coperta dal meccanismo di salvaguardia. La misura serve a garantire il sistema di sicurezza sociale e prevede che il Consiglio, su proposta della Commissione, possa autorizzare, per un periodo massimo di 7 anni e per i lavoratori “nuovi arrivati nell’Ue”, l’accesso alle prestazioni a carattere non contributivo legate allo svolgimento di un’attività lavorativa nel Regno Unito. La limitazione avrà natura regressiva, ma di fatto comporta che l’unico obbligo è di non trattare i lavoratori Ue in modo meno favorevole rispetto ai cittadini di Paesi terzi che si trovano in un’analoga situazione. Per quanto riguarda l’Unione economica e monetaria è stabilito che le misure in questo settore avranno carattere facoltativo per gli Stati la cui moneta non è l’euro. Una concessione importante è il diritto al rimborso integrale se sono addossati al bilancio generale dell’Unione costi derivanti dalle misure di emergenza e di crisi, funzionali a salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro.

L’intesa potrebbe aprire la strada a rivendicazioni di altri Stati. E’ certo, però, che non per tutti gli Stati l’Unione europea manifesterà lo stesso interesse ad avere a tutti costi un Paese dentro l’Europa. Le straordinarie concessioni al Regno Unito sono dovute al peso politico e strategico che ha Londra non solo in Europa, ma nel mondo che certo non hanno altri Paesi Ue.

Scritto in: Unione europea | in data: 24 febbraio 2016 |
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Il mancato accertamento d’ufficio da parte del giudice nazionale sul carattere abusivo di una clausola inserita in un contratto di credito al consumo blocca gli effetti esecutivi di un provvedimento. E questo anche se si è formato il giudicato. E’ il principio stabilito dalla Corte di giustizia dell’Unione europea nella sentenza depositata il 18 febbraio (C-49/14, C-49:14) su rinvio dei giudici spagnoli chiamati a risolvere una controversia tra un consumatore che aveva stipulato un contratto di prestito per l’acquisto di un veicolo e un istituto di credito che aveva concesso il finanziamento. Il cliente non aveva pagato alcune e l’istituto che aveva concesso il finanziamento, risolto il contratto, aveva chiesto al tribunale di avviare un procedimento d’ingiunzione. Solo dopo l’emissione dell’ingiunzione e la richiesta di adozione dell’ordine di esecuzione, i giudici spagnoli hanno chiesto aiuto alla Corte Ue sull’interpretazione della direttiva 93/13 sulle clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, recepita in Italia con Dlgs 206/2005 contenente il codice del consumo. Prima di tutto, la Corte di giustizia parte dalla constatazione che  la normativa Ue non armonizza i meccanismi nazionali di esecuzione forzata e, quindi, ogni Stato ha piena libertà, sulla base del principio di autonomia processuale, nella scelta delle regole interne sull’esecuzione. Tuttavia, malgrado l’ampia libertà degli Stati, questi ultimi sono tenuti a rispettare il principio di equivalenza e di effettività e, quindi, fare in modo che non sia impossibile o eccessivamente difficile per un consumatore far valere il diritto Ue sul piano interno. Il sistema che prevede un intervento del consumatore solo in modo limitato e  la chiusura di un procedimento di ingiunzione senza un accertamento compiuto d’ufficio dal giudice sull’eventuale presenza di clausole abusive appare così contraria alla direttiva 93/13. Ogni protezione fornita al consumatore, senza l’accertamento della natura abusiva di alcune clausole, sarebbe priva di effettività con la conseguenza che le clausole contrattuali non negoziate individualmente e abusive potrebbero produrre effetti a danno della parte debole ossia il consumatore. Una conseguenza inaccettabile che porta la Corte a incidere sui sistemi processuali nazionali e, in particolare, sulle modalità di attuazione del principio dell’autorità di cosa giudicata, richiedendo un controllo d’ufficio “della potenziale natura abusiva delle clausole inserite in un contratto”. Questo anche quando la decisione sull’ingiunzione ha natura di “cosa giudicata” e il procedimento è già nella fase di esecuzione. E’ vero, infatti, che anche le modalità di attuazione dell’autorità di giudicato rientrano nella competenza degli Stati, ma gli obblighi di rispettare i principi cardine del diritto dell’Unione ossia equivalenza ed effettività vanno sempre garantiti.

 

Scritto in: Corte di giustizia Ue | in data: 23 febbraio 2016 |
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La direttiva 2012/29 del 25 ottobre 2012, che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, guida il giudice nazionale nella determinazione del livello di  vulnerabilità della vittima. E questo anche prima del recepimento della direttiva, avvenuto con il decreto legislativo 15 dicembre 2015 n. 212. E’ la Corte di Cassazione, seconda sezione penale, con la sentenza n. 2702/16 depositata il 21 gennaio (2702), a chiarirlo, con riguardo alla condanna per estorsione e cessione di stupefacenti della ricorrente. In particolare, la Suprema Corte ha precisato che gli indici di vulnerabilità della vittima vanno ricavati dalla direttiva 2012/29, secondo quanto previsto dall’articolo 22 dedicato alle vittime che hanno particolari vulnerabilità. Di conseguenza – osserva la Cassazione – vanno tenute in conto le caratteristiche personali della vittima e la natura e le circostanze del reato. Con un parametro guida: la marcata vulnerabibilità della vittima ha come conseguenza che deve essere considerata la “potenzialità coercitiva di comportamenti anche velatamente e non scopertamente minacciosi”. In base alla direttiva, è stata giusta la condanna della ricorrente per estorsione in ragione, come accertato sulla base della direttiva dalla Corte di appello, del particolare stato della vittima che per la sua debolezza aveva una volontà più facilmente coartabile.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/?s=2012%2F29

Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 22 febbraio 2016 |
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Gli Stati che hanno ratificato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo continuano ad avere un sistema a geometria variabile nell’applicazione delle regole convenzionali anche in materia di giustizia. Ogni Stato, poi, ha proprie peculiarità nell’organizzazione del sistema giustizia ed è ancora presente una spaccatura tra i Paesi dell’est Europa e Stati occidentali. Risulta anche dallo studio della Commissione europea per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa, CEPEJ, sui sistemi giudiziari dei Paesi dell’est Europa (CEPEJ21_EN), redatto da Jean-Paul Jean e Ramin Gurbanov. Default_en-Etude21_EN_petit-1Diffuso nei giorni scorsi, lo studio ha al centro l’analisi di Paesi come Armenia, Azerbaijan, Estonia, Georgia, Lettonia, Lituania, Russia e Ucraina. In primo piano, la comparazione tra le regole di accesso alla giustizia e all’assistenza giudiziaria gratuita, nonché un’analisi dei costi, del budget per la giustizia e dell’organizzazione del sistema giudiziario. Con anomalie rispetto ai diritti convenzionali. Basta un esempio: in alcuni Paesi come Armenia, Estonia, Georgia, Lettonia e Ucraina mancano ancora norme che assicurino una riparazione nei casi di durata eccessiva dei processi. Gravi problemi anche per l’esecuzione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, con un allarme rosso per Ucraina e Russia. Se la durata media dei procedimenti di divorzio vede i Paesi dell’est Europa al di sotto di quella europea (con una media di 191 giorni e l’eccezione di Ucraina che arriva a 400 giorni e Lettonia a 220), in materia di procedure fallimentari il trend è opposto con una media pari a 675 giorni. Alto il numero di avvocati, dovuto anche all’alto tasso di litigiosità e in aumento quello dei notai che è valutato positivamente dal Cepej.

Scritto in: giustizia | in data: 21 febbraio 2016 |
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E’ contraria alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo la condanna per diffamazione di un portale di news che pubblica, senza filtro, commenti ritenuti volgari. Per Strasburgo, che si è pronunciata nel caso Magyar Tartalomszolgáltatók Egyesülete and Index.hu Zrt, condannando l’Ungheria per violazione dell’articolo 10 che assicura il diritto alla libertà di espressione (CASE MAGYAR), ai portali di news si applicano le regole in materia di libertà di stampa, anche quando si tratta di commenti di terzi, tenuti unicamente alla registrazione, non controllati attraverso un sistema di filtro. Questi i fatti che hanno spinto i ricorrenti condannati a incamminarsi sulla strada per Strasburgo. Alcuni utenti avevano pubblicato, sul sito di un portale di news e di un ente di autoregolamentazione dei prestatori di servizi di contenuti internet, alcuni commenti critici nei confronti di alcune società di annunci immobiliari le quali, poi, avevano citato in giudizio le società che avevano pubblicato i commenti, malgrado un portale avesse rimosso le espressioni ritenute volgari. Le società che avevano pubblicato i commenti erano state ritenute responsabili di diffamazione. Per Strasburgo, una conclusione contraria alla Convenzione europea tanto più che i giudici nazionali hanno trascurato di considerare la giurisprudenza della Corte in materia di libertà di stampa, che va applicata anche se il portale non è l’editore dei commenti. Di conseguenza, i portali godono di un’ampia libertà, pur nel rispetto di responsabilità e doveri propri degli editori, che va limitata unicamente nei casi di hate speech e incitamento alla violenza, come già stabilito nel caso Delfi contro Estonia. E’ vero che i commenti di alcuni utenti contenevano frasi volgari – certo non protette dall’articolo 10 – ma la singola frase non può essere decisiva nella valutazione sulla diffamazione. D’altra parte, lo stile è un elemento della comunicazione come forma di espressione e, quindi, di per sé protetto dall’articolo 10 tenendo conto per di più delle peculiarità della comunicazione via web. In ogni caso, l’attività del portale, che mette a disposizione il proprio spazio a terzi consentendo commenti sul sito, rientra tra le attività giornalistiche e, quindi, si deve applicare il principio fissato da Strasburgo in base al quale non è possibile punire un giornalista per aver disseminato dichiarazioni di altri, in modo analogo a quanto avviene per interviste riprodotte sulla carta stampata o in televisione. Senza trascurare la circostanza che se si pongono troppi oneri di controllo è evidente il rischio di una restrizione alla libertà di informazione su internet. I giudici nazionali, inoltre, – osserva la Corte – prima di procedere a condannare per diffamazione devono anche considerare il comportamento di chi si ritiene diffamato che, nel caso in esame, non aveva chiesto la rimozione dei contenuti volgari dai siti.

Si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/responsabilita-del-portale-di-news-per-i-commenti-degli-utenti-conforme-alla-cedu.html

Scritto in: CEDU | in data: 19 febbraio 2016 |
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Il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, deve godere del pieno diritto alla libertà di movimento e la Svezia e il Regno Unito devono rispettare gli atti  internazionali a tutela dei diritti umani. Lo ha ribadito il 15 febbraio l’esperto indipendente dell’Onu sulla promozione della democrazia, Alfred de Zayas, in un appello ai due Stati coinvolti nella vicenda. L’appello segue il documento del 22 gennaio del Working Group sulle detenzioni arbitrarie (Arbitrary detention). Per de Zayas (de Zayas), Paesi che come il Regno Unito e la Svezia hanno un ruolo centrale nell’ambito delle Nazioni Unite non possono non seguire quanto chiesto dal Working Group perché, in caso contrario, aprirebbero la strada a una tutela dei diritti umani à la carte. Senza dimenticare la necessità di proteggere i whistlebowers che lottano contro la cultura del segreto, della disinformazione e delle porte chiuse su casi scottanti e di interesse collettivo. Nel rapporto del Working Group era stato evidenziato che assangeJulian Assange, che vive da quasi quattro anni  nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dopo che la Corte suprema inglese ha dato il via libera alla consegna alla Svezia che vuole indagare su Assange accusato, ma non formalmente imputato, per stupro, è in realtà sottoposto a una detenzione arbitraria tenendo conto dei criteri e delle categorie già individuate dal gruppo di lavoro. Prima detenuto nelle carceri inglesi, di fatto oggi, malgrado la concessione dell’asilo da parte dell’Ecuador, non può uscire dall’ambasciata perché le autorità inglesi non riconoscono il suo status e non esiterebbero a consegnarlo alla Svezia (che pure dopo 5 anni è ancora nella fase delle indagini preliminari), con il rischio di una successiva estradizione negli Stati Uniti. Una detenzione arbitraria, quindi, incompatibile con gli articoli 9 e 10 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e con gli articoli 7, 9, 10 e 14 del Patto sui diritti civili e politici. Il Working group ha anche indicato il rimedio ossia la liberazione immediata e un’equa riparazione. Difficile che i due Stati, anche per le pressioni Usa, seguano le indicazioni del Working Group.

Scritto in: diritti umani | in data: 19 febbraio 2016 |
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