Nuova pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo a tutela della libertà di stampa, garantita dall’articolo 1o della Convenzione europea. Con la sentenza depositata il 4 maggio, nel caso Traustason e altri contro Islanda (ricorso n. 44081/13, TRAUSTASON AND OTHERS v. ICELAND), la Corte di Strasburgo ha stabilito che un singolo errore in un articolo di stampa non giustifica l’adozione di una sentenza che, pur non avendo natura penale e pur non imponendo un indennizzo elevato, presenta sempre il rischio, proprio perché non conforme ai parametri di Strasburgo, di porre un freno alla libertà di stampa, con un effetto deterrente sulla copertura mediatica di fatti di interesse generale.

Il ricorso era stato presentato da un giornalista e due componenti del comitato editoriale di un quotidiano islandese. Al centro della vicenda la bancarotta di una società e la nomina di un revisore che aveva indicato alcune condotte penalmente rilevanti di alcuni membri del consiglio di amministrazione. Il quotidiano aveva pubblicato un articolo mettendo in rilievo, come risultava dal rapporto dell’esperto, il ruolo del Presidente, anche docente universitario. Quest’ultimo aveva citato in giudizio in sede civile il giornalista, ritenuto responsabile di diffamazione e tenuto a versare un indennizzo pecuniario di 1.600 euro per i danni non patrimoniali e 4.200 euro per i costi dovuti alla pubblicazione della sentenza e alle spese processuali. Di qui il ricorso del giornalista e degli editori a Strasburgo, con pieno riconoscimento delle ragioni dei giornalisti e della violazione della libertà di stampa commessa dal Governo islandese. Per la Corte, se è vero che i media non sono esonerati dall’obbligo di verificare i fatti  che possono essere diffamatori nei confronti di individui, è anche vero che, nei procedimenti giudiziari a danno dei giornalisti, l’articolo va considerato nel suo complesso. Nel caso di specie il cronista si era basato su un rapporto affidabile redatto dal revisore indipendente chiamato ad accertare i fatti che avevano portato alla bancarotta. E’ vero che il giornalista aveva scritto che gli inquirenti stavano indagando sul rapporto mentre – come contestato dal presidente del consiglio di amministrazione – lo stavano “esaminando”, come risultava da una mail inviata al professore, con la conseguenza che la dichiarazione “la polizia indaga sul docente” era sbagliata, ma  – osserva la Corte europea – “non si può chiedere ai giornalisti, quando scrivono su documenti ricevuti dalla polizia, che essi conoscano la differenza del significato giuridico tra “indagine” ed “esame”. D’altra parte, prosegue Strasburgo, non si può richiedere che in una pubblicazione rivolta al grande pubblico sia indicato con assoluta precisione un dettaglio relativo ai procedimenti giudiziari. L’articolo, quindi, aveva una base fattuale sufficiente tanto più che il giornalista non era a conoscenza della mail scritta direttamente dagli inquirenti al componente del consiglio di amministrazione. L’essenza degli avvenimenti, inoltre, era corretta perché era riportato il contenuto del revisore e la trasmissione del documento alla procura senza che fosse indicato che il docente era indagato o colpevole. Nessuna possibilità poi di trincerarsi dietro il fatto che si trattava di una persona privata, che gode di una protezione maggiore, perché il presunto diffamato rivestiva un ruolo in un consiglio di amministrazione ed era un docente noto al pubblico. L’articolo di stampa, d’altra parte, riguardava la sua attività professionale.

Comportamento contrario alla Convenzione anche sul fronte delle sanzioni. E’ vero che non è stata applicata una sanzione penale e che l’entità del risarcimento non era particolarmente gravosa ma, per Strasburgo, ciò che conta, per verificare il profilo della proporzionalità, è che è stata adottata una sentenza contro il giornalista, che costituisce un’indebita restrizione alla libertà di espressione. Che, d’altra parte, osserva la Corte, procura il rischio di ostruire o paralizzare la copertura mediatica futura su questioni simili.

Scritto in: libertà di stampa | in data: 26 maggio 2017 |
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La Corte internazionale di giustizia blocca l’esecuzione della pena capitale nei confronti di un cittadino indiano in Pakistan. Con ordinanza depositata il 18 maggio, la Corte dell’Aja, il principale organo giurisdizionale delle Nazioni Unite chiamato a risolvere controversie tra Stati, nel caso Jadhav, India contro Pakistan, ha accolto la richiesta di misure provvisorie avanzata dall’India (ordinanza). Il Governo di Nuova Delhi aveva presentato ricorso alla Corte internazionale di giustizia l’8 maggio 2017 sostenendo che il Pakistan aveva violato la Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari del 24 aprile 1963. Questo perché un suo cittadino non aveva potuto avvalersi dell’articolo 36 della Convenzione che disciplina le comunicazioni con cittadini dello Stato d’invio. In particolare, nel caso di specie, l’uomo era stato condannato a morte ma non aveva potuto avvalersi, una volta arrestato, del diritto di avvisare il proprio console. Inoltre, stando alla ricostruzione dell’India, contestata dal Pakistan, malgrado le autorità nazionali di Nuova Delhi avessero presentato più volte la richiesta di poter comunicare con il proprio cittadino, ogni istanza era stata respinta. L’uomo, ritenuto colpevole di spionaggio e terrorismo, era stato condannato a morte ed è in attesa dell’esecuzione della pena capitale. 

La Corte internazionale di giustizia, in primo luogo, ha accertato la sussistenza, prima facie, della giurisdizione in base all’articolo 36, par. 1 della Convenzione di Vienna e dell’articolo 1 del Protocollo concernente il regolamento obbligatorio delle controversie in base al quale le controversie relative all’interpretazione o all’applicazione della Convenzione sono obbligatoriamente di competenza della Corte internazionale di giustizia. Entrambi gli atti sono stati ratificati dai due Paesi senza riserve. Inoltre, verificato che l’articolo 36, par. 1 assicura il diritto di comunicare con i propri cittadini e che sussiste un rischio di pregiudizio irreparabile prima che la stessa Corte si possa pronunciare sul merito, in linea con l’ordinanza del 3 marzo 1999 nel caso Lagrand (Germania contro Stati Uniti) e nel caso Avena (Messico contro Stati Uniti), la Corte internazionale di giustizia ha chiesto al Pakistan di adottare tutte le misure affinché non venga comminata la pena capitale a Jadhav fino a quando non sia resa la pronuncia sul merito.

Scritto in: Corte internazionale di giustizia | in data: 26 maggio 2017 |
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Appuntamento a Valencia, il 30 maggio alle 9.30, per approfondire le questioni di diritto internazionale privato con specifico riferimento ai trasporti nell’ambito del convegno “BRIaTRA – Brussels Ia and Transport”. La conferenza, che si terrà presso il Salón de Grados della Faculty of Law dell’Università di Valencia, è la conclusione del progetto di ricerca “BRIaTra – Brussels Ia and Transport” finanziato dall’Unione europea (EU Project JUST/2014/JCOO/AG/CIVI/7706) a cui hanno partecipato, tra gli altri, l’Università di Valencia e l’Università degli studi di Genova.

L’incontro è articolato in due sessioni: la prima su “Private International Law in the EU: General Issues and Particular Matters in Transport” con le relazioni della docente dell’Università di Genova Laura Carpaneto, il prof. Rosario Espinosa Calabuig dell’Università di Valencia e Achim Puets, dell’Università di Castellón. La seconda è dedicata a “Private International Law in the EU: Transport and Matters Connected”, con i docenti Guerrero Lebrón, Pierangelo Celle e Simone Carrea. Le conclusioni sono affidate a Espinoa Calabuig e Laura Carpaneto.

Qui il programma del convegno Programma Valencia.

Scritto in: convegni | in data: 25 maggio 2017 |
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L’Agenzia europea dei diritti fondamentali ha diffuso, il 19 maggio, uno studio sull’accesso dei richiedenti asilo e dei rifugiati all’educazione e alla formazione  (fra-may-2017). Nello studio, condotto valutando la situazione in alcune regioni di 14 Stati membri (per l’Italia, l’Emilia Romagna), si evidenziano, in via generale, i forti ritardi in questo settore malgrado l’esistenza di un quadro normativo Ue chiaro e i diversi interventi sia della Corte di giustizia dell’unione europea sia della Corte europea dei diritti dell’uomo. Dal rapporto risulta che in ben 9 su 14 Stati i minori che si trovano nei centri di detenzione amministrativa non hanno alcuna forma di accesso all’educazione. Lacune evidenti sono state riscontrate nell’accesso alle informazioni, nella mancanza di fondi sufficienti e nell’assenza di sostegni adeguati per i minori vittime di traumi. Non mancano i problemi anche per gli adulti che incontrano grandi difficoltà sul fronte del riconoscimento dei titoli.

Scritto in: Unione europea | in data: 23 maggio 2017 |
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Indipendenza del sistema giudiziario, libertà di espressione, funzionamento delle istituzioni democratiche, società inclusive e immigrazione. Sono questi i settori analizzati dal Segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjørn Jagland, nel quarto rapporto annuale, pubblicato il 20 aprile, sulla situazione della democrazia, dei diritti umani e dello stato di diritto in Europa (Rapport SG 2017). Un rapporto che si sofferma in dettaglio sul populismo che divampa in tutta Europa, minacciando le strutture democratiche e la cultura e che dedica un ampio spazio alle risposte che la collettività deve fornire al populismo, con un necessario miglioramento del sistema di pesi e contrappesi. Una parte del rapporto è dedicata alla libertà di espressione e, in particolare, al diffuso declino nella protezione dei giornalisti, con ben 28 Stati che nulla fanno per proteggere i giornalisti dalla violenza. Non solo. Ben 29 Stati continuano a punire la diffamazione con il carcere. Troppo spesso, poi, manca il pluralismo con i media soggetti a pressioni economiche. Sul fronte dell’integrazione, la Carta sociale europea è spesso disattesa ed è allarmante altresì il fenomeno dei minori non accompagnati.

Scritto in: Consiglio d'europa | in data: 22 maggio 2017 |
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Nessun ostacolo all’espulsione se non sussistono cause ostative fissate all’articolo 19 del Dlgs n. 286/1998. La Corte di Cassazione, terza sezione penale, con la pronuncia n. 18846/17 depositata il 19 aprile (18846) ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino albanese nei confronti del quale il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ascoli Piceno aveva disposto l’espulsione, una volta espiata la pena, in quanto soggetto pericoloso. L’uomo si opponeva invocando i legami familiari con il fratello, cittadino italiano e con il figlio. La Cassazione ha respinto il ricorso ritenendo del tutto corretto l’operato del Gip sia in ordine all’accertamento del requisito della pericolosità sociale, sia per l’assenza di cause ostative all’espulsione. Ed invero, l’articolo 19 vieta l’espulsione nei sei mesi successivi alla nascita, mentre il  figlio del ricorrente aveva superato quell’età con la conseguenza che la deroga non poteva essere applicata. L’indicata deroga, inoltre, non può certo comprendere ogni figlio minore di età. In caso contrario, non si terrebbe conto dell’esigenza di espellere soggetti pericolosi, esigenza che “verrebbe tout court vanificata dalla necessità di mantenere comunque integro il rapporto familiare genitori/figlio, anche allorquando l’età di quest’ultimo consentirebbe, invece, di concedere priorità alla diversa esigenza di carattere pubblico”. Così, non può essere richiamato il rapporto con il fratello tanto più in assenza di un rapporto di convivenza.

Scritto in: diritti dei migranti | in data: 21 maggio 2017 |
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Come affrontare l’immigrazione via mare operando nel rispetto delle regole internazionali ed europee? Se ne parlerà il 23 maggio a Taranto nella tavola rotonda “L’immigrazione irregolare nel mar Mediterraneo: aspetti giuridico-operativi” organizzata dalla Fondazione Marittima Michelagnoli e dal Dipartimento Jonico dell’Università di Bari. L’inizio dei lavori, ai quali parteciperanno esponenti dell’Università, della Marina Militare, della Capitaneria di Porto e della Guardia di Finanza, è alle 16.00 presso la sala conferenze del Dipartimento Jonico, via Duomo 259.

Qui il programma Tavola Rotonda Immigrazione via mare

 

Scritto in: convegni | in data: 19 maggio 2017 |
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Se manca una connessione sostanziale e se la sovrapposizione tra il procedimento tributario e quello penale è limitata dal punto di vista temporale è certa la violazione del principio del ne bis in idem nei casi in cui un individuo sia sottoposto al doppio procedimento con riguardo allo stesso fatto. Lo ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza del 18 maggio relativo alla causa Johannesson e altri contro Islanda (ricorso n. 22007/11, CASE OF JOHANNESSON) che, da un lato, ha confermato l’obbligo di applicare il test in ordine all’esistenza di una connessione temporale e sostanziale sufficientemente stretta dei due procedimenti e, dall’altro lato, ha fornito un’interpretazione che in parte neutralizza o restringe fortemente la sua applicazione concreta.

L’azione a Strasburgo è stata avviata da due cittadini islandesi e da una società (il ricorso di quest’ultima è stato dichiarato irricevibile) al centro di un accertamento fiscale che aveva portato l’amministrazione tributaria a comminare ai due ricorrenti una sovrattassa. Dopo qualche mese era stato iniziato anche il procedimento penale per evasione fiscale conclusosi con una condanna a una misura detentiva (pena sospesa) e al pagamento di una multa. Per i ricorrenti il doppio procedimento era contrario all’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto a non essere processato o punito due volte per lo stesso reato. Una posizione che la Corte di Strasburgo ha condiviso, condannando l’Islanda. Chiarito che la sanzione e il procedimento tributario avevano, nella sostanza, natura penale e che i fatti contestati erano identici così come gli autori dell’illecito, la Corte precisa la portata della sentenza della Grande Camera nel caso A. e B. contro Norvegia  (case-of-a-and-b-v-norway) con la quale era stato chiarito che il principio del ne bis in idem non si applica se i due procedimenti sono strettamente legati dal punto di vista sostanziale e temporale in modo da realizzare un’integrazione tra le due azioni con la conseguenza che i due procedimenti ne formano uno unico. Nel caso Johannesson, la Corte ha accertato la mancanza dell’elemento della connessione temporale in quanto la sovrapposizione nei tempi era stata limitata perché i procedimenti si erano svolti in parallelo solo per un anno su una durata complessiva di 9. Non solo. Il procedimento penale si era svolto in modo autonomo anche sotto il profilo delle indagini e della raccolta e valutazione delle prove, in modo differente dal caso A e B. contro Norvegia in cui i fatti accertati in un procedimento erano stati utilizzati nell’altro e nel decidere la pena nel procedimento penale i giudici avevano tenuto conto della sanzione amministrativa.

Di qui la conclusione, nella sentenza Johannesson, dell’assenza di una connessione sostanziale e temporale “sufficientemente stretta” e l’evidente duplicazione del processo, con una chiara violazione del principio del ne bis in idem da parte dell’Islanda che ha imposto ai ricorrenti un pregiudizio sproporzionato.

Si vedano, tra gli altri, i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/nessuna-violazione-del-ne-bis-in-idem-se-alla-multa-si-affianca-il-ritiro-della-patente.htmlhttp://www.marinacastellaneta.it/blog/market-abuse-e-ne-bis-in-idem-la-parola-a-lussemburgo.html.

Scritto in: CEDU | in data: 19 maggio 2017 |
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Il rispetto dei diritti umani e la tutela della civiltà giuridica della società ospitante possono legittimamente bloccare l’utilizzo di prassi che sono previste in una determinata religione ma confliggono con i valori del luogo in cui un cittadino di un altro Stato ha scelto liberamente di inserirsi. E’ la Corte di Cassazione, I sezione penale, a stabilirlo con la sentenza n. 2484/17 depositata il 15 maggio (24084:17). Un cittadino indiano “sikh” era stato condannato dal Tribunale di Mantova alla pena di 2mila euro di ammenda perché portava con sé un coltello. L’uomo si era rifiutato di consegnarlo sostenendo che il suo comportamento era conforme “ai precetti della sua religione, essendo egli un indiano sikh”. Di qui la condanna. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del condannato chiarendo che se la società multietnica deve favorire l’integrazione e il mantenimento della propria cultura di origine, favorendo il pluralismo sociale, ciò non può avvenire travalicando il limite invalicabile “costituito dal rispetto dei diritti umani e della società giuridica della società ospitante”. In particolare – osserva la Suprema Corte – sussiste un obbligo “per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale in cui ha liberamente scelto di inserirsi” tanto più che in una società multietnica non si possono formare “arcipelaghi culturali confliggenti a seconda delle etnie che la compongono…ostandovi l’unicità del tessuto culturale e giuridico del nostro Paese che individua la sicurezza pubblica come un bene da tutelare”. Una conclusione in linea con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (sentenza Sahin contro Turchia e Eweida contro Regno Unito) secondo la quale sono conformi all’articolo 9 della Convenzione europea che assicura il diritto alla libertà di religione talune restrizioni stabilite per legge se costituiscono misure necessarie in una società democratica “per la protezione dell’ordine pubblico e per la protezione dei diritti e delle libertà altrui”.

Scritto in: diritti dei migranti | in data: 19 maggio 2017 |
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Un passo avanti nella lotta al traffico illecito dei beni culturali. Il Consiglio d’Europa, il 3 maggio, ha approvato il primo trattato internazionale dedicato specificamente all’incriminazione del traffico illecito dei beni culturali, assicurando così un’efficace azione penale in chiave preventiva e repressiva. In particolare, grazie alla Convenzione sulle infrazioni riguardanti i beni culturali, che sarà aperta alla firma a Nicosia il 19 maggio (Convenzione), il Consiglio d’Europa punta a salvaguardare il patrimonio mondiale spingendo gli Stati a punire con sanzioni effettive i trafficanti di beni culturali e coloro che li distruggono, passando attraverso il diritto penale (qui il rapporto esplicativo, COM(2017)32 Rapporto). La distruzione di siti culturali è sempre più diffusa anche come arma di terroristi internazionali e la sottrazione illecita diventa una prassi utilizzata come fonte di reddito per il finanziamento di altre attività illecite. La Convenzione, che entrerà in vigore con la ratifica di 5 Stati di cui almeno 3 del Consiglio d’Europa, punisce, tra l’altro, i furti, gli scavi illegali, l’importazione e l’esportazione illecita, l’acquisizione e la commercializzazione di questi beni, il danneggimaneto internazionale dei beni. Gli Stati devono predisporre sanzioni effettive, proporzionali e dissuasive nei confronti di persone fisiche e giuridiche. Previste circostanze aggravanti se l’infrazione è commessa nel quadro di un’organizzazione criminale o di recidiva così come nei casi in cui il reato sia commesso da funzionari responsabili dei beni culturali.

Con un occhio alla prevenzione. In questa direzione il Trattato chiede la costituzione di inventari nazionali di beni culturali accessibili al pubblico e l’obbligo per le case d’asta e i commercianti d’arte di creare registri per le transazioni. Inoltre, per monitorare la corretta attuazione della Convenzione, è prevista la costituzione di un Comitato dei rappresentanti degli Stati parti.

Scritto in: beni culturali | in data: 18 maggio 2017 |
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